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lunedì 25 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'USCITA DI SICUREZZA

Stella e Marigold, Annie Barrows, Sophie Blackall (trad. Laura Tenorini) 
Il Castoro 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Tutte le volte che qualcuno nella famiglia di Stella e Marigold si ammalava, arrivava la coperta dei malanni. Nonostante il nome non era una coperta su cui vomitare. E non era nemmeno una coperta: era un grande e soffice piumone bianco, con disegnati sopra dei vortici di stelle blu. La coperta dei malanni era molto vecchia. Era così vecchia che la mamma di Stella e Marigold la usava quando era all'università. A quel tempo era una coperta come le altre, ma un giorno la mamma ci aveva rovesciato sopra dello sciroppo per la tosse e così era diventata la coperta dei malanni. 
Quando stavi sotto la coperta dei malanni, non eri più nel mondo normale : eri malato." 

In questo momento a essere sotto la coperta dei malanni è Stella: febbrone, occhi che bruciano e mal di gola. 


Nel suo torpore, il pomeriggio diventa sera e solo quando è ben buio Stella si risveglia dal sonno febbricitante e si accorge che il letto di sua sorella è vuoto. Sente la sua mezza casa scricchiolare e il pavimento cigolare; qualcuno sta entrando furtivo nella sua stanza: è la sorellina Marigold che vorrebbe tanto tenerle compagnia sotto la coperta. E ha anche un piano per farlo. 
Visto che a cena ci sono le uova e che lei spesso e volentieri le vomita, la mamma le ha proposto un panino, ma lei - furba - le dice che ora le uova le piacciono moltissimo e quindi le mangerà... E, naturalmente, le vomiterà. 
Ah, cosa non si farebbe per condividere con la propria sorella una notte assieme sotto la coperta dei malanni! 


Questa è solo una delle sette storie che riguardano le sorelle Stella, settenne, e Marigold, quattrenne. 
Fin dalla prima ora vissuta assieme tra queste due c'è un patto. Stella lo ha sussurrato all'orecchio della neonata appena arrivata a casa dall'ospedale: "Io sono Stella, tua sorella. Ti racconterò tutti i segreti che so. Non li direi a nessun altro, ma a te sì. Te lo prometto". 
Marigold da quel momento ha un'assoluta certezza: sua sorella Stella che, da parte sua, manterrà la promessa e le spiegherà il mondo. 
E così sia.

Parlare di rapporti tra fratelli e non cadere nello stereotipo non è così scontato. 
Qui succede, nonostante la stranezza che Stella neanche per un minuto dimostri gelosia nei confronti della sorella appena arrivata. Anzi. 
Nel patto che le sussurra all'orecchio c'è il secondo grande cardine intorno a cui ruotano i rapporti tra fratelli maggiori e fratelli minori: il grande farà luce lungo il cammino del più piccolo. 
E puntualmente avviene, ma in un modo che non è affatto scontato. 
La circostanza che puntualmente si verifica in tutti e sette i racconti è la seguente: Marigold agisce di impulso in tutto quello che fa, mettendosi spesso e volentieri nei pasticci. È piccola e non sa mai bene come uscirne ed è a questo punto che arriva sempre Stella. 
Ma, attenzione, Stella non si prende l'incarico di coprire le ingenuità della sorella, men che meno se ne addossa - eroicamente - la colpa. 
E soprattutto non le fa mai nessuna morale e non cerca di insegnarle nulla (per questo ci sono già mamma e papà). 
Lei fa una cosa diversa: inventa magnifiche storie che racconta solo a lei, in separata sede, che però hanno il pregio e lo scopo di rassicurarla, di infonderle fiducia nell'andare avanti per la sua strada, piena di inciampi. 
Sono delle strepitose vie di fuga: uscite di sicurezza!


Così quando si scopre che Marigold ha infilato di proposito un suo fermacapelli nel tubo di scarico, Stella le racconta che nelle case c'è sempre una stanza che ha dei poteri magici: ogni notte per quattro minuti tutto si muove. E nella loro mezza casa (quella di sotto, che confina con la mezza casa di sopra della signora Raimondi) la stanza in questione è proprio il loro bagno. 
Stella questa cosa la sa perché una notte ha assistito al poltergeist che ha movimentato il bagno. Ed è in una notte di quelle, in quei fatidici quattro minuti, che la molletta, poverina, durante la sua passeggiata è incidentalmente precipitata nello scarico... 
Come non crederle? 
Oppure come non ascoltare il racconto di Stella, quando Marigold si è "persa" nel tunnel per poter vedere da vicino i suricati. A dar retta al racconto di Stella, la piccola Marigold, seduta su una panchina di fronte al suo asilo, un giorno aveva aiutato addirittura il vicepresidente e il suo autista a ritrovare la strada per andare a consegnare una medaglia a un vecchio signore che se la era meritata... 
Come non crederle? 
Due grandi nomi della letteratura per l'infanzia, dopo il successo planetario di un'altra fortunata e premiata serie, quella di Ivy e Bean - in Italia pubblicata da Gallucci con il titolo Ely &Bea - sono di nuovo in tandem a raccontar bambine belle!

Carla

mercoledì 15 aprile 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IMMAGINA CHI SIAMO 


È domenica sera, e io e Rey siamo nascoste nell’armadio dei cappotti. Odora di piedi e lucido da scarpe, cera impermeabilizzante e maltempo. 
Sento Lissa che ci chiama e mi ritiro tra le grucce, lasciandomi inghiottire dal profumo delle stagioni. La lana mi graffia la pelle come un esercito di minuscole formiche di maglia, ma non mi sposto. (…) I rumori della domenica si insinuano sotto la porta e io provo a fingere di non essere in un edificio umido e fatiscente, pieno di trovatelli, ai margini di una brughiera nebbiosa (…). 
Stringo forte gli occhi e provo a immaginare. Dissolvo i miei pensieri e sprofondo nella mia mente, e sono quasi lontano, in un posto migliore. 
- Immagina, - sussurro. – Immagina di essere in cima a una montagna fredda e ghiacciata, lontanissima. Ci siamo solo io e te… 

Fen e Rey sono poco più che bambine. Sono sorelle e sono gemelle. Vivono nella casa del Faro (Light House), un orfanotrofio ai limiti della brughiera, lontano dal paese: una sorta di confine tra il mondo abitato dagli umani e la natura selvatica. 
Nella casa ce ne sono altri di bambini e bambine, anche loro senza famiglia, ma con una piccola storia: le loro madri, abbandonandoli, hanno lasciato una traccia, una medaglietta col nome, una coperta ricamata, un paio di calzini, a volte anche una lettera in cui raccontano perché li hanno abbandonati e che prima o poi torneranno a prenderli. 
Fen e Rey una storia non ce l’hanno, e neanche un nome. 
Lissa -l’amorevole responsabile della casa del Faro- darà loro un nome e anche una piccola storia, lo sa bene che è necessario legare la vita a un'origine, che senza si è perduti. Ai confini estremi delle terre selvagge – racconta - aveva trovato due neonate dai capelli rossi arrotolate insieme a delle volpi e a due coperte che nascondevano un brandello di carta strappato, con un disegno abbozzato a carboncino che poteva somigliare a una volpe in fuga. Ecco la magia di una nascita: Fen e Rey arrivano al mondo 11 anni prima, dentro una tana di volpi, all'ora della volpe, l'istante in cui il crepuscolo incontra l’aurora provocando una luce striata di arancione come la coda delle volpi. Niente di più. Ma anche niente di più “magico”. 
Nessuna madre, nessun passato, nessuna storia familiare, nessuna nascita, solo quel racconto di Lissa che prova ad avvicinare le sorelle a un'origine. 
Sarà da questi pochi elementi che Fen e Rey potranno immaginare la loro storia: un racconto che si ripete molte volte, sempre diverso ma anche sempre uguale, sussurrato a due voci nascoste in un armadio, o in un abbraccio prima di addormentarsi e che comincia sempre con un – Immagina... e si attorciglia intorno a quei pochi elementi: una natura selvaggia, una volpe, un’assenza e il legame di una sorellanza in cui l'una è l'intero mondo per l’altra. 
Certo Fen e Rey sono anche molto diverse. Fen, la voce narrante, è la più reattiva delle due sorelle. Il suo modo di vivere l’abbandono la induce a sognare, anzi immaginare, una vita libera, oltre il recinto della casa, attratta da quella natura selvaggia da dove sembra partire la sua storia. Rey è silenziosa e riflessiva, coltiva e contempla la bellezza di quella natura senza desiderio di evasione e cerca quella madre che non conosce, come a poterla incontrare, ogni volta, nel gioco di immaginarla, di inventarla, di aspettarla. 
Un giorno una volpe si avvicina alla casa del Faro, si mostra e si nasconde, quasi un invito a seguirla e per le sorelle è come un segnale per andare incontro a quella natura che le ha partorite e al fantasma di una madre immaginata come una figura mitica, legata alle volpi e alla selvatichezza. 
"Immagina, immagina di seguire una volpe (…). Quel pomeriggio quando (Rey) mi chiede la storia, scorre liscia dalla mia bocca. Le parole colorano l’aria intorno a noi, dipingendo la volpe nella mia mente, finché possiamo vedere la sua coda spazzare la notte come una pennellata di luce. La storia diventa tangibile. Posso vedere rovi spinosi carichi di grosse more (…). Sento le punte delle dita sfiorare l’ombra di nostra madre, e per la prima volta lei è solida". 
È arrivato il momento di partire. Di andare verso la loro storia. 
Rey è sicura che la volpe le porterà dalla madre, Fen vuole solo inseguire la sua idea di una vita libera, immersa nella natura. 
L'avventura si rivela molto dura e pericolosa: c’è da affrontare una natura che non fa sconti a due bambine con poche scorte e una meta ignota. C'è da seguire flebili indizi e quella volpe che appare e scompare e la scoperta per le due sorelle di essere diverse da come si conoscevano... 
Ma è arrivato il momento di abbandonare la trama e lasciare le due sorelle alla loro avventurosa ricerca per soffermarci su qualche elemento che caratterizza questo racconto. 
Protagoniste, insieme a Rey e Fen sono: la Natura selvaggia e le Storie. 
Entrambe sono per le due sorelle uno spazio di esperienza, di trasformazione e di crescita. La Natura raccontata da Katya Balen è wildlands: selvaggia e indomita. Da un lato estranea e indifferente alle aspettative delle due sorelle, dall’altro indissolubilmente legata al loro mondo interiore: il sangue ruggisce nelle orecchie di Fen oppure ronza di dolore e di gelo, Rey lancia le sue parole come ciottoli levigati da una parte all’altra del fiume. Una connessione interiore che consente una crescita somigliante a tratti a un processo organico in cui le due sorelle imparano a fare i conti con la realtà così come lo fanno le piante o gli animali. Il legame che Fen e Rey sentono con la Natura è prima mitizzato e selvatico, poi ricomposto in una consapevolezza che ha fatto i conti con l’ignoto ridefinendo la realtà, che per le due protagoniste è la loro vita senza una madre. 
E poi le Storie. Il Gioco dell’Immagina reiterato tra Fen e Rey costituisce uno scudo all’assenza ma è anche un trampolino di lancio per ricostruire e cercare la loro propria storia, un potente motore per cercare senso e dare significato alla loro realtà. Anche in questo caso, la dimensione del narrare e dell’immaginare costituisce un territorio di trasformazione e di crescita: le sorelle partono alla ricerca della storia che immaginano su misura per loro, e colmare l’assenza che le svuota, per poi arrivare a capire che le storie sono lo strumento con cui impariamo ad esistere: la nostra storia – dirà Fen a conclusione dell’avventura - non è quella che raccontiamo a noi stessi, ma qualcosa che si trasforma e si plasma intorno a uno splendido caos di vite e persone (…) Fantasia e verità, desiderio e appartenenza: tutto è mescolato dentro di noi. I margini tra ciò che è storia e ciò che è vita sfumano, mutano in continuazione”. 
Con una scrittura poetica e quasi sensoriale Katya Balen ci dà l’esperienza di una lettura immersiva, dove gli arbusti ci graffiano, la pioggia ci inzuppa, e la volpe ci guida in una ricerca che coinvolge anche noi, mantenendoci in quel territorio liminare, anche noi in equilibrio precario tra realtà e immaginazione. Foxlight ha ottenuto un importante riconoscimento internazionale vincendo il Wainwright Children's Prize 2024, premio dedicato alla migliore letteratura sulla natura e l'ambiente per ragazzi. 
Una lettura consigliata dagli 11 anni. 

Patrizia

 "Foxlight", Katya Balen, trad. di Lucia Feolo, Einaudi ragazzi 2026 

 

venerdì 9 gennaio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ORLANDO, PIUTTOSTO FURIOSO

Il Gigante
, Fabian Negrin 
Emme Edizioni 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"C'era una volta un gigante grande come una montagna e forte come seimila orsi. 
A pranzo il gigante divorava quindici cosce di cinghiale e un intero bue arrosto, accompagnati da diecimila fiaschi di lambrusco. 
Dormiva un'intera settimana e il suo russare faceva tramare la terra fino all'orizzonte..." 

Tutto questo succedeva regolarmente fino al giorno in cui una piccola, capricciosa e viziata gigantessa si impossessò del castello del gigante. 
Lui, armato di tutto punto, a dorso di elefante si avventurò nella foresta e, sprezzante di ogni pericolo e monito alla prudenza, sconfisse un drago come nelle migliori fiabe e incontrò una principessa. Con lei si sposò, dopo averla liberata dalla torre dove era tenuta prigioniera. E al matrimonio andarono tutti, ma proprio tutti. 
E come succede in questi casi, gli sposi vissero felici e contenti. 
Almeno fino all'imbrunire... 

Negrin sa fare bene un mucchio di cose e ha un gran talento: ma tre gli riescono massimamente. La prima, raccontare fiabe, anche solo con una figura, oppure riraccontandole da un punto di vista non convenzionale. 
La seconda, raccontare l'infanzia. Con sincera stima, rispetto e lealtà nei confronti di quella categoria umana. 
La terza, giocare con le parole. 
Credo di averlo già detto altrove, ma - paradossalmente - con l'italiano lo aiuta il fatto di non essere un madrelingua. Non dipende da quanto una lingua tu la domini, quanto piuttosto dalla tua attenzione nello smontarla e nel guardarla con sense of humor e ironia, doti che a Negrin non mancano, per poterne cogliere il lato ironico, buffo, anomalo, assurdo. 
Spesso e volentieri, lui, con il suo retino da farfalle, ha catturato parole, ci ha giocato un po' e quindi ce le ha restituite con una sfumatura aggiunta, che a noi era sfuggita fino a quel momento. 
L'ultimo esempio è quel magnifico Caccapupuccetto Rosso, che compare nel suo libro dedicato a differenti riscritture dei Cappuccetti. Un'altra delle sue magnifiche ossessioni... 


Sebbene ne Il Gigante non giochi con le parole, il caso vuole che le altre due cose che fa massimamente bene siano in questo libro a fare bella mostra di sé. 
Il passo della fiaba lo prende fin dal primo rigo e, fino a cinque parole dalla chiusa, va avanti dritto per il suo sentiero. Tocca tutti i punti nevralgici, come piacerebbe a Propp: l'eroe, la sua forza, il suo coraggio, la sua sete di avventura, la rottura di un equilibrio, l'allontanamento e poi le sue peripezie e alla fine un lieto fine. La principessa, il drago, il gigante stesso ecc. 
Per capirci, la fiaba è il testo. Le illustrazioni sono l'infanzia. Ossia, nelle immagini racconta un pezzettino di vita di un bambino. Chi conosce Orlando, a cui il libro è - ovviamente - dedicato, ne riconosce i tratti, i ricci e certi atteggiamenti eroici e sorride un pizzico di più di chi non ha avuto la fortuna di incontrarlo, tuttavia va detto che dietro quell'Orlando ,che è un bambino vero, ci sono tutti gli orlandi e le orlande del mondo. 
Si tratta qui di raccontare l'intera categoria umana. 


Come accade spesso in Negrin, anche in questa storia il piccolo protagonista deve combattere e prendere le misure rispetto al mondo dei grandi. 
Si ricorderà la faccia del bambino che in Come? Cosa? che sente i suoi genitori sproloquiare di bonaccia di vento, nell'ultima pagina di quel libro in cui quello stesso povero ragazzino è stato sbatacchiato da continue raffiche crescenti, in lungo e in largo. 
O la frase dei due fratelli, incorniciati nel lunotto posteriore della Fulvietta azzurra in Bestie che, una volta rabboniti i genitori, non possono non concordare sul fatto che a volte i genitori sono proprio delle bestie. 
Ne Il Gigante l'ultimo misfatto che hanno commesso i grandi agli occhi del protagonista consiste nell'avergli dato una sorella e, a causa sua, di aver distolto da lui parte dello sguardo e dell'attenzione... 
Come ogni fratello maggiore - che che se ne dica - è piuttosto furioso del nuovo arrivo che non era nei suoi piani e così fugge a cercare altrove qualcuno che lo consoli, lo ami, lo trastulli, lo intrattenga. 



E chi meglio di una ragazzina in canottiera, vicina di casa, potrebbe distrarlo dal suo patire di gelosia? Tanto importante è quest'incontro che anche il peluche passa in secondo piano e può essere dimenticato nell'erba del giardino. 
Dunque ancora una volta Negrin racconta un'infanzia a cui viene riconosciuta alterità rispetto al mondo degli adulti, e quindi anche legittimità e autonomia di pensiero e azione rispetto a loro. Almeno fino a sera. 
Nessuna morale della fiaba, ovvero le sorelle neonate appena arrivate vanno all'istante amate! 
Dunque il testo di fiaba ci parla di un gigante, di una partenza avventurosa, di una principessa e via andare, mentre le figure ci parlano di un bambino che rassomiglia a Orlando. 
Quindi tra testo e immagine c'è un bel contrasto che si percepisce fin da subito e che crea un inevitabile quanto gradito (azzarderei, necessario), perché divertente, cortocircuito durante la lettura, per cui le parole vanno in una direzione e le immagini in tutt'altra. 
Ed ecco di nuovo il magnifico contrappunto, di cui si parlava che non è tanto
Qui, non solo è il sale della storia, ma ci offre spunti su un sacco di altri piccoli dettagli e lo fa, con noncuranza, tra le righe e tra i colori.


Uno su tutti: i bambini sono giganteschi e luminosi. 

 Carla

mercoledì 2 aprile 2025

ECCEZION FATTA!

…il piede che si informicola è sempre tuo… 


Le tre ragazze che cambiano -  Franca, Carmela e Tommasina - sono tre sorelle. Un giorno la maggiore, Franca, registra la perturbante sensazione che qualcosa in lei sia cambiato. A nulla pare servire l’approfondita analisi comparativa fatta con le sorelle. Ciò che Franca sente non assomiglia affatto all’approssimarsi del crepuscolo la domenica sera e di certo non ha nulla a che fare con l’essere scoperti a dire una bugia, e nemmeno assomiglia a quando il piede ti si informicola e non riesci più poggiarlo a terra… 


Per dare un nome alla specialissima sensazione, Franca propone alle sorelle di andare a cercare una Regina meravigliosa che, stando a un sogno fatto qualche notte precedente, starebbe nella grotta al centro del bosco, oltre la recinzione del giardino. Di nascosto da tutti, Franca si trova alla testa di questa inebriante avventura seguita a ruota dalle due sorelline.


La Regina della Grotta è il primo albo di cui Júlia Sardà, prolifica illustratrice di cui abbiamo conosciuto il tratto in La famiglia Lista, è autrice integrale. Si tratta di con una storia di formazione tutta al femminile, un viaggio iniziatico che prende il via in quel momento dell’infanzia in cui tutte le certezze della propria quotidianità vengono scompaginate e appare un’insoddisfazione inebriante che impone di essere esplorata. 


La crescita e lo sconvolgimento del mutare sono spesso raccontate assecondando una istintiva tensione verso l’alto e il fuori, forse pensando al seme che dalla terra spinge alla luce, o allo sguardo bambino, che da altezza pavimento si alza, ampliando il proprio raggio di azione fino a portarsi sempre più lontano. Ne La Regina della Grotta, Sardà decide di procedere in direzione un po’ diversa: non solo le tre sorelle - come in ogni fiaba che si rispetti - si addentrano nel bosco, non solo si destreggiano un intrico sempre più fitto di alberi, fronde e tronchi, da cui occhieggiano misteriose creature. Il viaggio di Tommasina, Carmela e Franca continua dove apparentemente non è più possibile andare: le bambine diventano minuscole e tutto ciò che popola i piani più bassi diventa enorme. 



Sardà espande a piena pagina tutto ciò che popola il sottobosco: ingigantisce le texture dei bruchi e delle ali degli insetti, mostra nel dettaglio le pelli butterate dei rospi, toglie dall’ombra bisce e insetti notturni, lumache, pesci gatto, pipistrelli e monetine, funghi, ragnatele e radici, evocando le tenebre del sottoterra, le streghe, i demoni e le orchesse impegnate in un pic-nic a base di pesce crudo e zampe di gallina. Guidate dalla determinazione di Franca, le tre sorelle partecipano alla frenetica attività delle formiche, accompagnano il funerale di un topo, e via discendendo, in un tripudio di presenze oniriche e inquietanti pericoli, fino ad arrivare alla famigerata grotta, un antro buio più buio della loro stessa cantina da cui fuoriesce uno strano fetore. 


Qui, Franca incontra la Regina. Si tratta di un doppio, sporco, spettinato e selvaggio con cui darsi a frenetici giochi di riconoscimento e danze, talmente strette che la Franca di superficie e la Franca del sottoterra sembrano riunirsi per tornare a essere una sola. E se è vero come è vero che ci troviamo nell’ambito del racconto di formazione non è possibile ignorare che abbandonare l’infanzia per una bambina coincide non solo con il cambiamento di interessi, ma anche con una impattante maturazione del corpo: la comparsa del seno, il primo ciclo, il sangue, l’odore non più neutro. Sardà, che è autrice non conformista e coraggiosa, trova nelle illustrazioni il modo di evocare questo aspetto della ricerca: la presenza umida e soffocante della foresta, il fiorire rutilante e spugnoso dei fiori, l’allusione alla marcescenza che ha luogo negli strati più profondi del suolo, l’abbondare del colore rosso. Il secondo aspetto interessante dell’albo è proprio questo, il saper raccontare un viaggio iniziatico femminile senza ignorarne nessun aspetto, riallacciandosi alla capacità della favola tradizionale di non esplicitare ma anche di non escludere mai la totalità del processo. 


Il terzo aspetto interessante di La Regina della Grotta è come la storia del mutamento venga declinata per ognuna delle sorelle, nel rispetto della peculiarità della loro età. Non è infatti un caso se Franca ha il capo libero mentre Carmela e Tommasina indossano copricapi e cappucci. Non è un caso se le due bambine più piccole sentono che quello che Franca ha trovato non è affare per loro e che non siano interessate a ulteriori liberissimi giochi a cui Franca e la Regina della Grotta le esortano con entusiasmo. Al cospetto dell’altra Franca la triade si incrina. E se Carmela, la sorella di mezzo, sente riverberare embrionalmente alcune delle istanze di Franca, Tommasina, ancora pienamente bambina, è semplicemente spaventata, ha freddo e fame ed è stanca. Alla fine sono i sensi più basilari ad avere la meglio. 


Tommasina e Carmela tornano a casa da sole, e trovano il cibo buonissimo, il bagno deliziosamente caldo. Il letto dove sprofondano, poi, è più soffice che mai. Ma se Tommasina, stremata dall’avventura, dorme profondamente, Carmela è inquieta, consapevole di aver lasciato la sorella ad avventure a lei sconosciute. Attende che Franca rincasi. E quando questo accade le tre si ritrovano riunite sotto le stesse lenzuola: Tommasina perfettamente inconsapevole, Carmela in trepidante ascolto, Franca sporca e scompigliata con addosso ancora l’odore sconosciuto delle nuove esperienze fatte in solitaria. Chiuse in un unico cerchio, tre distinte fasi di ogni cambiamento. 
 

Se all’inizio dell’avventura assistiamo a un moltiplicarsi di particolari e al proliferare di inquadrature capaci di ingrandire ogni dettaglio, il ritorno alla normalità è scandito dalla scelta di forme geometriche basilari che permettono all’ebrezza della giornata di placarsi e alle nuove scoperte di essere messe a dimora. “Mi sembra di non sentire più quella strana sensazione” afferma Franca stringendo le mani a Carmela. E vi è una nuova consapevolezza che si infila sotto le lenzuola, il sospetto che il cambiamento sia davvero una sorta di fame, che davvero disorienti come fanno i capelli elettrici che non si staccano dalle guance, che davvero sia simile a quando si è scoperti a dire una bugia. Che mutare sia proprio come il crepuscolo la domenica sera, o ancora più precisamente, come aveva ipotizzato Tommasina per non sentirsi esclusa: come quando ti si informicola il piede e non sembra più tuo. Ma poi lo poggi a terra, e scopri che tuo non ha mai smesso di esserlo. 


Giorgia

 “La Regina della Grotta”, Júlia Sardà, (trad. Giulia Rizzo), L’Ippocampo 2023

lunedì 29 luglio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LESSICO FAMIGLIARE 

Quattro sorelle. Enid, Malika Ferdjoukh (trad. Chiara Carminati) 
Pension Lepic 2021 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Per legge, zia Lucrezia era la loro tutrice, insieme a Charlie. Era stata una decisione del giudice, alla morte dei loro genitori: aveva ritenuto che fosse una responsabilità troppo pesante da addossare solo alla sorella maggiore. In pratica, questo si traduceva in un assegno di zia Lucrezia una volta al mese e in una sua visita una volta ogni morte di papa. Una soluzione che andava bene a tutti. 
Quando Geneviève riattaccò, dopo numerosi ringraziamenti, scoppiarono tutte in una risata che sembrava un nitrito. Era, però, una risata forzata. Troppo esagerata per essere gioiosa, troppo forte per non nascondere un dolore più forte ancora." 

Le cinque sorelle Verdelaine, orfane dei genitori persi in un incidente d'auto diciannove mesi prima, vivono tutte insieme nella loro casa di famiglia, Vill'Hervé, un grande edificio isolato, a un passo da una falesia sull'Atlantico. 
Charlie, all'anagrafe Charlotte, ha ventitré anni ed è l'unica ad avere un lavoro presso un laboratorio farmaceutico. Ed è anche l'unica ad avere un fidanzato, Basile 29 anni, medico timido. Geneviève, per quanto i suoi impegni glielo permettono, dà il suo grande contributo nella gestione della casa, mentre le altre Hortense, quindici anni, Bettina tredici e Enid, appena nove passano le loro giornate tra la scuola, le amiche e i primi innamoramenti, la lettura e scrittura, gli scoiattoli e i pipistrelli. 
Sebbene diversissime tra loro per indole, tutte loro hanno un segreto che le accomuna: tutte chiacchierano con i fantasmi dei genitori. Poche battute ogni tanto, quando loro gli compaiono davanti... 
Questa è la loro magnifica storia che ruota inevitabilmente intorno a quelle potenti quattro mura che sono il loro baluardo di appartenenza: sono casa. 
Questa è la storia di cinque caratteri principali e vari comprimari, il loro lessico famigliare, le loro relazioni interpersonali. Qui basti sapere che è un vero piacere fare la loro conoscenza. 

Nel 2003 Malika Ferdjoukh racconta una porzione della loro vita, dedicando il titolo dei 4 volumi in sequenza a ciascuna di loro: Enid, Hortense, Bettina e, ultima, Genèvieve. Per ognuna di loro una stagione (alla quinta sorella nessuna mezza stagione). 
A turno, capita che la sorella nel titolo si trovi quindi sotto una luce leggermente più intensa delle altre, ma è roba di poco. Come sarebbe anche nella vita vera, le cinque Verdelaine costituiscono un gruppo inscindibile, sotto molti punti di vista. Charlie è l'unica a non avere un volume che porti il suo nome, ma c'è sempre. Fortunatamente per loro e per noi. 
Ad arrivare in Italia i quattro romanzi impiegano quasi vent'anni, infatti Pension Lepic li pubblica tra il 2021 e il 2022, credendoci moltissimo. 
Cerca una traduzione che gli renda merito, e la trova nella penna felice di Chiara Carminati. E un bravo illustratore che fa centro con le quattro copertine. Al suo amato mare non rinuncia ma lo mette solo in quarta: davanti mette sempre lei, la Vill'Hervé, in quattro stagioni diverse, appunto. 
Luca Tagliafico molto saggiamente la considera come fulcro narrativo delle quattro storie. Tutto passa attraverso quelle porte, finestre e scale... 
A riscuotere successo, a giudicare dai timbri dei prestiti in biblioteca, parrebbe sopratutto Enid che ha la fortuna di essere la prima a comparire sulla scena editoriale. 
Le ragioni di Pension Lepic sono molto condivisibili. 
La prima: Malika Ferdjoukh, nonstante abbia scritto cose sempre molto convincenti, finora in Italia non aveva trovato un editore che l'avesse trattata come un personale fiore all'occhiello da mostrare nel catalogo dei titoli pubblicati. Pension Lepic decide di farlo. 
La seconda: la letteratura d'Oltralpe, Lepic scommette su quella francese, almeno la narrativa per i ragazzi, sta qualche passetto avanti rispetto alla nostra, che si districa tra alcuni grandi talenti ed eccellenze, ma anche tra tanto artigianato, talvolta un po' mediocre. 
La terza, invece, ha a che fare con questa storia in particolare. L'idea che una prospettiva del genere - un romanzo che racconti la storia di fratelli/sorelle orfani e soli al mondo - sia un plot vincente. Peraltro ne sono prova provata tanti altri fulgidi esempi. E forse Lepic questo lo sa.
Alcuni dei questi esempi, per certi versi, stupiscono per sovrapponibilità. 
in verità, quando uscì Quattro sorelle.Enid tutti pensarono alle sorelle March della Alcott. Facile, direi quasi banale, il confronto. 
Ma, a ben vedere, c'è ben di più che irrobustisce l'idea di partenza dei quattro romanzi della Ferdjoukh. 
Primo fra tutti, l'indimenticabile Oh, Boy! Anche lì (nel 2000) famiglia azzerata già in partenza e questi piccoli fratelli che al momento di chiaro hanno solo l'intento di non voler essere separati e cercano di fare squadra. La penna felicissima della Murail fece il resto. 
E, a onor del vero, va detto che le due scritture, quella di Murail e quella di Ferdjoukh (il discorso sulla narrativa d'Oltralpe non era dettato da una malcelata esterofilia), si assomigliano parecchio, in quel loro saper essere comiche e commoventi a distanza di poche battute. 
Entrambe sanno essere lievi nel racconto dei fatti e profondissime nelle riflessioni che nascono nelle teste dei loro personaggi. Entrambe sanno stare in silenzio, quando non c'è alcun bisogno di spiegare, entrambe sospendono i loro giudizi e non danno soluzioni. Entrambe sanno dare spessore ai loro personaggi attraverso la famosa regola: Don't tell, show. Infatti entrambe sono eccellenti creatrici di trame e costruttrici di intrecci. 
Orfanezza, fratelli o sorelle, la casa come perno: mi vengono in mente grandi romanzi: Nove braccia spalancate (ed. originale 2004), Hotel Grande A (ed. originale 2014), come pure La casa di Pine Island (ed. originale 2020), quest'ultimo con somiglianze belle forti, anche se non il migliore di Polly Horvath.
Fino a qui le affinità. Ma esistono anche due caratteri che mi paiono del tutto originali, e spettano alla sola Malika Ferdjoukh. 
Il primo: lei è una grande amante dei fantasmi. E l'argomento le è così congeniale che quando può ce ne infila qualcuno...
In Quattro sorelle. Enid  ce ne sono vari, ma i migliori sono quelli di mamma e papà. Malika Ferdjoukh ha saputo giocare, e rendere assolutamente normale, a tratti anche divertente, la relazione tra questi genitori e le loro figlie. Bella chiave per sdrammatizzare. La loro presenza 'fantasmatica', i brevi dialoghi e incontri con le figlie (nessuna delle cinque lo confessa alle altre e quindi pensa di essere l'unica a ricevere le loro visite) e genitori sono righe di pura bellezza. 
Leggere per credere. 
E secondo carattere peculiare: la sua abilità sottile nel non voler troppo definire un preciso momento storico in cui ambientare la storia. 
A tratti, davvero sembra di essere in un romanzo dell'Ottocento (complice anche il formato?) con personaggi che potrebbero essere ottocenteschi, che si muovono in un contesto che a tratti lo potrebbe essere e poi entrano in scena oggetti o situazioni che riattualizzano il tutto al contemporaneo. Ma questa sapiente nebbiolina da brughiera e da falesia che avvolge tutto ha il merito di rendere ancora più universali personaggi e storia in sé. 
Di nuovo, leggere per credere. 

Carla 

Noterella al margine. Complice forse il tipo di lavoro che faccio, complice una mia attenzione maggiore quando si parla di cibo, sono inciampata in quella che a me parrebbe essere una bella svista. Ho verificato anche nell'edizione francese ed effettivamente compare fin dall'originale... Ma a quanto pare, tutti quelli che a vario titolo hanno lavorato sul testo, e quelli che l'hanno letto, non l'hanno notata o hanno preferito soprassedere...
Per me può anche partire un contest: tra pag. 66 a pag, 70, è lì.

lunedì 29 gennaio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DI LONTRE E CASTORI. E UN CIGNO

La storia di Greenriver, Holly Webb, Zanna Goldhawk (trad. Clara Serretta) 
La nuova Frontiera junior 2023 



NARRATIVA PER MEDI (dagli 8 anni) 

"Cantare era una di quelle cose che la facevano sentire diversa. Aveva cominciato a canticchiare tra sé e sé come se fosse una sciocchezza, o almeno così le avevano detto, inventando dolci e stupidi versi sulle increspature delle onde e sul vento che soffia tra i giunchi. All'inizio cantava solo per intrattenere gli altri cuccioli, ma adesso ogni tanto i più giovani le chiedevano di esibirsi durante la cena, per tutta la compagnia." 

Questa era una di quelle occasioni: un piccolo gruppo di giovani castori era riuscito a tagliare e trasportare il tronco di una grande quercia che sarebbe stato utilissimo per rinforzare la Roccaforte, il loro rifugio e quartier generale, che in alcuni punti stava cedendo. Tutti erano lì a festeggiare. Serica, come al solito, era ai margini della grande impresa: lei era piccola e debole e soprattutto non aveva (ancora) i denti e la coda adatti per dare il suo contributo. 
Ancora una volta, la piccola - così la chiamava suo padre, Mastro Bigio - si sentiva diversa ed esclusa dalla comunità. Amici ne aveva, Gelo e Macchia per esempio, ma non poteva non notare che tra i castori adulti era guardata con sospetto e tenuta a distanza. Anche il suo stesso padre, seppure a suo modo affettuoso e premuroso con lei, era sempre sfuggente. 
Sta piovendo da giorni, il fiume si ingrossa a vista d'occhio e nella comunità dei castori c'è grande fermento. Ma anche tra le lontre che vivono lungo il corso dello stesso fiume, ma ben più a monte, c'è preoccupazione. La Signora delle sponde, lo spirito delle acque, sembra non voler ascoltare i canti di preghiera delle lontre perché tutto si plachi e non si verifichi un'altra inondazione come quella che si è portata via la piccola sorella di Falasco, Bacca di sambuco. Nonostante lui sia ancora piccolo, non può rassegnarsi all'idea di non essere riuscito a salvarla. Fior di Cardo, la sua tata, non riesce sempre a stargli dietro. Neanche quando lui decide di partire per andare a cercare questa piccola sorella che tutti ma proprio tutti, compresa sua madre, pensano morta... 
Una giovane castoro e un cucciolo di lontra, una a valle e uno a monte dello stesso corso d'acqua impetuoso, entrambi con un grande peso sul cuore e un incubo notturno ricorrente. Tra loro, il grande nido del Cigno che tutto sa e una vecchia lupa, zoppa, quasi cieca e affamata. 
Questa è la loro avventurosa storia. 

Costruito intorno a due comunità e due scenari diversi, la tana dei castori e quella delle lontre, una a valle e una monte del grande protagonista silenzioso della storia, il Greenriver del titolo, il racconto di Holly Webb è una gradevole storia che, racchiusa in una grande bolla metaforica, mette a fuoco una serie di interessanti questioni. 
La scelta di creare un microcosmo selvatico insolito e più articolato rispetto al mondo animale che popola i suoi oltre centoventi libri pubblicati, dedicati a legioni di gattini e cagnetti, le permette di poter agire con una profondità di sguardo diversa. Infatti, sotto metafora, porta l'attenzione su una serie di questioni per i suoi lettori più attenti. 
Naturalmente, con storie come queste si può fare una scelta iniziale: seguire meramente le vicende di due cuccioli che si stanno correndo incontro in una natura che si rivela tutt'altro che accogliente. Neanche per loro che ne sono i legittimi abitanti. 
Oppure si può decidere di gustarne semplicemente l'aspetto avventuroso che stanno vivendo questi due personaggi destinati a ritrovarsi, quasi loro malgrado e nonostante tutto. 
Oppure ancora, godersi proprio questo aspetto non dichiarato esplicitamente se non a metà del racconto, e quindi appassionarsi al gioco nascosto di una "burattinaia" che manovra i fili da dietro le quinte. Si può decidere, per almeno un centinaio pagine, di non voler vedere, di non arrivare alla palese deduzione che la non castora, altri non è che la sorella lontra, strappata via dalla corrente il giorno della grande inondazione, sgusciata dalle zampe del piccolo Falasco. Inconsolabile nel sentirsi addosso la responsabilità di averla perduta per sempre. 
Oppure si può decidere di prestare orecchio al grido dall'allarme per una natura che si sta ribellando, o ancora ragionare di identità, di senso di appartenenza, ma anche di indipendenza, di perdita e di cura.
L'insofferenza di Falasco nei confronti del suo ruolo sociale che gli pesa e verso il quale comunque si sente di dover rispondere; il suo rimorso per non essere stato all'altezza della situazione durante l'inondazione e nel contempo il suo desiderio di autonomia nei confronti degli adulti e il suo desiderio di riscattarsi agli occhi della comunità; oppure ancora il senso di frustrazione di Serica nel non essere capace di essere 'come gli altri'; il suo senso di solitudine che nessuno tra i castori è in grado di lenire; la sua presa di coscienza identitaria che la rende orgogliosa del percorso fatto con tanta fatica e di conseguenza la sua attitudine a non volersi sentire prigioniera di un unico ruolo, la sua autonomia di pensiero che le ha insegnato a scegliere da sola e per sé: tutto questo è lì, avvolto nelle lucenti pellicce di due giovani lontre. 

Carla 

Noterella al margine. Un ulteriore merito di Holly Webb, e di chi qui l'ha tradotta, sta nella nomenclatura: Serica, Brizzo, Gelo, Macchia, Ruggine, Mastro Bigio, Pezzato, Fulvia, Falasco, Fior di Cardo, Bacca di Sambuco, Silene, Lady Spina, Sterpo, Lady Vimini, Crespino, Rio, Giglio, Selce, Ciottolo, Tormentilla, Salice, Calendula, Cenerina, Fulvio, Vellutino... e sopra tutti, Mostravento e la sua indimenticata Penna.

giovedì 5 novembre 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


ASCOLTARE A OCCHI SPALANCATI
LOTTA combinaguai, Astrid Lindgren, Beatrice Alemagna
(trad. Laura Cangemi)
Mondadori 2015


NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)

"A Lotta fa rabbia non essere grande come Jonas e me. Noi due ci lasciano andare fino in piazza da soli e invece lei no. il sabato andiamo a comprare le caramelle al mercato, però le portiamo sempre anche a Lotta, per forza."

A Lotta piacerebbe fare le cose che fanno i bambini grandi, in particolare quelle che fanno suo fratello Jonas e sua sorella Mia-Maria. Così il giorno che scopre che la pioggia e il letame servono a far crescere meglio tutto, ne approfitta e, sotto un acquazzone, si siede in cima al mucchio di cacca di mucca che è dietro il fienile e aspetta di diventare grande.


Lotta è così: un po' poppante, piuttosto testarda, non le piacciono le aringhe, soprattutto di domenica, ha un maiale di pezza che chiama Orso, il suo vestito preferito è di vergogna. E non ha paura di niente, neanche di andarsene di casa...
La casa di Lotta è gialla ed è in via Combinaguai. La sua vicina di casa, la vecchia signora Berg, lavora a maglia tutto il tempo, fa ottime cialde, una buona cioccolata e, soprattutto, tiene sempre aperte le porte di casa sua per quella piccola banda di fratelli.


Lo si capisce subito: Lotta è un'altra bambina a testa in giù, ovvero una bambina che, a modo suo, cerca di trovarsi un posto nel mondo, magari proprio appesa a un albero. Lotta è come Pippi: ha le idee chiare, una volontà di ferro, una mente vulcanica, una coerenza disarmante, un'autonomia invidiabile e due bei ciuffetti rossi in testa.
Lotta è di nuovo una meravigliosa bambina della Lindgren. Una bambina che fino ad oggi era rimasta chiusa nei libri in lingua svedese, vecchi ormai di cinquant'anni. Meno male che qualcuno si è preso la briga di aggiungere alla già folta schiera di ragazzini lindgrendiani anche questi tre divertenti fratelli (e meno male che leggiamo la loro storia nella bella traduzione della Cangemi). Pippi apre l'allegra parata, seguita dai devoti Tommy ed Annika, quindi arriva Emil, con la piccola Ida, poi seguono i quattro Melkersson, Misa, Johan, Niklas e Pelle e chiude la fila la ormai grandicella Ronja e il suo amato Birk. Lotta, Jonas e Maria sono in perfetta sintonia con gli altri piccoli incontrati nei romanzi della Lindgren. Lo stesso può dirsi per gli adulti di questa storia perché anche loro appartengono alla benemerita categoria di genitori svedesi.


Grazie a questo nuovo titolo della nostra amatissima Astrid Lindgren (in realtà il libro contiene due titoli) siamo di nuovo qui a goderci piccoli squarci di vita quotidiana di cinquanta a più anni fa nelle fredde campagne svedesi o in piccole città, dove i bambini girano indisturbati e le vecchie signore, che tanto alla Lindgren assomigliano, gli offrono cialde nonché soffitte polverose da abitare.
Come sempre di questi libri che arrivano dal profondo Nord è spensierata l'aria che si respira: penso a belle famiglie accoglienti come quelle dei Mumin, penso alle estati di Garmann e a quelle dei Melkersson sull'isola dei Gabbiani, penso ai papà pirati e ai papà sognatori, penso alla naturale indipendenza di questi ragazzini, da Garmann a Pippi, fieri e consapevoli della loro infanzia e del tutto in grado di confrontarsi ad armi pari con il mondo degli adulti. 


E i bambini di Astrid Lindgren sono in questo felice connubio i bambini di Beatrice Alemagna: sono quei bambini un po' sbilenchi, quelli che sono persone piccole che un giorno cresceranno, che hanno piccole mani ma grandi idee, che desiderano cose strane, come mangiare zucchero filato a colazione. Sono quei bambini che hanno un mistero dentro di sé, che hanno cose piccole e che piangono forte per farsi sentire bene. Sono quei bambini che noi dovremmo guardare con occhi gentili e ascoltare a occhi spalancati (da B. Alemagna, Che cos'è un bambino?, Topipittori 2008)


Per poi dire ah!

Carla

lunedì 5 ottobre 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


ARIA DI CASA

Il sabato è come un palloncino rosso, Liniers (trad. Marta Corsi)
La Nuova Frontiera 2015



FUMETTI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Oggi è sabato!
O-ggi?
Possiamo fare un sacco di cose.
Possiamo fare un PICNIC...
E raccogliere FIORI...
Il sabato devi svegliarti così...
URRAAÀ! URRAAAÀ! OGGI TUTTO IL GIORNO SABATO SARÀÀ!
SARÀ!"


Dialogo tra due lettini: uno con i cassetti sotto e uno con le sponde, da bambino piccolo. Dialogo tra due bambine: Matilda, la maggiore e sua sorella Clementina, detta Tina, che di anni ne avrà solo un paio.
Dialogo tra maestra ed allieva: Matilda introduce la sorella al sublime piacere dei meritati otia che seguono cinque giorni di negotia. In altri termini, dopo una settimana di scuola e di mille altri impegni, arriva finalmente il tempo della vacanza, del tempo tutto per te. Del tempo tutto da giocare.


Tutto di sabato è più bello, persino la colazione sembra migliore e anche la pioggia può diventare motivo di divertimento. Non vale la pena ripetere che sotto l'acqua ci si bagna perché in fondo basta coprirsi bene e avere un ombrello! Sotto un acquazzone si possono assaggiare le gocce, vedere le nuvole che si scontrano, saltare nelle pozzanghere, sentire l'odore della pioggia e scovare i vermi in mezzo all'erba...
E poi se si ha fortuna si può vedere l'arcobaleno e regalargli un palloncino rosso...
La cosa più bella del sabato però è che dopo arriva sempre la domenica, anche se magari porta con sé un raffreddore.

Tutto nasce da qui: A Matilda e Clementina...le mie piccole muse.
Questa, la dedica di Liniers, grande fumettista argentino, a questo libro che racconta un frammento della vita quotidiana delle proprie figlie, osservato con discrezione e con la stessa 'onestà' di un obiettivo fotografico, riproducendolo su carta con matite e colori.


Ecco dunque un 'sabato qualunque' tra due sorelle.
Matilda ha solo cinque anni, ma sfoggia tutto il suo sapere davanti agli occhi increduli e titubanti della più piccola Tina. Ostenta sicurezza e gusto per la trasgressione.
Tina, dal canto suo, prima devota discepola di Matilda, la segue, ne balbetta i discorsi, ne imita i gesti, ma resta sempre un passo indietro. Lei è piuttosto consapevole dei propri limiti e sa che superarli comporta dei rischi, raffreddore compreso. Nella vita però va così: c'è chi insegna e c'è chi impara. 


Matilda, maestra di vita, può permettersi anche qualche azzardo perché osare fa parte del gioco di crescere.
Tenero ed affettuoso, nel suo mantenersi alla giusta distanza, è lo sguardo divertito di Liniers di fronte a un sabato di libertà delle sue bambine.
Attenta e acuta la sua osservazione del punto di vista delle bambine, nel loro declinarsi così diverso di fronte agli eventi.
Riconoscibile, condivisibile e auspicabile l'atmosfera che si respira in tutto il libro: un'aria di casa.


Ironico, veloce, diretto il ritmo e il tono della storia, nella consapevolezza che in poche vignette ti stai giocando tutto.
Incontrovertibile e disarmante per semplicità il senso ultimo della storia che quella bambina dichiara a piena voce: URRAAÀ! URRAAAÀ! OGGI TUTTO IL GIORNO SABATO SARÀÀ!
Lo penso spesso: dai bambini c'è solo da imparare. Basta starli a sentire.

Carla