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venerdì 14 marzo 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

VERO

Mal di nebbia
, Nicoletta Gramantieri 
Emonsraga 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Ho raccontato dell'altra guerra, dell'omicidio, degli annegati, della vita triste del paese. Di come i ragazzi stessero ancora su in montagna, di come, dopo la morte della nonna, mi fossi ritrovata ad avere due case, quella del babbo e della mamma e quella della Madrina. Di come io e Celso fossimo diventati amici e di come mi avesse raccontato di quella nebbia che nascondeva il paese, della Bocca dell'Orco, del fiume, della strega e delle morti dei bambini. Di come trovassi consolazione in Vero e nella Iolanda. E anche di tutta la rabbia che mi aveva portato a disubbidire alla mamma..." 

L'Albertina sa come si costruiscono le storie. Vero, l'amico di suo fratello Vittorio che dalla montagna non è più sceso, glielo ha spiegato. 
Prima bisogna raccontare il prima, poi bisogna raccontare un po' dei personaggi e poi si può partire con l'adesso. E adesso è adesso. 
Lei, dodici anni, è appena scappata dalla fredda e misera casa dove vive con le sue sorelle più piccole, la sua sorella maggiore, la Marcella, che arriva solo alla sera perché è a servizio, e con il suo fratellino piccolo, Cecchino, e la sua mamma e il suo papà. Sono poveri, ma molto poveri: poco da mangiare e poca legna per scaldarsi, tanto che la notte ci si deve vestire col cappotto per prendere sonno. L'Albertina, ancora lattante, era stata portata dalla nonna che l'ha allevata con amore e latte di capra. E l'Albertina con lei è cresciuta felice, ma adesso la nonna è morta e lei ha dovuto lasciare la casa sulla collina e tornare in paese da mamma e papà. 
Solo di rado può andare dalla sua madrina, che invece la copre di premure e di cose buone da mangiare. Quando anche quella mattina sua mamma è uscita di casa per andare a mettere in croce due soldi, e le ha affidato le sorelle e il piccolo Cecchino, i mestieri da fare e gli scapini da lavorare a maglia, lei non ce l'ha fatta più: ha buttato in terra lana e ferri, ha infilato la porta e di è diretta verso il campanile dove ha intenzione di nascondersi, per lasciar passare la notte per poi fuggire indisturbata e non vista, al sorgere del sole, prima che il borgo si svegli. 
Vuole andare in città dove forse troverà un lavoro presso una qualsiasi signora ricca che la accoglierà come una figlia e la riempirà di affetto e attenzioni. 
Questo è il principio della storia dell'Albertina, che un giorno perderà la voce: un racconto che dura il tempo di una Quaresima molto piovosa e dove, complice la nebbia, ciò che accade non è affatto come sembra. 

Come un vestito che ti dimentichi di avere e lasci appeso per anni in un armadio, pare, credo, mi sembra di aver letto che questa storia abbia stazionato a lungo nel silenzio, al buio. Forse in un cassetto o forse in una cartella di un computer. E pare anche che, una volta riemersa, così come sarebbe capitato al vestito appeso e dimenticato, abbia avuto diversi interventi di adattamento per il suo debutto. 
Una volta presa la sua forma attuale, accorciato un po' lì, allargato là in alto, la storia ha cominciato a viaggiare ed è andata - credo, forse, mi pare di ricordare leggendo qui e lì - da Davide Morosinotto che, complice tutta quella nebbia e pioggia e quel paesino sul fiume, complice quell'intrigo bello sodo che si dipana solo alla fine, quella lingua così scorrevole e felice, la apprezza.
Da lì a farla diventare libro, mi pare ci sia metta Book on a Tree e poi Emons.
E questo è il prima, credo, forse, mi pare. 
Ma come ci insegna Vero ora dunque è il caso di dire due cose sui personaggi. Quelli del romanzo ma anche quelli fuori: prima fra tutte l'autrice. 
Di professione bibliotecaria, ma anche scrittrice come seconda o terza professione, di sicuro esperta di letteratura e simpatica compagna di passeggiate cagliaritane, città che frequenta da anni perché spirito-guida con Bruno Tognolini del festival Tuttestorie. 
Del suo spessore tutti quelli che la conoscono ne hanno netta la percezione, quindi forse ha più senso parlare dei personaggi che lei si è inventata per Mal di nebbia
Perché sono proprio loro a dare forza ed energia a questa storia. 
A renderla vera.
Ben inteso non rappresentano l'unico pregio del libro, ma di certo uno di quelli che più mi hanno colpito. A ben vedere sono i legami, le relazioni che li tengono insieme che irrobustiscono una storia che ha l'intento di spaziare tra un po' di generi differenti. È un po' un romanzo in cui la Storia è importante e parla di sé, è un po' anche fiaba nel meraviglioso che alimenta le leggende e le credenze che attraversano quel paese e l'immaginario dei suoi abitanti, è un po' anche giallo per il grande mistero che lo attraversa e, infine, sembra avere anche un po' il passo di un romanzo di fine Ottocento-primi Novecento, con quel mondo contadino fatto di tanta fatica e pochi affetti. 
Ribadire il fatto che per scrivere buone storie bisogna averne lette tante, mi pare quasi ridondante, visto chi l'ha scritta. Ma credo che questo sia un caso di specie. 
Lo stesso si potrebbe dire per la robustezza dell'impianto. 
Anche in questo caso, la cosa che colpisce è la consapevolezza - peraltro esplicitata in una sorta di meta racconto - di quali siano le norme del ben raccontare. 
Nicoletta Gramantieri affida a Vero, uno dei miei personaggi preferiti, il ragionamento teorico sulle regole della buona scrittura. E l'Albertina che di lui si fida, lo segue e poi, se non proprio distratti, lo imparano anche i lettori e verificano che il "come" si scrive è già una buona metà del valore di un libro. 
Dunque, la galleria dei personaggi, da Minghinì il matto del paese, cui quasi nessuno crede, che ha una sua lingua incomprensibile, la Fosca che attraversa silenziosa e scura il paese avvolto nell'umidità e che ha un odore addosso che vien su sulla pagina, le ricamatrici intorno alla Iolanda, tra le poche sorridenti e per questo invise da chi ne invidia l'allegria in tempi cupi. E Giusto, il macellaio, sorta di aruspice fuori tempo massimo. E poi Cecchino, fantolino febbricitante, e la Marcella in cerca di amore e Vittorio in cerca di riscatto... Bene, tutti loro costituiscono il contesto allargato intorno a cui si intrecciano invece i rapporti umani stretti stretti tra l'Albertina, la sua nonna, la sua mamma, la sua Madrina, e poi Celso e poi Vero. 
Tutti loro son lì un po' autentici e un po' no, ma con il preciso intento di porgere una mano gentile al lettore per farlo entrare nella storia e poi accompagnarlo affettuosamente attraverso tutti i passaggi anche quelli più impervi. Dove i rumori, gli odori, il tempo è tutto piuttosto vero.
E per questo, un' unica accortezza, prima di entrarci: un cappello di panno, un pastrano e scarponi impermeabili, perché lì dentro piove sempre. O quasi. 

Carla

mercoledì 29 aprile 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL PROFUMO DEL GI-NE-PRO

Il riccio nella nebbia, Sergeij Kozlov, Jurij Norstein, 
illustrazioni di Francesca Yarbusova, (trad. Livia Signorini)
Adelphi 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Ogni sera Riccio andava a casa di Orso a contare le stelle. Accovacciati su un tronco i due sorseggiavano il tè e guardavano il cielo stellato, sospeso sopra il tetto proprio dietro al comignolo. Le stelle a destra del comignolo appartenevano a Orso. Quelle a sinistra erano di Riccio."


Con il suo fagottino che contiene un barattolo di marmellata di lamponi Riccio si mette per strada, attraversa la pineta e non smette di guardare il cielo stellato, anche nel riflesso della pozzanghera. Un gufo lo segue e lo imita, anche quando, passando, Riccio manda il suo saluto al fondo del pozzo.
All'improvviso la nebbia. 


Un cavallo bianco ha le sue zampe immerse in quella lattigine impalpabile. Riccio la attraversa, gioca con le falene, con una foglia secca che nasconde una lumaca sotto di sé. Schiva un volo di pipistrelli, ma ormai la nebbia lo avvolge sempre di più, facendogli sparire ogni cosa davanti.
Con l'aiuto di un bastoncino arriva a rifugiarsi nella cavità di un grande albero, ma poi scappa perché la nebbia gli turbina intorno e gli sembra di essere inseguito da pipistrelli, lumache elefanti e dal gufo. Anche il fagotto sembra introvabile, fino a che un cane, arrivato dal nulla, non glielo posa sulle zampine. Perso ogni orientamento finisce nel fiume e dalla corrente si fa trasportare, ma quando le forze lo stanno abbandonando, Qualcuno lo trasporta al sicuro sulla riva. Sfinito Riccio si siede su un tronco, finché Orso, che lo aveva invocato nella disperazione, non lo raggiunge trafelato. Ha preparato ogni cosa e, finalmente di nuovo insieme, sulle sedie di vimini, prenderanno il tè e conteranno ancora una volta le stelle.
Solo un pensiero di Riccio scappa verso il Cavallo nella nebbia, se la caverà?

Tra i criteri di scelta di un libro c'è quello che si fonda sulla fiducia nei progetti editoriali. Il progetto editoriale di Adelphi non è affare da raccontare qui. Forse però vale la pena mettere in chiaro e per iscritto che la fiducia la merita. Tutta e sempre.
Rari e preziosi sono i libri che Adelphi pubblica nella collana I cavoli a merenda, una collana dedicata ai lettori più giovani, di cui però solo di rado i grandi flussi di comunicazione si occupano. Forse non è un caso, perché i libri in collana sono oggetti molto raffinati, che hanno spesso radici che affondano nel passato, in odore di classici. Purosangue i suoi autori: da Sendak a Sis, da Cneut a Gorey, da Richler a Sto, dai coniugi Dugin alla coppia Norstein-Yarbusova.
Questo è per dire che un libro del genere non va lasciato giù. 
A prescindere, non può tradirti.
Chi siano questi due artisti russi, entrambi provenienti dal mondo della cinematografia, Jurij Norstein (qui nella scrittura supportato da Kozlov) è considerato il miglior autore russo di animazione e la Yarbusova è la sua scenografa di sempre. La storia di questo personaggio particolarissimo, un artista visionario con una inguaribile nostalgia per un'Unione sovietica che non esiste più, che da trentanove anni lavora all'animazione de Il cappotto di Gogol, la si può apprendere ancora una volta grazie ad Adelphi, nel libro che racconta la sua storia (Verrà il lupetto grigio, di Brian Phillis). Delle qualità della Yarbusova parlano le illustrazioni. Una su tutte, il cavallo nella nebbia. La storia di questo piccolo riccio che ha abitudini tenere e che attraversa la natura con un intreccio di timore e di meraviglia e che non può e non vuole dimenticare ciò che ha incontrato sulla sua strada, sembra essere, ironia della sorte, una sorta di alter ego di Norstein. 


Dimostrano entrambi, a vedere le loro storie, di avere la medesima sensibilità e purezza d'animo, la medesima poesia espressiva, il medesimo stupore negli occhi.
Il riccio e la nebbia nasce, ovviamente, come breve animazione nel 1975. La Petruševskaja, con la quale all'epoca stava progettando la scrittura di un altro film di animazione, gli disse camminando in un parco che il progetto era in un vicolo cieco, perché mai e poi mai avrebbe potuto fare qualcosa di più bello del Riccio nella nebbia

 
Le cose andarono diversamente, forse anche per merito della scrittura di Ljudmila: con Il Racconto dei Racconti del 1979 vincerà importanti riconoscimenti anche internazionali e tutti lo considereranno la sua summa poetica e il più bel film di animazione di sempre.
La cosa che lascia stupiti i lettori del libro, all'epoca lasciò senza parole sia i bambini che gli animatori che si chiesero come fosse possibile renderla così viva.
Nel libro tutto questo si attenua, ma quella nebbia è davvero una magia, nel suo nascondere e svelare. 

In questa rarefatta, quanto (o)scura atmosfera ci sono alcuni punti fermi e luminosi: l'amicizia tra Riccio e Orso, che è ad evidenza una sicurezza per entrambi; l'esplorazione della natura che ha una sua voce molto precisa ed è protagonista e non solo sfondo. A tal proposito, Norstein afferma che nessuno meglio della Yarbusova dimostra di avere sensibilità più adatta per raccontare la natura. Questa attraversata di bosco, ovviamente, assume carattere onirico e diventa esercizio spirituale nei confronti delle proprie inquietudini.
Dunque, dopo amicizia, esplorazione nella natura ed esplorazione nel proprio intimo, si aggiunge l'altra grande questione che il libro pone: il mistero che fino in fondo non si svela. Da un parte, le visioni di Riccio, che ricordano per costruzione del Il sonno della ragione di Goya e dall'altra, l'arrivo di Qualcuno, il traghettatore gentile; ecco la gentilezza, per esempio in quel paziente ripetere gi-ne-pro, è l'altro elemento che tiene insieme questa storia.



È quella stessa gentilezza e premura per l'altro che ricorda gli animali del bosco di Tellegen o quelli della Perret o ancora Luigi di Katharina Valckx. Ultimo elemento, trattandosi di una trasposizione su carta di quello che Miyazaki considera uno dei film d'animazione suoi preferiti, è la meraviglia.
La meraviglia di perdersi e di ritrovarsi, la meraviglia di saper guardare con occhi sempre nuovi: il volo delle falene, la lucciola sul filo d'erba, la poltroncina di vimini e quel magnifico cavallo.


Sì, è meraviglia.

Carla

sabato 9 marzo 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


UN LUNGHISSIMO CAPELLO...

L'UOMO DELLA NEBBIA, Tomi Ungerer
Electa Kids, 2012


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"'Non allontanatevi mai dalla baia - si raccomandò - e state lontani dall'Isola della Nebbia!. È un luogo dannato e spaventoso, circondato da correnti pericolose. Nessuno di quelli che si sono avventurati fin laggiù è mai tornato indietro!'"

Queste son le parole che mettono in guardia i due fratelli Finn e Cara ai quali il padre ha appena costruito una barca fatta di canne incurvate e tela catramata.
Finn, più grande, quasi un ragazzo, e Cara, una bambina, vivono in una fattoria sulla ventosa costa d'Irlanda. Si occupano del gregge di pecore, della raccolta della torba per scaldarsi la sera. Il loro orizzonte visivo è la scogliera e un mare scuro. Solo acqua a perdita d'occhio. Tranne quello sperone di roccia, un dente piantato in mezzo al mare: l'Isola della Nebbia.


 E quella mattina fu proprio la Nebbia a tradirli e, senza saperlo, la loro barca sempre di più si allontanò dalla costa. Approdarono così a notte fatta sull'Isola della Nebbia. Illuminata la baia da una provvidenziale luna piena, i due fratelli videro una ripida scala scavata nella roccia che si inerpicava. Salirono e, arrivati, bussarono al grande portone. Un uomo vecchio e pieno di rughe, vestito dei suoi propri lunghissimi capelli, aprì e li invitò ad entrare. Lui era l'Uomo della Nebbia...
Potrebbe essere un crudele stregone o un mago saggio e gentile.

Ha il sapore della fiaba, questa storia che Ungerer dedica alla terra d'Irlanda. Gli ingredienti ci sono tutti. Un viaggio iniziatico, la scoperta del magico, una prova da superare, il ritorno al punto di partenza con la conclusione canonica del 'vissero tutti felici e contenti'. Ma Ungerer fa qualcosa di più. Impasta gli ingredienti della fiaba della tradizione in un contesto ambientale molto forte, fissa, come chiodi che tengono aperta davanti agli occhi del lettore la mappa dell'Irlanda, due o tre punti fondamentali per descrivere quella terra e quella gente: il mare, il grigio della nebbia, l'umido che copre ogni cosa, la torba, le pecore, l'operosità, la dignitosa povertà, la festosità, il forte senso di comunità e accoglienza.
Questo è ciò che si porta dietro chiunque sia stato almeno una volta in giro per la campagna irlandese.
Dal mio viaggio di maturità, un viaggio iniziatico anche quello, fatto in Irlanda ho riportato come ricordo indelebile l'oceano e la sensazione di essere arrivata al mio personale Finis terrae. Ricordo i colori plumbei del mare in tempesta e delle rocce sempre lucide di umidità, ricordo la terra marrone scuro e ricchissima, ricordo gli irlandesi che salutano per strada chiunque incroci il loro sguardo (il mio compreso), ricordo la loro accoglienza (ho piantato la mia tenda nei giardini tra le petunie o nelle fattorie tra mucche mansuete) la loro gentilezza nell'offrirmi passaggi in macchina anche a costo di lunghe deviazioni. Ricordo i loro venerdì sera annaffiati da birra scura e da autentica allegria.
Tutto questo Ungerer lo riesce a raccontare in poche ma essenziali parole e in immagini indelebili per gli occhi.


Grande protagonista del racconto è la Nebbia che, secondo un topos letterario ben consolidato, svolge il suo ruolo: lei è lì a segnare un limite, un confine che può essere valicato ma che ti porta verso l'ignoto. Non si vede ciò che c'è al di là. Chi riesce a valicarlo due volte, in andata e in ritorno, una volta al di qua faticherà ad essere creduto. La nebbia è confine tra realtà e magia. Ma la magia non è per tutti, perché non tutti hanno occhi attenti per saperla cogliere anche in quegli angoli dove meno te l'aspetti (che cosa si nasconde nell'angolo di quel pub pieno di gente festante?)... Ma i bambini, si sa, che con il meraviglioso hanno una buona dimestichezza; loro hanno un filo lunghisimo come un capello lunghissimo, che li tiene legati al nebbioso al di là...
Libro da non perdere.

Carla