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lunedì 22 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ORA DI CENA!

Che noia!, Felicita Sala 
Terre di Mezzo 2026 



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Era così annoiata che non le andava neanche di mangiare, e di solito, era la prima cosa che faceva, quando era annoiata. 
Era così annoiata che fece sette sbadigli rumorosi, in modo che tutti quanti la sentissero in casa. 
Era così annoiata che si mise a fare dei salti improvvisi davanti allo specchio per vedere se riusciva a cogliersi di sorpresa. 
Non ci riuscì. 
Era così annoiata che cominciò a roteare le braccia come fossero ventilatori. Poi cominciò anche a sbattere i piedi..." 

Fuori piove. 


E solo quando Rita comincia a fare con la bocca suoni strani suo fratello si accorge di lei. 
Ma nulla cambia. 
Fa prove di abilità - si stende sul pavimento e prova a ripetere noia per cento volte e a modulare la voce perché sembri profonda - ma senza successo. Si sdraia su un monte di cuscini e poi lascia andare la testa a fantasticherie: un autobus della noia pieno di passeggeri sbadiglianti e annoiati. Ma lì anche - immagina - la noia  hail sopravvento, tanto che per gli sbadigli i passeggeri erano gonfi come palloncini. E come palloncini arrivano su un'isola, l'isola della noia, dove continuano ad annoiarsi, giocando coi legnetti o mettendo su una band, o facendo due chiacchiere con le balene o scavando un tunnel fino ad arrivare a un tesoro, o ancora viaggiando nel tempo, ma anche nello spazio... 
Ops, ma non è così che dalla noia si passa, senza accorgersene, al divertimento? 

Sempre stata una grande sostenitrice del valore terapeutico della noia. 


Dal terreno fertile di quello stare lì, un po' buttati da una parte, nascono robe meravigliose. Soprattutto se a stare un po' lì "spiaggiati" sul bracciolo del divano o sul pavimento, sono proprio dei ragazzini o ragazzine che hanno avuto la fortuna di non avere come adulti di riferimento dei planners, ossia dei crudelissimi pianificatori di giornate piene. 
La noia non è di moda. Un bambino che si annoia tra le mura della sua casa è un bambino che va aiutato. Quindi va preso e portato fuori perché faccia sport o corsi di ceramica. Una bambina che non sa che fare del suo pomeriggio va curata e spinta verso una lezione di violino o buttata in una piscina a fare vasche. Tutte cose degnissime, si intende, ma che andrebbero intervallate a momenti di pausa in cui non fare nulla è il traguardo. 
Felicita Sala mi pare condivida il punto di vista. Così affida a Rita il compito di annoiarsi e di lasciar andare la testa dove vuole mentre il suo corpo continua a crogiolarsi nel tedio (per non riutilizzare la parola noia...). 


C'è da presumere che le riflessioni che Felicita Sala ha fatto siano il frutto di un'attenta osservazione di una bambina vera, probabilmente l'Agnese a cui il libro viene dedicato, che però sembra non essere una che si annoia spesso. Ma allora forse la bambina è Felicita stessa, ossia tutto nasce da un ripescaggio di suoi ricordi di infanzia. E se non si tratta di un ricordo preciso, quanto meno di una sensazione che fino a oggi non è ancora andata via. 
Di certo la Felicita bambina e la Felicita grande condividono il gusto per immaginare "a ruota libera". Entrambe hanno la consapevolezza che a lasciar andar la testa non si fa mai peccato. 
Sembra proprio che al tavolo con le sue matite intorno, la Felicita grande decida di mollare il freno e far correre la storia in un bel crescendo sempre più assurdo. Di certo sa di poter mettere questi pensieri un po' folli nella testa di una bambina, perché sa molto bene che i bambini non sono poi molto diversi dagli artisti. 
Così accade questo: il corpo della bambina Rita si accascia sul divano, si allunga sul pavimento, si specchia nello specchio, si spalma sui cuscini, poi - semplicemente - scompare! 
E non lo fa a caso, ma nell'esatto momento in cui è la sua mente a prendere il sopravvento. 
Quello che vediamo è il suo fantasticare di autobus pieni, di gente gonfia che vola sopra le nuvole, di persone che atterrano come palloncini sgonfi sulla sabbia... 


E poi, com'è giusto che sia, guadagnano la ribalta le signore coi legnetti, la band di vecchiette, la ragazzina sulla zattera, gli ambasciatori giapponesi che raspano la terra come talpe. E via andare: grandi tavole piene di colori, di genio e follia. A riportare Rita alla realtà è, come prevedibile e come vuole la norma, la voce della coscienza, una sorta di "grillo parlante", che la fa atterrare di nuovo nella realtà. A questo proposito, mi vengono in mente le parole di Beatrice Alemagna - con cui Felicita Sala parrebbe condividere non poche cose - in cui spiega che una buona storia parte sempre da un dato di realtà, poi decolla verso l'immaginario, e quindi sul finale riatterra nella realtà. Il gioco sta nell'aver fatto sì che la sospensione su quella realtà abbia lasciato un segno. 


Canone per tutti può essere Nel paese dei mostri selvaggi. 
E guarda il caso: qui come lì c'è una cena che li aspetta. 
Qui Rita e lì Max. 

Carla

lunedì 18 novembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL TROPPO PIENO 

La visita, Núria Figueras, Anna Font (trad. Francesco Ferrucci)
Kalandraka 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"La piccola volpe rimase sola nella tana. Fuori stava calando il buio, ma si sentivano ancora il baccano delle taccole e gli schiamazzi dei passeri. 
All'improvviso bussarono alla porta. Toc, toc, toc. 
- Chi è? - chiese la volpe. 
- Sono il Silenzio. -rispose una voce. 
- Vattene! la mamma mi ha detto di non aprire a nessuno. 
- Mi io non sono nessuno. Sono semplicemente il Silenzio. 
La volpe ci pensò per un po'." 

E poi ha aperto. Quello che si trova davanti e alto e grosso e la guarda dritta negli occhi. 
Entra nella tana e fa la cosa che fa il silenzio: si espande. La piccola volpe si è naturalmente pentita, ma ormai il Silenzio è dentro e la tana e quindi bisogna farci i conti. "Merenda?" propone, pensando che se il Silenzio ha la pancia piena, non avrà voglia di mangiare lei... 
Non sembra pericoloso. "Balliamo?" è la seconda proposta della piccola volpe.
Ma - è ovvio - che se mette la musica lui sparirà. Ma come si balla senza musica? Si può fare, si può fare... Da quando lui è nella tana, tutti i rumori consueti sono spariti dalle orecchie della volpe, uno solo è rimasto: la voce dei suoi pensieri. 
Dai, non è poi così male... anzi è addirittura bello acciambellarsi nel Silenzio e addormentarsi... 

Illustrare una cosa che non è visibile, come lo è il Silenzio, non è una sfida da poco. 
Piuttosto rara è la situazione: pensiamo al vento che è stato la sfida di Fabian Negrin, o il vuoto che è stata quella di Catarina Sobral. 
E di questo libro, sono proprio le due sfide che contiene che mi hanno colpito: provare a parlare del silenzio e provare a disegnarlo. 
Anche la Giuria del premio di Compostela deve averlo notato e lo ha premiato nel 2023. 


Anna Font si è inventata una figurona - il testo lo dice chiaro: il silenzio era alto e grosso. Ma è riuscita a renderla contemporaneamente enorme ed evanescente. Un profilo di matita bianca, tondo, e grande quanto la pagina intera capace di espandersi anche in quelle doppie, occupandole quasi per intero. Proprio come uno potrebbe figurarsi il silenzio. Un 'qualcosa' o un 'qualcuno' che entra in un luogo e lo riempie, ma non si mostra. 
La trasparenza riguardo allo spazio che occupa è lì sotto lo sguardo della volpacchiotta e di noi lettori. 
Se da un lato il testo in sé non mi è parso particolarmente brillante, dall'altro l'idea di parlare ai più piccoli di una cosa che con la pervicacia tipica del mondo adulto viene tenuta a distanza, come se fosse il demonio, mi è sembrata una bella sfida. 


E a questo 'demonio' mi ha fatto pensare sabato mattina Chandra Candiani. 
Parlando dei messaggeri celesti - la vecchiaia, la malattia, la morte e la via che i primi tre fanno per arrivare a noi - argomento del suo ultimo libro - alla domanda di Cimatti su cosa ci tenga istintivamente lontani da loro, Candiani ha risposto con la sua adamantina chiarezza: il troppo pieno. Che porta come conseguenza a uno degli spauracchi più spaventosi del nostro mondo: il vuoto e il silenzio. 
Ed ecco che il cerchio si chiude. 
Percepire e accettare tanto il vuoto, potremmo anche aggiungere la noia, quanto il silenzio non è affatto una condizione scomoda, o peggio deprecabile. Al contrario dovrebbe essere considerata in qualche modo necessaria per poter permettere ai nostri pensieri di essere accoglienti nei confronti di quello che arriva. 


E invece no. Riempiamo di suoni, più o meno gradevoli, più o meno ascoltati, di sicuro distraenti, riempiamo di immagini, più o meno gradevoli, più o meno guardate, di sicuro distraenti, riempiamo di cose da fare, di azioni e attività, dal nuoto alla ceramica a quattro mani, la vita dei più piccoli, ma anche la nostra ben inteso, e non gli/ci permettiamo di potersi/ci annoiare o peggio ancora non gli/ci lasciamo nessuna possibilità di imparare a stare 'in pace' con un po' di silenzio intorno. 
Ragionare con loro, e anche con noi stessi, dello stare in silenzio a non fare, e magari addirittura istigarli a pretendere che questa anomalia nei confronti della consueta frenesia accada nelle loro giovani esistenze già 'troppo piene', potrebbe essere un atto rivoluzionario. 
Potrebbe. 

Carla

lunedì 11 luglio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA TEORIA DEL CAOS E I SUOI DERIVATI 

Tutta colpa del barattolo, Luca Tortolini, Maria Gabriella Gasparri 
Sinnos 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Era un giorno come tanti e mi annoiavo un po’. Me ne andavo in cerca di qualcosa da fare quando ho visto un barattolo. Era tondo, lucido e perfetto. Ho preso un po’ di rincorsa e SBANG! 
Il barattolo è volato via e ha preso il lampione: SBUUUMM! Dal cassonetto sotto il lampione è schizzato fuori un topo. Dal davanzale della finestra di fronte è partito un gatto..."


Neanche a dirlo, gatto e topo sono sfrecciati davanti al cane dei vicini che ha cominciato a inseguirli. Allora si sono infilati nella stalla dei Roses e, avendo sfondato la parete di legno, hanno permesso all'intera mandria di bufali di correre nei prati, finalmente libera. 
All'inseguimento ci si sono messi i guardiani a cavallo e la bambina, quella del barattolo. 


Così, topo, gatto, cane, bufali, cavalli, bambina, tutti correndo galoppando, scappando e inseguendo, sono entrati in città. E dopo averla messa a soqquadro, ne sono usciti e il topo, che guidava il gruppo all'inseguimento, essendo lui il primo della lista, ha pensato bene di dirigersi verso la diga. 
E sul parapetto, presumibilmente esausto, finalmente si è fermato e ha guardato tutti quelli, ed erano tanti - di sicuro troppi, che lo inseguivano e ora erano ammassati contro quel parapetto... 
 
Alan Turing lo teorizzò nel Cinquanta, a proposito dello spostamento di un elettrone; poi ancora Edward Lorenz nel 1962 costruì un modello matematico su quello che poi è diventato il c.d. 'effetto farfalla', termine che forse a Lorenz venne in mente, ispirandosi a un racconto di Ray Bradbury. A Sound of Thunder è del 1952 e racconta di un turista nel tempo che, pestando inavvertitamente le ali di una farfalla, genera una sequenza crescente di sciagure per l'intera umanità.
'L'effetto farfalla' è qualcosa di analogo all'effetto domino, o alla reazione a catena, ma con esiti che arrivano sempre a essere macroscopicamente più grandi, ossia che prevedono una crescita esponenziale della portata dei vari eventi che si susseguono. Non è una differenza da poco. 
Le tessere di un domino messe in piedi a poca distanza le une dalle altre, cadranno una dopo l'altra creando un bell'effetto visivo, ma non molto di più. Mentre se il battito delle ali di una farfalla in Brasile potrebbe - secondo quel modello matematico di Lorenz - generare un tornado in Texas, dopo aver fatto il giro del globo, l'impatto nel nostro immaginario è ben più significativo. 


Ed è triste ammetterlo, anche molto più divertente. Anzi comico. 
In letteratura, come nella settima arte, questa questione è stata ampiamente raccontata. 
Al principio, in particolare il crescendo dal minuscolo al grande, fino a raggiungere la catastrofe, è stato più volte 'messo in scena' con esiti anche di altissimo valore. 
Ma dopo poco anche il lato comico trova una sua strada narrativa e visiva. Tra il serissimo elettrone di Turing e la leggendaria farfalla di Lorenz, ossia tra il 1950 e il 1962 si insinua un libro geniale. 
Un grandissimo autore e illustratore, esattamente nel 1957 pubblica The Day the Cow sneezed. Lui è James Flora, un gigante.


Il suo esilarante libro scritto e illustrato magnificamente arriva, lento ma inesorabile, anche in Italia nel 2011 con il titolo: Il giorno in cui la mucca starnutì. 
Sulla scia di tutti questi eventi, a distanza di altri undici anni, quindi dopo 65 anni da Flora arriva il libro scritto da Luca Tortolini e illustrato da Maria Gabriella Gasparri. 
Viene da pensare che il tema non abbia perso il suo appeal nel corso del tempo. 
E per di più che anche lo stesso libro di Flora abbia giustamente fatto scuola. 
Se li si mette vicini, la cosa che colpisce a prima vista è il tipo di disegno, ma ancora di più la scelta della palette cromatica. 
Flora ha l'esigenza di selezionare solo pochi colori, per le pagine che si alternano a quelle in bianco e nero. E' costretto a farlo per motivi di risparmio in fase di stampa (quasi tutti i libri pubblicati nel Dopoguerra si distinguono per questa caratteristica: il grande foglio di stampa ha i colori solo su un lato, mentre l'altro è in bianco e nero, circostanza che nella fascicolazione provoca l'alternanza tra colore e b/n) e così ne sceglie tre, oltre al nero: rosa arancio e verde. 
Stessa scelta, forse in chiave filologica o forse per sensibilità, la fa Maria Gabriella Gasparri che sostituisce al verde l'azzurro, ma lascia rosa e arancio sostanzialmente invariati.


Come fa Flora, anche lei si diverte a distorcere, anche se con maggiore timidezza, i profili dei personaggi e soprattutto usa la doppia pagina per spargerli ovunque in quella loro folle corsa verso il finale, senza tenere troppo in conto l'alto e il basso, il diritto e il capovolto: lo chiamerei effetto centrifuga. Molto giusto. 
Raggiungere l'effetto pirotecnico delle tavole di Flora, modernissime con i fondi neri, oppure giocare sull'appiattimento delle forme come fa Flora è arduo. Tuttavia saper riconoscere il valore di libri del genere e farne tesoro è di nuovo molto giusto. 

Anche per quel che riguarda il testo, arrivare alla quota di Flora non è impresa facile. Sebbene il titolo sia un po' meno evocativo, e sebbene la catena di eventi che mette in sequenza Luca Tortolini sia più corta e meno fantasmagorica rispetto a quella di Flora, tuttavia in alcuni punti i due testi si toccano: alcuni personaggi - topi e gatti che sono ideali per gli inseguimenti; e in qualche modo anche il contesto, ossia la fattoria di partenza e la città. 


Ma è soprattutto è nel nocciolo della questione che entrambi raggiungono il medesimo effetto: essere maledettamente comici. 
Diversi, invece, i due finali, su cui è d'obbligo tacere. 

Carla

domenica 16 febbraio 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


STILEBORANDO

Niente da fare, Silvia Borando
Minibombo 2020


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)

"Quando in giro non c'è niente da fare... qualcosa da fare prima o poi salta fuori!"

Questo è ciò che capita a un ragazzino dalla maglietta a righe e dai capelli tagliati con la scodella. Si annoia fin dalla copertina e il titolo gli è appena caduto in testa. La noia continua anche dopo, quando si affaccia al bordo della prima pagina in cerca di qualcosa che possa attirare la sua attenzione. 



Un semicerchio grigio, che pare proprio un sasso tondo su cui inerpicarsi, si rivela essere il carapace di una accigliata tartaruga. Si scende e fine del divertimento. Il successivo elemento che attira la sua attenzione è un albero a cui rami sarebbe divertente appendersi. Se non fossero le corna di un cervo indispettito...


Si scende e fine del divertimento. La passeggiata del bambino annoiato prosegue e quel fiorellino diverso potrebbe essere raccolto, se non fosse il codino di un leprotto spaventato...si salta ma poi è fine del divertimento. Con quella palla rossa, nella pagina successiva, potrebbe essere divertente giocarci a calcio, se non fosse che è il guscio di una chiocciola risentita. Forse tutto questo camminare stanca quelle due gambette corte quindi quella sedia gialla arriva al momento giusto, se non fosse che è il fondo schiena di una giraffa seccatissima.
Solo l'ultimo incontro sembra essere foriero di gioco e divertimento in compagnia, ma non per tutti...
Ma per scoprirlo bisogna addirittura chiedere il libro e arrivare con gli occhi attenti fino alla quarta di copertina.

In perfetto 'Stileborando' anche questo libro tutto bianco e silenzioso si può annoverare nella schiera dei 'libri cattivelli' che ogni tanto Minibombo sforna.



In perfetto 'Stileborando' tutto ruota intorno alla forma delle cose. E alla loro relativa trasformazione. Dagli acquerelli magnifici della Agostinelli di Sembra questo sembra quello è stata percorsa diversa strada e qui è tutto molto 'geometrico', compresa la testa e i capelli di quel bambino che non ha niente da fare. Il gioco per un bambino piccolo però si ripete ogni volta con lo stesso gusto (magari un po' meno stimolato sotto il profilo estetico, ma pazienza) e dopo ogni giro di pagina, qui come allora si disvela la forma completa e quindi l'animale che il bambino è andato a disturbare. Il colore che cambia di volta in volta favorisce la comprensione, fatta eccezione per la coda punk del leprotto.
Il particolare che però lo rende più divertente e inaspettato del solito sta nell'uso che la Borando ha deciso di fare del libro, in quanto oggetto, in sé.
Così i risguardi finali sono portatori di un pezzo importante della storia che si può dire effettivamente conclusa solo nell'ultimo spazio utile di un libro: il piatto della quarta di copertina. Ed è lì che si genera la definitiva risata. La anomalia sta nel fatto che di solito al gesto di chiusura di un libro corrisponda il silenzio della storia e non una bella risata che - convenzionalmente - è contenuta tra le pagine e non oltre.
Il dubbio che viene 'maligno', in perfetto 'Stileborando', è che nella paginazione si siano fatti male i conti e che quindi la storia sia andata lunga, oltre lo spazio canonico. Ma invece è decisamente più probalbile che proprio per stupire i propri lettori si siano valicati alcuni confini poco esplorati finora.


Un unico rischio però c'è: il lettore medio e distratto - che non sia troppo avvezzo al fatto che negli albi illustrati tutte, ma proprio tutte, le parti del libro valgono per sé, contribuendo a dare valore e senso a parole e immagini, alla narrazione- se ne accorgerà per tempo che non finisce tutto con un doppio a tennis, dato che su quel campo non sono in quattro, ma in cinque?

Carla

lunedì 9 luglio 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


NEL CUORE DELL'INFANZIA
 
Il Club della Via Lattea, Bart Moeyaert (trad. di Laura Pignatti)
Sinnos 2016


NARRATIVA PER MEDI (dagli 8 anni)

"Quella notte, al buio, Max mi disse che non c'era posto per me nel suo letto. Io avevo appena attraversato la stanza e non avevo il coraggio di girarmi o di tornare indietro.
C'era sempre il rischio che mi perdessi nel cuore della notte.
Era quel momento in cui il giorno passato non c'era più e il giorno dopo non era ancora incominciato. Non avevo la più pallida idea di come lo sapessi, non avevo la più pallida idea se fosse vero, ma era meglio non rischiare."

Se ci fossero dubbi: Max è il maggiore, Oscar è il minore dei due fratelli.  Tre ragazzini, Oscar Emma e Max in un'estate strana: passata a fare 'niente'. Un gruppo di tre è di fatto già un club, e quel tetto di capannone dove si incontrano tutti i giorni è la loro clubhouse. Controllare la gente che passa lungo la Via Lattea all'incrocio con via delle Rose è la loro attività di rilievo, nella fattispecie verificare che il vecchio bassotto soprannominato Dottor Jekyll compaia all'angolo nel giusto orario, seguito dalla altrettanto vecchia padrona soprannominata Nancy Sinatra...
Questa è quella bella noia estiva, dietro cui si nascondono però altri malesseri: una mamma lontana per pensieri ingarbugliati, una zia che sta per morire. Per cacciarli lontani, i pensieri hanno bisogno di altri pensieri e Jekyll e Nancy sono un'ottima scusa: da un giorno all'altro, sono spariti nel nulla? E perché proprio ora che quei tre hanno scommesso su chi per primo dei due morirà?

E' un fatto: ci sono autori che sanno raccontare l'infanzia meglio di altri.
Bart Moeyaert è uno di loro. Il racconto attento di soli due giorni di vita di questi tre ragazzini e di tutto il mondo che li circonda può distendersi senza fretta in poco più di un centinaio di pagine.
Ed è un piacere assoluto leggerlo, per merito anche di una sensibile traduzione di Laura Pignatti, sua voce italiana.
Con la stessa onestà che possiede un videoregistratore, Moeyaert racconta e sembra quasi sparire: è talmente tanto nascosto dietro il suo racconto, che chi legge sente solo la voce del piccolo Oscar, Os, segue i suoi dialoghi frequenti e spesso trepidanti e soprattutto i suoi bellissimi monologhi interiori. E in questi riconosce pezzi della propria infanzia o di quella dei propri figli, alunni, nipoti. Insomma di altri bambini veri. Un universo infantile perfettamente centrato in una porzione di realtà in cui agiscono e si intersecano piccoli nuclei affettivi, specchio di una società complessa: un padre che lavora troppo e una madre fuggitiva che stanno cercando di capire come salvare il loro matrimonio, una famiglia malinconica per una morte incombente, una coppia di emigrati che si arrangiano con una lingua non loro e con un lavoro 'ai margini', una madre e una figlia che vivono lontane dai modelli convenzionali. Sono un pugnetto di personaggi che costituiscono il piccolo mondo relazionale di questo ragazzino.
Ed è forse qui la grandezza maggiore di Moeyaert, quella di aver saputo capire che il mondo di un bambino si può circoscrivere sufficientemente anche in un incrocio di due strade e in relazioni interpersonali che si contano sulle dita di una mano.
La seconda sua abilità, che condivide con altri autori comparabili e olandesi come lui e mi riferisco a Kuijer, sta nel saper leggere e ricostruire in ambito letterario la società con uno sguardo laico e maledettamente onesto con il risultato di non scalfire mai la complessità della vita reale.
La terza sapienza che mi sento di attribuirgli ha a che fare con la prima.
A mio parere, Bart Moeyaert è allo stato attuale dell'arte uno dei migliori narratori di storie di fratellanza. Con la delicatezza e l'attenzione che sempre distingue la sua ricerca introspettiva dei personaggi, spesso si è soffermato sulla specifica relazione che esiste tra ragazzini e ragazzine consanguinee. Visto che in passato, ha già avuto modo di mettere a fuoco il tema, con Fratelli (Rizzoli, 2011) di impronta autobiografica, e ha convinto molti suoi lettori e lettrici, me compresa, si conferma qui che sull'argomento abbia avuto modo di ragionarci a lungo, fin da quando aveva quattro anni....

Carla

venerdì 29 giugno 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


ELOGIO DELLA NOIA
Un arcobaleno tutto mio, Alessio Di Simone, Alessandro Di Sorbo
Verbavolant 2017



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Oggi papà non c'era, io e mamma abbiamo pranzato assieme.
Ho mangiato tutto.
Fuori pioveva.
C'era la cotoletta con le patatine. Ho mangiato una mela per frutta.
Poi mamma è tornata al lavoro e io mi sono messo a fare i compiti."

È un mercoledì pomeriggio di pioggia.
Da solo: papà è fuori, mamma dopo pranzo deve tornare a lavorare e come per incanto la casa è tutta sua. I compiti da fare: matematica e storia e intanto fuori piove. Piove sempre di più. Grandi nuvoloni all'orizzonte portano un acquazzone. In quel tempo fatto di niente, quel ragazzino guarda la pioggia cadere; dalla poltrona la vede e la sente cadere dentro e fuori la tazza presa dall'acquaio e messa sul balcone. Così, solo per vedere l'effetto che fa.


A incanto si aggiunge altro incanto nell'arcobaleno che pare nascere da quel balcone e finire dove tutti gli arcobaleni finiscono: in una pignatta piena di oro.
È necessario partire, lo zaino è sempre pronto, per seguirne il percorso, per arrivare alla magia. Ma poi torna mamma.

Un pomeriggio di noia, merce rara per bambini e bambine di oggi. In una sorta di horror vacui, gli adulti temono la noia dei propri figli, interpretandola come sintomo di una latente e incipiente solitudine del soggetto annoiato, oppure come mancanza di spirito organizzativo di che ne amministra le attività. Annoiarsi è da sfigati.
Eppure, la noia, gli adulti di oggi dovrebbero ricordarsela molto bene. E se non fossero distratti dalle routine quotidiane, ne concederebbero a palate anche alle nuove generazioni. Essa, la noia, fornendo il dovuto riposo alla mente, è spesso portatrice di grandi pensate, progetti e idee. Perché negarsela e negarla ad altri?


Ad evidenza Alessio Di Simone il tempo fatto di niente lo ricorda molto bene se riesce a raccontarlo con tanta precisione. Qui, alla noia di un pomeriggio solitario, si aggiunge la pioggia, che diventa immediatamente attraente e oggetto di interesse.
E come spesso accade, dopo la pioggia arriva il sereno e con lui l'arcobaleno. Sorta di ponte 'naturale' tra la realtà e la magia, nessuno può sottrarsi al suo fascino. I sette colori dell'iride compaiono in un insieme armonico e soprattutto si mostrano senza annunciarsi.
Gli arcobaleni fanno così: un certo punto appaiono nel cielo e stan lì e altrettanto in silenzio spariscono quando meno te lo aspetti. Esattamente come accade anche in questo libro. In una sorta di metalinguaggio, pagina dopo pagina, la storia di un pomeriggio piovoso, si trasforma, colore dopo colore, in un arcobaleno ricomposto. 


Come? Ogni doppia pagina di questo leporello lungo più di 2 metri porta con sé le sfumature dell'iride: a sinistra rosso, arancio, giallo, verde, blu e violetto, a destra il testo che, un po' come eco, ne ripete nella grafica la tonalità cromatica. E sul retro il grande arcobaleno si dipana in tutta la sua lunghezza. 

 
Ho imparato e insegno a mia volta a ragionare sui libri mettendo in chiaro il più possibile i punti di forza e le debolezze che essi contengono. In questo libro convivono serenamente entrambe: la forza sta in questa narrazione lieve, autentica nella descrizione di un pomeriggio di noia di un bambinetto, probabilmente ripescata tra ricordi personali; sta anche in questa lingua scritta che pare parlata. E soprattutto sta nell'oggetto in sé che è un bel cimento per chi ha dovuto allestirlo. Impercettibili, quasi invisibili le giunte dei fogli, nelle mani di un sapiente quanto caparbio professionista tipografo.
Bravo, bravo, bravo.
La debolezza a me pare una sola, ovvero due che, per combinazione, aprono e chiudono il libro. All'inizio una copertina 'aliena' dal resto delle immagini, che non sa dialogare con esse. Su questa si appoggia un titolo un po' 'spento'. Alla fine, invece, il testo scivola su una frase a effetto (che si guadagna anche la quarta di copertina) che, tuttavia, suona altrettanto 'aliena', se messa in bocca a un bambino. 
I bambini vanno verso l'altrove e vivono spesso l'incanto, ma non ne parlano. Una delle differenze tra noi e loro.

Carla

lunedì 4 dicembre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

WALTER E L'ADENOSINA

Il bell'addormentato, Pieter Gaudesaboos, Lorraine Francis
Sinnos 2017


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Walter dorme a colazione.
Dorme mentre dipinge.
E dorme perfino al parco giochi.
'Svegliati Walter!', dice sua madre, quando lui si addormenta nel bel mezzo della visita all'Acquario'.
'Svegliati Walter!', gli dice il poliziotto..."


Walter è un bambino sempre stanco: dorme anche quando è in piscina, alla sua festa di compleanno e durante il temporale, nonostante i tuoni.
I suoi indaffarati genitori non ne possono più e decidono di porre rimedio al sonno inestinguibile del loro bambino. Vanno da un dottore vero e da un dottore che va in televisione, ma nessuno dei due riesce nell'intento. 


Attraversano la giungla per raggiungere una saggia guaritrice, tuttavia, nonostante la sua potente pozione lo scombussoli un bel po', il sonno lo riacchiappa e Walter si addormenta di nuovo. A niente portano le sirene dei pompieri, i ragni, la macchina del solletico o una orchestra di 75 elementi. Neppure essere 'palleggiato' da una squadra di basket lo fa desistere dal suo letargo.
Più di ogni fragore e di ogni sbatacchiamento possono invece le leccatine di un cane arrivato da chissà dove.
Non sarà che tutto quel grande sonno nasceva dalla grande noia che Walter doveva combattere ogni giorno?

Non è più un sospetto: è scienza. Uno studio condotto dall'Università di Tsukuba ha dimostrato con un esperimento condotto su topini da laboratorio che l'area del cervello deputata al piacere, il nucleus accumbens, 'accende' o 'spegne' i suoi neuroni, stimolati da una molecola,l'adenosina. In tal modo gli scienziati sono riusciti a indurre sonno e veglia anche in condizioni avverse (forte luce o orario abituale di sonno dei topi). Il passo successivo è stato verificare che sull'adenosina dei topini incidono fattori motivazionali, come per esempio la presenza nella stessa gabbia di cioccolato, giocattoli o esemplari dell'altro sesso. In queste circostanze i loro neuroni del sonno si sono messi a riposo e i topini, come se niente fosse, hanno dormito molto meno e si sono divertiti molto di più.
Visto che le cose, a livello molecolare, stanno così, occorre ripercorrere all'indietro la storia di Walter e vedere cosa gli ha provocato questo surplus di adenosina nella testa. Nulla delle parole di Lorraine Francis fanno sospettare qualcosa, mentre illuminanti in tal senso sono i disegni di Gaudesaboos.
In piscina, mentre lui dorme in acqua suo padre e sua madre lavorano alacremente ai loro computer, senza degnarlo nemmeno di uno sguardo. Al parco giochi Walter dorme sull'altalena e nessun altro è nei dintorni. All'acquario padre e madre sono lì a digitare assorti su cellulare e tablet e la piovra ha gioco facile su quel bambino addormentato.
Alla sua festa di compleanno, l'invitato più giovane ha almeno quarant'anni e lui precipita nel sonno e nella torta. 
E intanto l'adenosina cresce cresce e cresce.
Per inibire la molecola del sonno, occorre un giocattolo o meglio ancora, qualcuno con cui condividerlo.
Qui le parole e le immagini convergono sull'inibitore naturale: quel cane che entra in casa, raggiunge Walter sulla poltrona e gli lecca il collo, per non mollarlo più.


Si riconferma la grandezza della chimica, ma soprattutto di Gaudesaboos che, con quel suo tratto indagatore del dettaglio, già in passato aveva convinto stuoli di critici con il bel libro Una scatola gialla. Anche in quella storia testo e immagini invitavano all'acutezza dello sguardo e del pensiero e si spalancavano verso il finale silenzioso e gigante. 
A ogni rilettura uscivano nuovi dettagli utili a comporre una visione d'insieme sul senso ultimo della storia. 
Senza fare dichiarazioni, d'altronde i designer per mestiere si affidano di preferenza alla comunicazione per immagini, Gaudesaboos va deciso alla meta, costellando le tavole di ironia e ammiccamenti verso il pubblico degli adulti: dalla prima pagina con la marca del computer paterno fino all'ultima immagine con la meritata punizione di un ciarlatano, nel buio di una città addormentata.


I più piccoli, dal canto loro, sapranno apprezzare e sosterranno l'idea che un cane ti salva sempre la vita, soprattutto se sei piccolo e un po' solo; riconosceranno i cheerios sparsi quasi ovunque, la loro torcia-cane (con carica a mano) e, di tavola in tavola, andranno in cerca dei topini bianchi, forse usciti dal laboratorio del professor Yo Oishi di Tsukuba.
Ma questa è un'altra storia...

Carla

Noterella al margine. Peccato che il silenzio dell'edizione originale sugli animali che tornano ad ammiccare dalle pagine, nell'edizione italiana sia stato interrotto dal suggerimento di cercare topi, tigre e cane.
L'attenzione e il gusto della scoperta sono un valore in sé.