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venerdì 31 luglio 2026

ECCEZION FATTA!

HAI LE SCARPE CHE SCRICCHIOLANO! 


Avrò sufficiente cura delle parole per scrivere di un libro che si intitola
La cura delle parole? 
La domanda fa tremare i polsi e scricchiolare le scarpe...
Non so. 
Intanto però si può dire che questo strano libro funziona così: settantasette parole che diventano titolo e quindi spina dorsale di brevi racconti. I racconti, alcuni lunghi alcune pagine, altri fulminei, che si esauriscono in poche righe. Tutti rigorosamente autentici (tranne uno che spero, in tutta onestà, inventato a p. 198), che Cristina Bellemo ha collezionato e messo in ordine. 
I criteri con cui organizzare del materiale sono spesso molto interessanti, almeno per me. Qui la logica che li mette in sequenza sembra essere l'affinità fra le storie e anche - ma non ne ho certezza - un cammino lungo la linea del tempo: il tempo della sua vita. 
Nessun prevedibile ordine alfabetico in questo curioso dizionario (c'è la parola Dizionario, ovviamente), quanto piuttosto un piacere tutto interiore nel costruire un piccolo gioiello, creato dal semplice gesto di costruire una collana, mettendo assieme perlina dopo perlina lungo un unico filo, per il semplice gusto di dire: dopo questa ci starebbe bene quest'altra... Queste hanno qualcosa in comune, una segreta armonia che le tiene vicine. 
Per esempio: cicatrice e buchi... Molto divertente. 
Tutto parte da un ricordo di infanzia molto vivido; la scoperta in quarta ginnasio di una parola nuova: antropologico. Parola che ha a che fare con il lemma greco ἄνθρωπος, uomo. Rivelazione, illuminazione e successiva appropriazione della nuova arrivata: nel successivo tema in classe, la giovane Cristina ne ficca dentro almeno quattro, ad evidenza tutte a sproposito, visto che le ritornano segnate in rosso dal professore che, a scanso di ulteriori fraintendimenti e false speranze, le dà anche un voto basso. 
Eppure. Quel voto basso ha generato in lei, ragazzina studiosetta e riflessiva, la relativa conclusione: le parole non si possiedono mai. Di volta in volta, vanno sempre riconquistate, a ogni uso nuovo che se ne intende fare. 
Ed eccola lì, Cristina Bellemo che, sulle orme della sua maestra Franca, su quelle di alcuni suoi professori, comincia a modellare la sua passione che da allora le attraversa la vita. 
Ed eccola lì, Cristina Bellemo che mette lì perlina dopo perlina pezzettini della sua infanzia, della sua adolescenza e della sua età adulta. 
Di ogni racconto non solo cura le parole, ma cura il senso che hanno per lei. Va da sé che molte di esse sono lo spunto per raccontare, attraverso nessi anche inaspettati, la creazione del proprio sé, del proprio scrivere - in versi e in prosa che sia. 
Ecco. I nessi. Ossia l'attitudine nel vedere fatti che potrebbero essere considerati insignificanti, il germe di qualcosa che mette invece radice solida per la solidità di un carattere, di una professione, di una persona. Per intenderci: che bella idea leggere a posteriori episodi semplici del proprio passato ed essere allo stesso tempo così tanto lucidi e altrettanto visionari nel voler attribuire loro il ruolo di semi fecondi. 
Questo succede molte volte in questo libro. 
L'altro grande valore, lasciatemi dire, vicino all'inestimabile è lo sguardo (che tanto trovo collimare con il mio) nei confronti dell'infanzia. E si concretizza in singoli incontri avuti con legioni di ragazzini e ragazzine. 
Ovviamente la parola Infanzia nel libro rappresenta una sorta di summa teologica di tutto quello sfrigolio di piccoli episodi. 
"I bambini sono capaci: sia nel senso dell'abilità al pensare e al fare, sia nel senso della capienza, cioè dello spazio vuoto e dunque ospitale, disponibile ad accogliere per slancio di curiosità." 
Grande verità.
Ora, come offrire loro occasioni di nutrimento di detta curiosità, è un altro fatto, che genera qui tra le pagine un appassionato j'accuse nei confronti di tutti quegli adulti che non sono, o non sono stati, in grado di vedere e quindi di rispettare e fermarsi a un passo dall'alterità dell'infanzia... ma questa è una storia annosa e triste e non mi va di scriverne ora. 
Ma di parole che raccontano bambini e bambine, ragazzi e ragazze ce ne sono un bel numero: Ragazzi e ragazze, ovvio, Ingenuità, Delusione, Talento, Lentezza... Tra loro, alcune possono essere utilizzate come guida (c'è anche la parola Guida) non richiesta su come provare a posare su di loro occhi affettuosi, accoglienti ed attenti. 
Poi ci sono delle vere e proprie perline rare e lucenti: dialogo tra sorelle alla parola Divertiti, oppure a pag. 205, il lemma è Segreto e ancora: la geniale domanda di una bambina che si legge alla voce Taccuino, Quaderno e, per chiuderla qui, il bel ragionamento di un ragazzino di quarta, consapevole di un'etimologia alternativa della parola Solidale... 
Intorno a tutto questo gran raccontare di Cristina e di ciò che le riempie giorni e notti, ci sono loro: le parole, ossia la loro disponibilità a farsi interrogare, analizzare e mettere sotto un vetrino di microscopio per poi eventualmente sgusciare verso una poesia. 
Un catalogo, ossia qualcosa di più complesso di un elenco (di elenchi si parla alla voce Elenchi...), in cui ciascuno può scegliere da dove partire, dove fermarsi, dove spiccare un salto o fare una capriola. 
Questo è per dire che questo è un perfetto livre de chevet, e che così va letto e setacciato con cura (!). 
Esattamente come è stato setacciato con cura (!) quando è stato scritto. 

Carla 

La cura delle parole, Cristina Bellemo Edizioni Messaggero di Padova 2023.

lunedì 27 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incatare)

LA SUA VALLE (II PARTE) 

Il piccolo popolo del fiume. Come i Sassifonde affrontarono la grande piena
Nicoletta Gramantieri, Irene Penazzi 
Il Castoro 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni)

Ancora sensazioni. 
La terza riguarda la forma prescelta e la consapevolezza che Gramantieri e Penazzi, in questo libro di poco meno di duecento pagine, sono come pane e burro - perfette insieme.


Appunto. Qui entrano in gioco il lavoro di Irene Penazzi e il conseguente piacere di seguirla nell'accuratezza delle sue scenette tra un blocco di testo e l'altro (solo talvolta in tavole a piena pagina). 


Si tratta di un libro di narrativa illustrata, ossia a chi sta alle matite, ovvero alla matita - eccezion fatta per i risguardi - è dato tutto lo spazio possibile entro un confine che però è esiguo rispetto al testo. 
Non siamo di fronte agli universi di Claude Ponti, come per esempio La mia valle o La notte degli Zefirotti o ancora Biagio che hanno a disposizione un grande formato, pagine a colori e tanto spazio per grandi tavole. Ma siamo comunque di fronte a una storia di piccole creature che si muovono nel verde, un tratto di fiume boscoso, e agiscono in un reticolo di luoghi costruiti a loro misura, quindi altrettanto in miniatura. La brulicante visione di piccoli universi cui Irene Penazzi ci ha abituato a partire da Nel mio giardino il mondo è assolutamente perfetta. Sono una gioia i piccoli scenari casalinghi, pieni di dettagli, in cui si vedono in azione i molti personaggi della storia, tutti rigorosamente con le pinne ai piedi... 


La quarta sensazione che si prova leggendo Il piccolo popolo del fiume è quella del costante brusio di fondo, prodotto delle molte altre storie di popoli minuscoli, sconosciuti ai più, oppure di mondi cresciuti sul greto di fiumi o torrenti che siano, di piccole società virtuose che si prodigano per il bene comune, oppure ancora di personaggi che portano nomi indimenticabili, pieni di senso e frutto - ciascuno - di una scelta pensata e mai furbetta. 
L'andatura scelta e il ritmo dato al racconto rientrano in un canone preciso. 
La volontà di ispirarsi a precisi topoi letterari - primo fra tutti il fiume con la sua acqua in perenne movimento, generoso ma anche pericoloso, oppure anche l'albero come luogo perfetto da abitare in condominio, sembra confermare una precisa scelta prospettica e di cadenza. 
Da De Fombelle a Norton, passando per Cosseau fino ad arrivare al Greenriver di Holly Webb, per citarne solo alcuni, si percepisce che molte altre storie, molte altre letture siano a monte di questa. Che questo brusio sia consapevolmente cercato o che invece sia solo il risultato di una scrittura che abbia attraversato e si sia nutrita di molte altre, non fa differenza. 
Proseguendo di sensazione in sensazione, si direbbe che tra le righe e non solo tra le righe si senta l'esigenza da parte di chi scrive di raccontare anche qualcos'altro, qualcosa di più profondo e significativo. Qualcosa che non riguarda solo quelle creaturine verdi a cui ci siamo affezionati, ma qualcosa che ci riguarda tutti come umanità. 
Due casi esemplari sono le pagine dedicate alla biblioteca e quelle che ruotano intorno al grande evento della piena. 
Della prima, e dei bibliotecari che l'hanno in custodia, si dice un gran bene: è il luogo dove si conservano e si condividono i saperi e le storie, dove il passato diventa presente e anche futuro. 
Analogamente anche la grande piena, di fronte alla quale il piccolo popolo del fiume cerca di trovare un'efficace difesa, è una piena in sé e letterariamente parlando un innesco per l'avventura, ma è anche un simbolo molto chiaro di un pericolo più generale e duraturo per l'intera comunità. Non credo di sbagliare troppo se percepisco che dietro la grande piena raccontata si debba leggere qualcosa di molto più reale e attuale: il cambiamento del clima che mette in pericolo il nostro pianeta. Lo proverebbe il fatto che anche nel dipanarsi del racconto dalle quelle case sugli alberi, appese come grandi goccioloni ai rami più alti, non si torna indietro. Le abitudini del piccolo popolo si modificano in modo irreversibile. Così come non si torna indietro da un disastro climatico. L'unica cosa possibile, ammesso che sia bastevole, tanto nella storia quanto nella realtà, è provare a modificare i propri criteri di vita. Se così è, a salvare il libro da un pericoloso scivolone nella retorica interviene di nuovo la lunga militanza ed esperienza di Nicoletta Gramantieri sulle barricate che da anni cercano di difendere la grande letteratura da quella mediocre, di proteggere i propri utenti di biblioteca, ma più in generale tutti i lettori e le lettrici, dalle infide paludi che si nascondono nel panorama variegato della letteratura per l'infanzia.


Questo è per dire che Il piccolo popolo del fiume lo si può leggere come un libro di avventura pura di un manipolo di creaturine in pericolo, ma anche come storia che interroga i propri lettori su questioni ben più universali. 
E in questo, mi parrebbe di cogliere un ideale lettore o lettrice che, forte di una più lunga esperienza tra i libri, abbia maturato la consapevolezza che le storie sono innanzitutto storie, ma possono essere anche molto altro. 

Carla

venerdì 24 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA SUA VALLE (I PARTE)

Il piccolo popolo del fiume. Come i Sassifonde affrontarono la grande piena,
Nicoletta Gramantieri, Irene Penazzi
Il Castoro 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA per MEDI (dai 7 anni) 

"Si narra che i loro piccoli vengano depositati direttamente dal fiume sulla porta della casa in cui sono destinati a vivere. Si tratta di un evento molto raro: questi doni del fiume capitano solo ogni cinquant'anni. 
Cinquant'anni nelle vite dei Sassifonde sono una misura in realtà non troppo lunga; pare, infatti, che ognuno di loro, di anni, ne viva almeno trecentocinquanta. 
Queste lunghe vite le trascorrono sul greto, fra i sassi, in abitazioni comode costruite con sterpi e fango, occupando il tempo nel rendere confortevoli e contenti i giorni." 

I Sassifonde sono esserini alti circa 6 centimetri, orecchie tonde e occhi grandi. Rassomigliano vagamente a dei ranocchi, per via delle loro zampine palmate e perché il verde è il colore loro prediletto per vestirsi. I capelli sono biondini tendenti, anche quelli, al verdognolo del muschio dei sassi che si trovano sul greto del fiume dove loro abitano. Almeno per adesso. 
Divisi in sei diverse colonie che si sono insediate lungo le tre anse successive del fiume, per capirci quelle che vanno dal gorgo piccolo fino alla rupe alta, vivono in quella valle da millenni e si narra che al principio fossero molto numerosi, mentre ora saranno poco più di cento. Ma per loro fortuna gli uomini non li hanno mai visti davvero. 
Ciascuno di loro, all'arrivo, ossia quando il fiume lo consegna a chi dovrà prendersene cura, ha un nome che gli viene assegnato e che in qualche modo lo rappresenta. E ciascuno di loro è, o per meglio dire, si sente parte di questa piccola ma operosa comunità. Ogni Sassifonde ha una caratteristica precipua, un carattere ben definito, passioni e attitudini precise intorno a cui ruotano le sue attività e che segnano il contributo che dà per il benessere della piccola società di cui è parte integrante. 
Questa è la loro storia. 
In realtà è la storia di una parte importante di essa, un momento epocale della loro vita, lungo poco più di un anno. 

Sono molte le sensazioni che si provano leggendo questo piccolo libro, circa centosessanta pagine, tra il color verde muschio e il color verde acqua.
Per prima cosa si capisce che qualcuno ci sta portando in un altrove. 
Tutti i segni sono lì a dimostrarlo: a partire dalla mappa dei luoghi nei risguardi, fino alla sezione delle loro originali e nuove abitazioni sospese. 
Come tutte le buone storie di questo genere, è necessario che chi legge non trovi sbavature o imprecisioni. Tutto l'impianto deve funzionare come un orologio svizzero in modo che il lettore accetti di buon grado di farsi condurre in un luogo sconosciuto e allo stesso tempo identificabile, ma solo in parte. A quello stesso lettore va garantito, altrettanto, il gusto di poter lasciare alla partenza ogni certezza, come anche quello di sentirsi capace, con lo scorrere del tempo, di orientarsi da solo in questo mondo tutto nuovo.
Non tutto gli va detto, ma pagina dopo pagina, lo si deve convincere della bellezza del viaggio e in qualche modo gli vanno garantite, con parole e fatti, piccole sorprese, ma anche la possibilità di ritrovare la strada di casa con una bussola personale. 
In questo senso vengono in mente i bellissimi mondi minuscoli di Kitty Crowther, che sa portare i propri lettori in piccoli universi nascosti, li sa mettere di fronte a ogni sobbalzo emotivo, ma si impegna anche a ricondurli sani e salvi alla base. Naturalmente cambiati, come dopo ogni viaggio che si rispetti. 
Insomma, se si vuole portare il proprio lettore in un altrove occorre che questo altrove abbia una propria coerenza interna, bella robusta. 
E qui accade. 
La seconda sensazione che si ha fin dal principio (in realtà un po' dopo, magari muniti - almeno al principio di un calepino per segnarsi i nomi dei molti e brulicanti personaggi) è quella di fare la conoscenza di un'umanità riconoscibile, ma sotto mentite spoglie. 
Per essere più precisi, in questo caso particolare, di un'umanità migliore di quella che è nota. 
E anche questo accade.  
Nella tessitura dei personaggi è possibile riconoscere quel tanto che li rende familiari, ma nello stesso tempo si cerca di organizzare i loro rapporti interpersonali, i loro affetti, le loro cure reciproche in modi alternativi a quelli reali. In quel mondo di là, si vedono di fatto nascere famiglie, anche se i piccoli li porta il fiume, si vedono coppie che si formano e si separano con serenità, si vede gente invecchiare e morire senza lacrime e drammi: tutto è sempre un po' diverso da come avviene nel mondo di qua. 
E soprattutto, sopra ogni cosa, regna un'armonia profonda e diffusa. Ragione ulteriore che segna una netta distanza con il mondo reale. 
E a proposito di questo popolo di Sassifonde (già il nome è lievemente più strano del prevedibile), va notato quanto solidi e rispettosi siano i legami che li tengono assieme: una vera e propria rete senza smagliature in cui ciascuno fa la sua parte. 
E la fa con la robusta convinzione che sia per il bene comune!

 Carla 

[continua]

venerdì 17 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ZIP ZAP WICKETY WACK

Chi è che fa beee? Grosso guaio in fattoria, Matthew Diffee 
(trad. Sara Ragusa) 
Terre di mezzo 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"La mucca fa: 'Muuu'. Il cavallo fa: 'Hiii'. 
La pecora fa: 'beee'. 
La capra fa: 'Ehi, aspetta un attimo. Sono io che faccio bee'. 
'Però l'ho detto prima io'. 
'Ma se io belo da quando ero piccola' 
'Oh, oh, e adesso cosa facciamo?'" 

Sono riuniti tutti nella stessa fattoria e discutono di questo bel problema. Pecora, capra, mucca, cavallo, cane, maiale, papera, gallo e anche una rana. 
Visto che capra e pecora hanno il verso in comune, cercano di distinguersi. 
La pecora pensa di fare oink, ma il maiale giustamente protesta. Allora la capra pensa che un bel qua potrebbe fare al caso suo, ma quella è la battuta dell'oca e l'usurpato chicchricchì da parte della pecora fa infuriare il legittimo proprietario, ossia il gallo. 
La pecora, pensa che ti ripensa, escogita un verso che di sicuro in quella fattoria non si è mai sentito e quindi non è di pertinenza di alcuno... E il verso fa esattamente: zip zap pimpeti pam bing bang walla balla flip flap criccheti crack brim ding dilly. 
Ma all'orizzonte c'è già qualcuno che lo sta reclamando... 

La buona idea e il buon disegno fanno il valore di questo libro. 


Partiamo dal buon disegno: Matthew Diffee sa tenere molto bene la matita in mano. Cartoonist per importanti testate, come il New Yorker e il Texas Monthly, lo fa da almeno 25 anni con enorme successo e con grandi riconoscimenti da parte del pubblico e della critica. 
Questo è il suo primo albo illustrato e quindi si sta muovendo secondo un ritmo e con un'ampiezza che non sono quelli suoi consueti: non più un colpo e via. Si gira pagina. 
Anche se effettivamente, a guardare bene, anche qui ogni doppia pagina è fulminante come una vignetta. Ma non divaghiamo. 
Stabilito il passo diverso, Diffee decide quindi di creare un contesto che sia il più classico, canonico e rassicurante possibile (persino nella scelta del font): fattoria, animali, versi degli animali... 
E come li disegna? Di nuovo nel modo più classico, canonico e rassicurante possibile. Nessuna deroga a mettere nel disegno elementi anomali: non è nel suo stile. Intendo dire, neanche quando fa il vignettista puro. 


Gli animali sono molto riconoscibili e potrebbero essere usciti da un libro inglese per bambini di fine Ottocento. Nessuna deroga all'antropomorfizzazione o, peggio, alla caricatura. Ripeto: non è nel suo stile. 
Sono disegnati sulla pagina il più delle volte fuori contesto: solo ogni tanto appoggiati su un praticello verde o una balla di fieno.


L'unico elemento di arredo è uno spigolo del recinto, che è necessario a livello narrativo. Solo alla fine, quando decide di allargare il campo visuale, si vede un magnifico fienile, anch'esso prototipo della categoria iconografica delle fattorie, granai e fienili americani. 
E chiudiamo con la buona idea. 
A tal proposito, consiglio a tutti di sentirsi 15 minuti esilaranti quanto illuminanti sulla teoria delle buone idee che Matthew Diffee nel 2013 ha tenuto in una TEDx
Il libro in questione di buone idee ne ha diverse. 
A parte quella di partenza, abbiamo visto finora che è stata una buona idea trovare questo preciso modo per raccontarla (ovvio anche visivamente). 
Questa storia si regge esclusivamente su un serrato dialogo tra animali. Non esiste nessun narratore esterno, né narrazione che vada al di là del ritmato botta e risposta tra i vari personaggi. Tutto si regge sulle onomatopee dei vari versi, fino ad arrivare a una vera e propria apoteosi sonora, che nel titolo inglese del libro fa bella mostra di sé, mentre nell'altrettanto pimpante traduzione di Sara Ragusa, rimane nascosta all'interno delle pagine. 
Finito questo gioco, Diffee decide di mettere a ragionare i propri attori sul tema di fondo, che- ancora solo nell'edizione originale - viene anticipato già anche nel sottotitolo. 
Per una volta, invece, TdM decide coraggiosamente di mantenere il mistero. 
Come ogni buon cartoonist, Diffee affida ai propri lettori il gusto di scoprire da soli il joke finale. 


L'eloquente gioco di sguardi che più volte si ripete è irresistibile, ma silenzioso!
Firlate, gente, firlate!

Carla

lunedì 13 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

QUESTA CASA (NON)  È UN ALBERGO

Il mio pazzo amore che brucia
, Jenny Jägerfeld (trad. Laura Cangemi) 
Iperborea 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"Un elenco di cinque cose che sarebbero state più piacevoli che essere innamorato di ADRIAN! 
1. Mettermi nell'occhio delle gocce di tabasco. 
2. Usare come guanti due vespai. 
3. Fare il bagno con un tostapane. 
4. Farmi i buchi nelle orecchie con una perforatrice. 
5. Andare a vivere con un grizzly che ha problemi di aggressività. 
Premetti i palmi uno contro l'altro, intrecciai forte le dita e pregai dio. Dissi che ero disposto a scambiare l'innamoramento per Adrian con uno dei punti della lista." 

Alla soglia dei suoi tredici anni, a meno di due mesi dal campo scuola, a Sigge sta cambiando parecchio la vita. 
Sua madre ha preso la grande decisione di andare a vivere con i suoi tre figli in un appartamento, a debita distanza dal Royal Grand Golden Hotel di Charlotte, ossia dal grande albergo, ossia dall'ampio albergo che sua madre, donna e nonna piuttosto eccentrica, dirige e che attualmente li ospita. 
Sua madre è stata vista armeggiare intorno a Tinder. 
Anche nel cuore di sua nonna ci sono movimenti interessanti quanto insospettati. E anche nella sua casa/albergo sta cambiando parecchio. E forse le due cose sono in qualche misura anche connesse. 
Sua sorella Majken continua a parlare parla e parlare AD ALTISSIMA VOCE,  ma è riuscita a entrare in una squadra di calcio, anzi due. E a diventarne anche la capitana. E a proposito di calcio, lei continua ad avere un'adorazione sconsiderata per suo padre che, da parte sua, pur avendo sfiorato la morte, continua a essere un uomo e soprattutto un genitore quaquaraquà. 
Sua sorella piccola Bobo, al contrario parca di parole, ha deciso, con tutte le ragioni del mondo, di voler chiudere con la terribile scuola materna, ossia con uno dei sorveglianti, che la terrorizza un giorno e l'altro pure. 
L'amicizia con Juno va a gonfie vele e con essa tutti i progetti messi in piedi, di cui il più geniale è l'app per animali solitari. E a questa certezza affettiva si aggiunge una certa qual popolarità in classe, dovuta, almeno al principio, alla sua riconosciuta abilità con la matita in mano. Solo Hugo continua a prenderlo di mira. 
Anche con il pattinaggio - tra lame e roller - le cose sembrano migliorare. Fino al "grande salto", il celebre salto Sigge! 
E poi c'è Adrian. La sua testa si incendia ogni volta che lo vede: quando si incrociano per caso (!), ogni volta che fanno un po' di strada assieme (!), ogni volta che chattano per serate intere (!), ogni volta che, chiacchierandoci, capisce di non essere per lui uno qualunque. 
Questi sono i 58 giorni che lo separano dal campo scuola ad Esterön... 

Si sa, l'estate segna sempre una svolta. Almeno a quell'età. E allora, che estate sarà per questo pugnetto di ragazzini e ragazzine? 
"... casette rosso Falun con spigoli bianchi. Due camere con due letti a castello ciascuna, per un totale di otto posti. Odore di terra e di chiuso. Tappeti fatti al telaio con gli stracci e vecchi pavimenti di legno. Carta da parati giallina che in qualche punto si è staccata. Karl-Johann, Sixten, Adrian e io in una camera. Maja Juno, Bella-Bjö e Miriam nell'altra." 
Non può andar male. 
Il dubbio che mi ha assalito è stato: ma io ho già detto tutto il bene possibile di Jenny Jägerfeld e dei due precedenti romanzi della saga di Sigge, in particolare. Cosa posso aggiungere? E allora mi sono resa conto di aver gioito per Sigge, Adrian e Juno e co. ma non è di questo che vorrei parlare. Lo faranno già tutti gli altri. È nelle pieghe che mi è parso di vedere una cosa cui in precedenza avevo solo accennato: con quanta onestà Jenny Jägerfeld offra a tutti il mondo adulto, drammaticamente vero e fuori dagli stereotipi di comodo: se ne incontrano di grandissimi, di generosi, ma anche di fragili o sgangherati. Li dispone sulla pagina con grazia e cura, dà loro spessore e quindi li offre a chi legge: grande o piccolo che sia. 
Per chiarire, segnalo tre episodi illuminanti. 
Il primo caso è quello di Svedrik (raccontato al quarantaseiesimo giorno dalla partenza), il patrigno di Sigge e padre di Majken e di Bobo. Vede la morte in faccia quando una nocciolina gli si pianta in gola e rischia di soffocarlo. 
Il fatto: è lui stesso a raccontarlo in una patetica videochiamata, lo fulmina "sulla via di Damasco" e gli cambia del tutto (!) lo sguardo sulla propria vita e apparentemente anche su quella dei suoi cari. Da qui: il tatuaggio sulla pelle dei propri figli, li tartassa di sms in cui parla a vanvera di limonate, ma continua a essere un pessimo padre, in fuga dalle responsabilità, in fuga dall'età adulta. 
Una delle più lucide ed esilaranti pagine sul senso dell'essere cattivi genitori che mi sia mai capitato di leggere di recente... 
Il secondo caso riguarda Hannah, la madre dei tre fratelli (raccontato nel ventitreesimo giorno dalla partenza). 
Interno notte, appartamento nuovo di zecca, lievi singhiozzi che si odono dalla cucina al buio. Lì Hannah, con la testa sul tavolo, si chiede che altro possa fare per offrire la giusta e necessaria felicità e pace ai propri figli e nello stesso tempo cercare di garantirsi un briciolo di dignità personale. 
Una delle più lucide e commoventi pagine sul senso dell'essere bravi genitori che mi sia mai capitato di leggere di recente... 
Il terzo e ultimo caso riguarda Charlotte, la nonna dei tre fratelli (raccontato in tre parti: al diciottesimo e al dodicesimo giorno dalla partenza e nell'epilogo). 
Esterno giorno, una cantina, una porta verde che si apre su una parete gialla... 
Una delle più geniali e commoventi pagine sul senso dell'essere bravi genitori, anche a fine carriera, che mi sia capitato di leggere di recente...

Carla

venerdì 10 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FINALMENTE IN BRAGHETTE DI TELA

Finalmente in campeggio!, Philip Waechter (trad. Anna Patrucco Becchi) 
Babalibri 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Di tanto in tanto in campeggio può capitare che piova. Allora ci mettiamo al riparo nei nostri sacchi a pelo e giochiamo a carte. Questa volta il temporale è stato particolarmente violento! Se la pioggia dura più di due giorni, però, diventa noioso. 
E se poi si aggiunge anche il vento, la situazione si fa piuttosto spiacevole. Questa volta il temporale è stato particolarmente violento..." 

Ma anche se il vento ha sradicato la tenda e, solo dopo lunghe ricerche con gli altri campeggiatori, è stata ritrovata - e anche se è un po' lacera - è stato bello rimontarla e ripararla tutti assieme. 


Il bello del campeggio è proprio questo: essere tutti un po' più uguali in braghette di tela, stare tutti abbastanza vicini, e darsi una mano quando ce ne sia bisogno. 
Per questa ragione, tutte le estati, finita la scuola, la famiglia parte, caricando la macchina fino all'inverosimile (d'altronde in campeggio sono mille mila le cose che servono), farsi dieci ore di macchina per poi arrivare al campeggio al mare. E lì provare a vedere se ancora si sa montare una canadese... 
Il bello del campeggio è che tutto è già un po' conosciuto: i vecchi amici che sono già lì, il ristorante con la pizza di Pepe, la bottega dove anche un bambino può comprare il pane e il latte per la colazione del mattino. 
Il bello del campeggio è che ci si può divertire se si è iperattrezzati e iperorganizzati o se non lo si è per niente. Ci sono camper con la veranda per cucina e frigo e tende canadesi con fornelletti instabili e senza possibilità di tenere in fresco il burro... 
Il bello del campeggio è che si sente tutto: dall'amaca dove ci si dondola si ode il vicino che di notte russa e la radio a palla del dirimpettaio durante il giorno. 
Questo è il dettagliatissimo quanto autentico racconto di una vacanza indimenticabile perché, ovviamente, è in campeggio! 

Ci sono autori e ci sono argomenti che mi calzano a pennello. 
Ecco. Qui in un solo libro si presentano entrambi. 
Partiamo da Waechter. 
Confermo questa sensazione che si prova leggendo i suoi libri: l'assoluta mancanza di retorica nel racconto che si snoda con altrettanta assoluta naturalezza, leggerezza e armonia, pur essendo ricco di contenuti. 
Se si dovesse riassumere in una frase il suo talento: è un prodigioso narratore, con parole e figure. 
Sia che racconti cosine piccole, sia che vada più a fondo, Waechter ha la capacità di catturare il lettore e di evocare nei suoi pensieri interi mondi riconoscibili. 
E qui si arriva alla seconda questione, ossia il tema trattato: le vacanze di un bambino in campeggio. 


Sono piuttosto convinta, anche sulla base di una buona casistica e di una pluriennale esperienza, che i bambini che hanno avuto la fortuna di crescere con un animale accanto e quelli che hanno avuto per sorte dei genitori che li hanno portati in campeggio crescano più felici. 
Da questo nessuno mi smuove né può convincermi del contrario. 
Ma a parte questa mia rigidità di fondo, da adulti campeggiatori non è possibile non notare quanto Waechter parli con precisa cognizione di causa di questa esperienza. Se ne potrebbe cogliere un segnale inequivoco nei lunghi ringraziamenti che ci sono alla fine del libro. 
Ma questo lo capiranno ancora meglio tutti quegli adulti che conoscono quel tipo di vacanza lì. Si riconosceranno su ogni pagina, sia che siano stati campeggiatori accessoriati, sia che abbiano conquistato Capo Nord in canadese. 
E questo fa un po' la differenza, ossia la capacità di questo grande autore di essere così profondamente onesto con i propri lettori, nel momento in cui decide di raccontare qualcosa. Sia che si metta nei panni di orsi e volpi, sia che inanelli aneddoti sulla propria esperienza di campeggiatore negli anni. 
Tutti riconosceranno la pila di piatti e pentole da lavare o l'estrazione di chi debba portare la spazzatura nei cassoni all'entrata del campeggio... si riconoscerà nell'indipendenza conquistata dai bambini, si riconoscerà nel fittume di tende e roulotte, nella promiscuità con i vicini, nella bellezza di essere tanti e tutti assieme, nella gioia di scoprire cose nuove e di ripetere cose già fatte. 
Riconoscerà miriadi di dettagli e dovrà convenire che l'elenco che Tim fa di cosa non bisogna assolutamente dimenticare di mettere in valigia è semplicemente perfetto. 


Ma ci sono come al solito una miriade di minuscoli dettagli che, a mio parere, riassumono in sé il senso ultimo e la bellezza di una vacanza all'aria aperta. 
Sulle orme di Waechter, ognuno peschi nei propri ricordi... 


E mentre si aspetta che il libro esca in libreria, il 17 di luglio, si monti l'amaca.

Carla

domenica 5 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL FRICCICORE

Semplicemente Kerstin, Helena Hetlund, Katarina Strömgård 
(trad. Samanta K. Milton Knowles) 
La Nuova Frontiera Junior 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 9 anni) 

"Secondo Kerstin è tutto stranissimo quando la mamma non c'è. Niente è come al solito, non c'è nulla di divertente. Le stanze sono vuote e desolate. A tavola sono pochi e sulla sedia della mamma è seduta solo l'aria, si vede tutto lo schienale marrone. Nessuno accende la lampada gialla e calda sul davanzale della finestra, nessuno accende la radio. Il papà è più silenzioso del solito quando non ha la mamma con cui parlare, tutta la casa sembra silenziosa e inquieta. È come se ci fosse un grosso buco, quando la mamma non c'è.'Ti manca?' domanda papà. Kerstin annuisce. Nello stesso istante dalla tasca del papà si sente un suono." 

È lei, la mamma, che ha appena mandato un messaggio: ciao amori miei, mi mancate! oggi sono stata dal parrucchiere a farmi la cresta!
Da una settimana è a Mallorca con la sorella: 7 giorni di vacanza per staccare da tutto e per sancire con una svolta rispetto alla solita routine, la crisi dei suoi quarant'anni. 
Torna il giorno successivo e all'apparenza ci sono evidenti cambiamenti in lei, che Kerstin non apprezza: i capelli corti che stanno dritti sulla sua testa e un tatuaggio con un cuore e al centro una K. Una kappa sospetta. 
I cambiamenti non sono roba da Kerstin, la destabilizzano. 
E in questo momento intorno a lei sono molti i segnali che le cose sono in continua evoluzione. 
A parte il look di sua madre, a parte la sua vacanza senza di lei e papà, anche la sua maestra Lotten sta lasciando la cattedra perché tra poco le nascerà un bambino e al suo posto sta arrivando il maestro Kenneth. 
E come se non bastasse, anche la madre di Gunnar, esasperata dai cinghiali che le arano il giardino ogni notte, minaccia di voler tornare a Stenungsund, da dove erano arrivati meno di un anno fa. 
Cambiamenti nell'aria sono anche sul fronte Fatima: la loro amicizia, seppure trascinata nella noia, non esiste più. Adesso Fatima è tutta presa dal divorzio di sua madre ed è entusiasta di poter avere due di tutto: due camere, due case, due papà... 
Ma sotto sotto Kerstin, forse suggestionata da tutta questa gente che se ne va o minaccia di andarsene, è lì che si macera all'idea che tra suo padre e sua madre le cose non siano più come prima. E che all'orizzonte ci sia la loro separazione. 
Semplicemente Kerstin è un'altra porzione di vita di questa ragazzina e del fedelissimo e imperdibile Gunnar con il quale si lanciano in incauti acquisti online di pipì di lupo contro i cinghiali e con cui 'condividono' disegni di famiglia. 
Ancora un po' di bugie, ancora soluzioni estemporanee per salvarsi all'ultimo minuto, ancora qualche dubbio esistenziale, qualche paura e una buona dose di incertezza, perché essere bambini - si sa - è un mestiere difficile. Ed esserlo, circondati dagli adulti, lo è ancora di più! 

La cosa fantastica che succede con questo libro in mano rassomiglia molto al friccicore che si prova nell'incontrare di nuovo un vecchio amico. Anzi, una vecchia amica. 
Se da una parte c'è la gioia di rivedersi, dall'altra - inevitabilmente - c'è il brivido di non riconoscerne più le cose che di lei ci piacevano. 
Ecco. Qui si prova questo friccicore. Della prima Kerstin ci erano piaciute tantissime cose. Ci eravamo subito affezionati a lei. Ma ora è passato più di un anno dal tempo in cui la leggevamo... e se Helena Hedlund non ce l'ha conservata con la dovuta cura? E se Helena Hedlund ha perso smalto e ispirazione nella sua scrittura densa e piena di ironia? E se Helena Hedlund ha deciso di renderla meno bugiarda, più matura, meno impulsiva, più sicura di sé... solo per il fatto che ha un anno di più? E se ha reso gli adulti più performanti e meno fallaci?
No panic.
I profili dei personaggi che ronzano intorno a questa ragazzina sono ancora lì, nitidi: il maestro Kenneth sostituisce magnificamente la maestra Lotten. 
Fatima continua - anche se ha smesso i videogiochi e i tappeti da pettinare - a essere una ragazzina un po' vanesia, in perfetto contrasto con lo spessore emotivo di Kerstin con cui entra in confronto. 
Gunnar continua a essere un meraviglioso visionario e costruttore di alternative. Il padre e la madre di Kerstin sono sempre lì a fare da pilastri portanti, fondamenta robuste su cui far crescere la loro bambina, a dispetto dei suoi traballamenti, dei suoi dubbi e delle sue incertezze. 
Smentendo il sospetto che le seconde prove siano sempre tagliole pericolose, il team Hedlund/ Strömgård/ Milton Knowles lega alla perfezione i fili luminosi lasciati sospesi con Il bello di Kerstin ai nuovi, altrettanto brillanti, di Semplicemente Kerstin
Gran bella seconda prova! 

Carla

venerdì 3 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA PIOVRA

Un punto dopo l'altro
, Anne Becker (trad. Anna Patrucco Becchi) 
Uovonero 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 

"Avevo il sedere almeno tanto freddo quanto le mie dita. Purtroppo non potevo tornare subito a casa, dovevo ancora andare a prendere il pane. 
Andare a prendere il pane era okay. Per me e Madame. Mi piaceva il fornaio. Il calore che c'era. Il profumo di pane e biscotti. Le parole sempre uguali: 'Un pane di segale, per favore'. 
 'Affettato?' 
'Intero'.
 Avevo dovuto esercitarmi per due mesi. Con Aaron. Prima doveva accompagnarmi. Poi era stato sufficiente che mi aspettasse davanti al negozio. A un certo punto Madame aveva iniziato ad addormentarsi quando andavo dal fornaio." 

Sono appena successe alcune cose importanti nella vita di Matea. Ha messo un 'maglione' fatto a maglia, tutto colorato, intorno al tronco e ai rami di un albero. E ha appena incontrato Riccarda - quella stramba che sta in classe sua da pochi giorni. Ma soprattutto le ha parlato: ben cinque parole che non hanno messo in allarme Madame Timidezza, la grande piovra che vive nella sua pancia e che le regola in modo molto attento e rigido le relazioni sociali. 
Matea è molto selettiva nelle sue interazioni con l'esterno: a casa tutto regolare, con madre, padre e fratello: lì si sente al sicuro. A scuola invece vige il silenzio assoluto, o quasi: l'unica con cui scambia sguardi eloquenti e una manciata di parole è Charlotte, la sua compagna di banco. I docenti capiscono e accettano, i compagni sfottono. 
Il suo passatempo è lavorare all'uncinetto o ai ferri tutta la lana che ha ereditato dalla vecchia Loose, sua vicina di casa con cui passava del magnifico tempo a sferruzzare e a chiacchierare. Ma adesso nella sua routine è comparso un elemento 'anomalo': Riccarda. Di lei non si sa quasi niente, a parte il fatto che - al contrario di Matea - non ha peli sulla lingua e sa farsi rispettare. Corazzata, Riccarda sembra essere indistruttibile... 
Questa è la storia di due ragazzine che faticano, per motivi molto diversi, a uniformarsi alle regole del mondo. Da una parte una piovra e dall'altra un gorilla, per entrambe l'uncinetto come sfiatatoio verso l'esterno. Dentro di loro c'è un sacco di movimento e queste sono due settimane della loro vita, un po' vicine un po' no. 

Secondo romanzo che leggo di Anne Becker e direi che, come il vino, con il passare del tempo, migliora. D'altronde lì eravamo di fronte a un esordio. Certe legnosità che mi pareva di aver trovato all'inizio del primo suo libro, La più bella nuotata della mia vita, qui sono sparite. E hanno ceduto il passo a una qual leggerezza diffusa. Molto piacevole.
Oggi come allora, lei racconta la fragilità di ragazzi in crescita. D'altronde è il suo mestiere. Oggi come allora, racconta ai suoi lettori che ci possono essere modi diversi di affrontare la vita e che tutti possono avere un loro senso. 
Le due ragazze si distinguono per caratteri molto diversi tra loro, ma entrambe si specchiano di fronte alla stessa realtà che parrebbe per entrambe essere un problema: il mondo di fuori. 
Una decisamente più fortunata dell'altra, perché può godere di una famiglia solida alle spalle, ma anche l'altra sa organizzare bei pacchetti di mischia quando gli altri cercano di chiuderla in un angolo. 
Tanto Matea quanto Riccarda sono lì a combattere per veder riconosciuta e rispettata la propria identità, la propria dimensione da parte degli altri. Il proprio diritto a essere felici.Lo fanno con modalità e approcci molto diversi: aggressiva Ricky e silenziosa Mats. Ma, a ben vedere, il loro fare i conti con sé stesse passa attraverso strade differenti, ma - sembra voler dire la Becker psicologa alla Becker scrittrice - nella vita vale tutto se l'obiettivo è star bene. 
A parte il bullismo, a parte la violenza, a parte l'emarginazione, a parte la precarietà dei rapporti umani, a parte tutto questo, c'è una cosa che mi pare interessante anche a livello puramente letterario: la grande piovra. Nella pancia della protagonista vive un polpo sbracato quasi tutto il tempo sul suo sofà. Si circonda di una serie di piccoli oggetti a cui ricorre a seconda delle necessità del momento, ma niente di più. Lei vive lì. 
Il più del tempo lo passa in allerta, perché il suo obiettivo è vegliare sul pericolo che per Mats rappresentano gli altri. Per capirci: quando questa ragazzina entra in contatto con persone che le sono sgradite, che la prendono in giro, che sono cattive con lei, la piovra, Madame Timidezza, è al massimo della sua espansione con tentacoli ovunque, tanto da spingere il cuore di Mats in gola. Mentre è capace addirittura di dormire sodo quando Matea chiacchiera con Ricky, di cui anche la piovra, ad evidenza, si fida ciecamente... E giustamente.
L'idea buona sta proprio nell'aver pensato di utilizzare la gestualità, i movimenti e i pensieri di una piovra immaginaria per dare conto in modo leggero, anche comico, di qualcosa che immaginario non è: i diversi stati d'animo di una ragazza in difficoltà. Se invece della simpaticissima piovra ci fossero lì sulla pagina flussi di coscienza e riflessioni, tutto sarebbe molto più pesante. 
Inutilmente più pesante. 

Carla

lunedì 29 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL MOMENTO TOPICO

La grande nanna
, Kelly DiPucchio, Lita Judge (trad. Sara Ragusa) 
Il Castoro 2026 
 

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni) 

"Ancora un minutino davanti al lavandino 
per far splendere i denti e poi, felici e contenti... 
Tutti insieme da papà e mamma per la storia della nanna. 
Ogni topolino sceglie il libro preferito (e ci vuole tempo per questo rito!). 
La mamma li legge, nessuno escluso, ma prima che l'ultimo sia chiuso 
dormono tutti, mamma compresa. 
È riuscita l'impresa!"

Seee, lallero! Ma magari fosse vero! 
Trentotto topini che, a fine giornata, dopo aver cenato, dopo essersi fatti il bagno, messo il pigiama, lavati i denti, ascoltata la storia, aspettano "solo" il bacio della buonanotte per addormentarsi... 
Sulla quantità, trentotto sono un bel numero, statisticamente c'è sempre qualcuno che si fa venire in mente un diversivo prima di cadere addormentato: baruffe, calcioni sotto le coperte... 
Poi arriva immancabile la sete, naturalmente per tutti e trentotto. 
Poi, per gli unici due topi adulti, arriva il gravoso compito di ripristinare l'ordine di prima: con coperte e pupazzi.  Ma, silenzio, pare davvero che adesso finalmente si possa dormire. 
Già, peccato che si sia fatta l'alba! 
Ecco, è difficile ammetterlo, ma questa è la dura routine di due giovani genitori a cui la natura ha regalato una famiglia numerosa. 

Kelly Dipucchio è una macchina da storie. Americana, laureata in psicologia infantile e dell'età dello sviluppo nel 1989, dal 2004, anno in cui ha pubblicato il suo primo libro, ne ha sfornati ben più di quaranta e ha venduto più di un milione di copie in giro per il mondo. 
Naturalmente, anche qui come tra i topi, nella quantità, alcuni emergono. Uno di questi, Grace for President, è stato premiato come bestseller dal NYT e ha ricevuto ulteriori importanti riconoscimenti e, com'è naturale che sia, Kelly DiPucchio non perde occasione di ricordarlo in giro. 
Tutto questo è per dire che, statisticamente, i suoi testi non possono essere sempre dei capolavori indimenticabili (in Italia è stato pubblicato, con Nord-Sud, solo Gastone, altro suo grande successo). 
A vederli in sequenza, sono molto diversi l'uno dall'altro perché gli illustratori e le illustratrici, chiamati a raccontare per immagini quello che lei fa a parole, si avvicendano. 
La differenza in qualche modo, sono loro a farla. 

 
E quindi è un fatto che alcuni tra questi funzionino meglio di altri. E che alcuni abbiano avuto illustratori migliori di altri.
La grande nanna è uno di questi. 
L'idea di partenza ruota intorno al momento topico (!) dell'andare a dormire, ossia dell'accompagnamento da parte dei genitori dei loro piccoli verso il letto, verso il silenzio, verso la pace, verso il riposo ecc ecc. 


La routine è più o meno rispettata, la cosa che rende tutto un po' più comico del solito è il fatto che siamo in una tana di topi e che i topi, nella vita vera, sono prolifici: hanno sempre famiglie numerose. Quindi, con un testo piacevolmente in rima grazie a Sara Ragusa che lo ha tradotto ed adattato, tutto si gioca sulla quantità di gente che si agita sulle pagine. 
E ancora: a parte i due genitori che di nome non ne hanno, tutti i loro piccoli vengono ricordati, in elenco, ben due volte (con il cimento finale nei confronti dei lettori a ricordarseli tutti e trentotto). 
E anche questo può essere divertente. 


Ma il vero merito, come si diceva, sta soprattutto nelle illustrazioni. Lita Judge ha molto talento. 
E lo ha sempre dimostrato: da autrice e, come qui, da illustratrice. Anni fa uscì in Italia un suo bel libro, di tutt'altro genere: un libro pieno di mistero, inquietudine e tanto tanto nero. 
Adesso la ritroviamo a disegnare topini, in una colorata tana e in una movimentata serata. 
Lei prende molto sul serio il gioco che propone Kelly DiPucchio e crea quaranta diversi musi di topo, li veste in modo diverso tutti e quaranta! 
E soprattutto a tutti loro offre un dettaglio espressivo che diventa una piccola ribalta, per diventare riconoscibili nel mucchio agli occhi dei bambini lettori (che non vorranno andare a dormire...) 
E, come se non bastasse, li mette in sequenza in una galleria di ritratti che occupa entrambi i risguardi. La bellezza sta in questo loro essere tutti diversi! Per esempio, indugia sugli occhi talvolta speranzosi, sempre pazienti, ma anche stanchi di mamma e papà, assonnati e stremati. 
Come DiPucchio ha concesso loro un paio d'ore di sonno, altrettanto fa Lita Judge che dota loro di riconoscibili e comodi vestiti da casa e, rispettivamente, di una camicia da notte a fiorellini e di un pigiama a righe. E anche di un letto nuziale che si distingue per quei cuoricini. 
Insomma, a parte il testo divertente e musicale che terrà desti molti bambini, è il talento di questa grande autrice e illustratrice che segna la differenza. 
Sembra assurdo ma sono ancora una volta gli occhioni espressivi a rappresentare il marchio della Judge, Nel 2018 colpirono il pubblico quando disegnava Mary Shelley e il mostro, tragici e umidi nel vento e nella tempesta, e oggi restano altrettanto impressi quando li si vede accendersi sui musetti di trentotto topi instancabili e due che avrebbero bisogno di un paio d'ore di sonno... 


Carla

venerdì 26 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

La panetteria, Lucía Belarte, David Lorenzo (trad. Emma Vaccaro) 
Kalandraka 2026


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Papà si alzava molto presto per cuocere il pane, la pizza, i biscotti. 
Alle sette faceva le consegne alle panetterie e quello che avanzava lo vendeva in giro. 
I filoni emanavano un profumo delizioso, ma la gente del posto raramente si fermava a comprare qualcosa da lui. 
Quando arrivò l'autunno, i miei genitori impacchettarono tutte le nostre cose e le caricarono nel furgone. Ci trasferimmo in un paese dove speravano che gli affari sarebbero andati meglio." 

Certo la casa nuova era più grande dell'appartamento precedente e aveva una gran vista, dato che era su un cucuzzolo appena fuori dal villaggio. 
L'attività del fornaio riprese ma qui come in città nessuno comprava. 
E anche dopo aver girato per tutta la domenica nelle strade del villaggio offrendo alle persone assaggi del loro pane e dei loro biscotti, le cose cambiarono. 
Forse dipendeva dal fatto che loro erano diversi, erano lupi? Gli unici lupi in quel paesino di mucche, maiali e leprotti. 
Anche quando tutto il villaggio si allagò per la tempesta e l'unica casa a rimanere all'asciutto era quella del fornaio in cima alla collina, nulla cambiò. E anche quando, passati tre giorni, nel paese isolato dal fango, cominciava a scarseggiare il cibo, i paesani vollero assaggiare il pane del fornaio. 


Erano di nuovo sul punto di caricare i bagagli sul furgone per partire di nuovo in cerca di miglior fortuna quando una pecora si avvicinò... 

Beh, come potrebbe andare a finire questa storia, non sarà poi troppo difficile immaginarlo. 
Se per di più si tiene conto del fatto che la prima cliente sia proprio una pecora... 
Gli ingredienti sono tutti presenti; la famiglia di fornai, che è nuova e soprattutto diversa, viene guardata con sospetto dal resto della comunità. E per chi non l'avesse capito ancora, loro sono i primi e unici lupi in un paesino popolato da altri animali... 
Il loro continuo arrendersi e quindi spostarsi in cerca di miglior fortuna è un altro gancio simbolico della realtà che ci circonda. 


La mansuetudine nei modi, nelle azioni, nei goffi tentativi di farsi accettare da parte di fornaio e famiglia, il suo stesso mestiere, è simbolo. 
Insomma: il tentativo di trovare il proprio posto nel mondo, il desiderio di essere accettati, e di contro invece la diffidenza nei loro confronti, perché stranieri, - a guardarli, anche fisicamente diversi - sono le questioni, non esattamente nuove e originali nei libri per bambini, che attraversano questo albo illustrato. 
È probabile dunque che anche questo libro possa diventare strumento per ragionare sull'accettazione dell'altro da te. È di nuovo un libro in cerca di un destino segnato, o forse si potrebbe dire meglio cercato e voluto. 
Eppure. Eppure c'è qualcosa che lo rende più aggraziato di altri. 
E credo che questo qualcosa che mi solletica sia principalmente nelle sue illustrazioni e nel modo in cui si dipanano sulle pagine e le occupano. 
Innanzitutto il bianco e nero di una matita. 
Forse dipende dal fatto che è una tecnica familiare e riconoscibile all'istante dai nostri occhi. Ma subito dopo se ne percepisce la difficoltà: se utilizzata, come fa qui David Lorenzo, in cerca del chiaroscuro e di ogni volume, diventa una tecnica molto complessa e raffinata e soprattutto lunga e attenta. L'esatto contrario del gesto estemporaneo di una pennellata. 
Colpisce la copertina in cui si vede un cucciolo che preme le sue zampe su un vetro. Viene subito in mente - visto il titolo che è scritto più in basso - che il piccolo stia desiderando un panino in vetrina... 
E invece, no. Chi avrà modo di sfogliare il libro capirà che si tratta di un altro vetro, ma di un'analoga malinconia. 
Sono interessanti gli scorci, uno è addirittura una citazione (inconsapevole o no?) della tavola della Cenerentola di Innocenti. 
Interessanti sono i volumi che crea - dalle case vuote, alle botteghe, ai forni, passando per i cofani pieni di valigie - e la luce che li attraversa. 


Interessante è scoprire alcuni dettagli - compiacersi della passione per Keith Haring che si manifesta sui muri e nei portachiavi e compiacersi anche della presenza discreta di un fratellino minore. Lui, alla fine, forse lo hanno preso al nido comunale, dato che, nelle ultime tavole, sparisce allo sguardo. 
Chissà.

Carla

lunedì 22 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ORA DI CENA!

Che noia!, Felicita Sala 
Terre di Mezzo 2026 



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Era così annoiata che non le andava neanche di mangiare, e di solito, era la prima cosa che faceva, quando era annoiata. 
Era così annoiata che fece sette sbadigli rumorosi, in modo che tutti quanti la sentissero in casa. 
Era così annoiata che si mise a fare dei salti improvvisi davanti allo specchio per vedere se riusciva a cogliersi di sorpresa. 
Non ci riuscì. 
Era così annoiata che cominciò a roteare le braccia come fossero ventilatori. Poi cominciò anche a sbattere i piedi..." 

Fuori piove. 


E solo quando Rita comincia a fare con la bocca suoni strani suo fratello si accorge di lei. 
Ma nulla cambia. 
Fa prove di abilità - si stende sul pavimento e prova a ripetere noia per cento volte e a modulare la voce perché sembri profonda - ma senza successo. Si sdraia su un monte di cuscini e poi lascia andare la testa a fantasticherie: un autobus della noia pieno di passeggeri sbadiglianti e annoiati. Ma lì anche - immagina - la noia  hail sopravvento, tanto che per gli sbadigli i passeggeri erano gonfi come palloncini. E come palloncini arrivano su un'isola, l'isola della noia, dove continuano ad annoiarsi, giocando coi legnetti o mettendo su una band, o facendo due chiacchiere con le balene o scavando un tunnel fino ad arrivare a un tesoro, o ancora viaggiando nel tempo, ma anche nello spazio... 
Ops, ma non è così che dalla noia si passa, senza accorgersene, al divertimento? 

Sempre stata una grande sostenitrice del valore terapeutico della noia. 


Dal terreno fertile di quello stare lì, un po' buttati da una parte, nascono robe meravigliose. Soprattutto se a stare un po' lì "spiaggiati" sul bracciolo del divano o sul pavimento, sono proprio dei ragazzini o ragazzine che hanno avuto la fortuna di non avere come adulti di riferimento dei planners, ossia dei crudelissimi pianificatori di giornate piene. 
La noia non è di moda. Un bambino che si annoia tra le mura della sua casa è un bambino che va aiutato. Quindi va preso e portato fuori perché faccia sport o corsi di ceramica. Una bambina che non sa che fare del suo pomeriggio va curata e spinta verso una lezione di violino o buttata in una piscina a fare vasche. Tutte cose degnissime, si intende, ma che andrebbero intervallate a momenti di pausa in cui non fare nulla è il traguardo. 
Felicita Sala mi pare condivida il punto di vista. Così affida a Rita il compito di annoiarsi e di lasciar andare la testa dove vuole mentre il suo corpo continua a crogiolarsi nel tedio (per non riutilizzare la parola noia...). 


C'è da presumere che le riflessioni che Felicita Sala ha fatto siano il frutto di un'attenta osservazione di una bambina vera, probabilmente l'Agnese a cui il libro viene dedicato, che però sembra non essere una che si annoia spesso. Ma allora forse la bambina è Felicita stessa, ossia tutto nasce da un ripescaggio di suoi ricordi di infanzia. E se non si tratta di un ricordo preciso, quanto meno di una sensazione che fino a oggi non è ancora andata via. 
Di certo la Felicita bambina e la Felicita grande condividono il gusto per immaginare "a ruota libera". Entrambe hanno la consapevolezza che a lasciar andar la testa non si fa mai peccato. 
Sembra proprio che al tavolo con le sue matite intorno, la Felicita grande decida di mollare il freno e far correre la storia in un bel crescendo sempre più assurdo. Di certo sa di poter mettere questi pensieri un po' folli nella testa di una bambina, perché sa molto bene che i bambini non sono poi molto diversi dagli artisti. 
Così accade questo: il corpo della bambina Rita si accascia sul divano, si allunga sul pavimento, si specchia nello specchio, si spalma sui cuscini, poi - semplicemente - scompare! 
E non lo fa a caso, ma nell'esatto momento in cui è la sua mente a prendere il sopravvento. 
Quello che vediamo è il suo fantasticare di autobus pieni, di gente gonfia che vola sopra le nuvole, di persone che atterrano come palloncini sgonfi sulla sabbia... 


E poi, com'è giusto che sia, guadagnano la ribalta le signore coi legnetti, la band di vecchiette, la ragazzina sulla zattera, gli ambasciatori giapponesi che raspano la terra come talpe. E via andare: grandi tavole piene di colori, di genio e follia. A riportare Rita alla realtà è, come prevedibile e come vuole la norma, la voce della coscienza, una sorta di "grillo parlante", che la fa atterrare di nuovo nella realtà. A questo proposito, mi vengono in mente le parole di Beatrice Alemagna - con cui Felicita Sala parrebbe condividere non poche cose - in cui spiega che una buona storia parte sempre da un dato di realtà, poi decolla verso l'immaginario, e quindi sul finale riatterra nella realtà. Il gioco sta nell'aver fatto sì che la sospensione su quella realtà abbia lasciato un segno. 


Canone per tutti può essere Nel paese dei mostri selvaggi
E guarda il caso: qui come lì c'è una cena che li aspetta. 
Qui Rita e lì Max. 

Carla