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lunedì 7 febbraio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CRESCERE LIBERI E FORTI

Dagfrid. Una bambina vichinga, Agnès Mathieu-Daudé, Olivier Tallec 
(trad. Donata Feroldi) 
Babalibri 2022 



NARRATIVA ILLUSTRATA (dai 7 anni)
 
"La vita di una bambina vichinga non è complicata. Nasci, ti spuntano dei capelli biondi e, appena sono abbastanza lunghi, ti fanno le trecce. Poi, quando le trecce sono molto lunghe, te le arrotolano ai lati della testa come se avessi due pagnotte che ti crescono sulle orecchie. Poi ti mettono una specie di vestito lunghissimo che ti si attorciglia alle gambe e ti impedisce di correre sugli scogli o di imbarcarti per andare a scoprire l’America." 

A parte questo, una bambina vichinga deve amare il pesce - a colazione, pranzo e cena - le deve piacere abitare in una casa umida e buia, fatta di torba con l'erba che cresce sul tetto. 
Deve avere una giusta passione per il cucito a lume di lucerna a olio (di pesce) e deve saper essere paziente e aspettare sulla riva che i maschi tornino con le loro barche dal mare dove hanno pescato e dove hanno scoperto nuove terre. 
Alle bambine vichinghe, in genere, per esempio quelle che si chiamano Solveig o Astrid, tutto questo sta più che bene: è sempre stato così. Ma a lei, che invece ha ricevuto in dono il nome Dagfrid, che odia, quasi quanto detesta mangiare il pesce, questo genere di vita 'tradizionale' le sta stretta, quasi quanto il vestito lunghissimo. 
Con l'aiuto di suo fratello maggiore, con una cerimonia molto vichinga, si imbarca in cerca di nuove terre da scoprire e nuovi orizzonti da esplorare. 
A parte il mal di mare, il lungo viaggio si rivela foriero di enormi novità per il futuro: per la sua dieta, per i suoi svaghi, ma soprattutto per la sua autostima. Questa è la sua esilarante e nel contempo serissima storia. 

Certo che chiamarsi come un plaid dell'Ikea non deve averla messa di buon umore, tuttavia questa ragazzina che più delle sue coetanee sembra sapere il fatto suo, dimostra di avere l'attitudine 'vichinga' alla conquista. Nel suo caso, non saranno solo le terre sconosciute a farla sterzare dal destino che l'attende, ma anche una buona dose di fiducia e consapevolezza di sé. Che nella vita, serve sempre. 


Ed è proprio questo suo sguardo volitivo - quasi del tutto nascosto da una frangia giallo pannocchia - e questa sua evidente insofferenza nel sostenere a mezz'aria quelle due treccione che le arriverebbero al polpaccio, così come la immagina Olivier Tallec, che la rende parecchio interessante. 
In fondo si tratta di tre piccoli dettagli: un occhio tondo, delle trecce pesanti e lunghe e un paio di calzoni imbrattati di fango che, ancora prima di entrare in contatto con il testo, rende Dagfrid una tipa non banale con la quale sarà difficile annoiarsi. La nave vichinga che le sta alle spalle - oltre a ribadire il contesto - è un po' come la pistola che compare in un film, prima o poi sparerà, ovvero navigherà. 
Se si guardano le copertine degli altri racconti dedicati a Dagfrid (pubblicati in Francia con Ecole des Loisirs) lei è lì a dirci sempre qualcosa in più: in una molletta sul naso, quanto odi avere a che fare con il pesce (À Thor et à travers), in una lumaca che le attraversa la strada, quanto vorrebbe un animale da compagnia (magari non una lumaca... Et compagnie) e in un bigliettino che stringe tra le mani, quanto le piacerebbe viaggiare (A poils, in uscita a breve). 
Maestro indiscusso di sguardi, qui Tallec, sacrificato dal formato che per forza deve essere quello che è, gioca nello stretto eppure è in grado di farci molto ridere, soprattutto cogliendo dal testo alcuni elementi che sono garanzia di risata e possibilmente, anche enfatizzandoli e aggiungendo ironia all'ironia "Una volta pronta la barca, lui mi ha guardato a lungo negli occhi (insomma, ci ha provato, perché ha un sacco di capelli e, non portando le trecce, per colpa del vento li aveva tutti davanti alla faccia)", nell'amplificare gli effetti di quel vento. 


Se nel titolo italiano si perdono le 'brioches' che quel genio della Agnès Mathieu-Daudé usa per descrivere l'effetto delle trecce arrotolate, nei suoi disegni si moltiplicano. Ogni volta che può le disegna, dando loro un accentuato carattere soffice, che nel nostro immaginario hanno solo le brioches, rendendole così ancora più buffe, se possibile.


Maestro di sguardi, ma anche indiscusso maestro di pecore, sulla scia di quanto il testo di Agnès Mathieu-Daudé, è in grado di renderle mansuete, ma anche perplesse, atterrite e, spesso, veloci.
 

Se questo è 'solo' il felicissimo contributo illustrativo di Tallec, va detto che il testo è davvero esplosivo. Si comincia a ridere fin dalla riga tre. 
Spiritoso, per piccoli ma anche per grandi che sorrideranno, per esempio, nel leggere che Dagfrid vorrebbe chiamare la terra appena scoperta Terra Verde, oppure nell'ossessivo rispetto dei cerimoniali che dimostra suo fratello. 
Tra le maglie di questa trama che ha già di per sé un bel po' di lati divertenti, si infilano tutta una serie di frecce, che sono vere stoccate agli stereotipi peggiori. 
Attraverso la risata, mettere in discussione e superare le convenzioni, il pensiero comune, in nome di una propria identità, riconosciuta e rispettata come tale. Attraverso la risata smontare lo stereotipo e nello stesso tempo avviare il pensiero e lo sguardo da un altro punto di vista. 


Affidare libri del genere alle mani di bambini e di bambine, o meglio ancora leggerli con loro almeno due volte a settimana, almeno una volta al giorno, oltre a divertirli contribuirà a farli crescere liberi e forti. 

Carla

venerdì 23 novembre 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


SOMMERSI


Dopo ‘Il sogno del Nautilus’, ritorna David Almond come autore di albi illustrati, anche questa volta pubblicato da Orecchio Acerbo e, credo non casualmente, ritorna anche in ‘La diga’, uscito da poco, il tema dell’acqua che tutto sommerge e nasconde.
Dunque, in entrambi i casi si rappresenta un mondo sommerso: nel primo caso, un inquietante mondo futuro, dove le città, i monumenti creati dagli uomini si sono trasformati nello scenario incantato in cui si muovono le creature marine, ormai padrone del mondo. Qui, invece c’è un episodio concretissimo, la costruzione di una diga negli anni ‘80 nel Northumberland, regione del nord est dell’Inghilterra, ai confini con la Scozia.
Come sempre in questi casi, una parte del territorio è destinato a essere sommerso. Almond racconta di un uomo e di sua figlia che fanno un’ultima passeggiata nelle terre destinate a scomparire: prati, alberi e case. Soprattutto case, oramai abbandonate e lasciate al loro destino. Prima che l’acqua le nasconda allo sguardo, padre e figlia le visitano una dopo l’altra, lei suonando il violino, lui cantando e ballando. E’ un omaggio a chi è vissuto lì e ha cantato e ballato negli anni passati; un omaggio ad uno spicchio di mondo che rischia l’oblio. Per Almond opporsi all’oblio è tener viva la tradizione, la musica, lo stare insieme riconoscendosi uno nell’altra.


Quello che verrà dopo non è un paesaggio desolato, al contrario è un bel lago circondato da prati e altra vita è cresciuta nel nuovo ambiente. Non c’è dunque nemmeno l’accenno a una visione nostalgica rivolta al passato del mondo di prima; c’è piuttosto la volontà di mantenere viva una tradizione e di rendere omaggio a chi, nel tempo, gli ha dato corpo e voce. Niente a che vedere con la visione apocalittica de ‘Il sogno del Nautilus’; qui il rammarico per ciò che si è inevitabilmente perduto, e che viene rappresentato dalle case prima piene di vita e ora vuote, è compensato dalla consapevolezza che la memoria non scompare con gli edifici, ma resta viva nelle persone e nei loro ricordi.
Levi Pinfold, autore di ‘Cane nero’ e di ‘La stagione dei frutti magici’, si riconferma illustratore validissimo, capace contemporaneamente di realismo e di trasfigurazione. Qui sceglie di seguire la storia mantenendo una tonalità costante, una gamma cromatica limitata che va dal bruno all’ocra, con pochi inserti di un verde pallido e di un azzurro del cielo che solo alla fine si illumina. Si va da grandi tavole a pagine in cui si sommano piccoli ritratti, che riportano alla luce vite disperse, persone che lì hanno abitato e che non ci sono più. Dettagli, immagini come enumerazioni di cose, animali, alberi che verranno ricoperti dall’acqua, una sorta di catalogo della memoria, mentre le immagini a tutto campo rappresentano il presente, la vita vissuta ora, la sua proiezione nel futuro.


Sicuramente privo dei toni poco rassicuranti dell’albo precedente, ‘La diga’ è una piccola storia di un posto lontano, ma è anche un discorso sulla memoria, sui cambiamenti che costringono a cesure radicali, sulle tradizioni e sulla musica, come espressione autentica di una comunità.
E’ una lettura a più livelli, che apre molti discorsi e che consiglio a partire dai sette anni.


Eleonora

“La diga”, D. Almond e L. Pinfold, Orecchio Acerbo 2018