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venerdì 20 gennaio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

RUMORI FUORI SCENA  

Il grande debutto, Eva Francescutto, Alberto Lot 
Minibombo 2020 




ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

" 'Forza, prepariamoci: tra poco si va in scena! 
'Di già? Ma io non sono ancora pronta!' 
'Fai in fretta, allora! A breve saremo sotto i riflettori...' 
'Noi arrossiamo al solo pensiero!' " 

Nel buio più pesto tutti fremono, dalle loro diverse postazioni, per quello che si annuncia imminente: il loro debutto. 
Di certo un brivido corre sulla loro pelle. 
Andare in scena, passare dal nero più fitto, dal bisbiglio fra colleghi, alla luce dei faretti e al recitare la propria parte è questione di un attimo. E questi sono i dialoghi sempre più serrati, sempre più emozionati tra tutti gli interpreti: da quelli più avvezzi e 'stagionati', a quelli più freschi, di primo pelo, alla loro prima esperienza. 
Ci sono, come accade in ogni orchestrazione scenica, i protagonisti in primo piano, che occupano gran parte dello spazio, ma sul fondo ci sono anche le ultime arrivate, le più giovani che, per superare la loro fragilità emotiva, si serrano l'una vicino all'altra. 
La tensione nell'aria si taglia col coltello.


Da una parte, il pubblico in sala. Curioso, affamato di storie e in trepidante attesa. 
Dall'altra, loro: ognuno diverso, ognuno con le proprie caratteristiche, ma tutti indistintamente preparati a concedersi, a offrirsi -anima e corpo- a chi vorrà assaporare quella precisa esperienza artistica, insomma a tutti quelli che avranno voglia di gustarsi l'opera. 
Ah, vita dura quella degli artisti! 

Dire o non dire, questo è il dilemma. Per non rovinare la suspense di un debutto. 
Cose che si possono dire su come questo libro è fatto: 
1) ha tutte le doppie pagine dello stesso colore, nero. 
2) Ogni doppia pagina nera contiene brevi dialoghi 
3) che sono scritti in colori diversi e 
4) posizionati in punti diversi della pagina. 
5) Le frasi che compongono i dialoghi sono semplici e 
6) talvolta sono modi di dire presi dalla consuetudine, quelli che si potrebbero definire, senza offesa, frasi fatte. 


7) I dialoghi denunciano una tensione crescente, commisurata alla circostanza di partenza, ossia gli ultimi momenti prima di un debutto. 
8) Come in ogni spettacolo, gli attori restano celati allo sguardo del pubblico, fino all'attimo in cui si accendono le luci. Tutto comincia e si va in scena. 
Ecco, partiamo da qui per dire che un albo illustrato non è poi molto diverso da una messa in scena, teatrale o cinematografica che sia. 
Non è casuale che i due autori del libro si siano spartiti i ruoli come segue: Eva Francescutto ha curato i testi, ossia si è premurata di mettere in condivisione con il pubblico (dei lettori), i rumori fuori scena, mentre Alberto Lot ha curato il resto, quindi i costumi, le luci e tutto quello che attiene alla messa in scena, o forse sarebbe più corretto dire la mise-en-page. 
Ogni doppia pagina ha come obiettivo quello di farci vedere qualcosa che sta capitando su un palcoscenico ideale che è disegnato. 
E quell'istante che occorre per girare la pagina diventa silenzio nelle parole e nelle figure e può preannunciare un cambio di scena, un'entrata o un'uscita di altri protagonisti. Ed è esattamente quello che succede qui: le voci diverse si intrecciano in modi diversi e se a una prima lettura tutto sembra un po' oscuro, una volta svelato il mistero che si nasconde, il divertimento si moltiplica e soprattutto ogni singolo frammento trova una sua precisa ragion d'essere per comporre uno spettacolo unico. 
Per cui i colori diventano significanti e la posizione dei dialoghi all'interno della pagina altrettanto strategica. 


Questo, nella pratica, cosa provoca? 
Che quel libro lo rileggi immediatamente dopo averlo chiuso per controllare che davvero tutto vada a posto, e poi lo rileggi ancora perché capisci che di cose da scoprire ce ne sono ancora e ancora. 
Ed è questo uno dei meriti che certi libri dimostrano di avere, ossia quello di stupire e quindi di 'spostare', anche di poco, il punto di vista del lettore. 
In sostanza il pensiero del lettore si è mosso dalla sua posizione di partenza. 
Ovviamente questa prerogativa non dimostrano di averla tutti i libri, ma quelli ben fatti sì. 
E altrettanto ovviamente può presentarsi a livelli di complessità anche molto diversi tra loro. 
Quando questo capita nei libri di Minibombo che, per scelta editoriale, parlano ai più piccoli, capita di arrivare ignari fino a un passo dalla fine per poi stupirsi all'ultimo - di solito si scoppia anche a ridere nello stesso momento - per sorprese molto semplici, ma non per questo meno efficaci. 
Qualche volta, e sono le mie preferite, allo stupore si aggiunge anche un brivido di perfidia. 
Ma questa è un'altra storia. 

Carla

mercoledì 24 febbraio 2021

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

VARCARE LA SOGLIA


Era il 14 settembre 2018 quando del libro inglese The tunnel si scriveva diffusamente.
Il libro non era ancora stato pubblicato in Italia e quindi tutti i riferimenti erano all'edizione originale del 1989 e poi a quella di Walker del 1992.
Ora The Tunnel è diventato Il tunnel: è stato pubblicato anche in Italia quindi si può festeggiare e tornare sul libro.
Forse è più utile concentrarsi su un confronto fatto all'epoca, che, per ragioni di economia di spazio, allora non aveva avuto modo di espandersi. E siccome il tempo passa, a quel confronto se ne potrebbe aggiungere anche un altro.
 

Il primo. Si tratta di un libro nodale per quel che riguarda la concezione del picturebook: The Garden of Abdul Gasazi, di Chris Van Allsburg, che anticipa di un decennio quello di Browne. Un libro e un autore che dovrebbero essere presi, così come andrebbe fatto per Browne, a canone da tutti coloro che si cimentano con la creazione di questi oggetti. Il confronto si concretizza su un particolare narrativo che ha una fortissima valenza simbolica: l'atto di varcare una soglia e di trovarsi di fronte a un mondo diverso, inaspettato.
Tanto Van Allsburg quanto Browne, va detto, su questa questione hanno ragionato più volte nel corso della loro carriera.
Ma in questi due libri i loro ragionamenti vengono espressi con una chiarezza adamantina. Sono davvero due libri chiave.
Con ciò non si cerca di dimostrare che sia una loro originale invenzione, visto che in letteratura gli esempi sono innumerevoli, a partire dalla caduta nel precipizio di Alice o il suo attraversare lo specchio (altro tema che Browne declina a suo modo nel suo primo libro Through the magic mirror), tuttavia, il farlo attraverso un preciso gesto fisico, ovvero l'attraversamento di un passaggio angusto poco accessibile, sia esso un cancello indurito dalla ruggine, un tunnel, un uscio pieno di ragnatele, un cespuglio spinoso, assume una valenza ulteriore e una dichiarazione di intenti ancora più perentoria.
Va da sé che su questa strada si sono posti, successivamente, molti altri autori e autrici di calibro. Ne hanno capito il senso e l'enorme portata e così è apparsa nella letteratura illustrata una schiera di personaggi che si sono chinati, fatti piccoli per poter attraversare cancelli, passaggi stretti oppure hanno aperto con estrema cautela porte che nella storia avevano la precisa funzione di segnare un confine.
 

Solo per dare una manciata di punti di riferimento penso per esempio a cosa si trova davanti la Leslie di Kitty Crowther nel suo L'enfant racine del 2003 quando si mette carponi e si infila nel tunnel, che chiamerei dentro come secondo confronto, o il bimbo silenzioso Ji Hyeon Lee nel libro La porta (2018) o i due ragazzini di Julie Fogliano e Lane Smith nella Casa che un tempo del 2019 o anche un po' l'Arianna che Felicita Sala mette in ginocchio per attraversare l'intrico di rovi (Il posto segreto, Susanna Mattiangeli, Lupoguido 2019).
Torniamo ai tunnel e ai viali ombrosi.
 

Al gesto di percorrerli. La caratteristica che tiene insieme i passaggi immaginati e illustrati da Van Allsburg, Browne e Crowther sta nel fatto che sono passaggi ombrosi e scuri. Incombenti e perturbanti.

 

Il tunnel era buio e umido, e viscido, e spaventoso.

Il piccolo Alan, sulle tracce del cane Fritz che sta portando a passeggio e che gli scappa, percorre un ombrosissimo viale alberato e sa perfettamente di essere dove non dovrebbe. Un bel cartello vieta in modo assoluto e ultimativo l'accesso ai cani nel giardino privato del mago Abdul Gasazi. 

 
Ma il cane si inoltra e Alan è costretto a seguirlo, un po' come la piccola Rose di Browne è obbligata ad andare in cerca del fratello Jack, anche lui infilatosi in un tunnel. Anche la Leslie di Crowther sta seguendo qualcuno, una volpe che vorrebbe cacciare. Ma Leslie, al contrario, è del tutto ignara di quello che le sta per accadere, mettendosi a carponi, per seguire le tracce della sua preda. Non sa che il cerchio di funghi che Kitty puntuale disegna all'entrata della galleria segnala la presenza di un varco a un mondo differente dal suo...


Alan di Van Allsburg e Rose di Browne condividono la consapevolezza di fare una cosa 'pericolosa', hanno in qualche modo sentore che andare avanti potrebbe fare la differenza, ovvero passare da una condizione conosciuta e tutto sommato sicura a una totalmente ignota e quindi incerta, misteriosa, inesplicabile.
L'attraversamento di un tunnel ha implicazioni direi ancestrali, primigenie e non credo di doverlo qui chiarire ulteriormente. Altrettanto simbolico è il fatto che questo passaggio avvenga nell'oscurità, abbia una sua calcolabile durata nel tempo, e come conclusione abbia un chiarore sul fondo.
Il gesto di attraversare una soglia, in questo preciso contesto, ma anche nel mito e nella leggenda, ha come ineludibile conseguenza narrativa di segnare un passaggio da uno stato a un altro, da un mondo a un altro.
 
 
Alan finisce in un giardino proibito che apparentemente non ha nulla di anomalo, apparentemente. Nessuna traccia del cane. Leslie sbuca in un contesto notturno, ma a guidarla è il suono del pianto di un bambino radice... e al principio niente di ciò che illumina con la sua lanterna le sembra anomalo. Le sembra. Nessuna traccia della volpe. E in ultimo anche Rose alla fine del tunnel trova un bosco silenzioso. Nessuna traccia del fratello, tuttavia. 
 


In tutti e tre i casi i protagonisti sono avvolti nella natura rigogliosa e potente: alberi, fiori, un giardino. Circostanza questa che nel libro di Browne ha una serie di ridondanze, veri e propri echi in molti dettagli: dalla carta da parati, alla copertina del libro di Rose, il rampicante che circonda l'accesso (citazione quasi puntuale da Van Allsburg).
Ma, per l'appunto, anche in Van Allsburg e Crowther i richiami si fanno percepire. Il gusto sarà scovarli.
In tutti e tre i casi i protagonisti devono ancora fare un po' di strada prima di arrivare alla 'radura' luminosa.
Ed è in questa seconda frazione del percorso, fatto al di là, che si materializza la conferma di essere in un altrove. Nella storia di Van Allsburg tutto continua a muoversi in una apparente normalità, a parte la latente tensione di essere in un luogo interdetto. Lo scatto nella precisa direzione surreale lo si avverte quando il bambino incontra il padrone di casa, un mago in pensione. Da qui in poi, per Alan ma soprattutto per il lettore, tutto quello che gli occhi vedono smette di essere una certezza, per diventare potenzialmente gioco di illusione. Nel libro di Anthony Browne questo passaggio viene preso in carico, con molta più evidenza rispetto a Van Allsburg, dall'illustrazione: gli alberi del bosco subiscono una lenta metamorfosi che dà corpo all'incubo che la piccola Rose avrebbe tanto voluto evitare. I tronchi si popolano di mille personaggi di fiabe, la lettura consueta dalla bambina. Ma questa è anche la firma di Browne che è sempre stato attirato dalla trasformazione di un profilo disegnato, dall'illusione ottica. Fin da quando disegnava tavole di anatomia...
 

Nella storia della Crowther l'obiettivo si sposta leggermente, perché l'incontro con la creaturina ctonia venuta su dalle viscere della terra - altro interessante filone che affonda nel mito - è dirimente. Ciò nonostante, il contesto in cui agisce Leslie è un mondo dichiaratamente di fate e folletti (chissà la Rose di Browne come sarebbe stata contenta di conoscerle e parlare loro) che con grande chiarezza le dicono di averle permesso di entrare, ma con altrettanta fermezza le proibiscono di poterci tornare, una volta ripresa la strada per l'al di qua. A questo punto la sua storia prende una direzione un po' diversa da quella di Alan e di Rose. E lasciamola andare...
Ma per quanto riguarda gli altri due, volendo correre verso il finale, si potrebbe notare uno scarto ulteriore: da un lato Van Allsburg fino all'ultima tavola continua nel suo gioco illusorio, per poi farci letteralmente saltare sulla sedia, lasciandoci con un grande punto di domanda stampato in faccia. Si rimane lì a chiedersi cosa abbia veramente messo in scena, cosa ci abbia voluto mostrare e far credere, quel mago illusionista. 
 

Browne, invece, preferisce creare una sorta di tacito accordo, un'intesa profonda, fra i due fratelli in cui anche il lettore è in qualche modo coinvolto da un gioco preciso di sguardi. Nel sorriso sornione di Rose che vediamo e in quello di Jack di spalle c'è tutto quello che è accaduto fin lì e nel loro silenzio eloquente alla domanda della madre che li vede finalmente calmi e silenziosi, c'è spirito di appartenenza alla stessa categoria umana (la medesima dei lettori), c'è una magnifica connivenza.
 

E noi siamo con loro, perché per quanto immaginifico possa essere stato quel passaggio, quel percorso, noi eravamo lì con quella bambina dal montgomery rosso, con il regolamentare cappuccio.
Ma questa è già un'altra storia.


Carla
 
Il tunnel,  Anthony Browne (trad. Sara Saorin), Camelozampa 2021
The Garden of Abdul Gasazi, Chris Van Allsburg, Houghton&Mifflin 1979
L'enfant racine, Kitty Crowther, Pastel 2003


mercoledì 11 settembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


NELL'EMISFERO DEI SENSI

La gita notturna, Marie Dorléans (trad. Camilla Diez)
Gallucci 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)

"Questa notte mamma ha aperto la porta della nostra camera e ha sussurrato: 'Bambini, svegliatevi, abbiamo un appuntamento...Ci vestiamo senza fiatare.
Non abbiamo dormito molto; solo un'ora, forse due."


I due fratelli ora sono pronti ad andare all'appuntamento. Usciti di casa in fila indiana, mamma davanti, e papà a chiudere, attraversano il giardino, poi il villaggio che è del tutto silenzioso. Solo la luce dei lampioni e qualche randagio che l'attraversa. Le luci aumentano quando la famiglia passa davanti al grande albergo, che è una festa di finestre una diversa dall'altra, tutte ancora illuminate. Usciti dall'abitato, la famiglia attraversa la campagna e si sentono solo i rumori del prato. Il buio è sempre più buio ma gli occhi si abituano. In lontananza passa un treno. Poi c'è il bosco da attraversare, un lago intorno a cui riposare, guardando la luna che è sorta e infine, sdraiati, un cielo pieno zeppo di stelle da guardare. Il tempo passa e l'ora dell'appuntamento non si può spostare...bisogna rimettersi in cammino per arrivare in cima: è nell'ultima pagina che avviene l'incontro.



 Ed è mozzafiato. Ne valeva la pena.

Sebbene sia un libro apparentemente tutto costruito sulla visione, considerato anche il finale e i mille dettagli nell'ombra, La gita notturna ha anche un fortissimo impatto su quelli che sono gli altri sensi che si attivano durante questa insolita passeggiata. La mamma sussurra, i bambini non fiatano, i grilli cantano, i passi sono felpati, si sente l'odore del caprifoglio e dell'erba secca e il calore della giornata estiva, il treno stride, i vagoni si scuotono. E nel bosco si sente odore di pioggia e di corteccia, le felci oscillano al passaggio e i rami scricchiolano sotto le scarpe e le rane gracidano e l'erba crepita.




Un lavoro di cesello nel testo, fatto di riflessione, è la Dorléans a dirlo, su ogni parola, su ogni punto, su ogni virgola. Questo lento e attento lavorio nel togliere, limare, sistemare è quello che spesso fa la differenza tra un albo illustrato e un bell'albo illustrato.
Pubblicato esattamente un anno fa in Francia e già premiato e selezionato in premi importanti, La gita notturna è un libro insolito. Costruito su un filo narrativo molto sottile, riesce ad avere una grande resistenza e impatto, nel racconto di questa inaspettata passeggiata notturna che l'intera famiglia fa.
È immediatamente evidente che sia un'idea, forse addirittura una sorpresa, dei due genitori; i bambini, infatti, li seguono con curiosità, ma è la fiducia in loro che li fa arrivare al traguardo. Senza spendere neanche una parola in merito, se non quelle che descrivono il contesto, Marie Dorléans è davvero molto brava e precisa, misurata nel creare proprio questo tipo di atmosfera, ovvero quella che avvolge questa piccola famiglia. Traspare, giustamente mai dichiarata, la fiducia dei piccoli nei confronti dei grandi (ma anche quella opposta, quando sono i piccoli a guidare sull'ultimo tratto in salita), la loro curiosità sempre tenuta a bada, il desiderio di condivisione di una esperienza emozionante, la tensione di ciascuno verso il gran finale, la consapevolezza dei grandi di essere guida nel percorso a piedi, ma anche in quello dell'anima nei confronti dei loro piccoli.


Ma cosa succede ai sensi di chi ha il libro nelle mani? Mentre il racconto si snoda e le orecchie e il naso si beano nella sequenza di sensazioni, lo sguardo viene letteralmente sequestrato dal blu profondo (racconta la Dorléans di aver dipinto a inchiostro dozzine su dozzine di pagine blu in cerca delle giuste sfumature e nuances e di averle poi composte a monitor, sul disegno a a matita). 



Una festa per gli occhi è il susseguirsi di punti di luce diversi che illuminano porzioni di storia ogni volta differenti (l'albergo è un'apoteosi della linea retta e del suo incrocio), per poi arrivare al cielo stellato che annuncia il gran finale che, nonostante un certo smaliziato senso di distanza maturato durante la lunga militanza fra i libri illustrati, ha colpito dritto il mio personale emisfero dei sensi e delle emozioni. E a parte questo, mi ha fatto pensare e sperare che bambini e bambine, ma anche ragazzi e ragazze, oppure mamme, papà, nonni e zie dovrebbero almeno una volta nella vita provare un'esperienza del genere. 


Rigorosamente insieme.

Carla

mercoledì 10 aprile 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


ATTRAVERSO LA NOTTE
 
Eravamo in dieci, Nine Antico (trad. Margherita Botto)
L'Ippocampo 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 6 anni)

"Eravamo in 10
E NON ci spaventava PROPRIO NIENTE...
Camminavamo in fila,
Come piselli in un baccello, E il nostro motto era:
'Più nulla ci separa!'
Tranne forse il sentiero.
Se si fa stretto.
Però Martino ha preferito fare un pisolino."

E' notte e nel grande edificio, il collegio, molte finestre sono aperte. Non dipende dal caldo dell'estate, ma dal desiderio di fuga di questi dieci ragazzini.


Insieme: chi vestito da squalo, chi con mantello e bastone, chi indossa la zucca di Halloween, ognuno si muove con disinvoltura nel buio. Dopo che Martino desiste il gruppo è sceso a 9 componenti. Per nulla impauriti da terremoti e da lugubri cimiteri vanno avanti fino a che anche Manolo decide di stare da solo. Anche se solo in 8 nessuno faceva loro paura: né i rumori né i lunghi silenzi. Ora però è Arrigo che abbandona per tornare verso il frigo...
Uno dopo l'altro, con motivi diversi, i ragazzi e le ragazze mollano il gruppo fino a che sono solo in due a essere rimasti in marcia. E quando anche Manù decide di non muoversi più, è solo una a riconquistare il buio collegio e in particolare il bagno al piano terra...

Semplice come una tiritera, questo primo libro per i più piccoli concepito da Nine Antico, giovane talento del fumetto underground francese, ha almeno tre piacevolezze.


La prima è connessa al testo, ovvero alle assonanze che frequenti lo fanno suonare, se letto ad alta voce. Se nella pagina di sinistra il testo è da solo a galleggiare sul bianco e, sebbene abbia la forma della poesia con gli accapo del caso, con le maiuscole del caso, non è propriamente in rima. A destra, invece, la pagina dedicata al disegno ospita, con soluzioni di spartizione dello spazio sempre differenti una frase che è l'unica vera rima di tutto il testo. L'autrice, e con lei la traduttrice, inventa un bel repertorio di nomi propri sulla base della ricercata rima: Arrigo/frigo Donata/stufata Miranda/comanda. Accanto a questo piccolo gioco se ne dipana un secondo che si fonda sul principio dell'inversamente proporzionale: tanto diminuiscono i membri del gruppo tanto aumenta la paura del restare soli.
Tanto si accresce il timore, tanto aumenta il bisogno del bagno.
In questo senso si percepisce facilmente che il testo è un bel pretesto. Il fatto che suoni, non è casuale, visto che Nine antico per la musica, il rock in particolare, ha sempre dimostrato passione. O forse è solo un caso?
La seconda piacevolezza è data dal tipo di disegno e dal colore. Gli scorci del luogo sul mare in cui il collegio sorge, c'è da credere che si tratti della sede del UWC di Duino a nord di Trieste, si caratterizzano per una intensità del blu notturno dell'acqua e del cielo illuminato solo dalla torcia di Sofia. A questo si oppone la luminosità delle rocce e dei muri in rovina. 


E sullo sfondo pini marittimi e fiori di agave. Terza piacevolezza sta nello spirito di fondo che anima l'allegra brigata. Disposti in bell'ordine al principio del libro, questi dieci ragazzini sembrano essere quanto di più eterogeneo ci sia (la convivenza armonica di ragazzi provenienti dai quattro angoli del mondo è anche l'obiettivo che si propongono i tanti UWC sparsi nei luoghi più belli del pianeta). Diversi in molte cose, sono tenuti insieme dallo spirito di avventura, dal desiderio di trasgredire la regola, dalla voglia di attraversare insieme la notte. 
 

Nonostante il fatto che il coraggio si affievolisca con lo scorrere della notte, la bellezza di questo gruppo di ragazzini non perde di intensità. 
E anzi è proprio in questo dilagante desiderio di riprendere la strada del collegio e riconquistare il comodo letto (e il bagno) che l'infanzia dichiara al meglio se stessa. E la sua bellezza.

Carla

mercoledì 1 agosto 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


BUONANOTTE, BUONA NOTTE!

C'è un rinofante sul tetto!, Marita Van Der Vyver, Dale Blankenaar
(trad. Virginia Portioli)
LupoGuido 2018


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)


"Daniel va a dormire per la prima volta a casa dei nonni. Il nonno gli legge la storia di un soldato valoroso. La nonna gli canta la canzone di un topolino coraggioso che corre sopra un orologio. Adesso è ora di addormentarsi.
Il letto però non è comodo come il suo. La stanza gli sembra più buia della sua. E sente uno strano rumore sul tetto..."

Potrebbero essere rinofanti suggerisce Daniel al nonno accorso alla sua invocazione. Il nonno sa che dai rinofanti non c'è nulla da temere e con un paio di colpi di bastone sul soffitto mette in fuga quelle bestie. Uscito il nonno dalla camera, un altro rumore, dietro la tenda della doccia, spaventa quel bambino. È la nonna a far scappare il coccopotamo dalla vasca: basta fare bu. Ma nel buio della stanza da quello spiraglio aperto tra le ante dell'armadio brillano gli occhi di una dragoraffa. Il nonno bussa sull'armadio e poi lo apre all'improvviso per scoprire che nessuna dragoraffa si nasconde lì, sul ripiano solitario il maglione della nonna con i suoi bottoni luccicanti.
La notte di Daniel è piena di paure. Sotto il letto c'è qualcosa...e sopra il letto cosa ronfa?

Per Goya il sonno della ragione genera mostri, per un bambino il buio della notte genera mostri. È capitato a tutti, una prima volta di dormire nella casa dei nonni, diversa per forme e per odori dalla propria. 


Ed è capitato a tutti di immaginare, in quel luogo inconsueto, in una penombra tutta diversa presenze sconosciute. Scomode e inquietanti.
Il buio - va detto - fa paura ovunque, ma laddove i profili degli oggetti e dei luoghi sono la consuetudine, l'immaginazione va più lentamente e il sonno, quando deve arrivare, arriva. E anche se i nonni sono garanzia di protezione, tuttavia la loro casa avvolta nell'oscurità può far paura anche al più coraggioso dei nipoti.
Scritto più di vent'anni fa per la prima volta, quindi ripubblicato in anni più recenti, C'è un rinofante sul tetto! di Marita Van Der Vyver, prolifica scrittrice afrikaans, è un sapiente concentrato di topoi dell'immaginario, infantile e non solo, legati al mistero e all'inquietudine. Non direi che sia necessario citare esempi eclatanti per la letteratura e per il cinema in cui tetti, armadi socchiusi, tende e coperte nascondono un pericolo imminente e potenzialmente fatale.


Ognuno di noi ha i propri, così come ognuno di noi ha ricordi ben precisi della casa dei nonni, per la prima volta in notturna.
Ulteriore merito di questo albo risiede nella costruzione del testo e nella sua musicalità: se da un lato il turbamento per rumori e ombre ha qualcosa di spaventoso, dall'altro trova una sorta di antidoto nel divertente elenco di mostri, frutto della fusione tutta fantastica di animali effettivamente esistenti e quindi come tali riconoscibili. 
A questo si aggiunga un ritmo di narrazione equilibrato e ben cadenzato, a tal punto da creare nel lettore una immediata aspettativa, il più delle volte riconfermata.
Fatta eccezione per il colpo di coda finale che spariglia le carte del gioco.
In questa seconda vita di C'è un rinofante sul tetto! l'illustratore è cambiato, ma un filo rosso lo lega al primo, dato che nella sua carriera è stato suo mentore e maestro: il grandissimo Piet Gobler è l'illustratore dell'edizione del 1996, mentre il giovane Dale Blankenaar di quella attuale.
Giovane illustratore e designer sudafricano, Blankenaar da Gobler dice di aver ereditato quel sottile senso dell'oscuro che parla a grandi e piccoli. A me non pare di ritrovare in queste tavole sempre sull'orlo del macabro i temi cari a Gobler, che ricordo come autore solare e coloratissimo. Mi pare che siano piuttosto le atmosfere lacombiane o goreyane a caratterizzare il suo disegno. Originale, qui più che altrove, nell'uso di una tecnica mista mi pare felice nella costruzione spaziale degli interni asfittici, e nei tagli prospettici arditi. 


Certamente più originali rispetto all'iconografia dei mostri. Divertimento nella scoperta dei dettagli, moltissimi, e nell'impaginazione così mutevole che testimonia una dimestichezza da grafico nell'impostare il rapporto tra immagine e testo.


Tuttavia, a prenderlo in mano, non riesco a non pensare a una somiglianza con i libri di Jeremy Holmes e in particolare, forse per il formato (anche se decisamente meno complesso), al bellissimo C’era una volta una vecchia signora che ingoiò una mosca (Aliberti 2010), che all'epoca vinse il Bologna Ragazzi Award. A ben vedere, il piccolo Daniel con i suoi occhi sgranati di paura sembra il cugino dei mitici gemelli John e Abigail Templeton (Gallucci, 2013; 2014). Solo un po' più fifone di loro.



Carla

martedì 27 ottobre 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


MAYER SI FA GRANDE
Una strana creatura nel mio armadio, Mercer Mayer
(trad. Gabriella Manna)
Kalandraka 2015


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"C'era una strana creatura nel mio armadio.
Prima di andare a dormire chiudevo sempre la porta dell'armadio.
Avevo paura di voltarmi a guardare.
Al sicuro nel letto, a volte mi facevo coraggio e sbirciavo."

Nel ripostiglio della camera di quel bambino si nasconde nell'ombra 'qualcuno' o 'qualcosa': una strana creatura o un brutto sogno? Chiunque ci sia dietro quella porta, ha il potere di spaventarlo a morte. Occhi sgranati, elmetto calato sul naso, fucilino a tappo a portata di mano e un buon cuscino come trincea. 


Una notte dopo l'altra, il bambino guerriero, come in un rituale propiziatorio, chiude la porta e comincia a tremare. Finché un giorno, o meglio una notte, prende una storica decisione: affrontare in campo aperto e da soldato coraggioso la strana creatura, avvolta nell'ombra. L'ombra però si combatte più che con i fucili, con lame di luce. Così al chiarore della sua abat-jour, la strana creatura si rivela per quello che è, ovvero un mostro chiazzato di verde, con pochi denti in una grande bocca, con molte orecchie tra pochi capelli, ma soprattutto con una fifa blu del fucilino a tappo. Al primo 'colpo' scoppia in un pianto dirotto e troppo rumoroso. 


Al bambino guerriero non resta che prenderlo con sé sotto le coperte per consolarlo e per evitare che i 'grandi' entrino a mettere ordine in questa storia a misura di bambino.
Resta, però, ancora tutto da provare che in quell'ampio ripostiglio la strana creatura vivesse da sola...


Mercer Mayer diventa grande. In verità Mercer Mayer era già molto grande di suo: in qualità di autore di culto di più di 300 libri per bambini...Ciò nonostante piccoli e 'costretti' in un formato pocket sono stati i suoi pochi titoli tradotti in Italia. Una strana creatura nel mio armadio circolò in Italia alla fine degli anni Ottanta con il bellissimo titolo Brutti sogni in ripostiglio. Pubblicato nella collanina Un libro in tasca di Edizioni EL, il libro stava davvero in una tasca perché era lungo 18 centimetri. Così come il suo omologo Un coccodrillo sotto il letto di qualche anno posteriore.
A Kalandraka l'onore e il merito di aver ripescato questo titolo dal ripostiglio. E averlo reso grande. Scritto nel 1968 in piena rivoluzione culturale, questo libro fu -inevitabilmente- comparato con Where the wild thing are, di cinque anni precedente. Nonostante all'epoca la critica, capeggiata da James Woods preferisse Sendak, Mayer si conquistò un suo successo di pubblico, costruito sul consenso dei suoi piccoli lettori e sulla convinzione che il suo bambino rassomigliasse al Max di Sendak, così come un bambino rassomiglia ad un altro.
Dal punto di vista del contenuto, dell'ambientazione i due libri sono molto diversi, anche se nel segno, è sotto gli occhi di tutti, molto si somigliano. 


Se è vero, e non vedo ragioni per dubitarne, che il bambino di Mercer Mayer è costruito sulle proprie esperienze d'infanzia, mi pare che fucilini, aeroplani, elmetti, soldatini e cannoni siano lo specchio di quello che fu il suo repertorio di giocattoli di bambino, figlio di un militare di carriera. Già sento un'eco di protesta che, mi auguro, saprà storicizzare e vedere oltre, oltre la gittata di quel cannoncino e di quel tappo di fucile. Insomma spero che di questa storia i lettori siano capaci di cogliere quanto di autenticamente infantile ci sia nel sentirsi guerriero, quanto di autenticamente infantile ci sia nel giocare a farsi un nemico, a farsi paura e a saperla affrontare e a saperci dormire assieme. E tutto da soli, lontani dalle mamme e dai papà, e soprattutto dalle loro ideologie.


Carla


Noterella al margine: ineguagliabile la traduzione 'storica' di Lughi, tiene in ombra questa recente.