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mercoledì 30 settembre 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL VILLAGGIO E LA CITTÀ' 


Siamo nel 2042 nel villaggio di Haven’s End, Rebecca è un'adolescente che comincia a farsi qualche domanda. E le sue domande che non riguardano tanto le relazioni con gli altri e il suo crescere e divenire adulta, bensì il posto dove crede di essere nata e dove è sicuramente cresciuta. Qualche dubbio si insinua relativamente ad un confine tracciato che non va in nessun modo varcato. Il limite che è proprio fisico, non morale, ma che implica un divieto non spiegato. Rebecca compie più di un tentativo di superarlo, ma è in seguito alla crudele e sproporzionata punizione che subisce che il desiderio di allontanarsi e di trovare una giustificazione prende forma. Scopre che il mondo, limitato, che ha conosciuto fino ad allora è molto diverso da quello, sconfinato, di fuori. Haven’s End è un villaggio che vive di una cultura contadina, di attività di sussistenza e che non conosce neanche l’elettricità. Nella fuga porterà con sé soltanto un messaggio (“è tutto un inganno”) e un nome: Aurora. È una traccia flebile, ma l’unica alla quale agganciarsi e che la condurrà in fondo a conoscere la verità sulla sua vita e su quel mondo nel quale è cresciuta. 
Ad affiancarla in un’impresa difficile e molto pericolosa ci sarà Tom, un ragazzo che prende a cuore la sua vicenda e che scopre insieme a lei una realtà che riguarda tutti, non di meno la sua vita e il suo intricato rapporto con il padre. Un romanzo distopico che propone i temi cari al genere, in primis la descrizione di un futuro non molto lontano in cui situazioni del nostro presente hanno subito una grande accelerata e condotto l’umanità alla deriva. La libertà è estremamente limitata e il controllo avviene con mezzi tecnologici sempre più raffinati. Come sempre in questi scenari, ad un destino che sembra ineluttabile, cercano di opporsi gruppi dissidenti clandestini, che anche in questa storia sono rappresentati dai Sommersi e che avranno un ruolo fondamentale per la comprensione del disegno eversivo alla base della città e del villaggio di Haven’s End. 
Sgardoli è autore prolifico che si è confrontato con diversi generi, proponendo sempre storie complesse, in grado di sollevare grandi questioni, allo scopo di interrogare i lettori sul presente, invitandoli a un’osservazione critica. Il genere della distopia in questo caso offre la formula perfetta per introdurre una delle questioni al momento più dibattute: il rapidissimo sviluppo dell’intelligenza artificiale e le possibili conseguenze. Se il tema dell’uomo che rischia di essere sostituito dalle macchine ha da sempre rappresentato un topos del genere fantascientifico, qui l’argomento viene esplorato partendo dai paradossi di una possibile via di fuga: è possibile ripensare tutto questo processo riportando la vita a quel punto in cui ancora niente era cominciato? Allo scopo di comprendere se sia possibile invertire la rotta e assicurare al genere umano un campione di purezza che ne garantisca la sopravvivenza. Peccato però che le persone destinate a questo progetto di “esclusione dai pericoli” (ma anche dai possibili vantaggi del presente) non lo abbiano scelto. Da qui si dipana il tema centrale, che non è tanto il controllo della tecnologia, quanto la possibilità di decidere se affrontare o meno questa sfida. Insieme alla libertà di decisione, ossia al libero arbitrio, la questione grande riguarda inevitabilmente anche il potere e le forme di controllo. Chi detiene la conoscenza da sempre dispone dei mezzi per decidere, e chi è tenuto all'oscuro, privato della consapevolezza di sé, sarà ovviamente molto più facilmente controllabile. 
La riflessione che l’autore propone si muove sul piano del tempo e dello spazio. Il futuro spaventoso che cerca riparo in un passato impossibile da riprodurre. Lo spazio grande, frastagliato, ingovernabile, dei grandi agglomerati urbani che serba il segreto di una porzione protetta e intoccabile. Ma i confini in entrambi i casi sono permeabili e la città cupa e pericolosa nella quale si muovono i due ragazzi è descritta come una realtà che sopravvive a fatica e che si relaziona continuamente con i resti di un passato migliore che non è stata in grado di preservare. Come in un paese uscito da una guerra, Rebecca e Tom esplorano palazzi, ospedali, centri di ricerca ormai fatiscenti che sono spettri di un tempo neanche troppo lontano, ma è stato repentinamente allontanato. Il passato incombe su un presente che non lo ha superato ma che non può in nessun modo recuperarlo. Allo stesso modo, la semplicità e purezza anacronistica di un tempo ricreato artificialmente non può in nessun modo stabilire un dialogo con quello presente, perché sopravviva è necessario che sia confinato e sospeso in modo che non conosca crescita ed evoluzione. 
Ma c’è anche un’altra grande domanda che questa storia suggerisce: il controllo pervasivo da parte del potere di pochi è prerogativa delle società evolute e ipertecnologizzate? Rebecca in questa storia fugge da un mondo contadino in cui però il Consiglio decide leggi e divieti e dispone anche di mezzi violenti per assicurarsi che vengano rispettati. Piuttosto allora l’interrogativo deve riguardare i sistemi e le forme, i modi e non i meriti della questione. Il suggerimento, implicito nel romanzo, dichiarato nella postfazione, è quello di continuare a scandagliare il tempo che viviamo e a non accontentarci della narrazione comune. 
I romanzi di Sgardoli hanno sempre avuto l’ambizione di coinvolgere sollevando quesiti e questo non vi si sottrae. Tuttavia, rispetto ad altre storie, questo ha una costruzione della vicenda più lineare e meno complessa: i personaggi sono due, a loro si affianca solo un terzo, per una porzione di tempo, le loro vicende non impegnano il lettore così come invece è stato in altre situazioni. Viene solo da chiedersi se in questo caso lo scrittore non sia stato più spinto dall’esigenza di argomentare un problema (attuale e spinoso) in modo da includere anche i più giovani in un dibattito accesissimo. Intento certamente lodevole, considerata l’importanza enorme della sfida che il presente ci pone, ma che probabilmente ha decretato un sacrificio di quella parte del romanzo che per sua natura richiede una libertà maggiore e la possibilità anche di allontanarsi (magari per poco, non del tutto) dall’imperativo morale della storia.
Teodosia 

Haven’s End di Guido Sgardoli, San Paolo Edizioni 2026 

lunedì 16 marzo 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA STUPIDERA 
per Sergio  O

Il libro dal futuro, Mac Barnett, Shawn Harris (trad. Sara Ragusa) 
Terre di Mezzo 2026

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Questo libro viene dal futuro. 
Qui nel futuro sono cambiate tantissime cose. 
Nel futuro il sole si chiama LUNA e la Luna si chiama SOLE 
Il giorno si chiama NOTTE e la notte si chiama GIORNO 
Le banane si chiamano MELE 
E le mele?" 

Nel futuro molte cose sono diverse, ma è soprattutto il linguaggio ad aver preso un'altra strada da quella che nel presente conosciamo. 
Per esempio: continuano a esistere i nasi, ma si chiamano FUNGHI. 
E se qualcuno ci starnutisce davanti facendo il suono di sempre, ovvero ECCIU', non si deve rispondere educatamente: Salute!, ma Scusami, Susan! 
E quando andiamo in un supermercato, lo chiamiamo Bolly Bolly Buu Buu. Visto che nel futuro anche i numeri sono cambiati, per cui all'uno corrisponde un fantastiliardo, se si volesse comprare una banana si dovrebbe chiedere alla commessa un fantastiliardo di mele... 
E se la si volesse ringraziare? beh, in quel caso occorrerà metterle un bel pesce sulla testa. 
Tutto chiaro? 

Questo libro corre pericolosamente sul filo di un crinale: nello stesso preciso istante, se si guarda da una parte si vede chiaro il colpo di genio, dall'altra, invece, si vede la spensierata scemenza diffusa. 


Su detto stretto spartiacque si può camminare a lungo, ma poi forse occorre decidere da che parte volgere lo sguardo per proseguire. 
E ancora: ci si potrebbe interrogare quanto di una scemenza si nasconda nei colpi di genio e viceversa. E come spesso accade dagli errori, dalle cose fatte senza testa nascono per guizzo delle idee brillanti che ti salvano la pelle. O no?
E ancora, a voler esagerare, se Il libro dal futuro fosse contemporaneamente tutte e due le cose? 
E lo fosse per scelta degli autori? 
Argomenti a favore del colpo di genio: difficilmente Mac Barnett sbaglia un tiro. Anche se alcune storie sono decisamente più felici di altre, il livello complessivo è sempre molto alto. 
Argomenti a favore dell'allegra baggianata: il fatto che dietro questo libro ci sia un gioco, e quindi come tutti i giochi, esso prevede anche una necessaria dose di spensierata scemenza. 
Si possono mettere in elenco alcune riflessioni. 
1. chiama affabilmente dentro i propri lettori... 
2. ma con loro è perentorio.
 

3. è molto chiaro con i propri lettori... 
4. ma di loro si prende anche gioco. 
5. è un meccanismo perfetto dal punto di vista della sua architettura, ossia quella di un albo illustrato... 
6. ma è anche capace di trasmettere intorno a sé una meravigliosa confusione. 
7. è per scelta spiazzante con i propri lettori... 
8. ma è anche capace di rassicurarli. Alla fine.

Per pubblica ammissione di Mac Barnett (https://lookingatpicturebooks.com/) il libro nasce dal desiderio di creare una storia che preveda la condivisione tra grandi e piccoli e che quindi necessiti di una lettura ad alta voce da parte di un adulto con dei bambini davanti (intorno o sopra). 
Appresa questa circostanza, si rafforza nella testa l'idea che il libro sia contemporaneamente le due cose dette all'inizio: un colpo di genio e una allegra baggianata. 
L'idea di chiamare dentro i propri lettori (punto 1) funziona magnificamente se il libro viene letto ad alta voce. 
Barnett va dritto come un treno, e scrive con tono assertivo e perentorio (punto 2): "Questo libro viene dal futuro. Qui nel futuro sono cambiate tantissime cose." Va da sé che la chiave è in quell'avverbio di luogo. Qui e non lì, si badi bene. 
E così con SOLE tre letterine si dà al lettore (sia il piccolo sia l'adulto) una precisa indicazione sulla provenienza della voce narrante. E gli si dice anche con molta chiarezza che è agli abitanti del passato (ossia del presente) che si sta rivolgendo. 
Così, per magia, in sole 12 parole (nella traduzione di Sara Ragusa) ci siamo già dentro "con tutte le scarpe" (punto 1). 
Il testo prosegue con adamantina chiarezza per 4 pagine, ossia due doppie facciate (double page spread, per gli snob), che è meglio di 2 sole (punto 3 e punto 5): nel futuro i nomi delle cose sono quelli dei loro contrari, da come li si conoscono nel presente (punto 7). 


In perfetta simmetria, nella prima doppia si apprende che il sole si chiama luna e la luna si chiama sole. Nelle successive si rinforza il concetto. 
E a proposito di rinforzo, il vero colpo di genio visivo sta nelle targhette rosse Dymo (qui gli adulti gongoleranno) che sono lì a dirci che le cose stanno davvero così (punto 3). Sono lì come targhette nelle cornici di molte grandi opere più antiche oppure in quelle didascalie che sono al lato e che attestano si tratti di un autentico Renoir, di un vero Canaletto, di un capolavoro di Anish Kapoor. 
Ma poi il testo, dopo il funzionale silenzio del giro di pagina (punto 5), sterza bruscamente (punto 4) e quello che sembrava una regola, non lo è più. 
Altro piccolo colpo di genio andrebbe menzionato per come Shawn Harris risolva visivamente un testo che in queste due pagine è obiettivamente scivoloso come una parete di vetro... (punto 5). 
Il gioco tra lettore e voce narrante riprende e si consolida, con le solite sterzate (punti 2, 3 e 4). E si stabilisce finalmente anche a parole ciò che si supponeva: ossia che la voce narrante proprio al suo lettore stia parlando (punto 1). La "faccia di frappè" dell'edizione italiana si distacca da quella inglese che è "faccia di formaggio", chissà se in onore di una delle letture cardine del giovane Barnett (The Stinky Cheese Man...), ma le troppe cose da raccontare costringono la voce a sorvolare... 
A questo punto i nomi diversi tra futuro e presente sono parecchi, e sono sempre più folli e assurdi. 
Il gioco si fa interessante e l'intreccio si infittisce e diventa racconto di un fatto: una spesa al supermercato. 


A questo punto si può supporre che la "stupidera" si sia impadronita del tutto di chi legge e di chi ascolta, anche in nome dell'aumentata confusione generale (punto 6 e punto 7). 
E per finire, si arriva al punto 8, ossia a quello che il testo, nonostante il punto 7, non può permettersi di dire per non scivolare nel didascalico, ma che una testa mediamente pensante percepisce... 
Taccio, ognuno provi per sé e si esprima, eventualmente su un'etichetta Dymo.

Carla

mercoledì 11 giugno 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

CORPO - FORMA – NORMA 

Lorenzo Ghetti arriva al terzo volume di un ragionamento sviluppato a fumetti cominciato nel 2018 con “Dove non sei tu”, poi con “In alto abbastanza” (2021) e ora con “La forma che mi hai dato”. Tutti usciti per Coconino Press. Un ragionamento, si diceva, che sposta le questioni dell’oggi in un tempo futuro e in un contesto fantascientifico dove, attraverso storie agite da giovani protagonisti, Lorenzo Ghetti mette in scena le dinamiche e i temi della costruzione delle identità individuali e collettive. 
Una sorta di trilogia, dunque, che tiene al cento l’adolescenza, le relazioni, gli affetti, i desideri, i corpi, l’immagine di sé, le costruzioni sociali, la tecnologia, l’idea di futuro. 


L’Isola, in cui ci porta con quest’ultimo racconto, è divisa in due parti separate e in tutto e per tutto diverse: c’è un fuori e c’è un dentro. Tra loro c’è un confine che non deve essere attraversato. 
Fuori vivono gli Esploratori, il loro spazio è aperto, connotato da una specie di super esposizione alla luce, i colori sono caldi e accesi e vanno dal giallo all’arancio al rosso. Uno spazio brulicante di corpi celati, quasi del tutto coperti da stole, veli e stracci. Dentro vivono gli Esemplari, in una torre alta e algida: le loro vite sono regolate da una ferrea e gerarchica disciplina, comunicano tra loro in maniera funzionale. Il loro spazio è chiuso, colorato con colori freddi che vanno dal blu al verde. Gli Esemplari indossano tute aderenti che evidenziano la forma dei corpi, perfetti nella loro “normalità”. 


Al centro della storia, al centro esatto del libro, scopriamo il Motore, un nucleo centrale che dà forma all’intero sistema sociale come ai singoli abitanti dell’Isola: un nucleo piatto, tondo, bianco, perfettamente vuoto, uno spazio che si legge per sottrazione in una doppia pagina densa di cavi, elettrodi e varia tecnologia. Quando i primi coloni arrivarono sull’Isola erano un unico equipaggio e furono gli Esploratori ad allontanarsi per primi dal Motore. I loro corpi mutarono a contatto col nuovo ambiente. Da quel momento l’esigenza primaria, per gli uni come per gli altri, sarà quella di preservare la normalità originaria. Gli Esploratori lavoreranno al servizio degli Esemplari per nutrirli e difenderli da eventuali e fantomatici attacchi esterni all’Isola. Gli Esemplari vigileranno sulla propria normalità tenendosi alla larga dal contatto con l’esterno. Un rito ciclicamente ripetuto, la “cerimonia del corpo”, servirà a rinsaldare il legame con la forma originaria dei corpi esemplari, quelli giusti. Nessun dubbio, nessun interrogativo, nessuna eccezione sarà ammessa. Nessuna rivolta. Nessun affetto dovrà mettere in discussione lo status quo. Ciascuno al suo posto, ciascuno schiavo della perfetta normalità, posseduta o anelata. 
Il passato, l’origine, diventerà l’unico motore del futuro. 


Ma… 
È davvero possibile vivere perché nulla cambi? Cosa è normale e cosa non lo è? Chi è il nemico e di chi lo è? Cosa fa di uno schiavo, uno schiavo e di un padrone, un padrone? Esiste una purezza contrapposta alla contaminazione? Cos’è che tiene insieme una società? E cosa tiene insieme un’identità? Le storie di Lorenzo Ghetti sono sempre generative di domande alle quali fortunatamente l’autore non dà risposte univoche. Ci pensa la storia stessa ad esplorare eventi e conseguenze. In questa storia arriveranno due personaggi: Mari, una Esemplare che tempo prima aveva deciso di abbandonare l’Isola e Figura, la cui forma non assomiglia a quella di nessuno, o meglio, può somigliare a quella di tutti perché può diventare come chiunque voglia che lui/lei sia. 


Mari è colorata in scala di Grigi. Figura è dello lo stesso bianco del Motore. Sono loro i personaggi che ci portano nella parte più enigmatica e ricca della storia: Mari ha cercato il coraggio di andare a guardare oltre l’Isola al di là delle forme date e conosciute; Figura non ha una forma propria ed è la capacità di totale contaminazione, il vuoto che può trasformarsi in ogni pieno. La forza del coraggio e la forza della trasformazione saranno deflagranti ed apriranno alla possibilità di un nuovo futuro: una nuova “coppia originaria”, se così possiamo dire, attraverserà un mare giallo e si inoltrerà fuori dalla pagina, nel mondo sconosciuto. 
Insomma una storia ricca di una complessità che trova corrispondenze nei contenuti come nella forma grafica: la scelta dei colori che identificano i personaggi e i contesti, la ripartizione delle vignette che crea un ritmo ogni volta diverso anche nel senso di lettura. Particolarmente interessante è il ragionamento grafico sulle forme geometriche: il cerchio che già appare in copertina ritagliato nella sovracoperta è inscritto sia in un quadrato che in un poligono. Anche la successione dei capitoli è segnata da forme geometriche inscritte in un cerchio: per il primo capitolo vi è solo una retta, per il secondo le rette diventano due incidentali, al terzo si chiuderanno in un triangolo e via via fino a costruire, capitolo dopo capitolo, un poligono con un numero sempre maggiore di lati… che nell’ultimo capitolo disegneranno un cerchio. Pure al centro del petto di Figura c’è un cerchio, vuoto, che con l’andare della storia, con l’avvicendarsi degli eventi sarà segnato, ogni volta di più, da rette che ne disegneranno spicchi. 
Trasformazione, conflitto, complessità, alterità, futuro. 


Una storia che scandaglia, su diversi piani, la costruzione dell’identità individuale e collettiva, il ciclo innovativo delle nuove generazioni e il conflitto che ne deriva, la potenza della ricerca interiore e della sperimentazione. Il tutto in uno scenario distopico, a cui Lorenzo Ghetti ci ha abituato già nei due titoli precedenti, caratterizzato da un segno grafico arrotondato che riesce a tratteggiare personaggi e ambienti familiari eppur futuristici. 
La ricchezza delle metafore, la molteplicità dei punti di vista, lo spessore dei profili individuali, la contrapposizione -niente affatto semplificata- tra individualità e normatività, la costruzione grafica del racconto che incastra vignette che zoomano e vignette che allargano lo sguardo con grande libertà nell’ingombro della pagina, l’originale utilizzo dei balloon, sono gli aspetti che, insieme agli altri che la sensibilità di chi leggerà potrà ritrovare, rendono questa graphic novel molto interessante e adatta alla lettura e alla riflessione di lettori e lettrici a partire dai 14 anni. 

 Patrizia 

 “La forma che mi hai dato”, Lorenzo Ghetti, Coconino Press - Fandango 2025 


venerdì 13 settembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DIVENTERO' UNO STARK! 


Diventerò una star, Ulf Stark, Mati Lepp (trad. Laura Cangemi) 
Iperborea 2024 

NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 6 anni) 

"Gli lessi una fiaba intitolata Il brutto anatroccolo. Parlava di un anatroccolo che tutti prendono in giro perché è brutto e maldestro, ma alla fine si scopre che è un cigno. 
Astor mi guardava con gli occhi sbarrati, come se non avesse mai sentito niente di più emozionante in vita sua. 'Cavoli, è proprio così!' esclamò quando la storia fu finita. 'Esattamente così! Come faceva quello che l'ha scritta a sapere come me la passo io? Mi ha sbirciato dentro di nascosto?' 
 'Gli scrittori sanno un sacco di cose', risposi. 
'Sì, perché io mi sento proprio così: brutto e sbagliato.' 
'Ma va'. Secondo me sei perfetto.'" 

La situazione è la seguente: due grandi amici e compagni di scuola - Astor e Ruben - passano quasi tutto il loro tempo insieme. Le grandi doti di Astor sono quelle di saper fischiare con 2 dita, di saper scoreggiare a comando, di saper imitare il suono della campanella di scuola, di saper fare la verticale e muovere le orecchie. E di far arrabbiare spesso i suoi con le sue stupidate... 
Invece, la migliore dote di Ruben è quella di avere ottimismo e fiducia da vendere, anzi da regalare! Cosa che prontamente fa con il suo amico che in questo momento è un po' in crisi e ne ha un gran bisogno: perché si crede brutto, perché la sua mamma è pallida in un letto di ospedale e il suo papà da solo nel negozio di parrucchiere fatica un bel po', tra le tinte sbagliate e i tagli un po' sghembi. 
Complice l'affetto di un amico, un vecchio giornalino e un manuale difficile sull'ipnosi, molte cose sembrano mettersi in riga per marciare nella direzione giusta... 

Di Ulf Stark credo nessuno dubiti. 
E a quei pochissimi che ancora non hanno mai letto un suo libro, non si può che intimare di andare a colmare la grande lacuna. Immediatamente. 
Qui molto è stato già detto: su Le scarpe magiche del mio amico Percy, Sai fischiare, Johanna?, Il bambino dei baci, Il bambino mannaro, Animali che nessuno ha visto tranne noi, Ulf il bambino grintoso, Tuono, Il paradiso dei matti, La grande fuga e Piccolina tutta mia. Quest'ultimo è materia di studio e dà anche il titolo a un incontro di formazione sulla genitorialità nella letteratura del Nord...
(fine della autopromozione). 
Tuttavia ogni volta che un suo libro esce, c'è da esserne contenti perché più ce n'è, meglio è. Diventerò una star credo che non si possa considerarlo il suo miglior libro, ciò nonostante nelle sue pieghe nasconde una serie di semini che possono far germogliare pensiero sulla sua bravura. 
La prima di queste è già a pagina 6. Una frasetta, anzi due, che sembrano insignificanti e invece non lo sono, o per meglio dire conservano in poche parole, una dozzina, la grande misura di uno scrittore: Astor era il mio miglior amico. Non aveva paura quasi di niente. 
Lo penseranno tutti perché a posteriori, a libro letto, tornerà chiaro a ciascuno che questo incipit è magicamente perfetto per definire Ruben, per definire Astor e soprattutto la loro storia assieme. 
Un altro paio di semini li si trova a pagina 8: tutta la pagina è dedicata alla mamma di Astor in ospedale (chissà se è una delle cose di cui lui ha paura?) e ai tentativi che Astor mette in atto per divertirla e che irritano la zelante infermiera, Il risultato è che l'immagine e il testo che la guida ci raccontano una mamma a occhi chiusi ma con un sorriso sulle labbra pallide... 


Un altro semino potrebbe germogliare, zitto zitto, a pagina 12. Lì tra una parola e l'altra si vede quanto un adulto possa trovarsi in difficoltà e quanto non gradisca che suo figlio e il suo miglior amico, che davvero non lo lascia mai (chissà se non lo lascia mai perché sa che non è un gran momento per lui?), lo infastidiscano con la loro presenza... 
Un semino piccolo piccolo è il dialogo tra bibliotecaria e Ruben: 
"Questo voglio prenderlo in prestito", dissi. "Non lo capirai", mi avvertì la bibliotecaria. "E' troppo difficile." "Bene" risposi. 
Et voilà. 
Si potrebbero scrivere pagine su questo piccolo siparietto tra un adulto e un ragazzino e su come tutto poi semplicemente succeda... La capacità di Stark di essere cristallo, nel mettere un fatto dietro l'altro, poche parole e nessuna spiegazione. 
In questo senso forse vale la pena notare una volta ancora tutto il "non detto" che viene a galla nella scena dell'ipnotizzamento del padre di Ruben da parte di Ruben stesso, per ottenere 100 corone necessarie per il pomeriggio al luna park con Astor, che di soldi non ne ha tanti adesso... 
Et voilà, di nuovo.

O ancora il suono della campanella a scuola, il giorno del luna park, e il necessario ipnotizzamento del maestro... 
Ari et voilà. 
O quello della maga che predice il futuro e fa le diagnosi, come fosse un dottore.
Ari ari et voilà. 
Non so se sentirmi sotto ipnosi quando leggo Stark, ma a me pare molto evidente come sappia dire tra una riga e l'altra, nel bianco che c'è in mezzo e nelle teste di chi legge, così tante cose.... 

Carla 

Noterella al margine: un applauso a Laura Cangemi per la 'sputatrice a segno'!!

venerdì 26 maggio 2023

FAMMI UNA DOMANDA!


IL CLIMA CHE CAMBIA (E FA PAURA)



Non sono certo poche le pubblicazioni, gli articoli che parlano del cambiamento climatico e dei suoi effetti; nel caso del libro divulgativo di Mario Tozzi, ‘Perché il clima sta cambiando?’, pubblicato da Einaudi Ragazzi, l’involontario tempismo è davvero singolare. Uscito ai primi di maggio, il testo, articolato e preciso come si conviene, spiega il cambiamento climatico proprio quando a misurarne le conseguenze, per quanto indirette, sono migliaia di persone che, nel nostro Paese hanno subito una devastante alluvione.
Attualità a parte, il libro di Tozzi, geologo, ricercatore e divulgatore scientifico, si sofferma su diverse problematiche legate al tema del clima. Innanzitutto, fornisce una serie di dati statistici che attestano le variazioni di temperatura, l’aumento della siccità e i fenomeni estremi, tutti fra loro interconnessi; viene messa in evidenza la tragica influenza che il consumo del suolo, legato alle attività produttive, ha sugli effetti dei fenomeni atmosferici, già di per sé ‘eccezionali’.
Fare un passo indietro, rispetto allo sfruttamento delle risorse naturali e al consumo di suolo, non è solo necessario, è impellente; ma è sufficiente? Per rispondere a questa domanda, l’autore analizza i dati relativi alla responsabilità dei combustibili fossili e della produzione di metano, legata agli allevamenti intensivi, nell’aumento delle temperature a livello globale.
Non ci sono molti dubbi al riguardo; per mettere mano a questa tematica è necessario mettere in discussione il nostro modello di sviluppo, il nostro stile di vita. La domanda a questo punto è: possiamo gestire il cambiamento oppure è necessario stravolgere il nostro modello di sviluppo per invertire la tendenza all’aumento della temperatura?
In questo ambito il problema cruciale è il fattore tempo: la capacità di reazione dimostrata dai sapiens finora è veramente scarsa: il grande fotografo brasiliano Salgado, in un’intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della sera, afferma che abbiamo già oltrepassato il confine del non ritorno e che, quindi, il nostro destino è segnato, mentre la Terra, la sua biosfera, come successo in altre ere, troverà il modo di ricominciare.
Questa è una visione pessimistica, forse rassegnata, ma l’ottimismo della volontà è quello che ci fa dire che libri come questo forse possono aprire gli occhi ai più giovani, in modo che a protestare non siano più solamente i coloriti e irriverenti guerrieri di Friday for Future o Ultima Generazione.
Il tema del cambiamento climatico è stato varie volte affrontato nei libri per ragazzi; per i più grandi, sopra i dodici anni, per esempio da Luca Perri in ‘Pinguini all’equatore’ ; molto diverso l’approccio, nel libro di Mario Tozzi molto serio, documentato, assertivo, pur nella semplicità dell’esposizione; nel libro di Perri, l’approccio era più ironico, problematico, coinvolgente, pur arrivando alle stesse identiche conclusioni.
Questioni di stile, dunque, ma non solo: la difficoltà ad affrontare testi argomentativi di una certa serietà è nota; cercare un percorso espositivo più vivace non è una banalizzazione, ma rappresenta un tentativo di superare le difficoltà di comprensione che spesso ragazze e ragazzi hanno.
Mario Tozzi sceglie un approccio più didattico, sistematico, usando qua e là terminologie obbiettivamente difficili.
Detto questo, la tematica è talmente importante che, magari con l’aiuto di un adulto, è più che opportuno che questo e altri testi simili entrino nelle bibliografie ideali destinate ai ragazzi e alle ragazze della scuola media.
Capire è il presupposto per poter agire, poi, a ragion veduta.

Eleonora

“Perché il clima sta cambiando?”, M. Tozzi, Einaudi Ragazzi 2023


lunedì 2 gennaio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

VIA COL VENTO...

Potrebbe andare peggio!
, Einat Tsarfati (trad. Silvio Bertozzi)
Pulce Edizioni 2022 



ILLUSTRATI PER PICCOLI (da 4 anni) 

"Albert e George stavano navigando, senza più nessuno del loro equipaggio, fianco a fianco su quel che era rimasto della loro nave. Albert si sentiva triste. 
George suonava allegramente la sua armonica. 
E all'improvviso cominciò a piovere... 'Non è giusto!' - sbuffò Albert. 
'Potrebbe andare peggio...' disse George" 

 Effettivamente quando il misero equipaggio di sopravvissuti si vede volare sulla testa un intero stormo di pesci volanti con la diarrea, viene messa di nuovo alla prova la loro indole che si riconferma: Albert urla schifato, mentre George si fa una bella risata, convinto sempre di più che sarebbe potuta andare molto peggio... 
Per non parlare dell'ossessivo canto delle sirene o della nave pirata fantasma o, peggio, dell'arca piena di animali famelici che mettono in pericolo il loro galleggiare raminghi e soli in mezzo al mare. 
Ma forse George non ha tutti i torti perché, in un crescendo di vere e proprie piaghe per quei due marinai, li vediamo finalmente prendere terra e trovare rifugio in una caverna. 
All'asciutto, anche il pessimista Albert sembra ricredersi, ma poi spetta a George dubitare che tutto potrebbe andare molto peggio di così: con cento occhi che nell'oscurità più nera li stanno scrutando... 

I libri di Einat Sarfati di rado deludono. 


Questo perché il suo sguardo è sempre pieno di ironia, al limite del cattivello, circostanza che a me personalmente la rende amatissima, e soprattutto è pieno di piccole trovate che tira fuori dalla sua penna e con cui riempie la pagina, fino a quasi raggiungere la saturazione visiva. 
E anche perché sa muoversi con disinvoltura e agilità intorno a tutto ciò che può essere considerato visionario e assurdo. Prospettiva quest'ultima, considerata spesso 'troppo rischiosa' nei libri per bambini. Altra ragione per avere stima di lei. 
Sa essere molto raffinata e nello stesso tempo pop, ossia sa parlare una lingua che tutti possono capire, come per esempio è accaduto in libri come Un invito fatale, che intorno al Talmud ruota, o ancora con il grande, non solo nel formato, I miei vicini. 
Questi sono i suoi pregi di base che in questo libro quasi nuovo che ha un suo seguito tra breve in uscita si potenziano nell'impianto narrativo, ovvero nella costruzione di un divertente crescendo, altro carattere che nei libri per bambini è garanzia di successo. 


La 'follia' della Tsarfati in una struttura che prevede che, pagina dopo pagina, si vadano ad aggiungere sempre più elementi di disturbo dà il meglio di sé. E infatti, inevitabilmente accade. 
Anche se il punto di partenza, ossia un mare deserto con due naufraghi su un moncone di vascello, non le offre grandi possibilità di esagerare, riesce a trovare una valvola di sfogo appena possibile: nei pesci volanti con la diarrea, nella nave fantasma, ma ancora di più nell'arca piena di animali.
 

Il disegno si infittisce, i colori si diffondono, i dettagli si moltiplicano. L'esagerazione è proprio una delle corde che le più congeniale. 
Ma dietro questo albo illustrato fatto di questo intreccio sempre più fitto e intricato di oggetti e personaggi, in un gioco cromatico sempre più accattivante, si nasconde un piccolo manuale di filosofia (che in qualche misura ricorda il noto Fortunatamente di Remi Charlip). 
In entrambi, ridendo e scherzando e, senza parere, alzando sempre più l'asticella da superare, si arriva a ragionare del fatto che le cose possono andare non sempre come si vorrebbe che andassero e che essere pessimisti oppure ottimisti può fare la differenza, almeno per quanto riguarda la qualità della vita e la percezione che ognuno ha della propria permanenza su questo pianeta!
 

Dunque è interessante notare che un libro del genere sia uscito proprio ora, durante questo tempo incerto e, tutto sommato, capace di farci vedere anche il peggio. 
E non è casuale che se ne parli qui con un anno davanti, nuovo di zecca.


Dopotutto,  domani è un altro giorno, direbbe George, con lo sguardo in avanti e i capelli al vento...

Carla

mercoledì 13 gennaio 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LASCIARSI PIOVERE
 
Agni e la pioggia, Dora Sales, Enrique Flores 
(trad. Rossella Michienzi)
Kalandraka 2020
 

NARRATIVA PER MEDI (dagli 8 anni)
 
"Quella mattina, all'alba, volle uscire a bagnarsi. Senza pensarci due volte, sentì il bisogno di farlo, per cercare di togliersi di dosso quel senso di tristezza. Con l'acqua.
Si alzò facendo attenzione a non svegliare nessuno, e uscì dalla porta della baracca. Era solo nel vicolo, e rimase di fronte alla sua piccola casa dal tetto di latta. L'acqua cominciò a bagnarlo; una goccia, un'altra ancora... Era tiepida, come l'aria di quell'alba. Piano piano, gradualmente, Agni stese le braccia e iniziò a muoverle, su e giù, con lentezza, per sentire le gocce cadere sulla sua pelle, e in quel momento tranquillo, da solo con sé stesso, con le sue domande sentì che a volte è bene lasciarsi piovere."
 
Agni, con i suoi 10 anni, vive a Bombay, in una delle tantissime baracche che si affacciano su un vicolo fangoso. È uno dei tantissimi bambini che vivono in povertà estrema, è uno dei tantissimi che lavorano. Passa tutte le sue giornate con le mani nell'acqua acida a strofinare i panni sporchi nel lavatoio del signor Kumar. In questo modo contribuisce a portare qualche soldo a casa e a essere di aiuto al resto della famiglia. Tutti i giorni si ripetono uguali e uguale è il percorso ogni mattino per andare, assonnato, e ogni sera per tornare, stanco. Domenica a parte che è il giorno in cui non si lavora e si va al mare con il resto della famiglia con un motocarro in prestito o al mercato con la madre per comprare frutta e, se i soldi lo permettono, anche un pesce che diventerà saporito.
La felicità sembra essere lontana da qui. Eppure.
Come dice Ma, non è ricco chi possiede di più ma chi sorride di più, chi sogna di più. E questo Agni lo sperimenta ogni giorno, di sogno in sogno, di desiderio in desiderio. Immagina quando riesce a infilarsi nel piccolo cinema del signor Shanti, immagina quando con il suo dito viaggiatore esplora il vecchio mappamondo che ha a casa, immagina quando impara la parola amore, immagina il brivido sulle labbra di Lilli e il Vagabondo che si uniscono, immagina il sapore dei gamberi della signora Sharma, immagina quando decide di cambiare strada per tornare e sente che da una casa escono risate di bambini, immagina quando si siede con il suo migliore amico Abhay sulla vecchia panchina sul lungomare di Bandra.
 

Immagina ascoltando tutti i racconti che gli fa il suo fratello maggiore Vijay.


Questo libro ha dentro di sé almeno due voci. Una, più stentorea e più chiara, è quella che racconta un fatto certo che è la condizione sociale in cui Agni vive. Il fatto che a dieci anni abbia già alle spalle almeno altri quattro o cinque anni di lavoro, il fatto che si svegli alle cinque e mezza ogni mattina e non vada a scuola, il fatto che non sappia leggere o scrivere, il fatto che i suoi unici svaghi siano quattro calci al pallone nella breve pausa di pranzo e ogni sabato, dopo il lavoro, un film nella sala di proiezione a tre vicoli dal suo, il fatto che abbia sempre un po' fame, il fatto che il lavoro paia essere l'unico destino anche della piccola sorella Lalita, il fatto che Agni veda ogni sera Ma e Baba sfiniti di fatica.
 

A questa se ne intreccia un'altra, molto più sottile e profonda, che esprime qualcosa di non così tangibile, non così certo come è certa la realtà. Una voce che racconta la materia dei sogni, ovvero quello che sta dentro di noi. In altre parole esiste una prima storia che si dedica ai fatti della vita di Agni, attenta ai contorni delle cose. La seconda ha un modo di raccontare del tutto diverso. Le parole dicono ciò che non si può toccare, afferrare, perché non ha contorni e di solito è un po' più lontano: per esempio, ci dice dell'orizzonte dopo il mare sporco che Agni ha davanti quando siede con il suo amico a ragionare? Si tratta di parole che puntano anche verso l'alto, per esempio in cerca di una stella da regalare? Così facendo, la seconda voce ha il compito di raccontare il mondo interiore, i sogni, i desideri, i pensieri di quel bambino e di quel pugnetto di persone che gli girano attorno. E meno male che questo accade. In caso diverso, questa sarebbe solamente la storia di un mucchio di relitti.
E così accade che in un bambino - il cui nome significa fuoco - la fatica di una giornata a lavorare duro si 'incenerisca' su una panchina scrostata o nel buio di un cinemino, che l'odore acre dell'acido del lavatoio 'diventi fumo' di fronte al profumo dei manghi maturi del mercato, che poche rupie restino dischetti di metallo e che siano i sogni, invece, a cambiargli la giornata, che la pioggia forte di una notte, non sia solo fango all'alba, ma abbia il gusto di lavarsi via la pesantezza.
 
Carla



venerdì 18 dicembre 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

E ALLORA, NON RESTA CHE ANDARE

Avanti tutta! Guia Risari, Daniela Iride Murgia
Edizioni Corsare 2020



ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"Questa storia comincia in una giornata un po' inutile, in cui non sta accadendo niente di speciale e nessuno ha ancora sorriso. In giardino, contro l'albero, trovo due pali lunghissimi, così lunghi che non se ne vede la fine.

Ci penso un po' su e mi arrampico." 
 
Non sono due pali qualsiasi: hanno dei legnetti messi di traverso. Sono due trampoli. 
 
Ecco, metti due trampoli davanti a un bambino e lui cercherà di salirci. E tanto più in alto salirà, tanto più penserà di aver fatto la cosa giusta, ovvero vedere lontano, vedere dall'alto, vedere quello che fino a un minuto prima aveva solo potuto immaginare. La seconda cosa che farà quel bambino sarà di non essere solo in questa magnifica esperienza. Così, uno dopo l'altro, secondo un rigoroso ordine di affetto, farà salire con lui il suo cane, papà e mamma, gli amici, anche i più ingombranti, e poi un po' di persone che lui reputerà bisognose di quella visuale: un marinaio che cerca il mare, una ragazzina cieca e un pittore. Tutti, ma proprio tutti, saranno felicissimi di essersi arrampicati, anche papà e mamma che erano i più riottosi. E allora non resta altro che andare! 
 
Una trama scritta tutta al futuro, non credo sia un caso. Alzarsi e prendere la giusta distanza da questa pastoia, guardare altrove, guardare lontano e andare verso un futuro, che sia nuovo necessariamente, pieno di aria diversa, mai respirata finora. E magari fare tutto questo con una squadra ben scelta di compagni di avventura.
 

Se si tasta il polso dell'editoria, pare che il battito sia accelerato perché ha intensificato il passo, sta corricchiando più pimpante di prima. Se si tasta il polso di quella dedicata ai più piccoli la situazione è anche migliore. Non sono io quella che può fare analisi di mercato o sociologiche, ma più semplicemente posso immaginare che le circostanze in cui siamo tutti impastoiati abbiano suggerito a chi finora non aveva cercato nei libri una mappa per andare avanti, di provare un nuovo modo per farlo. Le librerie hanno lavorato sodo perché questo accadesse, il governo ha fatto molto per sostenere la circolazione dei libri, nelle case con porte e finestre chiuse o socchiuse le vie di fuga sono state delegate alle storie scritte. Questo immagino e non vorrei che qualcuno mi convincesse del contrario. E se così stanno le cose, è conseguenza quasi inevitabile che un certo numero di persone abbia capito che nei libri, nei buoni libri, quelli che contengono le buone storie, ci sono i trampoli necessari, per alzarsi e andare avanti. I buoni libri, e di questo nessuno mi farà recedere, sono strumenti utili per orientarsi, e quindi per imparare a camminare, anche stando fermi. Ci hanno detto di stare fermi e così il libro, in molti casi, si è reso necessario per continuare ad andare. In questa ottica Avanti tutta! ha un doppio merito: quello di essere una buona storia con solidi trampoli già incorporati e di indicare, sotto metafora, un'aria nuova da cercare. Un trampolino per fare un salto verso domani. Un domani pieno di cose nuove. Non so dire se sia una mia deformazione di interpretazione, ma mi pare che - con consapevolezze diverse forse - gli autori e gli editori stiano cercando di mettere nelle condizioni i bambini di progettare il domani, e quindi a tendere verso qualcosa di meglio di oggi. Non un generico Andrà tutto bene, ma un più consapevole : dont'hope, cope! (Ungerer rules.)
Non so se un bambino o una bambina coglieranno questa questione fino in fondo, ma mi auguro che la colgano gli adulti che sono quelli che, fino a prova contraria, i libri li scelgono e li comprano per i più piccoli senza portafoglio.
I bambini e le bambine percepiranno invece, molto di più di quanto potrà capitare agli adulti, la bellezza della scoperta, dell'avventura, ovvero dell'ignoto da esplorare che questa storia porta con sé. Troveranno affinità con il protagonista che fa salire un equipaggio di tutto rispetto: i motivi delle scelte sono di una logica inoppugnabile, come di norma è quella dell'infanzia. 
Proveranno il piacere di essere finalmente in alto, godranno di insolite prospettive visive, a loro negate finora.
Spalancheranno gli occhi di fronte a una esperienza che tutti vorrebbero vivere e li terranno spalancati guardando l'immaginario che propone loro Daniela Iride Murgia, sempre così diversa dagli altri, così bella, così colta, così ironica (i trampoli di un illustratore sono le sue matite...). Nel colore, nella forma, nell'iconografia. In ogni più piccolo dettaglio, nelle citazioni, nella meccaniche. Così necessaria per educare lo sguardo alla bellezza. Così esatta nei riferimenti. Davvero è capace di costruire una mappa visiva che sembra uscita dalle tasche di una biblioteca di un esploratore di un tempo passato, cosa che la rende sempre interessante. Piena di dettagli e dialoghi silenziosi tra le figure, uno per tutti il vestito della bambina cieca... con il pittore. 
 

Un panorama che è contemporaneamente esotico, e quotidiano che sa attingere da molti repertori diversi: palme da dattero e soldatini di piombo in divisa danese...ah, la Murgia.
 
 
Lunga vita ai libri che progettano un futuro migliore, Avanti tutta! tra i migliori.

Carla



mercoledì 11 dicembre 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


FUTURO POSSIBILE


Una coppia di gran classe, Neal Shusterman con il figlio Jarrod, affronta la non facile impresa di costruire un romanzo distopico dal profilo evidentemente realistico. Un futuro prossimo, un futuro percepito come possibile. In ‘Dry’, pubblicato da Il Castoro con il marchio Hot Spot, i due autori immaginano nel nostro presente, quindi non un astratto scenario futuribile, una situazione estrema nella California del sud.
Arriva il giorno dell’Ultima Goccia’, quando dai rubinetti della contea non esce più acqua. E non per qualche ora. A raccontare i drammatici eventi che ne seguono sono i diversi personaggi, tutti adolescenti: Alyssa con il fratellino Garrett, Kelton, il cui padre si prepara da tempo, ma inutilmente, alle catastrofi, la stravagante Jacqui e poi via via altri personaggi.
Se le prime ore dall’Ultima Goccia sono ancora guidate da scelte razionali e comportamenti civili, col passare delle ore tutto precipita in una guerra di tutti contro tutti, alla ricerca delle ultime scorte di acqua rimaste.
Quando finiscono anche quelle, la cittadina in cui è ambientato il romanzo si popola di disperati disposti a tutto: chi cerca di fuggire, chi ruba e saccheggia, chi aspetta civilmente che arrivino i soccorsi.
I nostri ragazzi, dopo l’assalto subito nella casa del padre di Kelton, cercano di raggiungere il rifugio che il padre ha costruito vicino a un lago. E’ una fuga disperata, piena di insidie, di incontri pericolosi e di accese rivalità all’interno del gruppo. Quando, dopo numerosi colpi di scena, sono sul punto di arrivare all’agognato lago, si trovano circondati da un pauroso incendio. Tutto sembra perduto, ma, ancora una volta, un finale quasi lieto fa riunire tutti i personaggi o quasi.
Neal Shusterman e il figlio, di professione sceneggiatore, hanno un grande mestiere e imbastiscono una storia che tiene il ritmo, in un crescendo di situazioni drammatiche e di colpi di scena. Si vede anche troppo bene come la struttura narrativa sia stata pensata anche per la realizzazione cinematografica, che in qualche modo influenza i tempi, le caratterizzazioni, il ritmo.
Non è necessariamente un male, anche se, trattandosi di linguaggi diversi, ne viene fuori qualche forzatura, come il finale in cui tutti si ritrovano.
D’altra parte, in questo romanzo risiede un grande pregio, quello di mettere davanti al naso di lettrici e lettori adolescenti uno scenario improbabile, ma possibile: la scarsità d’acqua, gli incendi estesissimi, che hanno realmente devastato la California, rappresentano uno dei tanti aspetti delle situazioni estreme che alimentano l’immaginario, soprattutto cinematografico, ma anche le cronache dei giornali. Quindi nonviene raccontata un’invasione di zombie, ma lo stravolgimento delle regole sociali e dei rapporti umani in un momento di grave crisi.
E’ un filone ben presente nella narrativa, qui realizzato con grande mestiere: il continuo cambiamento di prospettiva, per cui in ogni capitolo i diversi personaggi raccontano un pezzo di storia, permette alla lettrice e al lettore di cogliere le dinamiche di gruppo, i non detti, gli obbiettivi anche inconfessabili di ciascuno.
E’ una lettura avvincente, che lega il lettore alla pagina, costretto a inseguire le vane speranze e i patetici tentativi dei vari personaggi.
Consiglierei la lettura a ragazze e ragazzi, dai quattordici anni in poi, amanti delle serie televisive (di qualità), del buon cinema d’azione, che hanno voglia di immergersi per qualche ora in un incubo futuribile.

Eleonora

“Dry”, N. e J. Shusterman, Il Castoro 2019