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mercoledì 30 settembre 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL VILLAGGIO E LA CITTÀ' 


Siamo nel 2042 nel villaggio di Haven’s End, Rebecca è un'adolescente che comincia a farsi qualche domanda. E le sue domande che non riguardano tanto le relazioni con gli altri e il suo crescere e divenire adulta, bensì il posto dove crede di essere nata e dove è sicuramente cresciuta. Qualche dubbio si insinua relativamente ad un confine tracciato che non va in nessun modo varcato. Il limite che è proprio fisico, non morale, ma che implica un divieto non spiegato. Rebecca compie più di un tentativo di superarlo, ma è in seguito alla crudele e sproporzionata punizione che subisce che il desiderio di allontanarsi e di trovare una giustificazione prende forma. Scopre che il mondo, limitato, che ha conosciuto fino ad allora è molto diverso da quello, sconfinato, di fuori. Haven’s End è un villaggio che vive di una cultura contadina, di attività di sussistenza e che non conosce neanche l’elettricità. Nella fuga porterà con sé soltanto un messaggio (“è tutto un inganno”) e un nome: Aurora. È una traccia flebile, ma l’unica alla quale agganciarsi e che la condurrà in fondo a conoscere la verità sulla sua vita e su quel mondo nel quale è cresciuta. 
Ad affiancarla in un’impresa difficile e molto pericolosa ci sarà Tom, un ragazzo che prende a cuore la sua vicenda e che scopre insieme a lei una realtà che riguarda tutti, non di meno la sua vita e il suo intricato rapporto con il padre. Un romanzo distopico che propone i temi cari al genere, in primis la descrizione di un futuro non molto lontano in cui situazioni del nostro presente hanno subito una grande accelerata e condotto l’umanità alla deriva. La libertà è estremamente limitata e il controllo avviene con mezzi tecnologici sempre più raffinati. Come sempre in questi scenari, ad un destino che sembra ineluttabile, cercano di opporsi gruppi dissidenti clandestini, che anche in questa storia sono rappresentati dai Sommersi e che avranno un ruolo fondamentale per la comprensione del disegno eversivo alla base della città e del villaggio di Haven’s End. 
Sgardoli è autore prolifico che si è confrontato con diversi generi, proponendo sempre storie complesse, in grado di sollevare grandi questioni, allo scopo di interrogare i lettori sul presente, invitandoli a un’osservazione critica. Il genere della distopia in questo caso offre la formula perfetta per introdurre una delle questioni al momento più dibattute: il rapidissimo sviluppo dell’intelligenza artificiale e le possibili conseguenze. Se il tema dell’uomo che rischia di essere sostituito dalle macchine ha da sempre rappresentato un topos del genere fantascientifico, qui l’argomento viene esplorato partendo dai paradossi di una possibile via di fuga: è possibile ripensare tutto questo processo riportando la vita a quel punto in cui ancora niente era cominciato? Allo scopo di comprendere se sia possibile invertire la rotta e assicurare al genere umano un campione di purezza che ne garantisca la sopravvivenza. Peccato però che le persone destinate a questo progetto di “esclusione dai pericoli” (ma anche dai possibili vantaggi del presente) non lo abbiano scelto. Da qui si dipana il tema centrale, che non è tanto il controllo della tecnologia, quanto la possibilità di decidere se affrontare o meno questa sfida. Insieme alla libertà di decisione, ossia al libero arbitrio, la questione grande riguarda inevitabilmente anche il potere e le forme di controllo. Chi detiene la conoscenza da sempre dispone dei mezzi per decidere, e chi è tenuto all'oscuro, privato della consapevolezza di sé, sarà ovviamente molto più facilmente controllabile. 
La riflessione che l’autore propone si muove sul piano del tempo e dello spazio. Il futuro spaventoso che cerca riparo in un passato impossibile da riprodurre. Lo spazio grande, frastagliato, ingovernabile, dei grandi agglomerati urbani che serba il segreto di una porzione protetta e intoccabile. Ma i confini in entrambi i casi sono permeabili e la città cupa e pericolosa nella quale si muovono i due ragazzi è descritta come una realtà che sopravvive a fatica e che si relaziona continuamente con i resti di un passato migliore che non è stata in grado di preservare. Come in un paese uscito da una guerra, Rebecca e Tom esplorano palazzi, ospedali, centri di ricerca ormai fatiscenti che sono spettri di un tempo neanche troppo lontano, ma è stato repentinamente allontanato. Il passato incombe su un presente che non lo ha superato ma che non può in nessun modo recuperarlo. Allo stesso modo, la semplicità e purezza anacronistica di un tempo ricreato artificialmente non può in nessun modo stabilire un dialogo con quello presente, perché sopravviva è necessario che sia confinato e sospeso in modo che non conosca crescita ed evoluzione. 
Ma c’è anche un’altra grande domanda che questa storia suggerisce: il controllo pervasivo da parte del potere di pochi è prerogativa delle società evolute e ipertecnologizzate? Rebecca in questa storia fugge da un mondo contadino in cui però il Consiglio decide leggi e divieti e dispone anche di mezzi violenti per assicurarsi che vengano rispettati. Piuttosto allora l’interrogativo deve riguardare i sistemi e le forme, i modi e non i meriti della questione. Il suggerimento, implicito nel romanzo, dichiarato nella postfazione, è quello di continuare a scandagliare il tempo che viviamo e a non accontentarci della narrazione comune. 
I romanzi di Sgardoli hanno sempre avuto l’ambizione di coinvolgere sollevando quesiti e questo non vi si sottrae. Tuttavia, rispetto ad altre storie, questo ha una costruzione della vicenda più lineare e meno complessa: i personaggi sono due, a loro si affianca solo un terzo, per una porzione di tempo, le loro vicende non impegnano il lettore così come invece è stato in altre situazioni. Viene solo da chiedersi se in questo caso lo scrittore non sia stato più spinto dall’esigenza di argomentare un problema (attuale e spinoso) in modo da includere anche i più giovani in un dibattito accesissimo. Intento certamente lodevole, considerata l’importanza enorme della sfida che il presente ci pone, ma che probabilmente ha decretato un sacrificio di quella parte del romanzo che per sua natura richiede una libertà maggiore e la possibilità anche di allontanarsi (magari per poco, non del tutto) dall’imperativo morale della storia.
Teodosia 

Haven’s End di Guido Sgardoli, San Paolo Edizioni 2026 

lunedì 27 luglio 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


ROBOT ALLE PRIME ARMI


Freschissimo di stampa e già entrato nel cuore dei giovani lettori, ‘Norby. Il robot scombinato’ è la nuova traduzione, firmata da Davide Morosinotto, di un romanzo scritto nel 1983 da Isaac Asimov e dalla moglie, Janet Opal Asimov.
Nell’essere un testo chiaramente orientato ai lettori più giovani, ‘Norby’ presenta tutti gli ingredienti dei grandi romanzi che Asimov ha dedicato al tema dell’intelligenza artificiale: dalle tre leggi della robotica ai dilemmi etici e cognitivi connessi al ‘diverso da noi’, all’immagine di un mondo in cui le macchine hanno un ruolo sempre più importante.
Norby è in realtà uno scarto, che il protagonista Jeff, un quattordicenne che sta affrontando in modo non brillante gli studi dell’Accademia, trova da un rigattiere. Ha l’aspetto di un barattolo d’acciaio, da cui emergono, alla bisogna, gli arti e una buffa testa con quattro occhi, due davanti e due dietro; dovrebbe essere il robot professore di Jeff, ma in realtà ha potenzialità molto maggiori, solo che non sempre sa come usarle. Nei primi passi nella sua nuova vita, risulta un po’ maldestro e molto suscettibile, tanto da costringere Jeff a elaborati esercizi di diplomazia. Le sue doti nascoste, d’altra parte, diventeranno decisive nel corso dell’aspra battaglia che contrappone buoni e cattivi.
Nella nostra storia c’è, infatti, un impero che si estende per il sistema solare, legato ancora alla madre patria, la Terra; c’è, ovviamente, un cattivo cospiratore che vuole sovvertire l’ordine democratico, proclamandosi imperatore. In modo altrettanto ovvio, ci sono i buoni, capitanati dal fratello più grande di Jeff, Fargo. Lo svolgimento dello scontro è piuttosto prevedibile, così come lo è il ruolo centrale del buffo robot, che riesce a muoversi nell’iperspazio, mentre gli umani ancora non lo sanno fare, limitandosi al teletrasporto. Forse le sue doti sono dovute ai pezzi che il suo creatore, uno spaziale, aveva assemblato, prendendoli da un’astronave aliena trovata su un lontano asteroide. Il dato di fatto è che ne è uscita fuori una creatura molto ‘umana’, sicuramente meccanica, ma non priva di sentimenti e di senso dell’umorismo.
Molto di questo personaggio è pensato per catalizzare le simpatie del giovane lettore e giovane lettrice, che possono avvicinarsi al libro già dai nove anni. Ma fra le righe, ecco emergere qua e là i dilemmi della robotica: se la mente artificiale esprime una sua soggettività e se questa dimensione la accomuna a tutti i viventi, di questo e di altri pianeti. Nel qual caso noi, inteso come noi umani, saremmo solo una delle manifestazioni di un’unica realtà vivente.
Ma non c’è solo questo, che pure è già moltissimo, se pensiamo anche solo alle produzioni letterarie e cinematografiche che su questo argomento si sono esercitate e che ho più volte citato. C’è anche l’interrogarsi sulla natura dell’universo, su cosa siano spazio e tempo, che è anche spingersi ai confini della conoscenza, tensione intimamente connessa alla fantascienza. Il bello di questa e di molte altre storie che potrebbero essere proposte ai ragazzi sta proprio nell’esplorazione del possibile e dell’improbabile, immaginando limiti, paradossi, contraddizioni del futuro che ci attende, ma anche del nostro presente.
Lettura divertente, anche emozionante, per lettrici e lettori, dai nove anni in poi, che non temano di esplorare le galassie.

Eleonora

“Norby. Il robot scombinato”, J. e I. Asimov, Mondadori 2020






giovedì 16 aprile 2020

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


I.A.


Quale argomento più fascinoso di quello dell’Intelligenza artificiale, già declinato in molti modi dalla fantascienza classica e reso popolare anche da film come ‘2001 Odissea nello spazio’, ‘Blade Runner’, ‘Io, Robot’. E’ stato riproposto recentemente anche in un romanzo, ristampato in versione economica l’anno scorso, del 2008: ‘Genesis’, di Bernard Beckett.
Proprio perché è un tema molto visitato, è difficile orientarsi in una produzione che lo ha affrontato da diversi punti di vista: le macchine ostili, gli androidi dominati da sete di vendetta e desiderio di distruzione, le macchine eredi di una terra spopolata.
Ma per fare un raffronto più ravvicinato ho scelto un racconto del grande Philip Dick: “Impostore”, contenuto nella mitica raccolta, curata da Sergio Solmi, “Le meraviglie del possibile”. In questo racconto del lontano 1953, un personaggio, Olhman, viene accusato di essere una spia degli extraterrestri, nemici della Terra e di essere un androide che ha preso le sembianze di un umano, con lo scopo di far esplodere una potentissima bomba. Olhman è convintissimo che ci sia un errore, ma gli agenti che lo fermano e vogliono ucciderlo affermano che lui è stato programmato per sostituirsi all’uomo di cui deve prendere il posto, acquisendone anche i ricordi, tanto da convincersi di essere effettivamente lui, un umano. Olhman conduce tutti dove è caduto un razzo nemico e lì giace in effetti il corpo senza vita di un altro Olhman; tutti sembrano convincersi della sua tesi fin quando non compare un coltello. Olhman stesso si convince dell’inganno e in quel momento, innestata dal suo momento di consapevolezza, esplode la bomba.
Dunque, qui non la macchina al servizio dell’uomo, come nelle tre leggi della robotica create da Asimov, ma una tecnologia aliena capace di confondere il confine fra umano e non umano. Questo è proprio il punto cruciale: se una macchina non solo può mimare le sembianze umane, la voce, i tic, ma può assumerne la personalità e i ricordi, qual è il confine che lo separa dall’originale? Quindi cosa è squisitamente umano? Nel racconto di Asimov, e nel seguente romanzo scritto con Silverberger, ‘L’uomo bicentenario’, scritto nel ‘76, la risposta è l’immortalità. L’androide Andrew, alla fine del suo progressivo processo di identificazione con i creatori umani, chiede di poter morire come loro perché solo la caducità dà senso alla vita.
La risposta di Bernard Beckett è molto diversa e passa attraverso un lungo colloquio fra la giovane Anax e i saggi che la devono forse ammettere all’Accademia. L’esame verte sulla vita di un uomo leggendario, Alan Forde, di cui Anax ricostruisce le imprese, in particolare il suo rapporto con l’androide Artfink, dall’aspetto scimmiesco. Si sviluppa un lungo dialogo, direi piuttosto pretenzioso, sul tema della libertà. Alan Forde è stato un irregolare, una persona incline alla ribellione, che non sottosta volentieri alla legge. Riuscirà a contagiare il suo interlocutore non umano? Il finale dà la sua risposta, che conferma l’ipotesi di partenza dell’autore, che una società ordinata, basata sul controllo, è antitetica alla libertà di scegliere, senza la quale non è data umanità.
Il tema umano-non umano, che ha moltissime declinazioni e che qui abbiamo visto sommariamente esplicitato nel rapporto fra uomo e macchina pensante, è ricchissimo di implicazioni: nel tentare di rendere una macchina, perché un androide, un replicante direbbe Ridley Scott, tale è, sempre più simile al modello umano, si gioca con la creazione, con l’attribuire a essa un’anima, ovvero una individualità che va oltre una serie di chip e di circuiti complessi. La fantascienza si è sbizzarrita su questi argomenti, vedendo di volta in volta le minacce o il fascino di una alterità vivente.
Nel romanzo di Beckett sta in sottofondo anche un altro quesito: a cosa si è disposti a rinunciare per vivere in una società ordinata, sicura; qui il tema è squisitamente politico e investe una delle più grandi questioni del ‘secolo breve’: il consenso ottenuto da sistemi politici autoritari se non dittatoriali. La rinuncia alla propria capacità di pensare non è un tratto del mondo futuribile, è un tratto ineludibile della storia recente.
Come si vede sono temi densissimi, che queste storie e molte altre, scritte nel secolo passato, rendono affascinanti, costringendo anche i più riottosi a farsi domande radicali sulle sfide della scienza e della storia. Queste letture, piuttosto impegnative, richiedono maturità personale e le propongo, quindi, a lettrici e lettori motivati, a partire dai quattordici anni.

Eleonora

“Genesis”, B. Beckett, Rizzoli 2008, 2019
“Impostore”, P. Dick, in “Le meraviglie del possibile”, Einaudi 1959, 2014