Visualizzazione post con etichetta convivenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta convivenza. Mostra tutti i post

mercoledì 30 ottobre 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA MESSA IN SCENA DI VOLPE E LEPRE 


“Questo è Volpe. 
Questa è Lepre. 
Volpe è grasso. 
'No!' 
'Si! Volpe, mangi troppo.' 
'Lo so, purtroppo.'
E mangia ancora di più. 
Ecco cosa mangia: 
una fetta di formaggio, un piatto di pappa d'avena, 
una coppetta di panna, 
un bel pezzo di pesce 
e una noce 
e una pera 
con un sacco di succo.”


Volpe e Lepre sono inseparabili amici, vivono nel bosco sotto lo stesso tetto, Gufo è il loro vicino, uccello a dir il vero un po' tonto che vive con un gallo (prima pulcino) chiamato Pio. 
L'incipit della storia ci presenta immediatamente i personaggi come fossero su un palco, neanche il tempo di conoscere il loro nome che l'autrice ci propone subito un dialogo su una questione che scopriremo essere molto frequente nella loro vita: la grande quantità di cibo che Volpe riesce a ingurgitare! 
Volpe è grasso nella stessa misura in cui Lepre è snella, veloce, e controlla la salute dell'amico. 
Il racconto della vita dei due animali si dipana per capitoli brevi, talvolta brevissimi, in cui al centro ci sono questioni di comune sopravvivenza: procurarsi il cibo, ripararsi dal freddo, relazionarsi con il vicino e con le persone estranee. Tutto narrato senza che mai si perda di vista la specie animale dei protagonisti, e non solo perché i loro nomi propri sono esattamente quelli della specie di appartenenza, ma soprattutto perché le loro tipiche caratteristiche riemergono alle volte come dei guizzi improvvisi che si dovrebbe tenere a bada. E quindi può accadere che Volpe si ricordi di essere appunto una volpe e venga improvvisamente investito da un irresistibile desiderio di divorare una lepre prima, un gallo dopo. Ma come se si trattasse di qualcosa di ingiusto, al pari di una marachella, Lepre prontamente interviene per farlo rinsavire. 


Un piano un po' meno evidente su cui si gioca il rapporto non concluso tra specie animale e caratteristica umana è quello del genere e dei ruoli sociali solitamente assegnati. 


Al lettore adulto non sfuggiranno probabilmente alcune situazioni in cui il ruolo femminile di Lepre sembra essere quello tradizionale di cura e di accudimento. Volpe oltretutto le chiede di cucinare, mangia grandi quantità di cibo, necessità di essere riportato in riga. Ma la Vanden Heede è ben attenta a non scivolare in certi tranelli e sembra alle volte lanciare un'esca per poi ridere se il lettore abbocca. Perché è pronta subito a smentire qualsiasi insinuazione e a ribaltare ognuna di quelle occasioni nelle quali si potrebbe riconoscere una intenzione esplicita di fornire contenuti moraleggianti. L’equilibrio fra le parti è sempre ricostruito non tanto allo scopo di mostrare quanto certi stereotipi siano fuori luogo in questa storia come nella vita che ci auguriamo di condurre, ma soprattutto per dichiararsi lontana da qualsiasi volontà didascalica. 
E così capiterà che sia Volpe a prendersi cura di Lepre quando si ammalerà e che i due si scambino in più di un'occasione le mansioni domestiche. 
Volpe e Lepre, e al pari Gufo e Pio, sono personaggi dotati di personalità precise, hanno caratteristiche che il giovane lettore riesce a comporre pian piano procedendo nella lettura del racconto. La freschezza di questa narrazione, che ha capitoli brevi e soprattutto uno stile paratattico con a capo frequenti, fa uso estremamente parco di parole, per cui tutto quello che occorre sapere si evince dalla lettura delle vicende narrate, nessuna descrizione che possa aggiungere altro a quello che ogni lettore avrà il piacere di scoprire, un passo alla volta. 


Il ruolo delle immagini di Thé Tjong-Khing è decisamente centrale: disegni piccoli, per lo più su fondo bianco, in perfetto armonioso rapporto con il testo. Non solo ne rispecchiano il contenuto, moltiplicando spesso la componente comica, ma soprattutto si inseriscono in quelle ampie porzioni di spazio che rimangono nella pagina grazie ai frequenti a capo, la cui scelta si dimostra doppiamente utile: consente una maggiore facilità di lettura, anche per chi è alle prime esperienze, e permettere alle illustrazioni di posizionarsi tra una frase e l'altra. 
L'incipit del libro è già illuminante in proposito e dimostra quanto la sintonia tra i due autori sia completa e quanto questo sia una nota aggiunta e preziosa del valore complessivo del testo che in questo modo si rivela oltretutto piacevolissimo allo sguardo. 
Questo volume recentemente riproposto in Italia da Rizzoli, in Belgio è il primo di una serie più lunga con gli stessi protagonisti. Sinceramente ci auguriamo che anche gli altri volumi possano raggiungere i giovani lettori italiani, dai sei anni in su, ma anche da prima, se fortunati ad avere chi leggerà per loro.

Teodosia 

"Volpe e Lepre", Sylvia Vanden Heede, Thé Tjong-Khing (trad. Laura Pignatti), Rizzoli 2024.

venerdì 16 giugno 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CAMMINARE DRITTO  

Il duello, Inês Viegas Oliveira (trad. Matteo Francini) 
Edizioni Clichy 2023


 ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Spettabilissimo signor Rodin Rostov, ci siamo. 
Mi sembra ancora di sentire la vostra voce, parola per parola, lettera per lettera. 
I vostri affronti hanno ferito le mie orecchie, i miei timpani, il mio cuore, e posti anche più profondi dentro di me, che non si trovano in nessun libro di anatomia. 
Dovevo farlo, capite? Uno, due, tre, quattro, quanti passi ci separano?" 

Schiena contro schiena, con le rispettive pistole rivolte verso l'alto, i duellanti si allontano. 
Solo di uno però possiamo seguire il tragitto. E solo di uno sappiamo i pensieri. Non si rivolge più al signor Rodin Rostov, e lo si capisce perché dalla seconda plurale si passa alla terza persona singolare delle tante domande che si pone. 
Il vento soffierà a suo favore? E i suoi stivali lo renderanno più veloce? 
Le gambe più lunghe saranno un vantaggio per lui? Mentre è lì che mette passo dopo passo, la sua testa si arrovella. 
 Poi, nonostante la distanza, è di nuovo al signor Rodin Rostov che pone una grande questione: circa l'indossare i panni di un altro. Voi signor Rostov avete mai provato per caso a mettervi nei panni di un altro? anche solo per scoprire che sono un po' troppo larghi e terribilmente stretti? 
C'è da dubitare che Rostov lo possa sentire. Riprende così il suo rimuginare tra sé e sé. 
Questa volta è il cibo che cattura i suoi pensieri. Certo che ormai di ore ne sono passate parecchie, magari sta pensando che io sia fuggito o magari perso. 
E dopo tutto questo camminare effettivamente anche i motivi del duello sembrano essersi allontanati e sembrano sopraggiungere una serenità e una disponibilità tutte nuove. Magari dipendono da ciò che gli occhi vedono, il naso annusa e le orecchie sentono? Anche il nome di Rostov sembra addolcirsi, e così il suo ricordo. A tal punto che forse vale la pena scrivergli due righe, affidarle a degli uccelli, per comunicargli che sarebbe bello rivedersi. Come due vecchi amici 
È facile, basta continuare ad andare dritti. Avanti sempre avanti. 

Sophie Van Der Linden, a proposito dei meccanismi che regolano un buon albo illustrato, parla di uno spazio vuoto che deve esistere tra il testo e l'immagine e l'oggetto che ne deriva, ossia il libro in carta e ossa, in modo che, come capita a una qualsiasi articolazione, le singole parti possano muoversi agevolmente e in autonomia non ostacolandosi, pur essendo una dentro l'altra. Lavorare in squadra.
Il duello ne costituisce un esempio eccellente. 


Sfruttando la legatura delle pagine i duellanti si mettono, come vuole l'iconografia, spalla contro spalla e visto che lo fanno dove il foglio si divide, immediatamente si mettono a dialogare con lo spazio della pagina che diventa teatro, ossia scenario. E che scenari! 
Da lì si allontanano in modo quasi speculare, avvolti nella nebbia di circostanza. Il limite della pagina diventa un elemento di attesa nel lettore: cosa può succedere? Entrambi usciranno di scena? No. solo uno sparisce, ma non è difficile immaginarselo mentre conta i passi andando verso sinistra, in direzione opposta al quella del protagonista di cui vediamo l'incedere verso destra, che poi è il senso della lettura, e di cui sentiamo la voce. 
La cosa che succede allo sguardo è quella di notare come le figure colorate si trasformino sotto gli occhi: da alberi spogli si passa a un esercito di soldati in marcia che, girata la pagina diventa una parata di suonatori di trombe e tamburi che subiscono un'altra metamorfosi diventando acrobati da circo, in uno scenario da parco dei divertimenti. Ancora una pagina girata e arrivano i teatri che si affastellano con fondali e scene tutte diverse, davanti a un pubblico rivolto verso la scena con le spalle a noi lettori. Oramai è notte e gli scenari cittadini restituiscono locali dove mangiare: ristoranti, caffè e anche i poster attaccati sui muri pubblicizzano pizza e panini. 


Gli scenari si avvicendano e diventano sempre più complessi. Ma lui continua ad attraversarli fedele alla consegna iniziale. La città è finita. Arriva il verde, gli animali, la campagna sotto la luna è deserta e poi la pioggia. Tutto quel verde trascolora nel celeste dell'acqua del mare che attraversata porta a un'isola verdeggiante da cui spedire la lettera di invito a incontrarsi, dopo aver deposto le armi. 
Parole che vanno in un senso e figure che ne raccontano un altro. Eppure. 
Si sfiorano ancora una volta, i ristoranti quando si parla di cibo, i panni da indossare quando si vedono i teatri, il vento quando si vedono le trombe. 
Non si tratta di coincidenze casuali, ma di una volontà precisa di far parlare le tre lingue in accordo. E così accade che in quello spazio vuoto tra testo, immagini e libro la prima a introdursi è proprio lei l'autrice. Con un obiettivo impegnativo. 
E quindi, brava Inês Viegas Oliveira che giovane già maneggia con tanta disinvoltura un oggetto così complesso, quale può essere l'albo illustrato. 
E ancora più brava si dimostra nell'aver messo su carta una questione potente e averla raccontata in un modo così originale. 


In fondo quello che l'occhio percepisce, quelle forme che si trasformano, quel mondo sempre più colorato, sempre più complesso e vivace che lo sguardo attraversa e quel camminare dritto attraverso, se messi insieme danno il senso a tutto. 
E come se non bastasse, usa proprio tutti gli strumenti che sa di possedere: attraverso lo stemperarsi delle parole, sempre più miti, attraverso la distanza - una giusta distanza - le cose si possono vedere in modo diverso. Attraverso una composizione di alto valore estetico, attraverso un sapiente uso del colore che inversamente all'affievolirsi delle parole, si carica di forza.

E poi tutto, ma proprio tutto, converge a dare coerenza, compresa la linea azzurra che attraversa silenziosa ma piena di significato i risguardi, per non parlare del bel gioco tra copertina e controcopertina... 


Bella prova! 

Carla

venerdì 11 novembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

I CINQUE GRAZIE

Sotto lo stesso tetto, Chris Raschka (trad. Francesco Piperno) 
Biancoenero 2022 


 NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Theo trovò Bunchley sul marciapiede, con tutta l'aria di una begonia appassita. 'Che problema c'è signor Bunchley? gli chiese Theo. Questa è la mia ultima settimana al 777' disse Bunchley, calciando un sassolino nel canale di scolo. 'Sul serio? Come mai?' 'Non so parlare di baseball' 'Neanche io' disse Theo. Mentre apriva la pesante porta d'ingresso che il signor Bunchley aveva trascurato di aprire, Theo si fermò un attimo pensieroso. Bunchley, tornando in sé, balzò verso la porta per tenerla aperta. 'Grazie, signor Bunchley. Penso di sapere come fare a tirarci entrambi su di morale. Torno subito." 

Theo, ragazzetto delle medie che vive al diciannovesimo piano del palazzo al civico 777 di Garden Avenue a New York, ha un problema anche lui: scrivere un tema dal titolo Quale sarebbe stato il social media preferito da Jane Austen se fosse stata una teenager oggi?. 
Il portiere, autorevole e pieno di ottime qualità che però non sa parlare di baseball con gli inquilini a cui rispettosamente rivolge sempre almeno un saluto nel aprire loro il portone di accesso, e un ragazzetto, che ha bisogno di schiarirsi le idee, trovano il loro modo di superare la difficoltà grazie a una Painted Lady, un garofano a strisce bianche e rosse. 
Quei due, un omone dentro il suo cappottone e con un autorevole cappello in testa e un ragazzino entrano in connessione su una cosa che li tiene insieme, l'amore per la botanica, e cominciano a disporre sul davanzale nell'atrio del palazzo una pianta dopo l'altra, una più bella e rara dell'altra. 
La prima cosa che succede è che gli abitanti del palazzo se ne accorgono e se ne compiacciono (e smettono di commentare il baseball, parlando piuttosto delle nuove piantine), tra loro anche l'anziana proprietaria dell'intero stabile di più di venti piani, la signora Rotterdam-Bottom. 
a seconda cosa che succede è che per questa profumata novità, non solo Bunchley non perde il posto per la sua insipienza nel baseball, ma riceve anche un aumento di stipendio. Potere delle connessioni. 
Un edificio di ventidue piani nell'East Side costruito ai primi del Novecento da due valenti architetti, uno strutturista e uno creativo che potrebbe essere definito neo-proto-azteco-egizio-gotico con elementi vichinghi qui e lì. Questo è il contenitore, tutt'altro che silenzioso nelle sue strutture (dall'ascensore alla caldaia), in cui agiscono, si muovono entrano in connessione tra loro i diversi inquilini: musicisti jazz (a due e a quattro zampe), coppie inseparabili, ragazzine con la passione per l'idraulica e della maglia, signore che hanno a cuore il decoro, vecchi piloti di jet che hanno a cuore, invece, la gravità e i piccioni, cantanti d'opera con la passione per i dolci, psichiatri (a due e quattro zampe), oltre naturalmente all'amministratore, il manutentore e lui, il portiere. 

Riconosciuto come uno dei migliori illustratori contemporanei, due Caldecott (2006 e 2012) e una Honor (1994) già messe da parte, Chris Raschka dimostra di essere anche un eccellente scrittore. 
Due (ma forse anche cinque) principalmente i fattori che a mio avviso lo rendono tale: da una parte la capacità di costruire una trama, una griglia narrativa davvero molto robusta. 
Un romanzo corale in cui vediamo agire un buon numero di personaggi che entrano ed escono di scena, come accadrebbe nella vita vera, da un grande palazzo di 22 piani a Manhattan, Upper East Side. 
Il topos del palazzo come contenitore delle singole storie e dei reciproci intrecci non è certo una novità, ciò nonostante spicca la sua volontà di fare un passo ancora ulteriore e di dare voce al contenitore stesso, come se fosse personaggio tra i personaggi, in una sorta di animismo meraviglioso in cui anche un ascensore può contribuire a far sbocciare un amore e una caldaia sa reagire dal punto di vista fisiologico allo stesso modo di una ragazzina di quarta elementare, quando beve latte scremato.
Questa sua attenzione rivolta al contenitore è la stessa che lui va sostenendo quando si parla di albi illustrati: l'arte di un libro con le figure, non la fanno solo le figure e le parole (e la loro relazione reciproca), ma anche il libro stesso: il contenitore, appunto. 
A parte questo, che comunque è segnale di un profondo ragionamento di un genio creativo, nel romanzo si coglie all'istante una sua grande capacità di dare corpo - e soprattutto anima - a tutti quelli che transitano sulla pagina. E di farlo, ed è qui lo scatto di qualità, senza spendere neanche una parola su quello che esula dal mero accadimento. 
Mi spiego. Noi capiamo chi sia Theo solo attraverso quello che Theo fa o dice. Lo stesso accade per il signor Bunchley, per la piccola Victoria, per il signor Jones e il signor Norton e per tutti gli altri: da un punto di osservazione distante quanto basta li vediamo agire, li sentiamo parlare o tacere, dialogare o arrabbiarsi, lavorare, dormire, uscire, tornare, pranzare... e lentamente ma inesorabilmente sappiamo chi sono fino in fondo. 
Non una parola spesa da Raschka per spiegarci le cose. Lui, semplicemente, le fa succedere. Nessuna 'voce fuori campo' che spieghi. 
L'intelligenza del lettore è fatta salva. E non potrà che esserne grato all'autore.
Un esempio eclatante è il racconto, a mio avviso il migliore per quanto sappia essere emblematico in tal senso, Acqua calda. Come raccontare, con leggerezza e ironia, cose giganti (su cui fiumi di inchistro e di retorica sono stati spesi) come  l'amicizia, l'amore, la paura, la solitudine. E farlo attraverso una semplice sequenza di accadimenti in sole scarse 24 pagine che ruotano in sostanza intorno a dell'acqua calda, appunto. 
Quella di una vasca da bagno e quella contenuta in una teiera. Chapeau!
E qui arriva la seconda ragione per cui Raschka scrittore eguaglia se non supera il Raschka illustratore. 
E a proposito di illustrazione, devo per forza fare riferimento a un amico di Raschka e suo estimatore, David Wiesner. Si potrebbe dire che abbiano un punto di vista analogo e un medesimo tono nel raccontare. 
La capacità dimostrata da quest'ultimo nel creare l'impossibile dal possibile, di creare l'invisibile nel visibile si ritrova con Raschka anche nella narrativa. 
Tanto Wiesner costruisce per i suoi albi (soprattutto quelli senza parole) strutture narrative pervase di una logica stringente, tanto ragiona perché ciascun dettaglio delle sue tavole abbia un preciso senso e ragione di esistere, tanto il suo progetto mentale, che parte da un'immagine anche la più assurda di sempre -delle rane che volano su delle foglie di ninfea attraverso la notte nel cielo cittadino o dei porcellini su una pagina di un libro di fiabe- deve appoggiarsi sulla solidità di quella logica, di una realtà riconoscibile come tale. Solo in tal modo i lettori possono dargli fiducia, credergli e farsi quindi condurre verso un altrove, per assistere convinti all'impossibile che si manifesta. 
Ecco, altrettanto fa Raschka nel raccontare la vita che accanto a situazioni in cui ci ciascuno si può riconoscere, mutatis mutandis il portinaio che commenta o non sa commentare la partita della Nazionale, riempie con la sua inventiva sacchi di meraviglia. 
In altre parole si tratta di un uso sapientissimo della propria immaginazione che sa insinuarsi e poi crescere e, prendere forma e corpo. Secondo motivo per ringraziarlo.
Ma c'è anche uno scatto in avanti ulteriore. 
Raschka come Wiesner studia, si documenta e riempie di informazioni il racconto. Dopo aver letto le quasi trecento pagine, accanto all'accresciuto immaginario, il bagaglio di conoscenze è decisamente più pesante che alla partenza. 
E qui parte il terzo ringraziamento.
In ultimo due parole sul tono che Wiesner (fin troppo misconosciuto questo suo lato al quale lui tanto invece tiene) e Raschka ancora condividono: l'ironia che attraversa i loro racconti. E il quarto grazie sorge spontaneo.
In ultimissimo apprezzare la cura che ancora tiene insieme questi due giganti. La cura che mettono in ogni dettaglio, la cura del segno e della parola: un atto di grande rispetto di cui esser loro grati. Cura che in questo romanzo raggiunge il suo vertice nelle pagine finali, perfettamente speculari all'inizio e che sono di nuovo un elenco di fatti per dimostrare il nocciolo dell'intera storia. Che non dirò qui.
Da non perdere, per nessuna ragione al mondo.

Carla

domenica 25 gennaio 2015

CORTESIE PER GLI OSPITI (libri preferiti da altri)


SAGGEZZA YIDDISH


It Could Always be Worse, Margot Zemach-Farrar, 
Farrar, Straus and Giroux 1976




In questi giorni di freddo grigiore invernale, mentre accendo il fuoco e mi siedo al computer nella casetta di paese che abito per la più parte del tempo da un po’, penso spesso che le cose non vanno. Che la casa ha troppe scale, è troppo vecchia, che non ha un impianto di riscaldamento, che è troppo piccola. Ma ieri, mentre disegnavo al tramonto davanti alla finestra che dà sui tetti e sulla collina… mi sono ricordata di un libro che insegna a vedere le cose diversamente, soprattutto a modificare il nostro comportamento, perché la realtà in cui siamo immersi possibilmente ci sorrida, offrendoci la faccia migliore.

E’ un racconto della tradizione Yiddish molto divertente, forse lo conoscete già… in questa edizione impreziosito dalla mano di un’illustratrice (e autrice, suo anche il testo) che mi è particolarmente cara, l’americana Margot Zemach.

Un pover’uomo abita con la sua numerosa famiglia (madre, moglie e sei bambini) in una minuscola catapecchia. Vivono accalcati gli uni sugli altri in perenne agitazione, i bambini litigano, la nonna annaspa e brontola, la moglie si arrabbia e urla. In un crescendo di confusione che approda al delirio collettivo, l’uomo si reca dal rabbino per chiedere consiglio prima di piombare nello sconforto totale.



Il caso è triste, miseria e malasorte sembrano accanirsi contro il poveretto, per giunta il frastuono derivante dalla convivenza forzata gli logora i nervi. Il rabbino ci pensa su lisciandosi la barba, poi domanda “Dimmi pover’uomo, per caso… possiedi qualche animale domestico, che so, uno o due polli?” e a risposta affermativa aggiunge “Bene, allora vai a casa e porta le galline, il gallo e l’oca a vivere nella catapecchia con voi”. Non poco perplesso, l’ometto fa dietro-front e si appresta ad obbedire… Naturalmente, dopo qualche giorno di convivenza tra umani e polli, il caos è peggiorato sensibilmente. Mentre i bambini continuano a crescere (e le mura sembrano restringersi!), al loro infernale schiamazzo si aggiunge il perenne starnazzo dei volatili, le cui piume volteggiano nell’aria e finiscono nella minestra.



Davvero non resta che tornare dal rabbino, le cose non potrebbero andare peggio! Il rabbino ascolta, ci pensa e chiede “Pover’uomo, per caso… possiedi una capra?”. Sì, c’è una capra nel recinto… Bene, conclude il rabbino, che l’uomo torni a casa e porti anche la capra a vivere nella catapecchia.

Nonostante il senso crescente di disagio e frustrazione, l’uomo obbedisce. Va da sé che dopo qualche giorno la miscela di umani e animali è ancora più esplosiva… alle bizze irrefrenabili dei bambini (sempre più grandi e grossi dentro quel loro buco di casa), allo stridore che si leva dal pollame brulicante, si aggiunge l’indomito ardore della capra, che si fa largo a cornate nel discinto carnaio in cui è costretta.



Il pover’uomo è distrutto, ma non sa che altro fare se non tornare dal rabbino, sempre confidando in un barlume di speranza che derivi dalla sua comprovata saggezza. La capra sembra impazzita, la vita è realmente divenuta un incubo… che fare? Il rabbino ci riflette su e poi domanda “Dimmi un po’ pover’uomo, per caso possiedi una mucca? Se ce l’hai, vai a casa e portala a vivere con voi”. “Oh no, no di sicuro!” esplode l’uomo… ma il rabbino è irremovibile e non gli resta che obbedire ancora una volta. Col cuore gonfio di disperazione, torna sui suoi passi e, come un automa, esegue il diabolico precetto. Trascorsi pochi giorni, la devastazione è totale nella stamberga, la guerra è ormai di tutti contro tutti e l’uomo può a stento credere a tanta sfortuna.



Vero è che non può fare altro se non tornare dal rabbino a chiedere aiuto, con voce affranta lo supplica di salvarlo dall’orribile incubo, con la mucca il parossismo della convivenza è giunto al culmine, tutto nella catapecchia è sopraffazione e devastazione, non c’è nemmeno spazio per tirare il fiato… Il rabbino anche questa volta si prende un attimo per riflettere e poi gli ordina di tornare a casa e di riportare fuori tutti gli animali. L’uomo obbedisce alla svelta, è forse la prima volta che sente di dovergli dare ragione! Fa uscire dalla sua bicocca i polli, l’oca, la capra e la mucca e si richiude la porta alle spalle con enorme sollievo. Improvvisamente la pace regna sovrana, la notte scende e reca il giusto ristoro a tutta la famiglia, ciascuno trova il suo giaciglio e si abbandona dolcemente nella ritrovata quiete.



Il giorno dopo, il pover’uomo torna dal rabbino e stavolta per ringraziare. “Hai reso la mia vita piacevole e tranquilla, solo con la mia famiglia la casa è finalmente diventata pacifica e accogliente… mi hai reso un grande piacere!”.


Ora vado ad accendere il fuoco, perché mentre vi scrivo sento che i piedi si stanno gelando… Ma intanto è come se questo delizioso libro di Margot Zemach mi avesse solleticato ravvivando la circolazione per tutto il corpo. Un racconto felicemente adattato, testo e immagini, così pieno di disordine, sgomento, agitazione e di brio. Di un rinato senso delle proporzioni e della misura, che ci vuole duttili quanto basta per fare del nostro cantuccio un riparo e una festa, anche quando siamo in tanti e lo spazio sembra esiguo. Perché dobbiamo sapere e ricordare che potrebbe essere molto peggio e che invece, con un po’ di sforzo collettivo, si può fare un paradiso in terra anche di un guscio di noce… Perché la vita richiede ai più un notevole spirito di adattamento, ma quasi sempre ripaga. Aggiustando essa stessa il tiro, dimodoché – io almeno la vedo così - il piacere sia proporzionale alla fatica che facciamo per conseguirlo.

Beninteso, ho il sospetto che sotto sotto… questa storia Yiddish voglia dire molto altro, ma lascio a ciascuno di noi di allargare la portata del messaggio oltre il destino individuale. Se non avvio alla svelta il fuoco mi prendo un malanno e ci vuole sempre un po’ a far attecchire la fiamma…



Daniela (Tordi)












mercoledì 21 novembre 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IL PICCOLO IMPERATORE

CESARE, Gregoire Solotareff
Babalibri, 2012

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Era domenica, subito dopo la distribuzione del mangime. era una bellissima giornata. All'improvviso, Cesare smise di cantare, si avvicinò a suo padre e gli bisbigliò all'orecchio: 'Papà! Guarda! La porta della gabbia è aperta! E anche la finestra. Vieni, torniamo a casa nostra, nel paese dei coccodrilli!'"

Cesare è piccolo. Un piccolo di uccello. Vive con il padre che, in una gabbia rinchiuso, soffre di nostalgia della propria terra. E allora racconta storie al suo bambino, prima fra tutte quella del coccodrillo imperatore. Cesare ascolta incantato e sogna di poter diventare lui stesso imperatore un giorno (con quel nome non potrebbe fare altro...), così invincibile da potersi mangiare addirittura un coccodrillo a pranzo. Quando qualcuno lascia la gabbia aperta, per Cesare non c'è dubbio: bisogna approfittarne. Fuggire! Il piccolo cerca di convincere il padre a seguirlo, ma oramai lui è vecchio e quel lungo viaggio fino in Africa lo consumerebbe... vai figliolo, sempre verso sud, ma attenzione ai coccodrilli!


Con l'incitazione del padre, spinto dalla curiosità, Cesare comincia questo suo lungo viaggio verso l'Africa. Qualche lacrima di nostalgia verso il padre ma soprattutto tante ore di volo per un piccoletto.
Raggiunto l'Egitto e trovato il coccodrillo, Cesare si ricorda che un imperatore non deve temere nulla: così con andatura impettita affronta il suo nemico storico.
Ma che può fare un coccodrillo, anche se enorme, di fronte agli impertinenti svolazzi di un uccellino tutto rosso e con il becco giallo?


Storia che racconta quanto sia importante staccarsi da casa, intraprendere un proprio cammino, fare tesoro di quanto i grandi ci dicono, ma poi trovare da soli il proprio posto nel mondo. E se questo posto è sulla testa di un coccodrillo che male c'è?

Questa storia parte da molto lontano. Parte da un altro libro bellissimo, ormai introvabile: Le larmes de crocodile di André Francois. Lì si raccontava in una chiave narrativa surreale che la cosa più facile per catturare un coccodrillo è comprarsi un fez, partire per un viaggio con una grande cassa di legno della misura giusta. Il coccodrillo incuriosito ci si ficcherà dentro e il gioco e fatto. Va da sé che occorre portarsi dietro anche una gabbietta per l'uccello 'spazzolino da denti'...ed ecco che i fili delle due storie si annodano. Chissà se quel grande uccello rosso chiuso in gabbia che racconta sempre la storia del coccodrillo imperatore non sia stato in passato un uccellino pulitore?

Solotareff, grandissimo come sempre, ci ha abituato a storie che toccano grandi temi con la leggerezza di un frullo d'ali. Storie che hanno a che fare con la paura e il coraggio (Lulù: magnifico apologo sul tema, ripubblicato 'grande' da Rizzoli, 2010), storie che hanno a che fare con giovani e vecchi messi a confronto, grandi e piccoli (Tu grande io piccolo, altro libro imperdibile, Babalibri 2006), storie che raccontano la consapevolezza di sé (La maschera, Babalibri 2003), solidarietà e diversità, convivenza (Mi sono perso, Babalibri, 2003 Tre streghe, Babalibri 2007). Sono tutti temi a lui cari e che tocca, come di solito, utilizzando un linguaggio figurativo di forte presa e nello stesso tempo molto semplice.
 
I libri di Solotareff si rivelano pietre miliari nel percorso di crescita di un bambino: sono costruiti in nome dell'essenzialità, lontani da ogni cedimento nei confronti di elementi esornativi. Tutto ciò che è detto, tutto ciò che è disegnato è funzionale alla storia.
Puri, forti, senza sfumature sono i testi così come lo sono le grandi campiture di colore che rapiscono lo sguardo del lettore.
A guardarli, i libri di Solotareff, non si potrebbe cambiarne neanche una virgola: sono meccanismi perfetti.


Carla