Visualizzazione post con etichetta origini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta origini. Mostra tutti i post

mercoledì 15 aprile 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IMMAGINA CHI SIAMO 


È domenica sera, e io e Rey siamo nascoste nell’armadio dei cappotti. Odora di piedi e lucido da scarpe, cera impermeabilizzante e maltempo. 
Sento Lissa che ci chiama e mi ritiro tra le grucce, lasciandomi inghiottire dal profumo delle stagioni. La lana mi graffia la pelle come un esercito di minuscole formiche di maglia, ma non mi sposto. (…) I rumori della domenica si insinuano sotto la porta e io provo a fingere di non essere in un edificio umido e fatiscente, pieno di trovatelli, ai margini di una brughiera nebbiosa (…). 
Stringo forte gli occhi e provo a immaginare. Dissolvo i miei pensieri e sprofondo nella mia mente, e sono quasi lontano, in un posto migliore. 
- Immagina, - sussurro. – Immagina di essere in cima a una montagna fredda e ghiacciata, lontanissima. Ci siamo solo io e te… 

Fen e Rey sono poco più che bambine. Sono sorelle e sono gemelle. Vivono nella casa del Faro (Light House), un orfanotrofio ai limiti della brughiera, lontano dal paese: una sorta di confine tra il mondo abitato dagli umani e la natura selvatica. 
Nella casa ce ne sono altri di bambini e bambine, anche loro senza famiglia, ma con una piccola storia: le loro madri, abbandonandoli, hanno lasciato una traccia, una medaglietta col nome, una coperta ricamata, un paio di calzini, a volte anche una lettera in cui raccontano perché li hanno abbandonati e che prima o poi torneranno a prenderli. 
Fen e Rey una storia non ce l’hanno, e neanche un nome. 
Lissa -l’amorevole responsabile della casa del Faro- darà loro un nome e anche una piccola storia, lo sa bene che è necessario legare la vita a un'origine, che senza si è perduti. Ai confini estremi delle terre selvagge – racconta - aveva trovato due neonate dai capelli rossi arrotolate insieme a delle volpi e a due coperte che nascondevano un brandello di carta strappato, con un disegno abbozzato a carboncino che poteva somigliare a una volpe in fuga. Ecco la magia di una nascita: Fen e Rey arrivano al mondo 11 anni prima, dentro una tana di volpi, all'ora della volpe, l'istante in cui il crepuscolo incontra l’aurora provocando una luce striata di arancione come la coda delle volpi. Niente di più. Ma anche niente di più “magico”. 
Nessuna madre, nessun passato, nessuna storia familiare, nessuna nascita, solo quel racconto di Lissa che prova ad avvicinare le sorelle a un'origine. 
Sarà da questi pochi elementi che Fen e Rey potranno immaginare la loro storia: un racconto che si ripete molte volte, sempre diverso ma anche sempre uguale, sussurrato a due voci nascoste in un armadio, o in un abbraccio prima di addormentarsi e che comincia sempre con un – Immagina... e si attorciglia intorno a quei pochi elementi: una natura selvaggia, una volpe, un’assenza e il legame di una sorellanza in cui l'una è l'intero mondo per l’altra. 
Certo Fen e Rey sono anche molto diverse. Fen, la voce narrante, è la più reattiva delle due sorelle. Il suo modo di vivere l’abbandono la induce a sognare, anzi immaginare, una vita libera, oltre il recinto della casa, attratta da quella natura selvaggia da dove sembra partire la sua storia. Rey è silenziosa e riflessiva, coltiva e contempla la bellezza di quella natura senza desiderio di evasione e cerca quella madre che non conosce, come a poterla incontrare, ogni volta, nel gioco di immaginarla, di inventarla, di aspettarla. 
Un giorno una volpe si avvicina alla casa del Faro, si mostra e si nasconde, quasi un invito a seguirla e per le sorelle è come un segnale per andare incontro a quella natura che le ha partorite e al fantasma di una madre immaginata come una figura mitica, legata alle volpi e alla selvatichezza. 
"Immagina, immagina di seguire una volpe (…). Quel pomeriggio quando (Rey) mi chiede la storia, scorre liscia dalla mia bocca. Le parole colorano l’aria intorno a noi, dipingendo la volpe nella mia mente, finché possiamo vedere la sua coda spazzare la notte come una pennellata di luce. La storia diventa tangibile. Posso vedere rovi spinosi carichi di grosse more (…). Sento le punte delle dita sfiorare l’ombra di nostra madre, e per la prima volta lei è solida". 
È arrivato il momento di partire. Di andare verso la loro storia. 
Rey è sicura che la volpe le porterà dalla madre, Fen vuole solo inseguire la sua idea di una vita libera, immersa nella natura. 
L'avventura si rivela molto dura e pericolosa: c’è da affrontare una natura che non fa sconti a due bambine con poche scorte e una meta ignota. C'è da seguire flebili indizi e quella volpe che appare e scompare e la scoperta per le due sorelle di essere diverse da come si conoscevano... 
Ma è arrivato il momento di abbandonare la trama e lasciare le due sorelle alla loro avventurosa ricerca per soffermarci su qualche elemento che caratterizza questo racconto. 
Protagoniste, insieme a Rey e Fen sono: la Natura selvaggia e le Storie. 
Entrambe sono per le due sorelle uno spazio di esperienza, di trasformazione e di crescita. La Natura raccontata da Katya Balen è wildlands: selvaggia e indomita. Da un lato estranea e indifferente alle aspettative delle due sorelle, dall’altro indissolubilmente legata al loro mondo interiore: il sangue ruggisce nelle orecchie di Fen oppure ronza di dolore e di gelo, Rey lancia le sue parole come ciottoli levigati da una parte all’altra del fiume. Una connessione interiore che consente una crescita somigliante a tratti a un processo organico in cui le due sorelle imparano a fare i conti con la realtà così come lo fanno le piante o gli animali. Il legame che Fen e Rey sentono con la Natura è prima mitizzato e selvatico, poi ricomposto in una consapevolezza che ha fatto i conti con l’ignoto ridefinendo la realtà, che per le due protagoniste è la loro vita senza una madre. 
E poi le Storie. Il Gioco dell’Immagina reiterato tra Fen e Rey costituisce uno scudo all’assenza ma è anche un trampolino di lancio per ricostruire e cercare la loro propria storia, un potente motore per cercare senso e dare significato alla loro realtà. Anche in questo caso, la dimensione del narrare e dell’immaginare costituisce un territorio di trasformazione e di crescita: le sorelle partono alla ricerca della storia che immaginano su misura per loro, e colmare l’assenza che le svuota, per poi arrivare a capire che le storie sono lo strumento con cui impariamo ad esistere: la nostra storia – dirà Fen a conclusione dell’avventura - non è quella che raccontiamo a noi stessi, ma qualcosa che si trasforma e si plasma intorno a uno splendido caos di vite e persone (…) Fantasia e verità, desiderio e appartenenza: tutto è mescolato dentro di noi. I margini tra ciò che è storia e ciò che è vita sfumano, mutano in continuazione”. 
Con una scrittura poetica e quasi sensoriale Katya Balen ci dà l’esperienza di una lettura immersiva, dove gli arbusti ci graffiano, la pioggia ci inzuppa, e la volpe ci guida in una ricerca che coinvolge anche noi, mantenendoci in quel territorio liminare, anche noi in equilibrio precario tra realtà e immaginazione. Foxlight ha ottenuto un importante riconoscimento internazionale vincendo il Wainwright Children's Prize 2024, premio dedicato alla migliore letteratura sulla natura e l'ambiente per ragazzi. 
Una lettura consigliata dagli 11 anni. 

Patrizia

 "Foxlight", Katya Balen, trad. di Lucia Feolo, Einaudi ragazzi 2026 

 

venerdì 18 aprile 2025

FAMMI UNA DOMANDA!

UNA COSA SOLA 


"Per i bambini e le bambine moken, il silenzio è un segno di rispetto e un modo per comunicare con gli animali. Il destino degli inuit è legato a doppio filo a quello dell’oceano Artico. Popoli come gli ngāti hau, gli anangu o gli mbuti hanno lottato per decenni affinché i loro luoghi sacri – fiumi, montagne, boschi – venissero rispettati. La vita collettiva di questi popoli si basa sul principio della reciprocità, ovvero sulla solidarietà e sul mutuo aiuto, sulla moderazione e sulla gratitudine per quel che si ha. 

Le comunità indigene si prendono cura della natura perché la percepiscono come un essere vivente in cui vivono e che vive in loro, che è parte di loro stessi: è famiglia, madre, sorella, antenata." 

Questo si legge nella introduzione a questo libro, dal titolo così ricco di significati. 
La parola origine racchiude tanto la complessità del pianeta su cui viviamo e nello stesso tempo allude al fatto che ogni creatura che lo abita parte da un medesimo ingrediente condiviso, la polvere delle stelle. Una sola origine per tanti popoli differenti. 
Se si riflette su questo, accade che contemporaneamente siamo di fronte a tante diversità, eppure, davanti a un punto di inizio che è unico. 
Ah, se i più potesse tenere a mente questo pensiero... forse sarebbe tutto più semplice. 
Ma. 
Nel grande libro Origine, pubblicato per la prima volta da una delle più significative case editrici di lingua spagnola, Libros del Zorro Rojo, il ragionamento e lo studio decennale fatto da Nat Cardozo, magnifica illustratrice che lavora in Uruguay, su questo concetto così importante e complesso ha come esito questa magnifica galleria di ventidue diversi volti di bambini o bambine.


Ognuno di questi diventa ritratto di una appartenenza a un territorio, a una cultura. 
Ventidue popoli, detti originari, ossia che si sa abbiano abitato il luogo in cui vivono ancora oggi, fin dal principio, fin dall'origine appunto. 
Una selezione durissima e dolorosa deve essere stata per Nat Cardozo, visto che, gli studi di antropologia, attestano che a oggi le popolazioni originarie sono più cinquemila. 
Da piccole comunità di poche migliaia di individui, fino a più di un milione, tutti loro sono tenuti insieme non solo dalla comune radice "stellare", ma anche e soprattutto dal senso di rispetto e gratitudine nei confronti della natura che li circonda. E, purtroppo, nell'essere tutti tenuti socialmente ai margini da parte delle società più forti, nell'essere stati oggetto di allontanamento dalla loro terra, di imposizioni di credo religiosi diversi dai loro, di lingue che non sono quella originaria. 
Leggere per credere. 


Il libro, questo prezioso catalogo di facce e paesaggi, nelle sue pagine è così organizzato: in quella di sinistra, un titolo che allude alla popolazione e poco sotto la sua collocazione geografica e qualche dato sul numero di appartenenti alla comunità e la lingua parlata. Poi su due colonne c'è una narrazione che racconta il territorio, l'alimentazione, le abitudini, i rapporti all'interno del gruppo e le relazioni con ciò che li circonda. E ancora più in basso, perfettamente speculare alle quattro righe su geografia, popolazione e lingua, ci sono altre quattro righe in cui si regala al lettore un altra piccola informazione. 
A destra, l'intera pagina è occupata dal volto di bambini e bambine, attraversato ogni volta da un paesaggio differente.
Sfogliandolo si scopre che tra i !Kung vale la regola di non affezionarsi a oggetti o utensili, perché il loro nomadismo attraverso il deserto del Kalahari gli ha insegnato che è meglio "viaggiare leggeri" e si scopre anche che un sopracciglio piò diventare l'ombra di un baobab e le colline in lontananza sono capelli crespi. Si impara che il nomadismo acquatico della ragazzina moken, le fa dire che la barca su cui vive, il kabang, una vera e propria casa galleggiante, se ben curata sarà in grado di portarla dove lei vorrà. Solo in alcuni periodi dell'anno è saggio abbandonarla, ossia quando è più sicuro costruire e abitare piccole capanne sulla terraferma, aspettando che il monsone passi. E i coralli le circondano un orecchio.


Anche il bambino Evenki, nella taiga della Siberia, è nomade perché lui e la sua gente, popolo di pastori, seguono le renne e per le quali cercano i percorsi più sicuri. Dormono in tende e partono che non è ancora l'alba per andare a caccia, non prima di aver chiesto all'anima dell'animale che si vorrebbe catturare di stipulare con il proprio cacciatore un patto di lealtà. Il fiume al disgelo gli attraversa la fronte.
Nel mondo della bambina Cherokee sono sette i punti cardinali per orientarsi e tre i livelli dell'universo. E come darle torto: est ovest nord sud il sopra il sotto e il centro, e poi un mondo superiore, uno inferiore e uno di mezzo, in cui vivere. E due bisonti pascolano sulle sue sopracciglia.
Una meraviglia dietro l'altra, viso dopo viso, luogo dopo luogo. 
Ed è proprio in questo modo di concepire l'immagine che non posso non pensare a tre cose. 
La prima, Tullio Pericoli e ai suoi paesaggi. 


Ma la chiave, geniale, è proprio lì: i volti delle persone sono paesaggi. 
E qui entra la terza grande cosa: noi siamo la nostra storia. 
Io ci credo fermamente, e di questo mi sono convinta leggendo uno dei migliori libri di sempre (ovviamente fuori commercio), Gli ultimi giganti di François Place, pubblicato - sarà un caso? - da L'Ippocampo. 
Tutta la superficie del loro corpo, la loro pelle, era coperta di tatuaggi, che cambiavano nel corso del tempo, raffigurando, di fatto ridisegnando con i loro segni, gli accadimenti vissuti da ciascuno di loro. 
Va da sé che l'uomo troppo curioso che li ha scoperti, ha portato alla loro scomparsa. 
Beh, mi pare che qui il cerchio - quasi - si chiuda. 
Stando a quanto scrive Nat Cardozo, con la supervisione di María José Ferrada, c'è da chiedersi quanto il destino di Inuit, Bribri, Musuo, Ngati Hau e gli altri quasi cinquemila popoli originari sia affine a quello degli ultimi giganti... 

Carla 

"Origine", Nat Cardozo, testi a cura di María José Ferrada L'Ippocampo 2024

lunedì 20 marzo 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


I FIGLI DELLE STELLE...

IL PUZZLE INFINITO, Diego Bianki (trad. Elena Rolla)
Kalandraka, 2017


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Tu mi guardi.Io ti guardo.
Tu mi parli.Io ti ascolto.
Tu sorridi.Io sorrido.
Tu sei fedele.Io sono fedele.
Tu diventi rossa.Pure io.
Tu mi indichi.Io ti indico.
Nano nano..."


Il dialogo a specchio che fino a ora ha messo in contatto le figure della pagine di sinistra con quelle di destra fa una brusca sterzata. Quel nano nano genera crisi, genera distanza. Quel nano nano insinua il dubbio che quella evidente diversità con la verde creatura generi lontananza, distacco. 


E l'essere così differenti sia la prova di una incomunicabilità non valicabile. Ma a guardare meglio, e da più vicino, come se fossimo sotto la lente di un enorme microscopio, gli atomi che ci compongono sono tutti figli di medesimi genitori: le stelle. La comune incubatrice dentro ci siamo sviluppati è la fusione nucleare di astri ormai scomparsi. Siamo tutti fatti di polvere di stelle (e in tempi non sospetti qualcuno disse che siamo tutti fatti della stessa materia dei sogni...). E come tali, nelle nostre diverse declinazioni, siamo parte di qualcosa di molto più grande che ci contiene: il mondo. E il filo che ci tiene tutti connessi è proprio l'essere tutti diversi.


La retorica è in agguato, ma Diego Bianki, alias Pequeño Editor, sguscia e non si fa acchiappare. Fuori da ogni logica didascalica e con un lessico piuttosto originale, mette sulla pagina mosche, iene, pappagalli, cani, ragazze, scheletri, alieni verdi, creandoli attraverso l'assemblaggio di scatoline di riciclo, grossomodo uguali e dipinte di colori differenti. E con questo ci dimostra una incontrovertibile verità.
Senza dir niente, la connessione che si crea immediata tra la scatolina, componente base di ogni figura rappresentata, e l'atomo figlio delle stelle, elemento costitutivo di ogni vivente, è lì per essere colta su ogni pagina.
Diego Bianki però si concede un passetto ulteriore: se siamo davvero tutti composti da singoli elementi, perché non provare, almeno sulla pagina, a ricomporre in modo 'alternativo' le figure originarie, mettendo occhi di ragazza su musi di cane e musi di cani come bocche di ragazza?


Non se ne fa cenno a parole, eppure è a disposizione di ogni mente ragionante che sfogli questo libro.
Mischiarci un po' di più ci farebbe un gran bene...
E ancora un passetto: alludere alla polvere di stelle che ci compone, non è solo un dato di fatto, a me pare sia anche un voler cogliere la poesia che spesso si nasconde nella scienza!
Poesia e scienza, entrambe invincibili, e metterle insieme fa di Puzzle infinito, titolo che pare contenerle entrambe, un libro intelligente oltre che bellissimo in senso più strettamente estetico.
Studiato in ogni dettaglio, accurato e molto efficace negli accostamenti cromatici, come nella scelta dei fondi, il libro che l'anno passato ha preso una menzione nel Braw, si apre fin dai risguardi con un campionario di personaggini colorati che popola e contrappunta le pagine a figura intera, ma fa anche di più: diventa lettering originale della doppia paginona centrale che si apre, ingigantendosi, per la gioia degli occhi. 
 

Nelle pagine che precedono, la composizione è il frutto di una giustapposizione di scatoline colorate ad hoc a formare l'uomo con il cappello, presenza costante, e i suoi interlocutori ogni volta diversi: la mosca con gli occhi composti, la iena nel suo rictus che l'ha resa famosa, il pappagallo in giacca e cravatta per alludere al suo lato 'umano'. Senza mai smettere di giocare con il lettore, Bianki sfrutta la forma della scatola in tutte le sue potenzialità.

L'aspetto di ripetibilità,cui sono dedicate le pagine finali, è quello che mi entusiasma meno, ma so che manderà in visibilio insegnanti e operatori sempre in cerca di idee creative per solleticare la fantasia dei bambini e delle bambine. Confesso però che la mia perversione per i contenitori in genere, mi ha costretto a soffermarmi sulla pagina delle scatole prima di essere dipinte e scoprire che Tres Patitos è una marca di fiammiferi, con cui accendersi le Marlboro pudicamente un po' nascoste, che le gocce del Dr. Selby sturano il naso congestionato e l'Hisradin tiene sotto controllo l'allergia e che l'infuso di boldo ha proprietà digestive...potrei continuare.

Carla

venerdì 13 novembre 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


ALBERO GENITORE

Pinocchio prima di Pinocchio, Alessandro Sanna
Orecchio acerbo 2015

ILLUSTRATI 

"C'era una volta un pezzo di legno, direte voi lettori. Invece no! C'era una volta l'universo."

Un'esplosione fredda, in un cielo già blu con milioni di frammenti che si proiettano in tutte le direzioni. La traiettoria di uno di questi è visibile e ne possiamo seguire l'impatto sulla crosta della Terra. Da esso non si genera fuoco e distruzione ma, al contrario, esso è portatore di vita. Dal suo lampo luminoso nasce uno stelo nero che cresce sullo sfondo di un cielo illuminato da albe e tramonti primordiali, fino a diventare un albero esile e invernale. 


Il verde plumbeo che incombe è attraversato da un fulmini. Una saetta luminosa, che resta in dubbio se arrivi dal cielo o sia segno di una esplosione interna all'albero stesso, segna il cambiamento di stato.
Tra quei rami, ora da vita nasce vita. La vita quando nasce è esplosiva. E non di gemme come vorrebbe la Natura, ma di una creatura legnosa, con due braccia, con cui accenna un saluto all'albero genitore, e due gambe che lo portano subito lontano. 


Ed è qui che nasce il legame con una storia che custodiamo nel nostro immaginario: Pinocchio. Da qui in poi si segue l'evoluzione di una esistenza precisa. Si ripercorrono le tappe conosciute, in una sorta di Ur-narrazione: gli incontri con il gatto e la volpe, prima che diventassero il Gatto e la Volpe, con il mangiafuoco, con il serpente, con il grillo, con il colombo e con il pescecane. Sono tutti espressione di una loro esistenza prima dell'esistenza stessa, quando li abbiamo conosciuti noi come quel preciso Grillo, quel preciso Serpente, quel preciso Colombo. A testimoniare e ricordare al lettore che siamo in una fase primigenia c'è sempre sullo sfondo un cielo da alba boreale che toglie il fiato da quanto è bello.


Così come avviene nel Pinocchio, assistiamo anche qui a un percorso di crescita attraverso il tempo che scorre e un intreccio narrativo che diventa sempre più complesso e articolato per le molte presenze che si vanno ad affiancare al protagonista, quel legno antropomorfo.

Lui attraversa veloce, come se sapesse che in fondo c'è il suo traguardo per diventare Qualcuno, l'aria, l'acqua, il fuoco e la terra. Corre, scivola, nuota, rotola, vola, ma va sempre in avanti. 


E quando il cielo alle sue spalle diventa un cielo conosciuto, azzurro di primavera, con qualche cirro che lo attraversa, e quando la terra smette di essere plumbea o ghiacciata, e diventa un prato fertile, il legno rallenta, si copre di teneri germogli e poi foglie, e capisce di essere arrivato a destino. Si ferma e mette radici. In cima ai suoi pensieri c'è già una storia, che è storia nota. 


Alessandro Sanna talvolta sceglie di misurarsi con temi enormi. Penso a Fiume lento e al tema delle proprie radici profonde.
Qui alza ancora di più il tiro e mira al tema per eccellenza: l'origine della vita. E lo fa frugando nell'intimo suo, ma anche in quello di ognuno di noi, prendendo a spunto un archetipo del nostro immaginario, Pinocchio. E che archetipo, vien da pensare! La storia che meglio di altre ha saputo raccontare la vita, come percorso di crescita di ogni creatura portatrice di nome e di intelletto.
Quando si vuol raggiungere una vetta così alta, non servono le parole, che potrebbero rivelarsi riduttive e frenanti nell'ascesa, e infatti Sanna tace, o quasi. Servono, invece, i colori che vanno diritti all'anima di chi guarda. E Sanna, con il colore che trascolora di continuo, racconta l'universo, questo mondo nuovo nuovo, pieno di esplosioni ed emozioni incontenibili.


Il ritmo è quello di una danza cosmica su cui si potrebbe immaginare una musica d'orchestra tonante. Si percepisce un ritmo, dunque. E Sanna questo ritmo lo crea in pagine raccontate con brevi tocchi, veri e propri pizzichi sulla corda di uno strumento, che poi 'esplodono' in tavole intere, in cui il segno, il colore e la musica diventano sinfonia.
Eppure in questa esplosione di colori, in questo contesto cosmico, Sanna trova anche la misura del gesto piccolo, intimo, quasi impercettibile, nel raccontare Pinocchio prima di Pinocchio che però è già Pinocchio. 


Mi riferisco in particolare a una tavola, quella con un cielo rosa cupo, quella in cui il pezzo di legno ha già un'anima e corre lontano dall'albero genitore. Sfido tutti a non pensare immediatamente a lui, guardandolo in quella corsa sfrenata verso la vita, appunto. Ed è curioso, ma in quell'albero che resta al margine del foglio, che lievemente si tende verso destra, che denuncia il suo vuoto dato dal recente distacco di una parte di sé, mi pare di vedere le braccia tese e le spalle basse e inermi di Geppetto che lo guarda andare sicuro per la sua strada...

Il segno che siamo di fronte a un'opera d'arte che dimostra con forza il suo valore di 'creazione' d'autore, unica, sta di nuovo in un dettaglio: quella firma in copertina, non racchiudibile in un carattere a stampa che la renderebbe tutto sommato seriale, di fronte alla quale non resta che inchinare leggermente la testa con grande rispetto.

Carla