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mercoledì 8 luglio 2026

ECCEZION FATTA!

CON AFFETTO, PAPÀ 


È il 3 marzo. Esattamente un anno prima, il papà di Lucas è stato cremato. 
Un intero anno senza suo padre ha svuotato la vita di Lucas come quella di sua madre: un Natale senza, un Capodanno senza, un compleanno senza, la prima media senza. In quella casa ormai sembra che manchi pure l’aria. 
Oggi è di nuovo il 3 marzo e Lucas riceve una scatola, una banale scatola da scarpe. "Me l'ha detto papà - dice la mamma- che dovevo dartela dopo un anno". 
Un anno. Un ciclo intero di stagioni, un ciclo intero di giorni. Ora può cominciarne un altro, e sarà scandito dal contenuto di questa scatola. 

Prendi un biglietto alla volta, in ordine. Inizia dal numero 1. Non più di un biglietto a settimana. Ma non devi per forza aprirne uno tutte le settimane. Tra uno e l’altro puoi prenderti tutto il tempo che vuoi. 
 Con affetto, papà 
 
Ci sono dentro le 16 lettere che il padre ha scritto per lui,16 messaggi che possono essere brevissimi (messaggio n. 1: Ciao, Luca) o molto più lunghi, possono contenere riflessioni, semplici domande, una chiave con un indirizzo dove recarsi o missioni da eseguire, per esempio terminare la costruzione della casa sull'albero che hanno dovuto interrompere Con la sopravvenuta malattia. Le indicazioni possono arrivare a essere anche super dettagliate (utilizza le viti a testa di cigno. È importante che usi viti a testa di cigno) salvo poi scoprire in ferramenta che le viti a testa di cigno proprio non esistono. 
C’è molta ironia in questa storia che potrebbe sempre pericolosamente cadere nel melenso ma che invece non lo fa. 
Lucas è un tipo simpatico, ha i suoi compagni di classe, compreso Sleppa il bullo, ha i suoi prof, ha una sonora cotta per Eva e ha doti di apprendimento parecchio spiccate per cui il suo cervello è capace di contenere una serie svariatissima di dati, di fatti, nozioni che lui comincia a elencare tra sé e sé nei momenti in cui l'emozione potrebbe sopraffarlo. 

Ho un sacco di libri pieni di questo tipo di fatti, curiosità che non ti fanno venire da piangere, come ad esempio il numero di specie di uccelli canterini esistenti o che il twatwa è un uccello canterino del Suriname che qui da noi si chiama semplicemente becco grosso. Ma twatwa e un nome molto più bello. Sono tutte informazioni che mi ficco in testa in modo da poterci pensare quando è necessario. Al funerale di papà ho recitato a mente tutta la linea del tempo dei dinosauri. 

E poi Lucas (e quindi la sua autrice) sa raccontare davvero bene: la sua voce, pagina per pagina, ci dice la quotidianità scandita dall'apertura dei biglietti e dalle vicende legate alla realizzazione di quanto scritto dal padre, ma è anche costantemente inframmezzata da un flusso di pensieri che ci portano avanti e indietro nei suoi ricordi e nella sua immaginazione, liste di nozioni incluse. Questo incedere del racconto produce in chi legge una particolare forma di ascolto, che risulta molto intimo e al tempo stesso capace di osservare ed apprezzare tutti gli altri personaggi che entrano nel racconto. 
E poi non mancano le avventure. 
Perché questi bigliettini hanno il potere di fare accadere cose, anche impensabili, quelle che possono capitare quando si esce dalla propria zona di comfort, che in questo caso è il lutto per la perdita del padre e la nostalgia per la vita come era prima. A ogni biglietto sembra aprirsi più spazio, la casa stessa si trasforma. Così può accadere che il tipo del ferramenta, una volta constatata l’inesistenza delle viti a testa di cigno, si offra di aiutarlo a terminare la costruzione della casetta sull'albero, o che la mamma si ritinga i capelli, o che la vicina lo coinvolga in un furto mentre il suo sogno d'amore con Eva pare infrangersi proprio contro il fascino aggressivo di Sleppa. Può accadere che arrivi un cane, un nonno, un occhio nero, un incendio...
Vita, insomma, rimessa in moto, ingranaggio dopo ingranaggio. Mai cupo anzi avventuroso, questo romanzo sulla morte, si può proprio dirlo, è pieno di vita e può essere proposto a lettrici e lettori a partire dai 10 anni. 

Patrizia 

16 lettere per Lucas, Marlies Slegers, trad. Valentina Freschi, Il Castoro 2024 

venerdì 22 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DON'T HOPE, COPE!*

L'attesa, Federica Ortolan, Cecilia Ferri 
Kite Edizioni 2026 


ILLUSTRATI 

"Da un po' di tempo si sentiva stanca. 
Delle cose, del vento, dell'autunno, delle cicale, dei ricordi. E anche delle persone. 
Decise che l'avrebbe semplicemente aspettata. 
La casa era confortevole. 
Non le mancava niente. 
Avrebbe continuato a fare le cose di sempre che però adesso erano diventate un'altra cosa. 
Nell'attesa ogni mattina, si legava il grembiule dietro la schiena." 

Lei lo sapeva da sempre, lo aveva sentito nelle storie, nei racconti e persino nelle filastrocche, che un giorno Lei avrebbe bussato alla sua porta e lei si sarebbe alzata e le avrebbe aperto e le avrebbe detto: eccomi. Era una cosa che sapevano tutti: rimane giusto il tempo che serve per organizzare la partenza all'ora che solo Lei conosce e poi si va... 
Il giorno successivo qualcuno effettivamente bussa alla porta, ma è una bambina a cui è caduto il pallone nel giardino. E il giorno dopo ancora è lo spazzacamino che le libera la canna della stufa, poi la vicina di casa in cerca di un fiore di calicantus. E così accade che giorno dopo giorno, il tempo passato ad aspettare diventa sempre meno, mentre le sue giornate si riempiono sempre di più di altre cose da fare. Fino al giorno in cui a bussare è una intera compagnia di saltimbanchi... 

In perfetto stile Kite, questo libro parla a diverse generazioni di lettori. Non mi pare adattissimo per essere letto in una scuola dell'infanzia, ma molto di più a gente già cresciutella e ancora di più a gente con un bel po' di anni dietro le spalle. 


Federica Ortolan e Cecilia Ferri costruiscono un albo illustrato secondo i canoni dell'ortodossia, ma lo offrono a un pubblico differente da quello consueto. Di nuovo, in perfetto stile Kite. 
La questione che L'attesa solleva riguarda tutti coloro che si sentono stanchi. 
E la stanchezza, si badi, non è solo un fatto di fatica fisica che si accumula e fiacca le forze, ma ha anche parecchio a che fare con la noia, con la scontentezza, l'insoddisfazione, l'abulia, la mancanza di motivi per muoversi e fare. Sono stanco, non mi va. Non fa per me. Lascio perdere... 
E allora quel che viene spontaneo fare è proprio il suo contrario: non fare. 
Facciamo finta che il lettore abbia più o meno 66 anni. 
Non sarà difficile per lui sentirsi in armonia con la protagonista, che - seduta sulla sua poltrona - non fa altro che pensare alla sua fine: Lei busserà presto alla porta e da parte sua non potrà fare altro che seguirla, perché è così che da sempre è andata. Sedersi lì ad aspettare che qualcuno bussi e ti porti via. Finire, andarsene, morire. E nel frattempo che aspetti, smetti di fare, di interessarti, di appassionarti, di emozionarti. Sei lì, come la protagonista, tutta concentrata ad aspettare il toc toc alla porta, il tuo momento. 
Però però, nonostante tutto, nonostante l'ineludibile destino, e nonostante la stanchezza quel grembiule ogni mattina ancora se lo lega dietro la schiena... E alle sorprese che dietro la porta si nascondono, reagisce.
Facciamo finta che il lettore abbia invece più o meno 16 anni. 
Non sarà difficile per lui sentirsi in armonia con la protagonista, che - pensa che stare seduta sulla sua poltrona sia la cosa da fare - non fa altro che affondare nella sua abulia: se ne sta lì a non fare niente perché non riesce proprio ad averne voglia, non è capace di interessarsi, di appassionarsi, di emozionarsi. E allora anche a 16 anni capita che si stia lì, come la protagonista, ad aspettare che qualcosa cambi: in attesa che il primo passo sia qualcun altro a farlo. E allora, se anche così fosse, perché non andargli dietro, a quel passo?


Bene. Tanto a 66 quanto a 16 forse varrebbe la pena di riflettere su questo apologo. E magari prendere in considerazione il suggerimento velato, una cosa semplice semplice vivere e non sopravvivere. Ogni mattina prendere l'abitudine di alzarsi e poi legarsi un vero - o metaforico - grembiule dietro la schiena e cominciare a fare: studiare, stendere il bucato, andare a lavorare, dare l'acqua alle piante, fare il pane, e occuparsi un po' di gatti e cani e anche del resto mondo intorno... 

Carla

*Tomi Ungerer...

mercoledì 28 maggio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

SI POTREBBE DIRE RADICI 


Stufo di stare nell’angolo della classe dove ha aiutato generazioni di bambini e bambine nello studio dell’anatomia umana, ormai vecchio e malandato, lo scheletro della scuola decide di andare in pensione. È la maestra ad accorgersi che qualcosa è cambiato e a telefonare al vecchietto per proporgli la bizzarra adozione. Così, dopo aver aggiustato la macchina, il vecchietto va a prendere lo scheletro, lo porta a casa, riattacca con il fil di ferro quasi tutte le ossa che la scuola gli ha consegnato. Poi, insieme alla vecchietta lo vestono e gli danno un nome: Martin. 


Anche se potrebbe sembrare strano a qualcuno, Martin lo scheletro entra piano piano a far parte della vita quotidiana dei vecchietti: a volte, è lui a entrare in casa con loro, altre sono loro a raggiungerlo all’aperto. Nella cucina estiva, poi, lo scheletro ha una sua poltrona, un tavolino e una tovaglietta di pizzo. E in inverno, una morbida coperta. Non si può poi dire che Martin sia un tipo sedentario. Che dire ad esempio di quando ha fatto fuggire i ladri facendosi cadere la mandibola sulle ginocchia, oppure di come ha saputo consolare il vecchietto per la vergogna di aver scambiato dentista e barbiere. E alla potatura dei meli, quando la vecchietta è sempre agitata? Martin era lì, con lei, a gettare i rami tagliati nel fuoco fissando le fiamme alte. 


Martin, Martin, Martin. Martin dappertutto. Sullo slittino e in sauna, nella vasca da bagno e pure nella favola della rapa. Chi ha aiutato i nipotini quella volta dei mostri notturni? Chi ha tenuto il cesto di funghi che la vecchietta non era riuscita a riempire per via dello gnomo dei boschi? Chi era con lei per risolvere la faccenda della scimmia di neve? 


Forse per questo, il vecchietto ha cominciato a desiderare di avere Martin con sé anche nella tomba. Forse è stato proprio per questa convivenza quotidiana, assidua, fatta di minuzie e piccole attenzioni scambievoli - coperte sulle ginocchia, tovagliette di pizzo, favole della buonanotte – che quando la vecchietta è morta, Martin ha sentito il bisogno di essere consolato. Il vecchietto ha chiuso le braccia attorno alle ossa di Martin, facendolo quasi scomparire, mentre il vapore del tè al tiglio riempiva la stanza dello stesso odore che c’era quando lei era viva. Sembrava quasi che la vecchietta fosse li! Anzi, a guardar bene, la potevi sentire: di chi se non suoi i gesti replicati per ottenere la calda bevanda, lo stesso inconfondibile aroma? 


Tre i punti forti di questo (apparentemente) piccolo romanzo. 
In primo luogo la storia: una vicenda che nasce nel territorio dell’assurdo, apparentemente leggera, che si attraversa con umorismo, tenerezza e un pizzico di salvifica insensatezza, sfiorando temi e metafore importanti senza tuttavia mai toccarli direttamente. La presenza di uno scheletro che decide di andare in pensione, fatto di per sé straordinario, viene presto riassorbita – come succede con tutte le cose – da un quotidiano denso di piccoli gesti, accortezze e minuti presenti. 


Poi, le illustrazioni. Il bianco e nero dinamico e movimentato di una matita felice interrotto da dettagli e campiture di un fucsia (quasi) fluo: per suo mezzo l’attenzione viene convogliata su tutt’altro – il fazzoletto da testa, un gallo, una rapa, un pettine, ma anche parole, minuzie, cieli interi – e vengono disinnescate alcune inibizioni e schermature che spesso accompagnano la presenza di uno scheletro nella narrazione. 


Il terzo elemento è proprio lui: lo scheletro. Deposto il collegamento con le tematiche horror e Halloween, indebolito il legame quasi automatico che scheletro e ossa nude hanno con la narrazione frontale della morte, ecco che in questo testo è possibile fruire di alcune metafore forti che lo scheletro porta con sé e che spesso rimangono sullo sfondo del ragionamento. 


Che cos’è uno scheletro infatti? È una complessa struttura di ossa, robusta ed elastica, che permette al corpo intero di stare in piedi, camminare, correre, raccogliere i funghi e abbracciare. È un sostegno imprescindibile, tuttavia nascosto da strati di muscoli, pelle e vestiti, in ultimo fatto scomparire dalla sua presenza costante e comune. E se è vero che esso si palesa nella morte e nella decomposizione, quando tutto il resto scompare, è anche vero che – incredibilmente! – lo scheletro è sempre, sempre, sempre presente, sempre con noi, in noi, a rendere possibile e significativo ogni passo e ogni respiro. 


Martin, lo scheletro, è dappertutto. Martin, che ha passato la vita a mostrare il fondamento del corpo umano, perfeziona da queste pagine il suo insegnamento, allargando l’idea di corpo umano a quella di corpo sociale, superando l’idea dei legami familiari per approdare a quella di interdipendenza di ogni cosa. Le schegge di fucsia che esplodono qua e là sono illuminazioni che interrompono la conformità dei grigi e spalancano lo sguardo sulla struttura invisibile che sottostà ai gesti quotidiani, sulla sua pervasività muta e fondante Il bagno dei bambini, la raccolta delle lumache, le favole raccontate ogni volta in maniera un po’ diversa sono il corpus di gesti, consuetudini e usanze sotterranee che innervano, irrobustiscono, rinsaldano, sostengono: attraverso questo reticolo non passano solo gli affetti e i legami, ma l’intera esistenza acquisisce senso e coerenza.


Si potrebbe dire radici, scomodare la questione del passato, della memoria, della tradizione, se non fosse che è proprio sull’aspetto del tempo che il libro esplode: infatti se è vero che ogni gesto presente assume rilevanza in virtù del suo radicamento, è il fatto che avvenga nel presente, che possa avere significato unicamente nel momento presente, la vera meraviglia. Illuminante al riguardo è l’interdipendenza tra Infanzia e Vecchiaia, messa in luce nel rapporto tra vecchietta e vecchietto e nipotino e nipotina: non meri personaggi ma estremi senza nome con una precisa, eterna funzione: passarsi il testimone di una continuità che pur essendo circolare ha solo un punto per brillare. 
E forse, quando succede, ha proprio il colore fucsia. 

Giorgia

 “Martin lo scheletro”, Triinu Laan, Marja Liisa Plats, (trad. Daniele Monticelli), Sinnos, 2024


mercoledì 16 ottobre 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

QUANTA VITA IN UN CRAC! 


Spesso la vita, per come la percepiamo e per come la raccontiamo, può dare l’impressione di svolgersi come un unico e saldo filo continuo. Il fatto che il vivere accada giorno per giorno ci convince che un passo dopo l’altro si proceda su una linea senza strappi. È più o meno così che la si racconta anche ai bambini e alle bambine, come se l’idea di stabilità, di integrità garantisse maggior pace e serenità. L’idea stessa di ciò che si rompe, di qualcosa che si spezza, è più spesso percepita e tramandata (da questa parte del mondo) come negazione - fine- morte. Il racconto illustrato di Matteo Pompili, Lorenzo Monaco e Luogo Comune, ci induce a guardar bene… ché la vita fa CRAC! E ce lo racconta già la copertina squarciata da una crepa come un lampo che rompe il cielo percorrendola da piede a testa fino a spezzare il titolo: CR-AC. 


Come nei più originari racconti della creazione, gli autori scelgono di partire da un uovo: al 21° giorno fa CRAC ed ecco il pulcino. CRAC fa il sacco amniotico rompendosi. Fanno CRAC le stelle da cui nascono i pianeti e anche le superfici dei pianeti fanno CRAC dando vita a mari e montagne. Le forme di vita che si avvicendano sui pianeti fanno CRAC, alcune scompaiono e/o si trasformano in forme di vita diverse. 


Il mondo che conosci è tutto un masticare, uno spezzettare, un triturare, dentro e fuori di te. 


Così anche l’evoluzione degli animali umani e quella delle loro società sono raccontate attraverso i momenti di discontinuità: la storia di ciascun essere vivente, la storia del cielo, della terra, la storia delle società umane, la storia della scienza e della conoscenza è una sequenza di fratture. “Nel tuo mondo niente è tranquillo”. 


“Questo (libro, ndr) è stato concepito guardando un frutto ammuffito, un’arancia demolita lentamente da un fungo. Tanto è bastato per farci riflettere su degradazioni, fratture, scismi, scissioni. E idee scientifiche che hanno portato a degli strappi con il passato. Per riconoscere che tutte le cose alla fine si rompono: è inevitabile. Certo può essere triste e doloroso, nessun lombrico vorrebbe cedere al becco di un merlo. Ma è anche vero che senza distruggere non si può creare nulla di nuovo. È la verità del germoglio che spunta solo bucando il terreno, della musica che per esistere deve rompere il silenzio e dei nani che nelle fiabe trovano diamanti solo con la forza del piccone. Le cose rotte hanno un loro fascino: preannunciano nuove storie, lasciano spazio a una moltitudine di opportunità e possono promettere, perché no, mondi migliori.” Dunque un albo illustrato di divulgazione scientifica che dalla geologia passa all’antropologia, alla sociologia e infine all’attualità. I testi riescono a mantenere chiarezza pur esprimendosi con estrema sintesi, le illustrazioni sono accattivanti e ricche di dettagli. 
E una pagina finale ti culla beatamente in questo vortice di CRAC. 
Nelle ultime tre doppie pagine il linguaggio cambia per proporre una serie di approfondimenti chiari e concisi sui vari CRAC raccontati in precedenza. Si dà spazio alle nozioni scientifiche, a cenni storici, alle principali problematiche ambientali e a qualche domanda sul futuro. Nei risguardi di chiusura si trova anche una prima bibliografia e un QR code per accedere all’elenco completo delle fonti. Non è la prima volta che questi autori si cimentano con il racconto delle scienze naturali: Pompili e Monaco - entrambi fondatori di Tecnoscienza - hanno già lavorato insieme alla realizzazione di diversi titoli di divulgazione scientifica per Editoriale Scienza e molti altri editori; Luogo Comune, artista poliedrico (dai muri di molte città del mondo alla pagina illustrata), per Topipittori si era già impegnato con la raffigurazione divulgativa della natura nel bellissimo ‘Alfabeti naturali. Piccola guida della creatività dell’Universo’ dove aveva dato prova di abilità con i pennarelli a spirito. 
Il risultato di questa collaborazione può dirsi riuscito nel felice compito di aprire orizzonti di curiosità, stimolare connessioni tra le conoscenze e mettere in relazione la vita propria e quella dell’universo intero. 
Ma in tutta questa vita che si spezza e che continua notiamo subito una grande assente. 
La parola morte non appare mai (nessun lombrico vorrebbe cedere al becco di un merlo, per es.), le immagini raffigurano scheletri di animali estinti e un uccellino giace sul terreno visibilmente senza vita, ma nulla di più. 
Che sia una scelta evidentemente ponderata ce lo conferma, su esplicita domanda, Matteo Pompili: "La nostra intenzione era quella di arrivare anche al concetto di morte, ma senza forzature e con leggerezza. Quando dopo la lettura - a immagini sedimentate - gli insegnanti lavorano coi ragazzi sul libro però ci siamo accorti che emergono proprio questi aspetti: la perdita temporanea o duratura di adulti di riferimento e la volontà di farcela e di diventare autonomi nonostante quanto accaduto. Insomma, CRAC è anche un libro che suggerisce di accettare le perdite e di “danzare” nonostante esse." 
Dunque un racconto articolato capace di fare di una assenza una domanda, una possibilità di riflessione per i giovani lettori e le giovani lettrici, tra i sette e i dieci anni, e per chi con loro sa farsi interrogare da un bel libro. 

Patrizia 

“CRAC”, Matteo Pompili e  Lorenzo Monaco, ill. Luogo Comune, Camelozampa 2024 
 

mercoledì 10 gennaio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SENSO BELLEZZA E CASUALITA'

In canto, Alessandro Sanna, Giusi Quarenghi 
Terre di mezzo 2023 



POESIA ILLUSTRATA 

"Tutto 
tutto ciò 
tutto ciò che 
tutto ciò che è 
è e ha nome 
tutto ciò che è 
è in molti modi e 
ha molti nomi 
tutto ciò che è 
diviene 
diviene e si trasforma 
trasforma quello che ha intorno 
e da quel che è intorno 
è trasformato" 

Alessandro Sanna ancora nel 2019 lavora a un libro che sarà un libro-dono, ma anche un libro-simbolo per la Fondazione San Zeno che glielo ha commissionato. Non è un progetto per lui consueto, così decide di realizzarlo, regalandosi una libera esplorazione delle forme astratte e, più in particolare, delle macchie di colore: l'inaspettato che si genera con una goccia d'acqua sul colore nel foglio. 
Non ricordo più in quale occasione ma sono certissima di avergli sentito dire quanto a lui piaccia 'emozionarsi', stupirsi e forse anche arrendersi, nell'atto di creare un'immagine. 


Come avviene? 
In un momento preciso il suo segno controllato cede il passo, perdendo di fatto quasi totalmente il dominio della pagina, all'acqua che, come sempre accade, prende direzioni imprevedibili. 
E da qui lo stupore, l'emozione e forse anche il cimento di leggere la macchia e il percorso del colore attraversato dall'acqua come qualcosa d'altro.


Si tratta, credo, di una sfida che Sanna si crea da solo - in vitro - per misurare se stesso e la propria arte. In molti dei suoi libri, mi verrebbe quasi da dire in tutti, questa vibrazione del polso nel dare la pennellata si avverte. E la sfida con l'acqua anche.
Qui però il passo è ulteriore. 
Qual è la direzione che si è dato? Sembra essersi scrollato di dosso anche l'ultimo vincolo per godersi in tutta libertà la forma astratta. Dalla prima macchia in controcopertina alle 'sporcature' nei risguardi: una precisa dichiarazione di intenti. Non gli interessa e non cerca più di addomesticare il segno in senso figurativo.


Gioca con le forme, con i colori, con l'acqua e con le sfumature che essa gli offre. Con l'imprevedibilità. Ma ogni tanto si concede una ricucitura delle singole tavole attraverso il filo di immagini riconoscibili: animali boschi umanità. E così, inevitabilmente, anche in questo libro 'astratto' si legge una narrazione concreta. La narrazione di un inizio, il principio del mondo. 


La potenza, le deflagrazioni, le scosse, i lampi, la luce, ma soprattutto l'inaspettato, il sorprendente, la scoperta di qualcosa che è nuovo al mondo sono il nocciolo di una cosa - qualsiasi cosa - che nasce in natura. 
E tutto questo suona in totale armonia con un'altra creazione, quella di Sanna sul foglio. 
Credo sia molto difficile, al limite dell'impossibile, chiedere a un libro di non raccontare. 
E così Sanna racconta la sua idea di nascita del mondo e di nascita della vita (un po' come era successo in Pinocchio prima di Pinocchio) e dell'umanità intera.


Un editore, Terre di Mezzo, che vede queste immagini in sequenza, già montate come libro, pagina dopo pagina, le vede raccontare una storia 'in apparente silenzio'. 
Così pensa che sarebbe ancora più bello se qualcuno avesse voglia di cucirle in una narrazione anche di parole pronunciate. Altrettanto forte quanto quella visiva. 
Bussano alla porta di Giusi Quarenghi che dice no, convinta di non poter aggiungere bellezza a bellezza, senso a senso. E' lei stessa a raccontarlo.
Ma. 
Questo libro però non può uscirle di testa e, ovviamente, neanche dallo sguardo. E sta. Sta lì a dire che esiste. Ed ecco quello che è successo (così è andata anche qui: dietro lo schermo del monitor, quella copertina boreale continuava a fissarmi. Cosa ne potevo dire? L'avrò sfogliato molte volte, cercando un bandolo, un filo per cominciare. E poi, per in canto, tutto ha iniziato a muoversi).
Dunque,  la potenza, la forza e, perché no, proprio il suono di quelle immagini e di quei colori, sono state per Giusi Quarenghi ineludibili. 
Chissà se a lei avranno chiesto di unirsi al loro 'canto' con la sua voce?
Chissà se anche lei ha preso i fili che inevitabilmente il racconto di un altro lascia dietro di sé e li ha intrecciati a suo modo? Parola dopo parola, sillaba dopo sillaba. Si accorda, ne segue il ritmo, alle volte largo, alle volte ritmato e sincopato. 
Chissà. 


Però è un fatto che della nascita del mondo e della vita anche lei ha dato la sua poetica versione. Ha dato nome alle forme, nessi alle figure, definizione al processo che le ha create e senso alla missione iniziale, quella della Fondazione intendo, perché...  

... "forse noi siamo qui per dire" 
per dare i nomi 
per trovare ascoltare i nomi 
per rispondere... 

 Carla

lunedì 27 novembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA BAMBINA HA ATTECCHITO

Diventare grande, Laëtitia Bourget, Emmanuelle Houdart 
(trad. Francesca Del Moro) 
#Logosedizioni 2023 


ILLUSTRATI 

"... ero piccola 
e sono diventata grande 
ero esile come un ramoscello 
e sono diventata robusta come una quercia 
ero tutta snodata quasi una contorsionista 
poi molto meno 
ero allegra 
e lo sono rimasta ma meno spesso 
m'incuriosiva tutto 
ma sono diventata esigente..." 

Un razzo punta verso la terra, tra due ali di fiori e piante c'è uno spazio libero per accoglierlo. 

© Laëtitia Bourget, Emmanuelle Houdart 

Quindi una grande cicogna, tornando da una pesca fruttuosa, tiene fra le braccia (!) due giovani con i corpi che si incrociano. E quindi un bebè, avvolto in una coperta dorme in un guscio che è anche un po' albero e sta mettendo radici... 
È fatta: la bambina ha attecchito e quindi cresce. 
Cammina lungo i percorsi di una vita, capace di vederne l'inizio, il punto di partenza e, alzando lo sguardo, di coglierne l'evoluzione, le sue trasformazioni. 
Da esile ragazzina a robusta e solida donna, da neonata a ragazza  - lividi e sbucciature e qualche feritina -  con gli anfibi nei piedi.

© Laëtitia Bourget, Emmanuelle Houdart 


Da giovane dipendente con un biberon e un telecomando, a donna indipendente che tutto ciò che le serve lo porta con sé, da spensierata a utile, dall'essere circondata da molti all'essere sola. Grata alla vita, un giorno, nel razzo che ha invertito la rotta, scompare. Non prima di essersi sentita parte di un tutto e poi di aver dimenticato tutto. 

Il senso potrebbe annidarsi qui: "convinta che scrivere per bambini significhi scrivere per tutti e scrivere per adulti escluda invece i più piccoli", firmato Laëtitia Bourget. E, se così è, perché  non estendere lo stesso pensiero anche scrittura per immagini di Emmanuelle Houdart? 

© Laëtitia Bourget, Emmanuelle Houdart 


Non è forse lei quella che stratifica ogni sua figura di così tanti significati da cogliere, esplorando ogni singolo dettaglio, a età sempre molto diverse? Dal goderne in senso puramente estetico e di armonia compositiva, a volerne leggere riferimenti anche molto profondi. Uno per tutti: il libro di farfalle nel paniere di un futuro genitore che ritorna nel lettino di una bambina che lo guarda e 'lo legge' con occhi e dita interessate. 
Prima di dire ogni bene di questo libro, parrebbe necessario ribadire una osservazione che in altri casi è stata fatta e che riguarda la capacità di intesa profonda tra testo e immagine cui corrisponde una altrettanto profonda intesa tra il modo di leggere il mondo di chi scrive e chi illustra. 
Non è affatto una consuetudine che la qualità di un libro cresca in modo esponenziale rispetto alla somma delle due singole qualità che convergono (in realtà le qualità dovrebbero essere almeno tre o quattro, ma facciamo finta che...). In termini numerici, si potrebbe dire che in alcuni libri uno più uno faccia tre e non due. 
Questo è uno dei casi. In estrema sintesi li si potrebbe definire binomi felici. 
Bourget e Houdart si sono spesso incontrate e abbracciate sulle pagine dei libri, e nel catalogo Logos lo si può verificare facilmente. La prima cosa bella che succede con loro è il grande spazio che ciascuna lascia all'altra. E qui si potrebbe aprire una parentesi su quanto sia 'complesso' scrivere parole perché un illustratore ci si accomodi dentro. Basti dire che l'intesa di vedute sul risultato finale, la curiosità e l'attesa per il lavoro dell'altro, e il rispetto e la fiducia tra chi viene prima e chi viene dopo nel concepire un libro, tutto questo fa la differenza. 

© Laëtitia Bourget, Emmanuelle Houdart 


Si sarà notato, qui, si spera. 
A parte questo lungo corollario, credo si debbano notare un paio di cosette. La prima, non indifferente, sta nel femminile che attraversa il libro. Conoscendo un po' la poetica di entrambe, accanto a una scelta - diciamo così - politica, mi pare che il femminile dipenda da quella onestà intellettuale, da quella verità sopra ogni cosa, che caratterizza il loro modo di raccontare. 
Sono due donne e, come tali, pensano e parlano. Non potrebbe essere diversamente. 
E in nome di quella stessa verità, raccontata con la nettezza di una poesia, con il garbo e l'ironia delle immagini, si racconta il lungo percorso di un'esistenza. 
Ed ecco la seconda cosetta. Essere capaci di raccontare in meno di centocinquanta parole che cosa è una vita, il senso di vivere. Con i molti punti di partenza e gli altrettanto numerosi traguardi. 

© Laëtitia Bourget, Emmanuelle Houdart 


E qui arriva la raffinatezza di saper parlare una lingua universale che tutti sono in grado di capire. 
A seconda dell'età di chi legge, ci si riconoscerà negli inizi o negli arrivi ma a tutti sarà chiaro quello che è detto in copertina con una felice sintesi: tutti noi siamo allo stesso tempo ciò che eravamo, un bell'imperfetto, e ciò che poi siamo diventati, un bel passato prossimo... 

Carla

mercoledì 15 novembre 2023

FAMMI UNA DOMANDA!


SPIEGARE LA VITA


Guillaume Duprat non è autore che si spaventi di fronte alla complessità, che così bene ha affrontato nei suoi precedenti lavori, da ‘Il libro delle terre immaginate’ a ‘Zoottica’, a ‘Universi’.
Questa volta, con un approccio più semplice, affronta ‘Le meraviglie della vita’, tradotto da Annalisa Comes, con la revisione scientifica di Marco Granata, per i tipi de L’Ippocampo.
Un libro illustrato, con numerosi inserti di cartotecnica, che affronta uno dei temi più complessi e affascinanti del nostro tempo.


Tutti i viventi hanno in comune cinque chiavi: nascere, crescere, nutrirsi, riprodursi e morire. Questo ciclo vitale accomuna amebe e pangolini, rododendri e scimpanzé.
Ma se questo appare semplice, tutto il resto non lo è: come si definisce la vita, cosa distingue i viventi dal mondo inanimato e poi, per approfondire ulteriormente il tema, che risposta danno religione e scienza al grande quesito sull’origine della vita.
Con grande equità vengono esposte le diverse teorie che fanno discendere l’atto creativo da un dio o da più divinità, così come da piante o animali.
Nello stesso modo, in modo molto semplice Duprat espone le teorie più recenti sull’origine della vita sulla Terra a partire dagli atomi che costituiscono la materia dell’Universo; l’autore non manca di sottolineare quanto ancora si debba scoprire per rispondere a questa domanda.
Viene poi raccontata la vita degli organismi unicellulari e poi, a seguire, degli organismi pluricellulari.
Macroscopicamente, l’albero della vita è costituito da tre rami: gli eucarioti, ovvero gli organismi pluricellulari e i procarioti, divisi in batteri e archei.


Se l’origine della vita ha ancora degli aspetti oscuri, l’evoluzione dei viventi e la selezione naturale sono concetti ormai acquisiti dalla maggioranza delle persone, ma Duprat non manca di ricordare che l’evoluzionismo ha una lunga storia e molti nemici.
La continuità della vita è garantita dalla riproduzione, di cui vediamo i diversi aspetti nel mondo animale e vegetale; l’ereditarietà dei caratteri e le loro variazioni sono invece espressione del codice genetico, studiato in termini biochimici a partire dagli anni Cinquanta.
Una caratteristica peculiare della vita terrestre è la sua caducità: ogni organismo vivente, con pochissime eccezioni, è destinato a morire, ma anche la morte può essere vista come quel processo di trasformazione che coinvolge tutto il reale, così come aveva detto Eraclito e come ha dimostrato il primo principio della termodinamica in relazione all’energia dell’Universo, che, trasformandosi, resta costante.
La vita come la conosciamo, e molti viventi ci sono ancora ignoti, si regge su un equilibrio dinamico con l’ambiente di cui fa parte e questo equilibrio fragile viene messo in discussione soprattutto dalle attività umane.


Per chiudere questa carrellata sui diversi aspetti della vita sulla Terra, Duprat ci sorprende con una domanda inconsueta, che riguarda il senso della vita, inteso come finalità della biosfera, che la scienza nega, a differenza da un approccio religioso, ma inteso anche come visione soggettiva, come significato che ciascuno attribuisce alla propria vita, nella sua fragilità e finitezza.
Come sempre un testo denso, anche se in questo libro espresso con un linguaggio semplice, corredato dal necessario glossario, comprensibile anche da lettori e lettrici più giovani; un viaggio sintetico ed essenziale attraverso tematiche scientifiche e antropologiche, con lo sguardo multidisciplinare tipico dell’autore francese. Una sfida non indifferente nel coniugare semplicità e correttezza dei temi trattati.
Le immagini che accolgono il testo, che spesso appare in forma di didascalia, sono suggestive e coinvolgenti, fedeli compagne del testo; portano il lettore e la lettrice dal microcosmo al macrocosmo con leggerezza e immancabile precisione.


Consiglio caldamente la lettura a giovani scienziati e scienziate, a partire dai nove anni.

Eleonora

“Le meraviglie della vita”, G. Duprat, trad. A. Comes, rev. M. Granata, L’Ippocampo 2023





 






mercoledì 27 febbraio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA GRANDE DOMANDA

Il Libro delle Ore Felici di Jacominus Gainsborough,
Rebecca Dautremer (trad. Francesca Mazzurana)
Rizzoli 2018


ILLUSTRATI PER MEDI (dagli 8 anni)

"Chi ha conosciuto Jacominus in età avanzata (ovvero da vecchio) fatica a credere che anche lui sia stato piccolo.
Invece Jacominus era proprio un piccoletto.
E al tempo era difficile capire che cosa sarebbe diventato, immaginare che carattere avrebbe avuto.
C'era però una cosa che si poteva notare fin da allora: Jacominus aveva spesso la testa fra le nuvole."

Probabilmente dipese dal fatto che anche quella volta si era distratto, quando gli capitò di fare un capitombolo da nulla e la rumorosa caduta da quei quattro scalini rese la sua gamba 'stramba'.
Per tutta la vita lo accompagnò una gruccia. 



Non per questo la sua vita fu meno piena di vita.
Studiò sodo, ebbe un bel gruppo di amici e quando fu il momento partì anche per fare il soldato. E combatté.
Si innamorò della persona giusta, Dolce Vidocq, che poi sposò e con cui mise su famiglia. I suoi tre bambini furono una gioia e gli riempirono l'esistenza. 


A sua moglie volle un gran bene e lei ne volle a lui.
Jacominus era circondato dall'affetto dei suoi cari, in primis la sua nonna, che in lui credette fin dal primo istante che lo vide in culla e che lo spronò ad andare sempre avanti nella buona come nella cattiva sorte.
Jacominus andava alla propria velocità, che era sempre almeno un passo indietro agli altri, ma non si fermava. Jacominus parlava poco, ma conosceva tantissime lingue. Amava lo sport, ma non lo praticava.

 

Leggeva molti libri e coltivava molti sogni. Conobbe la felicità e anche la tristezza. Ed è per questo che spesso lo si poteva vedere lì a pensare, come un filosofo.
Questa è la storia della sua vita. Della sua vita piena che è valsa la pena vivere.

Come di norma, i libri concepiti di Rebecca Dautremer sono degli oggetti complessi che prevedono letture complesse e di conseguenza pubblici complessi, o per meglio dire, variegati.
Intorno ai suoi grandi libri ci saranno bambini e bambine, ma anche persone grandi. E questi ultimi non solo nel loro ruolo di mediatori, o di voci narranti, ma chiamati dentro direttamente a godersi la storia e a ragionare delle questioni che solleva e a riconoscere i mille riferimenti all'arte dei grandi maestri da Bruegel ai vedutisti del Settecento. Nella breve prefazione è la stessa R.D. a volere anche loro intorno a Jacominus. Se non altro perché anche loro, dall'alto della loro età, avranno da dire sul tema dell'esistenza.
Quella che Erlbruch con felice sintesi chiama La grande domanda. Perciò, la presenza degli adulti non è solo necessaria per traghettare i piccoli nei passaggi più difficili, ma anche per fare tesoro della filosofia di vita di questo piccolo coniglio.
Tanto le parole, riunite in blocchi di testo incorniciati al centro di grandi fogli bianchi, quanto le tavole che a questi ultimi si alternano, e che sono una gioia per lo sguardo che corre sulla sua sgargiante paletta di colori e lungo le sue figure sempre lievemente distorte, come se inquadrate in un grandangolo, attraversano l'esistenza di Jacominus, perno intorno al quale ruotano i suoi affetti. Perfettamente illustrati ed elencati in utili tavole mute che aprono e chiudono il libro.


Le bellezze di quest'opera sono varie. A parte una qualità estetica che le va ancora una volta ascritta, alla Dautremer, a parte la riconferma di quella cifra che la rende unica, se confrontata con le molte sue imitazioni, nella creazione di spazi infiniti e nel contempo di dettagli da stampa di fine Ottocento a fotografie seppia. 


A parte tutto questo, l'aspetto che pare di massimo interesse è proprio la storia in sé: quella di un coniglio zoppo e della sua ricerca di un posto nel mondo, del suo impegno per dare un senso alla propria permanenza su questo pianeta.
Il punto di partenza è un vero e proprio macigno, che in mano di altri confermerebbe tutta la sua pesantezza di retorica e buon senso. Con la Dautremer decolla immediatamente con grazia, ancora prima di essere arrivata al frontespizio, e non accenna a prendere terra, se non per seppellire il vecchio e soddisfatto Jacominus:
"ti starai chiedendo che cosa significa Il libro delle ore felici. Visto che mi ci trovo, ti rispondo subito: è un modo poetico e raffinato di parlare della vita di qualcuno. E raffinato, in questo caso, significa che ho usato molte parole difficili, come Il Libro delle ore felici, per esprimere qualche cosa di semplice, come la vita." Nell'ipotesi in cui le grandi domande dovessero moltiplicarsi, solo in quel caso la Dautremer paventa di nascondersi dietro due colpetti di tosse e si allontana con il pretesto di un altro lavoro da concludere. 



A chi resta restano le domande, come è giusto che sia davanti a ogni buon libro.

Carla