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lunedì 28 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SUPERIORE 

Cavalca la tigre, Davide Calì, Guridi 
Kite edizioni, 2024 


ILLUSTRATI
 
 "C’è un grande campo. Pieno di gente. 
A un certo punto una gran voce dice: 
Ora scegliete: a piedi o a cavallo? 
Alcuni scelgono a piedi. Altri a cavallo. 
Solo un tizio sceglie: cavalcare la tigre!" 

La cosa che succede dopo è che chi aveva scelto di andare a cavallo viene tritato, con tutto il cavallo. Era la scelta sbagliata. Quelli che avevano preferito andare a piedi si salvano. 
La grande voce torna a tuonare su un'altra scelta da fare: tra il giallo e il nero. 


Coloro che hanno scelto il giallo si arricchiscono, mentre gli altri restano poveri. 
E il tizio che cavalca la tigre è sempre lì che la cavalca. 
I bivi di fronte a cui la voce mette i suoi ascoltatori sono sempre più drammatici. Questa volta dal suo schermo scuro tuona la seguente possibilità verso cui propendere: uccidere o essere uccisi. 
In entrambi i casi la scelta è al limite della sopportabilità. Ma anche in questo caso bisogna prendere una delle due strade e così accade che chi ha scelto di uccidere ucciderà coloro che hanno scelto di essere uccisi. E per questo un po' si dispiacerà. 
A questo punto, quelli che hanno ancora le mani sporche di sangue si interrogano sull'uomo che cavalca la tigre: lui è ancora là. 
Come mai? 

La percezione di aver detto: accidenti che libro! è ancora molto chiara, a distanza di più di sei mesi dalla prima volta che l'ho letto. 


Ha la potenza di una freccia che sibila nell'aria, per un niente, il tempo di leggere il pochissimo testo, e poi si infila nel corpo solido del lettore, chiunque egli sia, e non si toglie più. 
Credo che la sua forza stia proprio nella questione che pone e nell'essere privo di ogni orpello superfluo. 
Se vuoi fendere l'aria e arrivare devi essere dritto e leggero. 
Partiamo dal testo, perché viene da pensare che sia quella la cellula originaria, su cui poi Guridi ha lavorato. Magnifico, come sempre. 
Se contate, il testo si dispone su venticinque righe in totale. A contarle, le battute sono meno di mille. Ha la forma e l'impatto di una poesia, anche a guardarla così. 
Ci sono pochi aggettivi, lo stretto necessario. Così come sono pochi i colori. Il nero e l'arancio e il giallo, necessariamente. E l'ocra per il tritacarne. Il tritacarne deve essere enorme, la voce deve essere grande, ricchissimi contro poveri... E poco altro.
 

Eppure è gigantesco...
Un'unica fuga in direzione di un giudizio da parte della voce fuori campo, a proposito dell'uccidere e dell'essere uccisi. 
Altrettanto indefiniti, dai contorni incerti, sono i personaggi: un tizio, quello della tigre. E poi da una parte gli uni e dall'altra parte gli altri. Tanta indefinitezza delle parole significa tanto spazio per il lettore e tanto sfumato per le pennellate di Guridi. Nessun primo piano, solo corpi descritti con pochi segni. L'unica precisione, esatta al millimetro, sono le loro posture. Studiate come se fossero coreagrafie di corpi che debbono agire su un palcoscenico. Come se fossero a teatro. Tavola dopo tavola, scenario dopo scenario, quello che l'occhio coglie è il gesto di quello che il testo dice. 


A teatro, almeno in quello che prevede un palcoscenico, la gestualità è tutto. E qui sembra essere lo stesso. Nel teatro a quella distanza è necessario far arrivare il senso di un movimento, attraverso il grande gesto, non esagerato, non parodia di se stesso, ma piuttosto pura amplificazione. E Guridi non perde occasione di studiarlo in questa prospettiva e di inserirlo nel perimetro della pagina. Le poche e vaghe parole di Calì glielo permettono. 
Gli uni e gli altri sembrano davvero usare lo spazio sulla pagina come uno spazio scenico, come ballerini sulle assi di un palco. Che marciano, che si pongono schiena contro schiena, come duellanti. Che escono di scena, piangendo. 
E poi c'è la grande voce che Guridi decide abbia quella forma, così allusiva... 
E poi c'è sempre il tizio che cavalca la tigre. Lui e lei sono corpi armonici, sebbene diversi per misura e colore; risultano così vicini da essere l'uno l'estensione dell'altra. 
Dove finisce la prima comincia il secondo. Uno nero e una arancio. 
Più di ogni altra immagine tigre e tizio sono di fatto un unico oggetto scenico e rappresentano, anche nel testo, l'icona di un'unica cosa... 
Il senso di tutto il discorso non sarò io a dirvelo.
 

In tutt'altro contesto, era capitato di notare quanto Davide Calì fosse stato bravo nel tacere, per dare agio a chi disegna si infilarsi nel racconto attraverso l'immagine. Qui, non solo accade di nuovo, ma addirittura questa materia letteraria è talmente ridotta da diventare spazio puro in cui poter agire. 
Uno spazio interpretabile secondo letture diverse, immagini diverse, percorsi interpretativi diversi. 
Poi tutto si coagula: tutti i singoli e volanti fili narrativi vengono raccolti in una stretta finale che diventa quella, e nessun'altra. Come in un pugno chiuso, un unico finale. 
Non conosco tutto quello che Calì ha scritto, e Guridi disegnato, ma è un fatto che entrambi sappiano essere molte cose diverse, da autori. 
Però ci sono alcuni loro libri che sono proprio diversi. Superiori. 
Cavalcare la tigre è uno di questi. 

Carla

mercoledì 13 aprile 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NESSUNO E' PERFETTO

L'indovinello della tigre, Fabian Negrin 
Edizioni Corsare 2022


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni) 

" 'Guardate i miei occhi può uno così bello essere cattivo?' chiese la tigre. 
'Suvvia candide pecorelle, vi sporcherete tutte lì dentro.' 
La pecora più vicina all'entrata guardando gli occhi della belva le domandò: 'Ma se noi usciamo, bellissima tigre, non è che poi ci mangi?' 
'Mangiarvi? Io? Come potete pensare una cosa simile?' 'A chi mai può venire in mente una tale cattiveria?' si lamentò la tigre offesa. 
Commossa, la pecora uscì per consolarla ma appena fuori la tigre la divorò." 

Un gregge di pecore è nascosto all'interno di una miniera di carbone. All'entrata, troppo angusta per permetterle di entrare, c'è una tigre affamata. Il solo modo che ha per arrivare alle pecore è quello di convincerle a uscire da lì. Le pecore, seppure molto impaurite dalla presenza della belva, credono sempre alle sue parole, alle sue lusinghe. Il terrore sembra coglierle solo nel momento in cui la tigre le divora, una dopo l'altra: dal buio della miniera vedono quello che accade alla luce del sole. Ma sembra non essere sufficiente. 


Se la prima volta, a sentire la tigre, si è trattato di un malaugurato errore, la seconda morte è stata piuttosto un'illusione ottica, un miraggio. 
Poi arriva l'indovinello. 
In tutta onestà sono davvero pochi coloro che a un indovinello riescono a resistere. Le pecore non fanno eccezione. 
Un indovinello un po' in rima e un po' no che parla di sassolini, di lumache chiuse in casa, di cagnolini di guardia e di un topo con un sacco, di aragoste, di insalata e anche di un'amatissima crostata. 


Via via le pecore tentano con le loro risposte, ma i continui errori costano loro molto caro. Fino al momento in cui la più sagace del gregge dà la risposta esatta. 
Il fatto è che la tigre ancora una volta non sa resistere e la mangia in un amen, salvo poi scusarsi per essersi distratta. La sequenza di abboccamenti della tigre non ha fine fino a sera, l'ora dell'ultima vittima. Satolla, a fine giornata, nell'abbeverarsi allo stagno, trova il suo destino. Fatale. 

Gli occhi della tigre e lo sguardo di Negrin. Ammalianti i primi, leale il secondo. 
Tanto la tigre è determinata ad arrivare con ogni mezzo possibile, quindi anche la più bieca disonestà, a ottenere il suo scopo, tanto Fabian Negrin si dimostra determinato a essere onesto nel raccontare la natura delle cose.
 

A costo di apparire scomodo, posizione per lui spesso confortevole, racconta qui - secondo il canone della favola - la natura di un animale, ma nello stesso tempo la natura di certa umanità. Sull'istinto di una tigre affamata non c'è bisogno di aggiungere molto. Nessuna commozione nei confronti del suo pranzo. Lo dice bene il 'proverbio islandese' che apre il libro: La tigre non ha un interruttore per spegnerla quando ci fa comodo... 
La tigre è tigre e fa la tigre. La sua furbizia è nella sua fame. Non ci sono distinguo da fare. 
Tuttavia, come in ogni favola, dietro quella tigre, dietro quelle parole seducenti e spesso bugiarde, si nasconde il potere, ossia la protervia di tutta quell'umanità scaltra che la esercita nei confronti dei più deboli, dei più ingenui, degli inermi. 
La furbizia, il ricorrere all'inganno, l'eloquio che confonde, sono tutti strumenti per arrivare al proprio obiettivo senza tenere conto di una complessità maggiore, senza considerare l'altro da sé. In sostanza, la furbizia della tigre sta nel cercare di soddisfare il suo più impellente e primario bisogno, senza curarsi troppo delle conseguenze.
 

In questo senso, la tigre della favola che Negrin inventa dimostra a tutti la sua furbizia, ma non la sua intelligenza. 
Nessuno è perfetto.
Ci sta quindi che lui per lei progetti quel finale senza scampo. E a ulteriore conferma porta in salvo, in extremis, anche le pecore che come unica colpa hanno avuto quella di essersi fidate. E dalla favola si arriva a un finale da fiaba. Ma questa è un'altra questione. 
Negrin ha molte espressioni, che si riconoscono diverse nei suoi tanti libri. Ma su una cosa dimostra di essere fortunatamente uguale a se stesso: coraggioso nel dire la verità. In questo senso, ha saputo mettere in crisi intere schiere di adulti disegnando le loro debolezze, i loro limiti e la loro estraneità patente nei confronti dell'infanzia. Di questa, invece, ha saputo vedere il coraggio e l'intraprendenza e la capacità immaginativa e una salvifica, quando consapevolmente esercitata, estraneità al mondo dei grandi. 
Di un genere a lui congeniale, la fiaba, ha sempre saputo e voluto rappresentare il lato 'oscuro', spesso inquietante, affilato e tagliente, proprio quell'aspetto che dall'inizio dei tempi ce l'ha resa necessaria. Negrin fa una scelta molto netta di campo. 
Altrettanto si può dire che faccia sul versante visivo. Un sottile ma tenace filo sembra tenere insieme questo libro a un altro di qualche anno fa, apprezzato mai abbastanza, La lingua in fiamme (2014) poesie e nonsense che sarebbero piaciuti ad Edward Lear. 
Qui come lì parrebbero vicine le scelte compositive, la tecnica (forse), la sintesi del tratto, la scelta di un colore guida, qui qualcosa come un pantone blu petrolio (mentre all'indovinello e ai risguardi è la carta a diventare verde e il disegno bianco) là invece le fiamme pretendevano il rosso. 
La grande qualità del disegno è evidente, in quella tigre che prende mille pose diverse, in perenne movimento, che quasi scompare o esce di scena e poi ritorna in primo piano senza mai perdere la sua forza corporea di grande e possente felino, compresa l'eleganza nel giorno delle ipotetiche nozze.
 

Ma il suo talento irriverente è anche nella resa del vello delle spaurite pecore, linea ondivaga, ghirigoro continuo, un po' confuso, tremebondo ed esitante che si distingue dalle righe sicure e nette della spregiudicata tigre. 

Carla 

venerdì 4 maggio 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


CAVALCARE LA TIGRE

La tigre di Anatolio, Guia Risari, Giulia Rossi
Beisler Editore 2018



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Fin da piccolo Anatolio era appassionato di tigri. La prima parola che disse fu 'tigre'. Disegnava sempre grandi felini striati e, a volte, rispondeva con un ruggito. Pensava alle tigri da mattina a sera. Quanto alla sua, non era un animale immaginario, ma reale. Pesava duecentocinquanta chili ed era lunga tre metri. Aveva baffi come corde e una coda irrequieta che frustava l'aria."



Anatolio, essendo esperto, era anche abile nella gestione del felino. Le aveva insegnato come ci si comporta al parco, niente cani, bambini e vecchietti da sgranocchiare. Le aveva insegnato a sorridere e a scodinzolare per rassicurare i passanti. Insieme facevano una bella vita: si raccontavano a vicenda storie, si facevano effusioni affettuose, leccatine e grattatine. Anatolio era abile anche nel saper mantenere un buon livello di igiene personale della tigre, perché il suo lato selvatico non risultasse sgradito agli altri.
A parte il giovedì che era giorno di bagno, il resto del tempo lo passavano, inseparabili, esplorando il mondo. Una città può rassomigliare a una giungla, a saper guardare...

Bambini e tigri. Non è la prima volta che si incontrano sulle pagine di un libro per l'infanzia. Capostipite Mowgli fino al piccolo Babaji (L'ippocampo 2008) e l'ineguagliato principe tigre (Babalibri, 2005). In tutti questi esempi, tuttavia, le tigri sono a casa loro. Qui, nel racconto di Guia Risari, la tigre invece è un'eccezione, un fuori programma, in una città qualsiasi, lontana da scenari asiatici.
C'è da chiedersi, potrebbe essere amica o parente di una tigre che compare all'ora del tè? Potrebbe. Non a caso con quella di Judith Kerr (Mondadori 2016) che suona il campanello, depreda il frigo e beve tranquilla il tè con la bambina a sua madre, questa di Anatolio condivide più di una analogia. La prima: spunta dal nulla e da un momento all'altro diventa assolutamente normale per chi la vede (con una sola eccezione per il dobermann) che lei sia lì. Come quella della Kerr, la tigre di Anatolio non teme lo sguardo degli adulti. Come quella della Kerr è una tigre al cento per cento, con usi e costumi propri della specie. Ed è proprio su questo che, come la Kerr, anche Guia Risari sembra voler giocare: ovvero innestare un elemento totalmente alieno e assurdo in un contesto che appaia il più quotidiano e consueto possibile. 


Così nasce la risata.
Secondo passo, si potrebbe dire, necessario: mettere l'assurdo nelle mani di un bambino e stare a vedere che cosa succede. Anatolio, come già è capitato ad Anna nei confronti dei gorilla (Anthony Browne, Gorilla, Orecchio acerbo 2017), ama a dismisura le tigri e non pensa ad altro. Questo è il pretesto narrativo per materializzarne una sul suo tappeto e per mettere quel bambino nella felice posizione di poterla avere come animale da compagnia. In assoluta nonchalance.
Se si legge il solo testo, in maiuscolo per andare incontro alle prime esperienze di lettura autonoma da parte di bambinetti e bambinette di tra i 5 e i 7 anni, si aprono svariati scenari possibili perché ovviamente è costruito su un buon numero di gap, altrimenti detti 'non detti'. Il primo ed esemplificativo si riassume in meno di una riga: Quanto alla sua, non era un animale immaginario, ma reale. Non una parola in più viene spesa al proposito. E chi legge non può fare altro che adeguarsi e far partire la propria immaginazione. 



Immediatamente dopo, come ad attestare il registro intrapreso, l'assurdo, della tigre vengono elencate le caratteristiche fisiche e di comportamento che sono assolutamente ancorate alla realtà: baffoni, codona, peso cospicuo e certa ferocia. Naturalmente tutto quello che segue assume il tono esilarante dell'improbabile. E l'alternanza tra realtà e assurdo prosegue. Stando al testo, apparentemente fino alla fine (ma allora che ci fa il gatto di casa a riportare tutto alla normalità?)
Ebbene un libro che ha tutte queste potenzialità narrative, date da un silenzio programmatico che si è imposto di non voler spiegare troppo, si asciuga nel suo aspetto illustrativo. In simmetrica controtendenza, nei disegni tutto appare molto descritto, rigido, normalizzato, e a un passo dallo stereotipo. 



Più felici e liberi sono gli sfondi architettonici di città, e arborei di parchi e 'giungla'. Innegabile l'equilibrio compositivo delle pagine, con alcune soluzioni divertenti. Tuttavia, Anatolio e la sua tigre sembrano, al contrario, bamboleggiare davanti al lettore, come se si sentissero osservati e si irrigidissero, perdendo di spontaneità e di piacevolezza per chi guarda. E anche, purtroppo, del necessario stupore.


Ancora un po' di strada deve essere fatta...


Carla

mercoledì 5 luglio 2017

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


UNA TIGRE IN CUCINA 
E UNA FOCA IN SALOTTO: 
DUE STORIE DI JUDITH KERR

Classe 1923, nata a Berlino dove vive fino all'età di nove anni, Judith Kerr fugge con la famiglia dal Nazismo e da Hitler. Oggi questa adorabile signora naturalizzata britannica, sempre sorridente dietro i suoi grandi occhialoni, è una delle più amate autrici di libri per l'infanzia della Gran Bretagna e del mondo occidentale.
Ignorata per anni in Italia, miracolosamente nel 2017 ben tre titoli del suo catalogo sono sugli scaffali delle librerie.
Due di questi, Una tigre all'ora del tè e Una foca in salotto, pur essendo molto diversi per formato e contenuto, hanno un filo rosso che li tiene insieme e che si rivela illuminante per definire la poetica di questa autrice.


Una tigre all'ora del tè (Mondadori 2016) è un picturebook assolutamente classico, per formato, per lunghezza e per rapporto tra testo e immagine.
La storia è quella di una visita inaspettata.
Una tigre un giorno suona alla porta della casa di Sophie proprio mentre lei sta bevendo un tè con la sua mamma in cucina. La tigre dichiara subito la sua fame e quindi viene invitata a condividere tè e biscotti. Per sfamare una tigre ci vuole ben altro: così in un batter d'occhio nella casa sparisce ogni cibo. La tigre spazzola tutto quello che c'è sul tavolo, poi attacca il frigo, la dispensa e le pentole sui fornelli. 



Finita ogni cosa, pensa sia giunto il momento di levare l'incomodo, così senza colpo ferire, saluta e riprende la porta e se ne va.
Al ritorno del padre di Sophie gli viene raccontato l'accaduto e viene presa la decisione di andare a cena fuori (Sophie in camicia da notte). 


Il giorno successivo bisogna fare una grande spesa per rifornire frigo e dispensa e procurarsi anche del cibo da tigri nel caso si la loro amica si ripresentasse alla porta...
Una foca in salotto (Rizzoli 2017) è un racconto di una novantina di pagine con qualche disegno a matita, rigorosamente in bianco e nero, al suo interno.


La storia è quella di un innamoramento inaspettato, anzi due.
Il primo riguarda l'incontro di un vecchio pensionato in vacanza con un cucciolo di foca che ha perso la mamma ed in pericolo di vita. Il secondo è più tradizionale, ma non meno inaspettato, ed è tra il suddetto pensionato e la sua vicina di casa: una anziana signora che sa tante cose sugli animali (soprattutto sulle foche).


Il signor Cleghorn ha appena dato via il suo negozio e ora ha molto tempo per sé. Così decide di andare a trovare finalmente il cugino e la sua famiglia che provano a invitarlo da un sacco di tempo. L'incontro fatale con il cucciolo avviene durante una viaggio in barca e dove ci si rende conto che il piccolo se non nutrito, morirà. Il passo è breve anche se rivoluzionario: il pensionato di città si prenderà cura del cucciolo fino al momento di portarlo allo zoo. Lo nasconderà (dallo sguardo punitivo del portiere) sul balcone e lo bagnerà ogni tanto, come si fa con le piante. Tanto è questione di pochi giorni, o no?


Cosa tiene insieme questi due piacevoli racconti? l'impensabile che diventa realtà, l'imprevedibile che si trasforma in quotidiano.
Insomma l'impossibile che si fa possibile.
Nel primo caso dietro la porta di casa appare una tigre in carne e ossa che ha voglia di farsi una teiera di tè; nel secondo come animale da compagnia si sceglie una foca. Sebbene la storia della foca affondi le sue radici in una struggente storia vera che Judith Kerr racconta a fine libro, altrettanto non si può dire per la tigre in cucina. Tuttavia entrambi i racconti sono attraversati dal medesimo modo 'sognante' di leggere la realtà, tipico dell'infanzia. Infatti alla Kerr va conferito il merito di essere sempre capace di raccontare storie come lo potrebbe fare un bambino, non accettando nessuna limitazione data dalle leggi della logica e della opportunità. E nonostante il continuo aggancio con l'assurdo, riesce a creare un legame altrettanto forte con la realtà, quella che tutti sono in grado riconoscere.
Mi spiego: accanto a una tigre che svuota un frigo e una dispensa c'è una mamma che si preoccupa di non avere da mangiare per cena e fa la spesa. Accanto a un pensionato che ha avvolto il suo cucciolo di foca in una coperta per trasferirlo nella vasca da bagno dove intende allevarlo per un po', c'è sempre qualcuno, un portinaio, che veglia sul divieto di introdurre animali nel palazzo...
La giustapposizione di queste due letture della realtà, che forse hanno anche a che fare con la storia tormentata della Kerr, è la cifra che segna spesso i suoi racconti, rendendoli unici e di assoluta bellezza. Un segno che va al di là di ogni moda rende le sue illustrazioni senza tempo. La sua predilezione per storie di animali, da una parte dipende dalla sua esperienza personale, dall'altra le permette di prendere una certa distanza dal mondo reale e convenzionale (degli adulti) per ispezionare quello un po' immaginifico e selvatico (dei bambini).

Carla

Una tigre all'ora del tè, Judith Kerr (trad. Augusto Macchetto)
Mondadori 2016
Una foca in salotto, Judith Kerr (Trad. Bérénice Capatti)
Rizzoli 2017


martedì 13 marzo 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


PER LE BRICIOLE DEL SULTANO!
 
IL TAPPETO DI TIGRE, Gerald Rose
Nord-Sud Edizioni, 2012

ILLUSTRATO PER PICCOLI (dai 4 anni)


"Tigre era molto magro e viveva al limitare della giungla. Era triste perché stava invecchiando e faceva sempre più fatica a procurarsi il cibo. Le scimmie gli tiravano le noci di cocco e lo prendevano in giro. Di notte guardava il palazzo del sultano e a volte, da dietro le finestre, lo vedeva che cenava con la sua famiglia nel salone caldo e confortevole. Avrebbe tanto voluto essere con loro..."

L'occasione gli si presentò quando vide, in una bella mattina di sole, un servo del sultano che batteva i tappeti in giardino. Tra questi c'era anche una pelle di tigre...Idea! E' bastato nascondere in un cespuglio la pelle logora, appendersi al suo posto sul filo dei panni e trasformarsi in tappeto, per aver accesso alle stanze e soprattutto al cibo del sultano.


Dopo essere stato con cura sbattuto dal servo che lo aveva trovato particolarmente polveroso, tigre diventò felicemente il tappeto del sultano. Ogni sera accoglieva sulla sua logora pelliccia i giochi del sultano e della sua famiglia, ma quando tutti andavano a dormire, a lui rimaneva la gioia immensa di mangiarsi le briciole avanzate e di bere una ultima tazza di buon tè. Ma si sa, mangia briciole oggi, mangiale domani, la pelliccia diventa ogni giorno più bella e in salute e le forme riprendono ad essere rotonde, e la vita da tappeto sembra essere in pericolo...ma la soluzione è lì dietro l'angolo, no, per la precisione, è lì alla finestra...

Albo illustrato esilarante per l'assurdità della storia raccontata e per l'ironia delle bellissime illustrazioni. Alludo in particolare alla vita da tappeto cui deve soggiacere Tigre per arrivare a quelle poche briciole serali...Sbattuto dalla polvere, trascinato lungo le scale, schiacciato sotto il peso dell'intera famiglia del sultano, strigliato con uno spazzolone, appeso a un filo a sgocciolare, il povero Tigre subisce serenamente (non a caso siamo in India) all'idea di quella buona tazza di tè indiano, cui oggi non rinuncerebbe più per nulla al mondo.
La storia è esilarante, ma il grande pregio della storia risiede, a mio avviso, nelle illustrazioni. I colori vivaci, la sapiente capacità di tratteggiare espressioni o atteggiamenti dei singoli personaggi della storia, fanno di Gerald Rose un illustratore di razza. Spesso attivo al fianco della moglie, ha divertito con le sue storie di animali montagne di bambini in giro per il mondo, e adesso è il nostro turno...EVVIVA!


Carla

Noterella al margine: Questo bell'albo è stato pubblicato per la prima volta nel 1976 e nel 2011 Bloomsbury ha pensato di rimetterlo in circolazione. Questo a riprova di quanto ha detto e ridetto mille volte Roberto Denti nella sua libreria: 'anche se il libro è vecchio, sono nuovi i bambini che lo leggono...'