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mercoledì 19 agosto 2026

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

LO SPAZIO PER QUELLO CHE NON C’È 

Il no è una delle parole più enigmatiche che esistano. Nega, esclude, chiude. Eppure due albi capitati nel mio raggio di attenzione in questa calda estate mi hanno fatto riflettere. Forse il no — e più in generale la negazione — può fare anche esattamente il contrario: aprire, evocare, lasciare spazio a quello che non c'è.


Il primo albo è un coloratissimo compendio di immagini organizzato sotto il cappello del titolo Hai mai pensato. È questa la storia di una ragazzina che passa in rassegna molte delle cose a cui non ha mai prestato attenzione: i tramonti mai visti, i sogni rimasti a metà, i minuti svaniti con il cambio dell’ora. L’albo è il tentativo di elencare quelle cose mai raggiunte dall’immaginazione, e l’estensione della disamina serve a conferire peso al fatto che la ragazzina non ha mai pensato a nessuna di queste cose perché impegnata a pensare a qualcuno – un innamorato, un amico - che è tutto il suo mondo. 


Che siano i pennarelli vuoti che nessuno butta o le pagine mai lette dei libri lasciati a metà, le tavole danno forma e sostanza alla possibilità di immaginare quello che non è. Anche se nulla di quello che è stato elencato è mai stato davvero pensato, la capriola della doppia negazione finale assieme alle grandi dimensioni delle illustrazioni, il tratto energico, i colori materici, la loro stessa ridondanza costringono ad accorgersi di un luogo dell’immaginario difficile da evocare.
A rigor di logica, infatti, se tutto quello che è stato elencato non è mai stato pensato dalla protagonista, allora abbiamo avuto la possibilità di toccare quello che non è stato pensato, quello che non è stato visto, quello che non è stato immaginato. 


Si tratta di un albo imperfetto, e mi permetto di definirlo così perché talvolta è proprio nelle narrazioni traballanti che riesce a scoccare quella scintilla imprevista che azioni narrative più organiche ed esaurienti rischierebbero di soffocare. 
Se è vero che il registro non è centratissimo, è altrettanto lampante che il meccanismo utilizzato lascia il segno, aprendo la strada alla possibilità di concepire non tanto l’immaginabile, ma anche e soprattutto quello che non si sa nemmeno di poter immaginare, che si trova appena oltre il bordo delle cose già immaginate. 


Il secondo albo prende forma attorno a un no di opposta natura, e si organizza in una narrazione più compiuta, quasi classica. In No, no e poi no il ragno racconta di non riuscire a dimenticare la rana. Gli capita di pensarla nei momenti più imprevisti, mentre si lava i denti, o fa colazione, o legge un libro. Ma non è tanto la rana a tornare, quanto i suoi infiniti, inspiegabili e imperscrutabili no. Siamo di fronte ad un accumulo di negazioni che si susseguono implacabili: quando piove la rana non vuole l’ombrello, non accetta l’offerta di calzini per i piedi infreddoliti, dice no al gelato e alla pizza. I suoi no sono misteriosi e sempre diversi, alcuni piccoli e tascabili, altri talmente grossi da dover essere trasportati con un montacarichi. Sono talmente tanti da occupare ogni spazio possibile e poi granitici, al punto da non poter essere trasformati in nient'altro. 


Si intravede nelle illustrazioni giocose e dal tratto solo apparentemente infantile, la trasfigurazione di un’esperienza adulta, sublimata al punto da divenire una riflessione fruibile trasversalmente, così come l’autrice è solita fare. Quella che viene raccontata, infatti, è l’influenza persistente di una doppia assenza. La rana non c’è, ma quello che lei negava è ancora presente. I no della rana sono consistenti e ingombranti, i veri protagonisti della relazione con la rana. Il ragno li ha collezionati, accumulati, studiati e interpretati. Sono i suoi no a renderla indimenticabile. Attraversando le tavole si respira in pieno l’accumularsi di una tensione che, per quanto risieda nel passato, è pienamente presente, così come una scottatura pulsa a fior di pelle anche se il fuoco che l’ha provocata è spento. 


In Hai mai pensato le cose che la protagonista non ha mai pensato sono visibili, ne abbiamo fatto esperienza diretta. A dispetto del sorriso con cui lei ci avverte di non averle mai pensate, è proprio il no che lei pronuncia a trasformarle in una rampa di lancio per l’immaginazione dei lettori. In No, no e poi no i no pronunciati dalla rana non perdono la loro natura ostativa. Serve una tempesta per decretare la fine della storia, un vento impetuoso capace di fare quello che serve: spazzare via tutte le negazioni inutili di rana per lasciare il ragno libero di volare sulle ali di una farfalla che il vento ha scaraventato nella ragnatela. 
È bastato chiederle se voleva una pizza, e lei ha detto sì. 
E abbiamo tutti tirato un sospiro di sollievo. 


Giorgia

“Hai mai pensato”, Marco Fabbri, Chiara Nasi, Lavieri 2026 
“No, no e no”, Noemi Vola, Corraini 2024 

mercoledì 22 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

I SORRISI E LE ZANNE


Che ci si trovi di fronte a un capolavoro ci avvisano fonti autorevoli fin dalla quarta di copertina. Jon Klassen afferma che "Il Ponte è così tante cose insieme: molto divertente, molto misterioso, molto bello, e come nessun altro libro che abbia mai visto. Diventa più profondo e più strano a ogni lettura: una vera trappola fantastica". A lui si aggiungono gli Hamelin, a sottolineare come Eva Lindström giochi con gli stereotipi e le aspettative, divertendosi ad abbatterli. 


È tutto vero. Il ponte è un dispositivo misterioso che, dietro le reazioni di perplessità che potrebbe suscitare a una prima lettura, nasconde molto altro. 
Qui più che in altri casi, la questione si fa rarefatta: una manciata di pagine che scorrono veloci, una palette di colori ridotta e rigorosa che richiama certe atmosfere di fine inverno, protagonisti laconici che attendono, e mentre attendono si scambiano scarni dialoghi bevendo caffè in tazze che mi piace immaginare di sottile porcellana bianca. 
Chi può, pensi a Beckett, ad attese sconsolate che si fanno carne ed esistenza. Chi lo sente nelle sue corde, come la sottoscritta, ricordi Lynch: la sua fiducia incrollabile nelle cose che non si capiscono immediatamente, il suo corteggiamento infinito e circolare per il dubbio come stato mentale privilegiato. 
Il lettore più innocente e ben disposto, da parte sua, attraversi l’albo armato di coraggio, perché ci si caricherà di una tensione quasi fastidiosa, passando da una pagina all’altra con un senso di allerta tanto presente quanto apparentemente immotivato e, per certi versi, insoddisfacente. 


Ma quali sono gli elementi che favoriscono la costruzione di questo clima?  
Cosa intacca quel senso di sicurezza con cui si attraversano solitamente le storie custodite negli albi, anche quelle apparentemente più paurose? 
Quali scelte narrative ed estetiche questionano il patto di lealtà che si stabilisce tra autrice e lettore, attraverso cui si accetta di seguire chi racconta ovunque voglia perché si presuppone che entrambi giochino con le stesse regole? 
La questione da cui scaturisce la storia, innanzitutto, è fin troppo semplice per non insospettire: ci dovrebbe essere un ponte, che però è guasto e deve essere aggiustato, e quindi è necessario aspettare. C’è un maialino che dovrebbe attraversare per essere da qualche parte, a nord, entro una certa ora. C’è una coppia di lupi, piuttosto solerte nell’offrire ospitalità al maialino, in attesa del ripristino dell’infrastruttura. 


Ci sono elementi che informano in direzioni opposte e contrarie, riverberando una sottile dissonanza: il tratto infantile e la postura narrativa sofisticata, il maialino e il lupo, l'accetta e lo spartito, l'apparente disposizione di una fin troppo evidente trappola e i gesti di un'accoglienza accurata e genuina. 
I sorrisi ci sono. E le zanne. 
Anche la costruzione delle illustrazioni è gravida di elementi che destabilizzano subliminalmente un quadro della situazione statico fin quasi all’immobilità: la difficoltà di lettura del paesaggio, per cui è arduo capire dove sia il fiume, dove la strada; le finestre del salotto in cui viene accolto il maialino, aperte verso l’esterno della casa, ma anche spalancate oltre il margine fisico della pagina; la disobbedienza alle leggi della prospettiva, che sovverte la rappresentazione dello spazio fino al limite consentito, oltre cui il pavimento sembra inclinato e le pareti deformate fino alla verticalità, il frequente cambio di punto di ripresa della stanza. Tuttavia, nessuno di questi segnali, pur suggerendo una direzione probabile della narrazione, prende davvero forma. 


L’attrito sotterraneo che caratterizza tutto l'albo si manifesta nell’attesa. Ma quali sono davvero le entità che entrano in contatto e lo provocano? E soprattutto: chi è il vero interlocutore di Lindström, o meglio, dove sta la parte che sembra mancare al racconto ma che in realtà lavora incessantemente al suo fianco nella costruzione dell’intero dispositivo? 
Gli elementi collocati sapientemente pagina dopo pagina possono fare quello che fanno solo tramite la collaborazione di un interlocutore che possieda tutta quella parte del combustibile culturale capace di prendere fuoco attraverso gli inneschi predisposti dall’autrice. Sappiamo per tradizione che il lupo dovrebbe mangiare il maialino, sospettiamo per questo di ogni gesto di gentilezza e leggiamo ogni mossa con la consapevolezza della probabile fine della storia e un'aspettativa quasi incrollabile. 
A citare Čechov, diremmo che ci sono fin troppi fucili. 
Ed è qui che interviene l'autrice: disattendendo, smantellando, decostruendo. Sottraendoci al gusto della previsione, Lindström ci coinvolge in un gioco che è soprattutto suo: non è la mera rendicontazione di fatti avvenuti secondo uno schema prevedibile perché condiviso, ma una riflessione profonda su quello che una storia è e sul ruolo che ha l’autore nel farcela attraversare.  


Il ponte può permettersi di iniziare in medias res perché si fa forte di una narrazione che il lettore fa per conto suo ancor prima che l’albo abbia inizio, deducendo dal contesto quello che viene dato per scontato: che il maialino sia il protagonista, che sia lui a dover attraversare il ponte e, soprattutto, che il ponte esista.  
Solo approdando alla quarta di copertina, dove occhieggia quella frase che potrebbe essere riferita a ogni lettore in procinto di attraversare un libro "Ecco qui qualcuno che deve attraversare il ponte" capiamo la sublime metafora a cui abbiamo partecipato e il ruolo che abbiamo avuto. 
Perché nemmeno la disposizione della sequenza narrativa nella struttura libro è esente dalla magica opera di dissoluzione dell’armamentario di previsione che Lindström mette in atto. E se la struttura libro solitamente ci informa per convenzione e con esattezza del suo inizio e della sua fine, la disattesa più sublime è proprio quella del titolo, che ci inganna sottilmente utilizzando le nostre stesse cecità di lettori.  Non c'è infatti nessun ponte, o forse sì, e lo abbiamo appena attraversato… 


Giorgia


 “Il ponte”, Eva Lindström, (traduzione di Laura Cangemi), Camelozampa 2026 





mercoledì 24 giugno 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

SOGNATO, MA NON DA NOI 


Un tempo il mondo era di chi dormiva più a lungo, 
perché chi più dormiva più sognava. 
E i sogni erano la sola materia di cui era fatto il cosmo. 

Fin dal titolo, questo albo dichiara di porsi in contrasto con la vulgata di valori e credenze che sembrano andare per la maggiore. Nonostante la scienza ribadisca che il sonno sia un momento importantissimo per la costruzione del cervello, siamo culturalmente più propensi a pensarlo come tempo perduto, inattivo, una stasi contraria alla produttività frenetica a cui tutto, nel mondo occidentale, viene ricondotto. Persino l’infanzia. 
Un tempo il mondo era di chi dormiva più a lungo è un'affermazione che in primo luogo sconcerta o quanto meno incuriosisce proprio per come pone una distanza con i valori attuali e pervasivi di efficienza e produttività, anteponendogli i sogni, intesi come materiale per la fabbricazione del reale. 


I sonni lunghissimi e potenti di cui qui si narra sono infatti necessari per sognare. E ogni sonno corrisponde a una cosmogonia privata, in cui il mondo esiste internamente, tanto più intero quanto più lungo è il sonno. Alcuni affermano che il signore del creato fosse l’Orso bianco, altri che fosse il Ghiro, re del letargo. Altri ancora attribuiscono la genesi del tutto alla Pecora della Mesopotamia, che non ha mai aperto gli occhi. 
Non l’uomo, quindi, come consueto ideatore di ogni cosa, ma una pluralità di animali, ognuno produttore di materia onirica specifica, ognuno con il proprio verso, in cui è possibile muoversi e incontrarsi. Ed è proprio qui, in questo guazzabuglio, che appare l’uomo. Dopo aver preso forma nel sogno di un gorilla, l’uomo passeggia nei sogni degli altri animali e inizia a produrre i propri suoni, dando forma alla parola e alla seduzione che dal linguaggio deriva. È qui, nel sogno degli animali, che un bel giorno l’uomo si spazientisce, forse per noia, forse intuendo l’esistenza di un altrove. Non ricevendo risposte soddisfacenti, l’uomo urla e il suo urlo interrompe fatalmente il sogno degli altri animali. 


L’enigmatico testo di Massimo D’Anolfi emerge dal complesso ed enciclopedico docu-film Bestiari Erbari Lapidari, di cui Massimo D’Anolfi è regista assieme a Martina Parenti. Si tratta di un'esplorazione in tre atti del regno animale, vegetale e minerale. Mondi accanto ai quali spesso camminiamo senza essere in grado di prenderli interamente in considerazione. Supportato dalle tavole dinamiche e altrettanto evocative di Giulia Pastorino, D’Anolfi si avvicina e ci avvicina a una riflessione sull’interdipendenza tra immaginazione e realtà, definendo la prima come materia primigenia da cui tutto il resto deriverebbe in seconda battuta. 
Viene anche detto in modo chiaro nella dedica: 

Sogno e poesia muovono, malgrado le apparenze, il mondo. Non smettete di crederci e continuate a sognarlo”. 

Si pensa allora all’albo Le terre immaginate (Il libro delle Terre immaginate - L'ippocampo Edizioni), che tanto efficacemente racconta il passaggio dalle concezioni filosofiche delle terre che hanno preceduto le scoperte scientifiche e oggettive; si pensa ai sogni e alle intuizioni che hanno preceduto e precedono la strutturazione di ogni conquista tecnologica; si pensa a quella voce che ci tende come lance fin dall’infanzia e che ci si augura sempre possa trasformarsi e trasformarci in realtà. Si pensa a quel luogo impalpabile collocato all’interno di ognuno, in cui le cose esistono prima di esistere. 
Si pensa anche a come l’immaginazione possa essere invasiva e infestante, tornando al giorno in cui il primo film della saga di Harry Potter si è portato via tutti i singoli maghetti che avevano albergato nella fantasia di ogni singolo lettore; si pensa a come ogni sogno strappato al sonno e condotto nel reale comporti la perdita di tutti gli altri, ridefinendo il contorno sfumato di concezioni mai del tutto coincidenti, dotandole magari di nomi, struttura, consistenza. 
Perché questo accadde, quando l’uomo uscì dai sogni iniziando a vivere con gli occhi aperti:

...il mondo smise di esistere per come lo avevano sognato la Tigre, la Volpe, la Zebra, la Giraffa, il Rinoceronte l’Ippopotamo, il Gufo, l’Orso, il Cavallo, il Cane, l’Elefante, il Maiale, l’Aquila, la Formica, la Balena e tutti gli altri animali…


Molti sono i ribaltamenti messi in atto nell’albo per questionare se non addirittura scardinare il pensiero comune che l’umano sia il solo a sognare e che solo per questo abbia il predominio anche nell’immaginazione. Del sonno abbiamo già detto, ma che dire degli animali come creatori, oppure del fatto che l’uomo non sia scaturigine di invenzione e invenzioni ma anello di un processo onirico sognato dal gorilla? Pure aprire gli occhi viene inteso come una soglia oltre la quale avviene la perdita di innumerevoli mondi interiori. Questo è il costo del risveglio: una realtà che appare più oscura del sogno stesso.


Cambiare prospettiva, conferire dignità a sogni di cui nulla si conosce e con cui è impossibile interferire, percepire come reali tutti i mondi potenziali ancora senza collocazione: questa pare essere l’unica strada per poter sperare in qualcosa di non ancora conosciuto. Tornare a sognare diventa nell’albo un atto di ribellione silenzioso e necessario, l’unica alternativa alla vera morte per tutti gli animali sconosciuti e senza nome. E forse questo è il dono misterioso e controcorrente che viene condotto al termine dell’albo: l’esortazione ad abbandonare il controllo esclusivo di quello spazio futuro che è deputato alla visione. E se gli animali non ancora nomenclati sono per l’autore gli insetti e in generale quelle parti dei regni naturali che non sono state sufficientemente esplorate, si intravede per chi legge la possibilità di confidare in quelle categorie subalterne, fortunosamente ai margini della visione precisa e cosciente dell’uomo, per la nascita di qualcosa di nuovo. 
Un sogno non ancora sognato, oppure sognato, ma non da noi…


Giorgia

“Un tempo il mondo era di chi dormiva più a lungo”, Massimo D’Anolfi, Giulia Pastorino, Terre di Mezzo 2026 
“Bestiari Erbari Lapidari” regia Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, 2024 
“Il libro delle terre immaginate”, Guillaume Duprat, L’ippocampo 2012

lunedì 22 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ORA DI CENA!

Che noia!, Felicita Sala 
Terre di Mezzo 2026 



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Era così annoiata che non le andava neanche di mangiare, e di solito, era la prima cosa che faceva, quando era annoiata. 
Era così annoiata che fece sette sbadigli rumorosi, in modo che tutti quanti la sentissero in casa. 
Era così annoiata che si mise a fare dei salti improvvisi davanti allo specchio per vedere se riusciva a cogliersi di sorpresa. 
Non ci riuscì. 
Era così annoiata che cominciò a roteare le braccia come fossero ventilatori. Poi cominciò anche a sbattere i piedi..." 

Fuori piove. 


E solo quando Rita comincia a fare con la bocca suoni strani suo fratello si accorge di lei. 
Ma nulla cambia. 
Fa prove di abilità - si stende sul pavimento e prova a ripetere noia per cento volte e a modulare la voce perché sembri profonda - ma senza successo. Si sdraia su un monte di cuscini e poi lascia andare la testa a fantasticherie: un autobus della noia pieno di passeggeri sbadiglianti e annoiati. Ma lì anche - immagina - la noia  hail sopravvento, tanto che per gli sbadigli i passeggeri erano gonfi come palloncini. E come palloncini arrivano su un'isola, l'isola della noia, dove continuano ad annoiarsi, giocando coi legnetti o mettendo su una band, o facendo due chiacchiere con le balene o scavando un tunnel fino ad arrivare a un tesoro, o ancora viaggiando nel tempo, ma anche nello spazio... 
Ops, ma non è così che dalla noia si passa, senza accorgersene, al divertimento? 

Sempre stata una grande sostenitrice del valore terapeutico della noia. 


Dal terreno fertile di quello stare lì, un po' buttati da una parte, nascono robe meravigliose. Soprattutto se a stare un po' lì "spiaggiati" sul bracciolo del divano o sul pavimento, sono proprio dei ragazzini o ragazzine che hanno avuto la fortuna di non avere come adulti di riferimento dei planners, ossia dei crudelissimi pianificatori di giornate piene. 
La noia non è di moda. Un bambino che si annoia tra le mura della sua casa è un bambino che va aiutato. Quindi va preso e portato fuori perché faccia sport o corsi di ceramica. Una bambina che non sa che fare del suo pomeriggio va curata e spinta verso una lezione di violino o buttata in una piscina a fare vasche. Tutte cose degnissime, si intende, ma che andrebbero intervallate a momenti di pausa in cui non fare nulla è il traguardo. 
Felicita Sala mi pare condivida il punto di vista. Così affida a Rita il compito di annoiarsi e di lasciar andare la testa dove vuole mentre il suo corpo continua a crogiolarsi nel tedio (per non riutilizzare la parola noia...). 


C'è da presumere che le riflessioni che Felicita Sala ha fatto siano il frutto di un'attenta osservazione di una bambina vera, probabilmente l'Agnese a cui il libro viene dedicato, che però sembra non essere una che si annoia spesso. Ma allora forse la bambina è Felicita stessa, ossia tutto nasce da un ripescaggio di suoi ricordi di infanzia. E se non si tratta di un ricordo preciso, quanto meno di una sensazione che fino a oggi non è ancora andata via. 
Di certo la Felicita bambina e la Felicita grande condividono il gusto per immaginare "a ruota libera". Entrambe hanno la consapevolezza che a lasciar andar la testa non si fa mai peccato. 
Sembra proprio che al tavolo con le sue matite intorno, la Felicita grande decida di mollare il freno e far correre la storia in un bel crescendo sempre più assurdo. Di certo sa di poter mettere questi pensieri un po' folli nella testa di una bambina, perché sa molto bene che i bambini non sono poi molto diversi dagli artisti. 
Così accade questo: il corpo della bambina Rita si accascia sul divano, si allunga sul pavimento, si specchia nello specchio, si spalma sui cuscini, poi - semplicemente - scompare! 
E non lo fa a caso, ma nell'esatto momento in cui è la sua mente a prendere il sopravvento. 
Quello che vediamo è il suo fantasticare di autobus pieni, di gente gonfia che vola sopra le nuvole, di persone che atterrano come palloncini sgonfi sulla sabbia... 


E poi, com'è giusto che sia, guadagnano la ribalta le signore coi legnetti, la band di vecchiette, la ragazzina sulla zattera, gli ambasciatori giapponesi che raspano la terra come talpe. E via andare: grandi tavole piene di colori, di genio e follia. A riportare Rita alla realtà è, come prevedibile e come vuole la norma, la voce della coscienza, una sorta di "grillo parlante", che la fa atterrare di nuovo nella realtà. A questo proposito, mi vengono in mente le parole di Beatrice Alemagna - con cui Felicita Sala parrebbe condividere non poche cose - in cui spiega che una buona storia parte sempre da un dato di realtà, poi decolla verso l'immaginario, e quindi sul finale riatterra nella realtà. Il gioco sta nell'aver fatto sì che la sospensione su quella realtà abbia lasciato un segno. 


Canone per tutti può essere Nel paese dei mostri selvaggi
E guarda il caso: qui come lì c'è una cena che li aspetta. 
Qui Rita e lì Max. 

Carla

venerdì 12 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SOTTO A CHI TOCCA! 

La musica del mio picchio, Anna Anisimova, Yulia Sidneva (trad. Tatiana Pepe) 
Telos 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Tocca a me. Conto forte fino a dieci e vado a cercare mamma. Ecco la prima porta. Poi il corridoio con la carta da parati ruvida. E l'attaccapanni morbido e pieno zeppo di vestiti. Ma mamma non c'è. Apro la porta della cucina. Drizzo le orecchie: l'orologio fa tic-tac e il frigorifero brontola, ma non si sente nessuno. Arrivo comunque fino al tavolo e cerco con la mano anche lì sotto: niente. Dovrò andare in soggiorno, in cucina non ci sono altri nascondigli. 
Dietro la porta del soggiorno non c'è nessuno. Nemmeno sotto il divano e sotto il tavolino. 
Mi avvicino alla finestra e sento il respiro di mamma..." 

Come sempre a nascondino, chi viene trovato deve poi contare e andare a cercare gli altri. Ed è quello che succede. La mamma di questa bambina, per essere alla pari con lei, si benda, conta e poi va a cercarla negli angoli più nascosti della casa. Persino nell'armadio, tra i suoi vestiti, dove la piccolina effettivamente si sta nascondendo. 


Giocare a nascondino con mamma, andare al museo di paleontologia con papà, andare con mamma a comprare i vestiti e le scarpe, oppure giocare con Taika che si profuma sempre un sacco e con il suo bambino piccolo che mette tutto a soqquadro. E poi passare l'aspirapolvere, che -con quel lungo tubo - effettivamente a una proboscide di elefante assomiglia parecchio. E poi, un altro giorno ancora al corso di disegno, per disegnarlo finalmente, quell'elefante. E con le mani. E ancora al parco con papà e poi, in un giorno di festa per tutti, andare tutti insieme allo zoo a vederlo dal vero un elefante! 


E se ancora non si fosse capito: questa è la storia di una bambina serenamente cieca. 


L'elefante invisibile (!) è il primo di quattro racconti che Anna Anisimova e Julia Sidneva hanno costruito intorno a questa bambina e al piccolo ma vario mondo che la circonda. 
Lei, che è cieca in mezzo a loro che invece ci vedono tutti piuttosto bene. Mamma, papà, nonno, il goffo amico Pavel, la sua amica Rusalska sono alcuni tra i più assidui nel ronzarle intorno. 
Ma c'è anche una magnifica bibliotecaria, Natalia, e anche una balena, che effettivamente rassomiglia molto anche a una ciambella di gomma, da usare nella neve per scivolarci sopra. E naturalmente c'è anche un picchio. 
Beh, capire che lei non ci vede quando si è già qualche capitolo in avanti, mi ha fatto pensare e mi ha fatto riavvolgere tutto quello letto finora in un'ottica (!) ben diversa. 
A ben vedere (!) la prima riflessione che si fa è quella che - se si fanno bene le cose e tutti gli adulti (tranne una) che si incontrano in questa storia sono brave persone molto consapevoli - tra il vedere con gli occhi e il vedere con il naso o con le orecchie o con le mani la differenza potrebbe non essere poi così tanta. 
Questa bimbetta riconosce dal profumo l'arrivo di Taika, l'amica di sua madre, sceglie il colore dei vestiti in base al sapore dei frutti che conosce - meglio un cappotto color mela che color pomodoro - legge con le dita un libro sugli uccelli. E come tutti i bambini è capace di far fare alla sua immaginazione prodigiose capriole. 


La seconda riflessione è proprio sul punto di osservazione, quello della bambina, e sulla scrittura che la racconta. Complice anche una leggerezza e grazia nella traduzione di Tatiana Pepe, il modo di raccontare - a parole e a figure - è così poco retorico, così lontano da ogni melensaggine, o peggio da ogni compassione. Mai letta storia così piena del verbo vedere e piena di doppi significati delle parole! Sotto a chi tocca! nello scovarli. 
A proposito di parole, mi vengono in mente quelle sentite in un'intervista a Sidney Smith alle prese con le illustrazioni di Io parlo come un fiume, una storia di difficoltà nel parlare senza incepparsi nelle parole, storia vera e ricordo di infanzia di Jordan Scott, oggi grande poeta e autore del testo. 
Sidney Smith era di fronte a un compito difficilissimo, ovvero trovare un tono per i suoi disegni che fosse altrettanto autentico e onesto come quello delle parole. Sapeva di non volere che i lettori prendessero le distanze dalla storia (io non balbetto, quindi questo racconto non mi riguarda personalmente) e nello stesso tempo voleva che si sentissero esattamente come il bambino narratore, e quindi non avessero pena di lui. 
Doveva, nelle sue tavole, trovare conferma nello sguardo dei lettori che essere balbuziente - e qui essere cieca - è una condizione di assoluta normalità: doveva far coincidere le emozioni. 
Lì, come qui, questo è accaduto.

Carla

mercoledì 27 maggio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

RIBALTARE L'IMPERATIVO
 
Una serie di scatti fotografici. Un riquadro di asfalto con la sua texture granulosa, una fuga tra le mattonelle di pavé, lussureggiante di piccole erbe verdissime. Una piccola cannuccia di succo di frutta. 
E poi un pezzetto di carta, cucchiaini di plastica, confezioni di cartoncino collassate di cui è impossibile stabilire la provenienza. Lo stecchino di legno di un ghiacciolo. Proseguendo nell’osservazione, ci si accorge che tra le immagini che si susseguono esiste uno scarto e che sia necessario guardare meglio. Perché questo albo suggerisce un esercizio di osservazione, questionando non solo cosa significhi guardare ma anche e soprattutto cosa significhi immaginare e trasformare partendo dall’osservazione.


La linea di mezzeria è un manto innevato sovrastato da un cielo plumbeo e granuloso. La cannuccia si piega come zampina di insetto, e la carta, sdrucita fino alla frantumazione, è un piccolo animale bianco, rosso e blu. 
Lontano dalla tematizzazione di certi albi illustrati – in primis vengono in mente quelli di Tana Hoban che insistono sulle forme, sulle lettere e sui colori, il grande e il piccolo, i numeri… - gli scatti di Francesca Crisafulli, alternati alle sue successive elaborazioni grafiche, raccontano e trasmettono un atteggiamento libero e creativo nei confronti di quello in cui ci si imbatte quando si sta con il naso per terra. 
Si tratta di un'osservazione che rigenera il criterio con cui definiamo osservabile qualcosa approdando a una visione senza pregiudizi, più esplorativa, esercitata verso il basso, dove stanno le cose minime e senza valore, le cose cadute, o quelle buttate via. 


 Di recente ho fatto un cammino, una cosa piuttosto impegnativa, su sentieri con un fondo di sassi, acqua, molto fango. Per procedere senza cadere era necessario monitorare meticolosamente il percorso, tenere gli occhi incollati ai tappeti di foglie, alle cortecce, ai rivoli. A un certo punto qualcuno ha esclamato che bisognava alzare lo sguardo, perché a furia di stare attenti al sentiero ci si stava perdendo il panorama. Questa affermazione, che conteneva una certa urgenza, mi ha fatto molto riflettere. Personalmente, al di là della situazione contingente, sono sempre molto attenta all’immediato circondario percorso dai miei piedi. 
Mi sono quindi chiesta il perché di questa dicotomia tra guardare in basso e guardare in alto e nello specifico perché il guardare in basso fosse considerato una perdita.


Per questo, ho trovato esplosivo l’albo e su questo mi voglio soffermare: sul punto di vista necessario per squadrare il terreno, sulla postura corporea, sulla relazione tra occhio e spazio che viene a crearsi quando camminando ci si guarda i piedi e si rilevano i colori del selciato, le forme dei tombini, i tratteggi e le texture che si susseguono mentre ci spostiamo. 
Certo: guardare in alto, lontano, il panorama, finanche il cielo ha delle indubbie accezioni positive, ma ci dispone sempre a un certo assoggettamento, una supinità di proporzioni che diventa anche impotenza di sguardo. Soprattutto poi se si è bambini, ovvero osservatori piccoli e prossimi al terreno, e nel “panorama” non rientrano solo case e palazzi e porzioni di colline tra essi, ma anche i mobili e le stanze: da questa altezza - che è anche sociale - rapportarsi allo spazio aperto comporta difficoltà di inquadramento o di individuazione di una cornice. Una riduzione che può essere annichilente non solo in merito alla percezione di sé, ma anche riguardo alle proprie possibilità di reinvenzione. 


Guardare verso il basso favorisce uno sguardo che nei confronti del mondo non è possibile avere, a meno che non si sia in aereo accanto al finestrino, o non si disponga di un drone. Si tratta dello sguardo a perpendicolo, che domina le cose e le squadra dall’alto, assoggettandole, ovvero mettendole a disposizione come oggetto dell’osservare. 
È quella che io chiamo la prospettiva di Dio, intrinsecamente generativa: piegati verso il pavimento si ha immediatamente la percezione di un’inquadratura – la naturale gittata dell’occhio – e questo favorisce la libertà di agire al riguardo. La trasformazione, si diceva appunto, e la fantasia. Da questa prospettiva, davvero – come dice Quarenghi – il mondo è un foglio grande sul quale camminare, e lo sguardo portato in giro da piccoli piedi uno strumento di indipendenza per riformulare la natura delle cose, non solo inseguendo il proprio corpo impegnato nel cammino, ma anche il proprio pensiero impegnato a connettere, immaginare e trasfigurare, dotato per una volta di gigantesco potere di revisione del reale. 


In definitiva, alla fine dell’esperienza di lettura lo stesso titolo, Guarda dove metti i piedi, vede ribaltata la propria natura: da imperativo che spesso ha il sapore di consiglio piovuto dall’alto, magari anche vagamente minaccioso - e che comunque contiene il concetto di controllo volto a schivare minacce e pericoli, prevenendo così ogni occasione di inciampare e cadere – eccolo ampliato a suggerimento gentile e divertito, volto a normalizzare un atteggiamento proattivo e trasformativo. 
Come nei libri migliori, si esce per strada con uno sguardo nuovo, uno sguardo poetico capace di individuare micromondi e bellezza.
Uno sguardo poetico che è anche politico, perché come ci rapportiamo alle cose parla anche di come ci rapportiamo al mondo e alle minutaglie che contiene. 

Giorgia

 “Guarda dove metti i piedi”, Francesca Crisafulli, Giusi Quarenghi, Topipittori 2026

mercoledì 15 aprile 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IMMAGINA CHI SIAMO 


È domenica sera, e io e Rey siamo nascoste nell’armadio dei cappotti. Odora di piedi e lucido da scarpe, cera impermeabilizzante e maltempo. 
Sento Lissa che ci chiama e mi ritiro tra le grucce, lasciandomi inghiottire dal profumo delle stagioni. La lana mi graffia la pelle come un esercito di minuscole formiche di maglia, ma non mi sposto. (…) I rumori della domenica si insinuano sotto la porta e io provo a fingere di non essere in un edificio umido e fatiscente, pieno di trovatelli, ai margini di una brughiera nebbiosa (…). 
Stringo forte gli occhi e provo a immaginare. Dissolvo i miei pensieri e sprofondo nella mia mente, e sono quasi lontano, in un posto migliore. 
- Immagina, - sussurro. – Immagina di essere in cima a una montagna fredda e ghiacciata, lontanissima. Ci siamo solo io e te… 

Fen e Rey sono poco più che bambine. Sono sorelle e sono gemelle. Vivono nella casa del Faro (Light House), un orfanotrofio ai limiti della brughiera, lontano dal paese: una sorta di confine tra il mondo abitato dagli umani e la natura selvatica. 
Nella casa ce ne sono altri di bambini e bambine, anche loro senza famiglia, ma con una piccola storia: le loro madri, abbandonandoli, hanno lasciato una traccia, una medaglietta col nome, una coperta ricamata, un paio di calzini, a volte anche una lettera in cui raccontano perché li hanno abbandonati e che prima o poi torneranno a prenderli. 
Fen e Rey una storia non ce l’hanno, e neanche un nome. 
Lissa -l’amorevole responsabile della casa del Faro- darà loro un nome e anche una piccola storia, lo sa bene che è necessario legare la vita a un'origine, che senza si è perduti. Ai confini estremi delle terre selvagge – racconta - aveva trovato due neonate dai capelli rossi arrotolate insieme a delle volpi e a due coperte che nascondevano un brandello di carta strappato, con un disegno abbozzato a carboncino che poteva somigliare a una volpe in fuga. Ecco la magia di una nascita: Fen e Rey arrivano al mondo 11 anni prima, dentro una tana di volpi, all'ora della volpe, l'istante in cui il crepuscolo incontra l’aurora provocando una luce striata di arancione come la coda delle volpi. Niente di più. Ma anche niente di più “magico”. 
Nessuna madre, nessun passato, nessuna storia familiare, nessuna nascita, solo quel racconto di Lissa che prova ad avvicinare le sorelle a un'origine. 
Sarà da questi pochi elementi che Fen e Rey potranno immaginare la loro storia: un racconto che si ripete molte volte, sempre diverso ma anche sempre uguale, sussurrato a due voci nascoste in un armadio, o in un abbraccio prima di addormentarsi e che comincia sempre con un – Immagina... e si attorciglia intorno a quei pochi elementi: una natura selvaggia, una volpe, un’assenza e il legame di una sorellanza in cui l'una è l'intero mondo per l’altra. 
Certo Fen e Rey sono anche molto diverse. Fen, la voce narrante, è la più reattiva delle due sorelle. Il suo modo di vivere l’abbandono la induce a sognare, anzi immaginare, una vita libera, oltre il recinto della casa, attratta da quella natura selvaggia da dove sembra partire la sua storia. Rey è silenziosa e riflessiva, coltiva e contempla la bellezza di quella natura senza desiderio di evasione e cerca quella madre che non conosce, come a poterla incontrare, ogni volta, nel gioco di immaginarla, di inventarla, di aspettarla. 
Un giorno una volpe si avvicina alla casa del Faro, si mostra e si nasconde, quasi un invito a seguirla e per le sorelle è come un segnale per andare incontro a quella natura che le ha partorite e al fantasma di una madre immaginata come una figura mitica, legata alle volpi e alla selvatichezza. 
"Immagina, immagina di seguire una volpe (…). Quel pomeriggio quando (Rey) mi chiede la storia, scorre liscia dalla mia bocca. Le parole colorano l’aria intorno a noi, dipingendo la volpe nella mia mente, finché possiamo vedere la sua coda spazzare la notte come una pennellata di luce. La storia diventa tangibile. Posso vedere rovi spinosi carichi di grosse more (…). Sento le punte delle dita sfiorare l’ombra di nostra madre, e per la prima volta lei è solida". 
È arrivato il momento di partire. Di andare verso la loro storia. 
Rey è sicura che la volpe le porterà dalla madre, Fen vuole solo inseguire la sua idea di una vita libera, immersa nella natura. 
L'avventura si rivela molto dura e pericolosa: c’è da affrontare una natura che non fa sconti a due bambine con poche scorte e una meta ignota. C'è da seguire flebili indizi e quella volpe che appare e scompare e la scoperta per le due sorelle di essere diverse da come si conoscevano... 
Ma è arrivato il momento di abbandonare la trama e lasciare le due sorelle alla loro avventurosa ricerca per soffermarci su qualche elemento che caratterizza questo racconto. 
Protagoniste, insieme a Rey e Fen sono: la Natura selvaggia e le Storie. 
Entrambe sono per le due sorelle uno spazio di esperienza, di trasformazione e di crescita. La Natura raccontata da Katya Balen è wildlands: selvaggia e indomita. Da un lato estranea e indifferente alle aspettative delle due sorelle, dall’altro indissolubilmente legata al loro mondo interiore: il sangue ruggisce nelle orecchie di Fen oppure ronza di dolore e di gelo, Rey lancia le sue parole come ciottoli levigati da una parte all’altra del fiume. Una connessione interiore che consente una crescita somigliante a tratti a un processo organico in cui le due sorelle imparano a fare i conti con la realtà così come lo fanno le piante o gli animali. Il legame che Fen e Rey sentono con la Natura è prima mitizzato e selvatico, poi ricomposto in una consapevolezza che ha fatto i conti con l’ignoto ridefinendo la realtà, che per le due protagoniste è la loro vita senza una madre. 
E poi le Storie. Il Gioco dell’Immagina reiterato tra Fen e Rey costituisce uno scudo all’assenza ma è anche un trampolino di lancio per ricostruire e cercare la loro propria storia, un potente motore per cercare senso e dare significato alla loro realtà. Anche in questo caso, la dimensione del narrare e dell’immaginare costituisce un territorio di trasformazione e di crescita: le sorelle partono alla ricerca della storia che immaginano su misura per loro, e colmare l’assenza che le svuota, per poi arrivare a capire che le storie sono lo strumento con cui impariamo ad esistere: la nostra storia – dirà Fen a conclusione dell’avventura - non è quella che raccontiamo a noi stessi, ma qualcosa che si trasforma e si plasma intorno a uno splendido caos di vite e persone (…) Fantasia e verità, desiderio e appartenenza: tutto è mescolato dentro di noi. I margini tra ciò che è storia e ciò che è vita sfumano, mutano in continuazione”. 
Con una scrittura poetica e quasi sensoriale Katya Balen ci dà l’esperienza di una lettura immersiva, dove gli arbusti ci graffiano, la pioggia ci inzuppa, e la volpe ci guida in una ricerca che coinvolge anche noi, mantenendoci in quel territorio liminare, anche noi in equilibrio precario tra realtà e immaginazione. Foxlight ha ottenuto un importante riconoscimento internazionale vincendo il Wainwright Children's Prize 2024, premio dedicato alla migliore letteratura sulla natura e l'ambiente per ragazzi. 
Una lettura consigliata dagli 11 anni. 

Patrizia

 "Foxlight", Katya Balen, trad. di Lucia Feolo, Einaudi ragazzi 2026 

 

venerdì 20 marzo 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SOLO DI NOTTE

Solo una notte, Andrea Antinori 
Corraini Edizioni 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Grazie anche a Manuel Marsol e Maria Chiara Di Giorgio, i cui libri sono stati indispensabili per realizzare il mio" 

Queste sono le poche parole che compaiono in questo libro e sono una dedica affettuosa a due grandi illustratori e amici. Magari inconsapevolmente (anche se quella torcia noturna...) ma un debito lo contrae anche con Flashlight di Lizi Boyd del 2014 (poi tradotto in Italia, Terre di mezzo, come Giochi di luce nel 2016)
La storia raccontata solo per immagini è presto detta: si tratta di un'escursione che un ometto fa nell'arco di 24 ore, o giù di lì. 
Parte con il suo zaino e il suo bastone una mattina. Il sole rosso splende nel cielo. Lui si incammina lungo un sentiero di montagna tra boschi e fungaie. Attraversa un fiume su un lungo ponte sospeso. Sotto di lui i salmoni saltano e gli orsi si procacciano il cibo. 


Arriva in vetta che il sole sta calando, continua sul suo sentiero in discesa e quando arriva l'imbrunire, si accampa. Monta la sua tenda canadese - una tenda rossa - in una radura. Fa un fuoco, mangia un panino e quando il fuoco si è consumato si infila in tenda per dormire... 
Quello che succede intorno a questa tenda da questo momento in poi ha dell'incredibile... 

Il libro vince nel 2023 il Premio Internazionale di Illustrazione Bologna Children's Book Fair e Fundación SM e quindi dalla stessa Fundación viene pubblicato in Spagna nel 2024. 
In Italia arriva nel 2026 ed è pubblicato da Corraini che è uno degli editori di riferimento di Andrea Antinori. 
Se c'è una bella distanza tra il modo di disegnare di Mariachiara Di Giorgio e Antinori, per quanto concerne Marsol i punti di contatto a livello visivo sembrano più facili a trovarsi. 
Primo fra tutti è l'omino.


Per chi ricorda Yokai (Fulgencio Pimentel, 2017, Manuel Marsol e Manuela Chica ai testi e Marsol da solo alle matite), libro geniale che ha avuto tante edizioni per il mondo - dalla Francia alla Corea del Sud, passando per l'Olanda - ma che in Italia non è stato pubblicato, sarà facile imbastire un legame tra l'omino in cima al monte e quello di Yokai, così come anche i due giganti, quello di Antinori e quello di Marsol (O tempo do gigante, Orfeu Negro 2015, Manuel Marsol e Manuela Chica) condividono la tenerezza, ma anche un po' l'iconografia 'pelosa' e soprattutto l'habitat, in mezzo agli abeti, come li potrebbero disegnare dei bambini. 


Ma a parte tutta questa fitta rete di legami, il libro di Antinori, come spesso quelli di Marsol o di Di Giorgio, dimostra quella magnifica capacità nel cavalcare l'immaginazione e darle tutta la briglia e tutto lo spazio di cui ha bisogno per correre e scatenarsi. Essere capaci di far vedere con tanta naturalezza l'impossibile, senza mai perdere il controllo non è da tutti. 
Andrea Antinori qui si diverte parecchio. 


Come vuole il canone di storie di questo genere - solo per citare due cardini, Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak oppure La notte di Wolf Erlbruch, si parte da un dato di realtà a cui si resta di fatto agganciati fino alla fine, ma a un certo punto da questa realtà ci si stacca e si decolla. E solo a fine libro si riatterra non lontano da dove si era partiti: di nuovo nella realtà. 
Felicemente e sani e salvi si torna a casa tra le cose conosciute. In questo senso anche MVSEUM - di nuovo Marsol su sceneggiatura di Javier Sáez-Castán, è emblematico. 
La notte, nella maggior parte dei casi, è l'habitat naturale per dar spazio all'immaginazione. A patto che non si cada nel tranello del sogno: vero spauracchio di tutti i buoni scrittori di storie per bambini... 
Così come non sognava il Max di Sendak, altrettanto non dormiva il Fons di Erlbruch. 
Anche se l'omino di Antinori si ritira nella sua canadese rossa (esce solo in mezzo alla notte per una pipì urgente) e quindi non può dirsi obiettivamente testimone di ciò che gli accade intorno, tuttavia neanche per un secondo siamo portati a credere che la fantasmagoria che avviene là intorno non sia reale.
 

Quel tempo e quello spazio non appartengono alla realtà, ma sono comunque lì a testimoniare la loro presenza. E la loro verità. E il divertimento sta proprio in questo. 
Come in un film di Hitchcock o comunque in un film di suspense, i lettori sono i testimoni consapevoli di quello che sta capitando a un protagonista inconsapevole. 
In un thriller si trema, in un libro per bambini si ride a crepapelle. 


Ed è esattamente quello che accade in questo bel libro. 

Carla

mercoledì 17 dicembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

TEMPO SERENO CON SPORADICI ROVESCI DI MAIALI 


Piovono maiali di Shiro Yadama inaugura Tekuteku, la nuova collana di prime letture della casa editrice Kirakira che dalla sua nascita nel 2016 propone una selezione di albi illustrati di autori giapponesi poco conosciuti in Italia. 
Piovono maiali mi ha attratto subito per due motivi. 
In primo luogo per il titolo: beh, insomma, che piovano maiali è alquanto particolare, direi.
Perché piovono maiali? Cosa è successo? Come se ne esce? 
In secondo luogo, per la copertina.
Il piccolo non mi pare entusiasta del fatto che piovano maiali. Direi anzi che è molto preoccupato. C’entra qualcosa? Risolverà lui la questione? I maiali, al contrario, sono evidentemente molto felici. Che sia lui l’origine della pioggia maialosa? Andiamo a leggere.


Il libro è diviso in brevi capitoli, con le illustrazioni in bianco e nero di Yadama. 
Al racconto  in prima persona di Noriyasu Hatakeyama - chiamato Mezzafrana, anni otto - si alternano stralci del suo diario, scritto diligentemente in minuscolo e illustrato a matita.
 

Nori ha ascoltato i consigli della sua maestra Kazuko: ogni giorno scrivere una pagina di diario; non farlo vedere a nessuno, in modo da poter davvero scrivere la verità, senza paura e senza vergogna; infine non temere gli errori, ma attraversarli. 
Le prime pagine che Nori mostra a noi lettori sono davvero deliziose, e seguono perfettamente le tre indicazioni della maestra Kazuko. 
Peccato che di ritorno da scuola il piccolo sorprenda la mamma leggere proprio il suo amato diario. E qui accade una cosa interessante e che ritornerà più volte nel libro: la mamma non ascolta le proteste di Nori, cambia discorso, esce di scena. Nori dunque, e giustamente, se la prende e architetta una vendetta davvero astuta: non scriverà più ciò che è accaduto durante il giorno ma ciò che accadrà il giorno dopo. 
Peccato che ciò che scrive si avvera. 
Peccato che Nori non se ne accorga subito. Da qui prende il volo la parte del libro più divertente, dove i due poveri genitori si trovano ad avere a che fare con serpenti e tempura di matite, il tutto con un aplomb che descriverei come tipicamente giapponese. Fino ad arrivare al fatidico giorno della pioggia di maiali. 
Il libro ha proprio la voce del piccolo Nori, ma non solo poiché il diario è pieno dei suoi disegni che Yadama riproduce in maniera incredibile. 
Mi ha molto sorpresa e divertita questo mondo adulto che circonda il bambino che allo stesso tempo è prepotente nell’indifferenza alle sue preghiere, tanto quanto è succube del potere magico di Nori. Allo stesso tempo ho goduto del terreno di libertà che Nori attraversa scrivendo un Diario del Domani, lasciando libera la sua mente e anche prendendosi delle libertà nei confronti degli spioni, fosse anche sua madre. 
Il racconto è ricco di termini giapponesi che alla fine del volumetto appaiono in un glossario molto utile. Ci sono altre due pagine importanti alla fine, firmate da Yadama, dove lo scrittore invita a tenere un ‘diario di domani’ per allenare la mente verso terreni non scoperti, per pensare in modo originale, per non dare tutto per scontato, un ammonimento che oggi come non mai ci appare importante.
Questo libro è uscito in Giappone nel 1980 e dopo pochi giorni è andato subito esaurito. Da allora viene ristampato continuamente. 
Siamo davvero grati a Kira kira per questo testo e brindiamo alla sua nuova collana di prime letture per ragazzini e ragazzine intorno ai sette anni: in alto i calici! 
Che piovano maiali! 

Valentina 

"Piovono maiali", di Shiro Yadama, trad. Roberta Tiberi, Kira kira Edizioni 2025