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lunedì 26 gennaio 2026

BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL CORO PER CLARA

La storia di Clara
, Vincent Cuvellier, Charles Dutetre 
(trad. Irene Scarpati, Roberto Alessandrini) 
Biancoenero edizioni 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Ho lasciato papà, Shlomo e le tue sorelle salire le scale quattro gradini alla volta. Io mi sono fermata, poi ho aperto la porta dell'ascensore e ho appoggiato dolcemente la cesta a terra, per non svegliarti. 
Ahi! Tuo padre grida. Rumore di stivali per le scale. Tua sorella grida. Esco dall'ascensore. Simon cade tra le mie braccia. Un tedesco mi afferra una spalla. Ci scaraventa contro il muro. Da giù, da su, da ogni parte escono poliziotti francesi." 

Questa è la voce della madre di quella piccolina che, nella cesta, è appena tornata da una rarissima passeggiata con picnic, fatta dalla sua intera famiglia. 
Oggi a Parigi c'è il sole, il papà indossa la sua giacca migliore, quella con la stella gialla attaccata, i suoi tre bambini saltellano lungo la strada che li sta portando al parco, la loro mamma chiude la fila con la sua ultima nata, che dorme beata nella cesta di vimini. 
Di ritorno a casa, trovano ad aspettarli gli ufficiali della Gestapo che li portano via. 
Non sono valse a nulla le raccomandazioni del padre, di tenere sempre gli occhi bassi davanti ai soldati per cercare di farsi invisibili... 
Li aspettavano sul pianerottolo del loro palazzo, al terzo piano. 
E lì è finito tutto o quasi. 
Nella concitazione forse qualcuno riesce a scappare. Di sicuro, nessuno dei poliziotti né degli ufficiali si è accorto della bimbetta che dorme, silenziosa, nella sua cesta sul pavimento dell'ascensore... 
Comincia così il suo lungo viaggio. 
La piccola Clara - una bebè che a questo punto è sola al mondo - passa attraverso le mani di molte persone e tra queste cresce: dalla vecchia del quarto piano che appunto dall'ascensore la preleva e la custodisce per una notte, dandole da bere il latte del gatto, a una giovane suora che la porta in bicicletta in campagna da un suo cugino contadino. Passa persino per le mani "coscienziose" di un soldato tedesco, fino ad arrivare - a guerra finita, all'età di due o tre anni - nelle amorevoli mani di Madame Nina Jauì, ospite come tanti altri orfani ebrei, nella sua Casa dei bambini... 

La cosa che soprattutto colpisce di questa storia è l'impalcatura che la sostiene. 
Senza per questo nulla togliere al racconto in sé, è lo stesso Vincent Cuvellier a dire che è proprio questo continuo passaggio, questo continuo avvicendarsi di personaggi che, con voci sempre diverse, raccontano il loro pezzetto di storia condivisa con la piccola Clara, ad averlo convinto di aver creato un bel meccanismo narrativo. 
Non si può non dargli ragione. 
Lui, che non è ebreo e non ha nel suo vissuto nulla che lo autorizzi a parlarne con la dovuta consapevolezza, ha chiaro in testa che a scrivere di Olocausto si rischia di cadere nell'ovvio e spesso e volentieri si finisce per non essere appropriato od opportuno. 
Lui non può indossare l'abito del testimone, ma può fare quello che gli riesce meglio, ossia essere un bravo scrittore. Così concepisce questo meccanismo a orologeria quasi perfetto in cui i dieci diversi personaggi cambiano sempre tono di voce (nella traduzione italiana non mi pare così tanto avvertibile, ma è solo il mio parere) e cambiano anche prospettiva, scorrendo passo dopo passo la vita di questa bimbetta ebrea parigina. 
Uno dei migliori libri di sempre - Il bambino oceano - di Claude Mourlevat, datato 1999 (dieci anni prima della pubblicazione in Francia de L'histoire de Clara), funziona esattamente nello stesso modo. Lì il punto di partenza è un novello Pollicino che convince i suoi sei fratelli a fuggire di casa per scampare alla crudeltà dei due terribili genitori. Il loro avventuroso viaggio verso l'oceano è per l'appunto raccontato dalle diverse voci dei personaggi che a vario titolo entrano in relazione con quel pugnetto di ragazzini. 
Come già con Mourlevat, anche il testo di Cuvellier diventa una pièce teatrale. 
Il filo che si dipana attraversa contesti tra loro diversi e di ognuno Cuvellier dà una diversa lettura: una persona anziana che non vuole guai ed è tutta concentrata su di sé e sui suoi acciacchi, piuttosto che un giovane ebreo nascosto da una donna che tutti credono una strega, o ancora un soldato che non riesce proprio a concepire che la guerra lo porti a uccidere anche bambini, seppure ebrei. 
Fino ad arrivare alla stazione finale di Clara, ossia La casa dei bambini, evidentemente ispirata al film di Richard Dembo La maison de Nina, in cui la protagonista si chiama, appunto, Agnès Jaoui. 
Come un cerchio la costruzione di Cuvellier va a chiudersi in tutta la sua quasi perfetta rotondità. 

Carla

mercoledì 12 ottobre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL RACCONTO DI UNA INFANZIA


La storia di un’infanzia felice, che viene poi travolta dalla tragedia dell’Olocausto, è al centro del libro illustrato ‘La storia di Bodri’, di Hédi Fried con le illustrazioni di Stina Wirsén.
Bodri è un cane, un bel cane gioioso e protettivo nei confronti della sua bambina, Hédi, che così ce lo racconta. La bambina e la sorella Lena vivono in Romania, sono allegre e spensierate; Hédi passa molto tempo con la sua vicina di casa, Marika, e col suo cane Banti. Sono un’allegra combriccola di bambine e cani, che scorrazzano nei prati del parco, si rincorrono, si confidano sotto lo sguardo attento e protettivo dei loro cani.


Fino al giorno in cui Hédi e Marika, perché non pregano nello stesso modo, vengono brutalmente separate. Hédi appartiene a una famiglia ebrea e, dopo che la Romania viene invasa dalle truppe naziste, è costretta a vivere separata dagli altri bambini.


Ma questo a Hitler, lontano migliaia di chilometri, non basta: vuole eliminare ogni ebreo sul suo cammino di conquista dell’Europa. Anche Hédi e la sua famiglia vengono rastrellati e portati ad Auschwitz. Il povero Bodri cerca di rincorrere il treno su cui è stata caricata Hédi, ma invano. Però in qualche modo continua a vegliare su lei: ogni giorno in cui la bambina riesce a ricordarlo, a ricordare le corse a perdifiato, gli abbracci, le torna un po’ di vita, un sottile filo di speranza. Pensa continuamente al suo cane, sperando che qualcuno se ne prenda cura.
Fino al giorno in cui viene liberata e, tornando a casa, lo ritrova. Lui, sì, riconosce Hédi e la sorellina, nonostante la magrezza, i vestiti logori, il dolore che trapela dalle loro parole.
Questa è una piccola storia, che con poche parole racconta le vicende di tanti: il brusco passaggio da una vita normale a una vita di segregazione, l’incredulità che potesse esistere qualcosa di peggiore ai divieti e alla solitudine imposta.
Qui, lo sguardo innocente della bambina e del suo cane descrivono l’assoluta gratuità e assurdità della violenza che il regime nazista ha elevato a sistema. Proprio nelle poche parole, nella estrema sintesi dei fatti emerge l’inconcepibile: da un giorno all’altro le regole del mondo civile possono andare in mille pezzi ed essere sostituite dal puro arbitrio. Noi, dall’alto della comprensione storica, sappiamo che tutto questo non è stato solo il progetto di un folle, ma anche una sistematica, razionale, burocratica macchina di morte, che funzionava già da tempo.
Lo sguardo della bambina e del suo cane tutto questo non lo possono comprendere e ci restituiscono l’esperienza del dolore, della separazione, del lutto, con grande sobrietà e delicatezza.


Il racconto di Hédi Fried, trasferita in Svezia nell’immediato dopoguerra, è accompagnato dalle immagini, a inchiostro e acquerello, dell’illustratrice svedese Stina Wirsén. Tavola dopo tavola, vediamo scorrere la vita serena delle bambine ebree e del loro imponente cane marrone, per arrivare a quel grigio incombente del lager cui fortunosamente sono sopravvissute. Se il testo è scarno, le immagini forniscono il tessuto emotivo, le atmosfere serene del prima e l’angoscia del dopo.
Lontano dalle pubblicazioni legate alla Giornata della Memoria, questo libro, pubblicato da Einaudi Ragazzi, ricorda con delicatezza quello che non dovrebbe mai essere dimenticato, soprattutto nei tempi cupi che stiamo vivendo.
Lettura indicata, e caldamente consigliata, a bambine e bambini sensibili e attenti, a partire dagli otto anni.

Eleonora

“La storia di Bodri”, H. Fried, ill. di Stina Wirsén, Einaudi ragazzi 2022




 

mercoledì 26 gennaio 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL GHETTO DI VARSAVIA


Il 16 ottobre del 1940 nella città di Varsavia l’esercito tedesco fece erigere un muro che circoscriveva il ghetto ebraico. Tutti gli ebrei che vivevano in città e quelli dei paesi limitrofi furono trasferiti lì, a patire la fame e le epidemie di tifo. Il romanzo ‘I ragazzi di Varsavia’ di Winfried Bruckner, pubblicato in queste settimane da Giunti, racconta la loro vita.
Si tratta di un romanzo corale, in cui si muovono diversi personaggi: il medico Lersek, le infermiere Rebecca e Irena, Pavel, ex pittore che ora spinge il carro che trasporta i morti, e Dov il poeta. Su tutti un gruppo di ragazzini intrepidi, guidati da Lolek, che di notte oltrepassano il muro per andare a cercare del cibo al mercato nero.
Le famiglie ebree vivono ammassate negli appartamenti, mentre nell’ospedale si moltiplicano i casi di tifo. C’è anche chi vive per strada e tutti hanno bisogno di cibo.
I tedeschi con la costruzione del muro avevano lasciato pochi varchi aperti da cui potevano passare solo gli ebrei con la tessera di lavoratori, utilizzati in diverse mansioni nelle fabbriche della zona. La gestione interna al ghetto era affidata ad un consiglio di ebrei. Le razioni alimentari destinate agli ebrei era un decimo di quella riservata ai soldati tedeschi. Per questo motivo, ben prima dei rastrellamenti e le deportazioni verso i campi di sterminio, la popolazione del ghetto fu decimata dalla fame e dal tifo. Nell’estate del ‘42 cominciarono i rastrellamenti e la popolazione del ghetto diminuì costantemente. Nel 1943 gli ebrei del ghetto si ribellarono, ma il nostro romanzo si ferma prima, accennando solo di sfuggita all’idea che alcuni stavano cercando di trasformare in realtà.
L’autore, giornalista e scrittore austriaco, più volte premiato in patria, ha scritto questo romanzo nel 1967 e, nella premessa, chiarisce quale fosse il suo intento: raccontare, nel limite dell’invenzione narrativa, gli stati d’animo di persone comuni, normali, di fronte al progredire del Male: prima l’incredulità, le false speranze, l’ingenuità. Un esempio di questa ingenuità è la partecipazione volontaria di molti alle prime spedizioni verso i campi di stermino, presentate come gite. Poi, progressivamente, la disperazione, la rassegnazione, ma anche la rabbia, l’odio verso i tedeschi, tutti. E quel germe di reazione che nel ‘43 darà vita alla rivolta del ghetto di Varsavia.
Alcune domande circolano fra le righe in questo testo: perché gli ebrei si ribellarono così tardi, ma anche perché la Germania nazista concepì questo specifico calvario, questa realtà sospesa che non era ancora una condanna a morte, ma non era più vita; come distinguere fra nazisti e tedeschi, quando l’occupazione militare e i progetti di sterminio si sovrappongono e sono portati avanti con disciplina dai soldati così come dalle SS.
Alcuni personaggi sono indimenticabili: la piccola Patye, che sgusciava sotto il filo spinato per andare a comprare alla borsa nera; Wanda, la bambina che tutti pensano sia una santa, che in realtà cova un odio implacabile verso i tedeschi, Michele il bambino convinto di essere protetto dalle statue di santi, al di là del muro. Tutti destinati alla stessa fine.
Anche questo romanzo, come altri presentati nei giorni scorsi, richiede un lettore e una lettrice maturi: la durezza della situazione descritta, ma anche la complessità dell’argomento, richiedono una lettura motivata e preparata ad affrontare uno degli episodi più tragici della Shoah. Si tratta in ogni caso di una lettura importante, documentata, avvincente su un aspetto forse meno conosciuto, dai nostri ragazzi, dell’Olocausto.

Eleonora

“I ragazzi di Varsavia”, W. Bruckner, Giunti 2022



lunedì 24 gennaio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL CIELO SOPRA CRACOVIA

L'aquilone di Noah, Rafael Salmerón (trad. Daria Podestà, Sante Bandirali) 
Uovonero 2022 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"Nacque piccolo, magro, come un coniglio scuoiato; ma con gli occhi grandi e neri, talmente aperti che in loro si potevano vedere la vita e la morte. Non pianse. Non pianse mai, neppure quando sua madre , cercando di svegliarlo da quell'angosciante silenzio, lo faceva aspettare ore e ore prima di attaccarlo al suo grande e straripante seno. E quando, passato il tempo, arrivò il momento di farfugliare, di strillare, di ripetere le sillabe in continuazione, il piccolo Noah continuò a mantenere il più profondo dei silenzi." 

Per sua madre, fin dalla nascita, è sempre stato un peso, qualcuno di cui vergognarsi, mai un pensiero affettuoso nei suoi confronti. E così è anche per la sua sorella maggiore, Hannah, che come sua madre Dora, di lui non vuol nemmeno sentir parlare. 
Il suo piccolo e misero padre, Leopold l'orologiaio ebreo, non ha le forze per potersene occupare, pieno solo della sua frustrazione, maturata nel corso di una intera vita accanto a una moglie che non lo ha mai amato, ma sempre disprezzato. Per questo omino contano solo i meccanismi minuscoli degli orologi che ripara. 
L'unico che si prende cura di lui è il fratello maggiore, Joel; con lui condivide la maggior parte del tempo, con lui si sente al sicuro e protetto, perché Joel è l'unico che i suoi silenzi li accetta, i suoi sguardi li intende. 
Nella loro misera casa di Cracovia, la famiglia ebrea dei Baumann conduce un'esistenza sempre uguale: madre e figlia si vergognano della loro povertà, che imputano alla ignavia dell'orologiaio, che da parte sua, evita i contatti con il mondo esterno, rifugiandosi nei sui ingranaggi; Joel accudisce il suo fratellino fragile che ha un'unica grande passione: far volare il suo aquilone. 
Appena un refolo di vento glielo permette, Noah parte per la collina al di là della Vistola, un po' troppo lontano dal suo quartiere di Kazimierz, e con le sue manine ossute e sapienti dimostra al mondo intero di quanto sia bravo e capace a governare il volo di quell'incrocio di stecche di legno su cui è fissato un rombo di stoffa. 
Essere ebrei a Cracovia, come in moltissimi altri luoghi, non è mai stato facile, ma alla fine dell'estate del 1939, lo diventa ancora di più. 
Il primo di settembre, la Germania di Hitler, lo si apprende dalla radio, ha appena invaso il paese e, sebbene i polacchi pensino che cacciare i tedeschi sarà solo questione di giorni per il governo, la situazione sembra andare in tutt'altra direzione. 
A meno di una settimana anche per le strade di Cracovia l'esercito tedesco sfila trionfante. 
Come sono andate le cose è storia nota. 
Sullo sfondo dell'occupazione della Polonia, di una guerra alle porte, di un popolo che in parte si allea con l'invasore, di una guerra che diventerà presto mondiale, di una persecuzione capillare di tutti gli ebrei, prima privati di ogni diritto o libertà, chiusi nei ghetti, poi deportati nei campi, si compone la storia di questa famiglia, i Baumann, le loro poche amicizie, il loro incontro con gli Hiller, la famiglia con cui devono condividere una stanza nel ghetto: due finestre e un numero di letti nemmeno sufficiente a ospitarli tutti. 
Questa è la loro storia, ma è anche la storia di tutti. 

Una storia di tutti. È forse questo il tratto che più colpisce durante la lettura di questo romanzo: a prescindere dall'ovvia necessità di Salmerón di testimoniare nel racconto di un pezzo di storia che come umanità non dovremmo ignorare, men che meno dimenticare, e che, al contrario, dovrebbe riguardarci tutti, esiste un ulteriore registro narrativo che dal contesto storico si allontana per andare in una direzione molto più intima, direi personale, e si insinua e scava, scava e va giù nelle profondità dell'emotività di ogni lettore. E forse risiede in questo la sensazione di piacevole aspettativa che si crea ogni volta che si riprende in mano il libro per proseguirne la lettura.
Fatta salva la ricostruzione di un contesto che già di per sé non può e non deve lasciare indifferenti, io credo che la qualità migliore di questo libro si costruisca, pagina dopo pagina, nel racconto della varia umanità che agisce tra le maglie della Storia. E, in particolare, nella capacità di Salmerón di dare spazio alla complessità di pensiero e azione dei tanti piccoli e grandi personaggi che abitano il romanzo e che, fatta eccezione per quelli che rappresentano il Male assoluto, non sono mai facilmente classificabili come completamente buoni o completamente cattivi. 
L'intreccio di relazioni che tiene insieme questa piccola comunità è un affresco davvero commovente, profondo e talvolta anche scomodo da guardare. 
Il piccolo Noah, sebbene per lunghi tratti della storia lo si veda conquistare silenziosamente lo sfondo, non perde mai il suo ruolo di perno intorno a cui tutto in qualche modo ruota: conosciamo suo fratello Joel, sua sorella Hannah, suo padre e sua madre, nonché i genitori Hiller e sopratutto la loro figlia Sarah, attraverso il loro modo di interagire o costruire un rapporto personale con lui. 
In qualche modo anche il vecchio giocattolaio Rosemfeld, in questo senso, a lui deve molto. Per paradosso anche alcuni ufficiali e soldati dell'esercito tedesco prendono profondità nel confrontarsi con i suoi silenzi e il suo sguardo che 'buca' le uniformi. 
A parte la tenera bolla d'amore che racchiude al suo interno Joel e Sarah e che farà felici tutti coloro che nelle storie hanno bisogno anche di questa valvola di sfogo - bolla che per un lungo tratto fluttua senza troppe scosse - tutte le altre relazioni interpersonali sono riconoscibili, anche quando sono scomode. 
Il riferimento all'anaffettività di Dora Baumann nei confronti dei maschi fragili della sua famiglia è difficile da accettare, quasi quanto la viltà del marito che pare derivarne, ma è lì a dimostrare che la mente umana non è cosa piana. Al contrario l'incrollabile, o quasi, volontà propositiva, la potente affettività della seconda famiglia al di là del lenzuolo che divide lo spazio, quella degli Hiller, è lì a dimostrare che anche nella peggiore delle situazioni è possibile trovare un gancio per tentare di uscirne. Accanto a questi nove protagonisti, ai loro continui aggiustamenti di pensiero e di emozioni nei confronti di ciò che accade, ruotano alcuni personaggi 'satellite' che non devono per nessuna ragione al mondo, passare in secondo piano o, peggio, essere trascurati. 
Il primo dei quali, ma attenzione non è il solo, è il signor Ezra Maisel, cui Salmerón dedica un intero capitolo, la cui lettura può valere da sola l'intero libro. 
Da non perdere.

Carla

lunedì 25 gennaio 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

UN ALTRO SPICCHIO DI MEMORIA


Più passa il tempo dagli anni terribili della guerra e dell’Olocausto e più riceviamo testimonianze che svelano di volta in volta aspetti personali, testimonianze, episodi finora trascurati, almeno nell’editoria per ragazzi.
La storia che Anna Sarfatti ci racconta in ‘Pane e ciliegie’, pubblicato nella collana Contemporanea della Mondadori, riguarda gli ebrei arrivati a Milano nel 1939, profughi dai paesi dell’Est Europa invasi dall’esercito nazista. Ai bambini di queste famiglie si dedica Israel Kalk, che insieme ad altri volontari fonda la Mensa dei Bambini. Grazie alla generosità dei donatori, questa mensa, che si ingrandirà progressivamente, riesce a dare prima uno, poi due pasti al giorno ad un centinaio di bambini. Ma ci sono anche le gite al parco o le gare di nuoto, c’è un medico e si cerca di sostenere le famiglie in difficoltà, creando una rete solidale. Tutto questo con il consenso delle autorità.
Il 10 giugno del 1940 l’Italia entra in guerra; poco prima era stato deciso l’internamento in appositi campi degli ebrei non italiani. Vengono portati in questi campi solo gli uomini al di sopra dei diciotto anni. Le famiglie si dividono e l’inesauribile Kalk si prodiga per far avere agli internati vestiti, provviste e notizie dei cari lasciati a Milano.
Lo scoppio della guerra peggiora la situazione già precaria, con la penuria di cibo e i bombardamenti. Ma il momento peggiore è dopo l’8 settembre, quando l’Italia viene divisa in due e per gli ebrei della Mensa l’unica via è la fuga verso la Svizzera. Anche l’edificio della Mensa viene bombardato e così quell’esperienza si chiude. Alcuni dei protagonisti di questa storia, rigorosamente documentata, si salvano, nascondendosi o fuggendo; altri restano impigliati nella rete dei rastrellamenti e finiscono i loro giorni un un campo di sterminio.
La scelta dell’autrice di mescolare ricostruzione storica e vicende familiari dei protagonisti, quindi in una chiave necessariamente romanzata, fa risaltare un aspetto che credo interessante.
Nell’esperienza della Mensa dei Bambini c’è un esempio di auto organizzazione, un esempio davvero stupefacente, e di solidarietà: niente di ciò che realizzò Kalk sarebbe stato possibile senza la partecipazione di tanti alla realizzazione di un progetto così ambizioso. Il lato migliore della convivenza civile, che riesce a vedere nell’altro un simile a sé. E’ anche interessante come nella visione illuminata di Kalk non ci fosse solo l’obbiettivo di nutrire e curare tanti bambini e bambine, ma anche di riuscire a conservare una sorta di normalità familiare, osservando le festività ebraiche, celebrando i compleanni, creando un’isola di normalità mentre il mondo intorno stava crollando. C’è il tempo per studiare il violino, c’è il modo di assistere una gattina e i suoi piccoli, si impara a fare le torte e si fa festa quando maturano le ciliegie.
E’ un’idea di umanità che, a distanza di tanto tempo, ancora commuove, soprattutto pensando contro quale nemico questi volontari disarmati stessero combattendo. E ferisce la nostra coscienza fare il paragone con l’indifferenza con cui oggi si assiste, alle porte di casa, alle tragedie dei barconi che affrontano il mare d’inverno o dei profughi che bussano alle nostre porte, provenendo dai Balcani. Forse la coscienza d’Europa si è fermata a Moria.
Il racconto documentato e preciso di Anna Sarfatti è accompagnato dalle immagini firmate da Serena Riglietti; lettura consigliata a ragazzi e ragazze a partire dai dieci anni.
 
Eleonora


“Pane e ciliegie. Israel Kalk, l’uomo che difendeva i bambini ebrei sotto il Fascismo”, A. Sarfatti e S. Riglietti, Mondadori 2021

mercoledì 19 febbraio 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


RIPETERE NON GUASTA


Sorprendentemente, di anno in anno si moltiplicano le pubblicazioni che, sfruttando la data del 27 gennaio, raccontano in vari modi la Shoah. Tema spesso in passato affrontato con una certa svogliatezza, ora sembra essere nuovamente attuale, almeno a giudicare dalla quantità di titoli nuovi pubblicati sull’argomento. Un po’ sulla lunghezza d’onda delle polemiche provocate da un negazionismo mai sopito, un po’ per l’efficacia di testimonianze come quella di Liliana Segre, sembra davvero cresciuto il desiderio di informazione sull’argomento. E questa è una cosa buona, che fa in qualche modo da contrappeso agli episodi sempre più frequenti di antisemitismo e di rivalutazione delle figure criminali di Hitler e Mussolini.
Fra i testi usciti questo gennaio c’è anche ‘La musica del silenzio’ scritto da Luca Cognolato e Silvia Del Francia, già autori di un altro testo dedicato a Perlasca; in questo libro, pubblicato da Feltrinelli Kids, raccontano un episodio vero legato all’azione dell’uomo che, fingendosi prima console poi ambasciatore di Spagna, nella Budapest occupata dai nazisti, riuscì a mettere in salvo migliaia di ebrei. Raccontano la storia vera di due bambini, fratello e sorella, che nel giro di poco tempo passano da una vita agiata e gradevole alla condizione di emarginati, condizione che peggiora sensibilmente dopo l’invasione dell’Ungheria da parte dell’esercito tedesco. Non è solo la stella gialla, l’esclusione dalla vita civile, le angherie e gli insulti: essere ebreo, in quelle condizioni, fra i bombardamenti russi e l’occupazione nazista, vuol dire rischiare la vita ogni giorno. Lo sport, la musica i giochi della bimba più piccola sono solo un ricordo, mentre con l’avanzare dell’esercito russo aumenta la ferocia nazista. Comincia per i due bambini una fuga rocambolesca, con l’aiuto di persone che erano disposte a rischiare la propria vita; in questo modo i bambini raggiungono una casa protetta, che però resterà tale solo per poco. Ecco che compare in scena Perlasca, Jorge Perlasca, finto diplomatico spagnolo, che batteva le case protette per mettere in salvo gli ebrei che lì si erano nascosti.
Ai due bambini, la cui madre è stata portata via durante un rastrellamento e il cui padre è disperso, non resta che affidarsi a quest’uomo qualunque che ha saputo fare la scelta giusta nel momento più difficile.
La storia in sé ha il valore della testimonianza, il ricordo vivido dei gesti di coraggio che comunque, nel male dilagante della Seconda Guerra Mondiale, qualcuno ha avuto il coraggio di compiere. Attuale perché, di fronte a chi tenta improbabili rivalutazioni dei personaggi del regima nazi-fascista, mostra che anche nelle condizioni peggiori è possibile opporsi alla dittatura. Così come altre testimonianze, anche questa ricorda quale fosse la posta in gioco in quel conflitto e da quale parte, sia pure contraddittoriamente, stesse la ragione.
E’ una storia trattata con garbo, senza retorica, nello stile dello stesso Perlasca, che mai si vantò delle sue imprese. Una lettura scorrevole, quasi didattica per ragazzini e ragazzine dai dieci anni in poi.

Eleonora

“La musica del silenzio”, L.Cognolato e S. Del Francia, Feltrinelli kids 2020




lunedì 24 giugno 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IL CIELO DI HEIVISJ

Il nostro avvenire dorato, Benny Lindelauf 
(trad. Anna Patrucco Becchi)
San Paolo Edizioni 2019


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni

"Adesso lo sapevo. Lo sapevo. Non che non me lo fossi aspettato. Il mio sogno andò in frantumi in modo terribile e fatale: non sarei diventata maestra, né ora né il prossimo anno, né mai. Non avrei finito la scuola! Mi sentii male dalla delusione.
E a quel punto mi fu chiara anche un'altra cosa: quanto intensamente l'avessi desiderato, con tutto il cuore."

Pochi giorni prima, siamo nel 1938, la direttrice della scuola aveva chiesto a Fing se le sarebbe piaciuto, finita la scuola, entrare in collegio, l'Istituto magistrale, per studiare da maestra. Sarebbe stata scelta tra diverse candidate, avrebbe avuto un sussidio, avrebbe dovuto separarsi dalla casa e dalla famiglia: questo sembrava essere il suo avvenire dorato. Nonna Mei però non è donna che accetti aiuti economici: carità per i Boon è indegnità! questo è il suo motto. Lei, complice un capotto sdrucito, si mette di traverso a questo sogno di ragazzina e così Fing non andrà all'Istituto magistrale e non finirà neanche la scuola. La nonna ha altri piani per lei: per pochi soldi, andare a tenere compagnia alla nipotina della Prussiana e dell'Imperatore dei sigari, in una delle famiglie più ricche della città.
Gli scenari nella vita di Fing cambiano rapidamente: c'è aria di guerra, la convivenza con quella bambina viziata le induriscono il cuore, Muulke e Jes stanno crescendo, e anche Fing scopre sentimenti nuovi e nuovi lavori, Pap e figli, che sembrava avessero trovato la loro strada nella produzione di sigari, vengono deportati a lavorare in Germania, nonna Mei non regge il colpo.
Su tutto cala la grande ombra della guerra che spagina le poche certezze di quella ragazzina, e inaspettatamente le apre spiragli di luce su alcune vere verità.

Lindelauf non ha abbandonato la famiglia Boon. Ha solo fatto passare degli anni che hanno fatto crescere le tre ragazzine e i quattro fratelli, mettere la testa a posto a Pap, invecchiare con stile e immutato piglio nonna Mei. Ma anche per tutti coloro i quali non abbiano mai incontrato i Boon (e non abbiano ancora avuto il piacere di leggere Nove braccia spalancate) il libro non perde un battito.
La cosa che accade e che lo rende diverso dal precedente è la prospettiva. Continua a essere un romanzo corale molto ben orchestrato, ma smette di ruotare intorno a un luogo, perno per quella famiglia, la casa Nove braccia spalancate e, si potrebbe dire, sboccia verso l'esterno, verso la vite degli altri, verso la Storia. La casa come luogo fisico e dell'immaginario va sullo sfondo come sullo sfondo passano anche molti membri della famiglia. Resta sempre in primo piano invece quella meravigliosa 'sorellanza' che sembra avere più di un legame con Piccole donne e Piccole donne crescono.
Lindelauf continua ad affidare a Fing la narrazione, ma adesso quella ragazzina è ai bordi del suo debutto in società e i suoi rapporti interpersonali sono molto più allargati, più complessi, più coinvolgenti. Non c'è più solo la famiglia nel suo orizzonte.
E molto più forte è la percezione e la tensione verso il futuro. In questo senso il titolo appare come un dichiarazione di intenti. Insomma ci si muove in direzione opposta rispetto a Nove braccia spalancate che al contrario era molto legato al passato. Fing ha una consapevolezza di sé molto maggiore ed è a un passo dalla perdita dell'innocenza. Si assiste al suo rito di passaggio, al suo diventare grande. E in questa prospettiva, la guerra gioca un ruolo fondamentale, come è normale che sia.
Concepito come un monolite dal punto di vista della costruzione narrativa, Il nostro avvenire dorato, compreso il finale letteralmente travolgente, ha molte qualità al suo attivo: l'universalità delle questioni che solleva e la relative prospettiva di lettura; una robustezza di impianto da romanzo classico; una capacità di rendere visiva, immaginifica, la narrazione che, in alcuni passaggi, diventa vero e proprio cinema sulla pagina (Heivisj ne è protagonista assoluto); più di un paio di piccole perle, brevi digressioni, incastonate nella narrazione più grande (una su tutte la storia di Trudi Strutto); un'indagine introspettiva sulla protagonista che dà dell'età di passaggio una chiave di lettura profonda, complessa e onesta; un crescendo 'drammatico' nel racconto della guerra, quella combattuta da chi è rimasto a casa.
E su tutto, a tenere insieme tanta bellezza, una scrittura fluida, tradotta con il consueto garbo e sensibilità.
Non leggerlo sarebbe un peccato.

Carla

mercoledì 17 gennaio 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


L'ARTE E LA STORIA


Una novità interessante, che coniuga, ancora una volta, narrazione e Storia. Partendo dal proprio romanzo, Julia Billet realizza insieme a Claire Fauvel una graphic novel di rara intensità: La guerra di Catherine, pubblicato ora da Mondadori nella collana Contemporanea.
L'autrice si è ispirata alle reali vicende di sua madre, ospite da bambina, durante la Seconda Guerra Mondiale, di una scuola speciale, la Maison di Sèvres, dove pedagogisti d'avanguardia non solo sperimentavano metodi d'insegnamento innovativi, ma, soprattutto, nascondevano bambine e bambini ebrei. La madre di Julia Billet era una di queste, una delle fortunate che hanno avuto salva la vita.


Ovviamente se questo episodio è lo spunto da cui parte la narrazione, sono molte le invenzioni; la protagonista, Rachel/Catherine, è una ragazzina i cui genitori sono scomparsi e noi lettori possiamo facilmente immaginare che non faranno ritorno; lei non lo sa, non sa cosa esattamente stia succedendo, si consola soprattutto attraverso la fotografia. La sua è una vera passione: possiede una Rolleiflex e sa sviluppare e stampare i rullini fotografici, grazie al prezioso insegnamento di Pinguino, uno dei suoi professori.
Nel corso del tempo, la pressione degli invasori nazisti e del governo collaborazionista di Petain aumenta sempre di più, e ai bambini ebrei viene cambiato il nome, organizzandone la fuga verso località più sicure. Sono anni terribili e il nascondiglio di Catherine cambia continuamente; lei non si perde d'animo e nel corso dei suoi spostamenti conosce il lato migliore dell'umanità in tempo di guerra: quelli che riescono a restare umani, che riescono a opporsi all'orrore e alle atrocità del nazismo. La fine dell'incubo arriverà e Catherine riuscirà a rientrare nella Parigi liberata e festante. Ma non ritroverà i suoi genitori, mentresi ricongiungerà ai suoi insegnanti della Casa dei Piccoli e ad altre persone incontrate durante la fuga.
A questo punto può iniziare la vita da persona libera, dedita all'arte e piena di curiosità per il mondo.


E' vero, il 27 gennaio è una data che induce a una certa ritualità nel ricordare l'Olocausto. Ma ci sono testi che questa ritualità la superano d'un balzo grazie all'originalità della storia e dell'impianto grafico. La riscrittura come graphic novel del romanzo della Billet riesce a rendere una efficace immediatezza del racconto, fermando l'attenzione sulla quotidianità apparentemente normale di questi bambini e bambine, che cambiano nome, soffrono di nostalgia per i cari lontani, imparano a mangiare cibi sconosciuti o proibiti; parallelamente a questi 'scatti' fotografici, che ci raccontano la vita, le fughe, la paura, c'è l'onnipresente Rolleiflex della protagonista, strumento di memoria e di riscatto per questa ragazzina dalla grande forza d'animo.
L'arte come rappresentazione e interpretazione del mondo, nello stesso tempo è anche l'unica fuga possibile per restare se stessi nonostante tutto.
Mi sembra una bella lettura, intensa e misurata nello stesso tempo, semplice e diretta, capace di coinvolgere anche ragazzi e ragazze a partire dagli undici anni.

Eleonora

“La guerra di Catherine”, J. Billet e C. Fauvel, Mondadori 2018


venerdì 12 gennaio 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


RICORDARE



Se il 27 gennaio è il Giorno della Memoria, in realtà le proposte editoriali sul tema dell'Olocausto cominciano a comparire anche qualche mese prima. E' il caso di Hanna non chiude mai gli occhi, che Luigi Ballerini firma per le edizioni San Paolo.
A metà fra ricostruzione storica e fiction, questo romanzo breve racconta la storia, vera, del console italiano di Salonicco, Guelfo Zamboni, e del capitano Lucillo Merci, nel terribile 1943, quando i tedeschi decisero di estirpare la colonia ebraica di quella città.
Romanzata è, invece, la vicenda dei due giovani protagonisti, Hanna e Yosef, adolescenti in quel terribile inverno in cui gli ebrei locali furono deportati in Polonia.
A interporsi fra loro e un destino infame, il consolato italiano, che portò in salvo, presso l'ambasciata italiana di Atene, centinaia di ebrei italiani o quasi, cioè cui era stato possibile attribuire anche solo una lontana parentela italiana.
Lo svolgimento del romanzo alterna la vicenda dei due ragazzi, uniti all'inizio da una coabitazione forzata, poi da una forte amicizia, a quelle del diplomatico italiano e del suo assistente, nel tentativo affannoso di sottrarre il maggior numero possibile di ebrei alle persecuzioni naziste.
E' facile in questi casi cadere nella ritualità legata alla ricorrenza e nella retorica; devo dire che Ballerini riesce a tenersene alla larga, con uno stile essenziale, senza eccessive sottolineature drammatiche, che pure sono nei fatti, così come sono accaduti e come sono stati raccontati.
Attraverso gli occhi increduli dei due giovani protagonisti, assistiamo al progressivo smantellamento di ogni regola civile, di ogni diritto, nel nome della presunta superiorità ariana. E attraverso la ricostruzione storica vediamo come sia stato possibile per alcuni, purtroppo troppo pochi, opporsi alla spietata caccia all'uomo praticata dai nazisti.
Entrambi questi temi sono di stringente attualità: non troppo lontano da noi, c'è chi definisce ipotetiche identità etniche per alzare muri e si sente, nell'Est dell'Europa, un minaccioso rumore di stivali al passo cadenzato delle marce militari. E di fronte al fenomeno delle migrazioni clandestine, c'è chi salva e chi respinge.
Non è semplice, mai, sapere cosa è giusto fare, ma credo che, da Antigone in poi, sia evidente il conflitto fra l'etica, cioè il mondo delle leggi morali, e la politica, le leggi che qui e ora regolano le relazioni fra gli uomini.
La presenza di spirito critico, la capacità di valutare situazioni e scelte è la migliore garanzia che i tanti orrori del Novecento, guerra balcanica compresa, non si ripetano. E quello che concorre a conservare la memoria e a consolidare la distanza dalla furia nazista, come questo prezioso sobrio romanzo, è importante come un mattone del muro di tolleranza e di pace che si oppone ai fantasmi del nostro recente passato. Lettura consigliata a ragazze e ragazzi con gli occhi aperti, a partire dai dodici anni.
Eleonora

“Hanna non chiude mai gli occhi”, L. Ballerini, Edizioni San Paolo 2017



venerdì 29 aprile 2016

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


E SE...


Esercizio accademico, quello di immaginare un diverso corso della storia, oppure un espediente letterario, peraltro abbastanza utilizzato. Ci prova anche Ryan Graudin, giovane scrittrice americana, autrice di romanzi di genere per young adults, riproponendo il tema, o se vogliamo l'incubo, di Hitler vittorioso nella Seconda Guerra Mondiale.
Wolf. La ragazza che sfidò il destino, è appunto un romanzo fanta-storico, che immagina il mondo dominato da due potenze nazionalsocialiste, facenti capo ai due dittatori: Hitler e Hirohito, imperatore del Giappone.
Come accade in tutti i romanzi d'azione, all'Impero del Male si contrappone la Resistenza clandestina, fatta di oppositori interni al regime, o nei paesi conquistati, ma non domati, come la Russia.
La protagonista Yael, ragazzina ebrea fuggita dal lager in cui vede morire i suoi cari, è stata oggetto degli esperimenti genetici di un mefistofelico dottor Geyer, che l'hanno trasformata in un muta forma, una persona capace di modificare volontariamente il proprio aspetto. Questa sua capacità viene utilizzata dalla Resistenza per elaborare un piano, volto ad uccidere il Führer. Prenderà, infatti, le sembianze di Adele Wolfe, una spericolata motociclista, vincitrice di un famoso rally transcontinentale. Alla fine della corsa dell'anno precedente, il Führer ha voluto ballare con lei, evento straordinario considerate le misure di sicurezza che lo circondano.
Ecco quindi prendere il via la corsa, dove Yael/Adele deve confrontarsi con numerosi agguerriti concorrenti in un percorso lungo migliaia di chilometri attraverso tre continenti.
La narrazione segue questo percorso, punteggiato da molti colpi di scena, alternandolo ai flashback dei tempi del suo internamento, prima, e dell'addestramento, poi.
L'azione scorre veloce, nonostante le numerose digressioni, tutto tende al momento finale, all'incontro con l'odiato dittatore, seguendo i canoni del romanzo d'azione.
Interessante il personaggio della protagonista, che si è tatuata sul braccio cinque lupi, per coprire i numeri tatuati del campo di sterminio. Ogni lupo rappresenta una persona per lei importante, perduta in un modo o nell'altro. E le immagini rappresentano lupi per rendere omaggio al soprannome che le aveva dato Babushka, la donna più anziana del campo, che l'aveva protetta fino alla fine, dandole il soprannome di Volchitsa, lupa.
Dunque Yael ha fatto del suo nome una missione, imparando a gestire il desiderio di vendetta e mettendolo al servizio di una Causa più grande delle sue vicende personali. Nonostante l'addestramento, vive con sofferenza la sua ambiguità, il diventare altro da sé continuamente.
Come è facile immaginare, questo romanzo, adatto a una lettura a partire dai dodici anni, ma sicuramente apprezzato anche da ragazzi e ragazze più grandi, punta tutto sull'azione, sui colpi di scena, su un accenno di intrigo sentimentale. Non approfondisce, come potrebbe, la complessità dei personaggi, né si diverte a giocare con l'incubo che evoca, il dominio nazista sul mondo. Peccato per questi limiti, e per i refusi di troppo, perché l'idea è interessante e l'autrice gestisce bene il meccanismo narrativo.

Eleonora

“Wolf”, R. Graudin, De Agostini 2016




mercoledì 27 gennaio 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA BANALITÀ DEL MALE

La porta di Anne, Guia Risari, Arianna Floris
Mondadori 2016


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni)

"Quella porta...l'avevano varcata una volta per venirsi a nascondere ed era certo che l'avrebbero attraversata di nuovo per uscire allo scoperto. La loro vita non finiva lì. C'erano ancora tanti film da vedere - quanto gli mancava il cinema! - e decine di partite di calcio da giocare."

Una porta dietro a una libreria nell'alloggio segreto di Prinsengracht 263. Dietro quella porta ci vivono otto persone. L'unica che ha un nome noto è la piccola Anne. Anne Frank. Gli altri sono sua sorella maggiore, Margot, i loro genitori Edith e Otto. Con loro ci sono anche i Van Pels, Peter con i genitori Auguste ed Hermann. L'ottavo è Fritz Pfeffer. Vivono tutti in meno di 120 mq divisi su tre piani in quello che un tempo era la casa sul retro dell'appartamento dei Frank quando erano ancora persone libere.
A comporre La porta di Anne, ovvero a raccontare se stessi attraverso porzioni della loro esistenza, attraverso i loro sogni di libertà, attraverso i ricordi che gelosamente conservano, sono queste otto persone, schiacciate tutte dietro una porta, soffocate tutte in uno spazio angusto, costrette tutte a non vedere il cielo se non dall'abbaino. Per più di due anni.

Questa è la loro storia, o meglio le loro storie, che si differenziano per molti aspetti, ma che per destino invece si assomigliano. Tutti loro sono ebrei che si stanno nascondendo e tutti loro, ad eccezione di Otto Frank, moriranno nei campi di concentramento nazisti tra il 1944 e il 1945. Ai loro otto racconti se ne aggiunge un nono, con il quale il romanzo apre, ed è quello del sottufficiale tedesco, Karl Josef Silberbauer incaricato dalla Gestapo di andarli a stanare. Un altro esempio della banalità del male, di cui la Arendt parla, in quello scaffale di fascicolatori che al loro interno contengono i destini di uomini e donne, ridotti a numeri, a pratiche da espletare.


In una singola unità di tempo che li accomuna, una notte e una mezza giornata, li vediamo tutti agire, cogliamo i loro pensieri.
Ogni capitolo è dedicato a uno di loro. Prima di ogni capitolo appare sempre la stessa porta disegnata e davanti a essa il protagonista di turno. Per primo Peter con il suo senso del dovere illimitato: un ragazzo che vorrebbe portare sulle sue spalle tutti i destini del mondo. Dolce, silenzioso, sognatore e amante degli animali cui riconosce doti migliori di quelle possedute dagli uomini. Ritratto nell'atto di accarezzare un cervo, elegante e mite, e di rivolgere lo sguardo verso il suo amato gatto Mouschi, Peter dietro quella porta sogna di costruire con il legno una casa spaziosa che possa accogliere animali e persone per salvarle dalla crudeltà del mondo, ma sa anche uno dei suoi doveri è quello di studiare. E la sua giornata, così, si va componendo di piccole attività quotidiane che si alternano a momenti di profonda riflessione.


Così è per tutti. La mancanza di libertà, la paura, l'incertezza del futuro, il tempo che scorre lento e sempre uguale sono tutti fattori che portano la mente a cercare di assecondare piccole abitudini quotidiane, alternandole a momenti dedicati a grandi pensieri sul senso della vita.
Una delle piccole abitudini quotidiane di Auguste, madre di Peter, è quella di dare la sveglia a tutti, puntuale ogni mattina alle 7, da ormai più di due anni a questa parte. E mentre lo fa sogna una nuova pelliccia. Suo marito Hermann, con il quale non ha perso l'abitudine di battibeccare, è ritratto nell'atto di assaporarsi il gusto di una buona sigaretta. 



Otto Frank trova la sua concentrazione nel radersi ogni mattina senza neanche il bisogno di uno specchio e nel farlo riaffiorano alla sua memoria i giochi linguistici che proponeva alle figlie, Anne e Margot, e con essi compare anche un sacro terrore per i loro destini..."era il peggiore dei tempi" e loro erano così giovani e già in un mare in tempesta.


Margot, dolce e paziente e meditabonda e sportiva nel corpo. Lei amava il nuoto e il latino. E Anne che sognava il ballo e il cinema, di cui piano piano andava scoprendo la menzogna. Mai e poi mai però avrebbe fatto l'attrice, un mestiere che le avrebbe negato ogni indipendenza. E lei era troppo volitiva e si immaginava scrittrice. La madre, Edith, trovava un senso alle sue giornate sempre uguali, senza spazio e senza aria, enumerando ogni cosa. Ripiegava biancheria e contava, cucinava e contava: una numeratrice divina. Il compagno di stanza di Anne, Fritz Pfeffer, uomo innamorato che scrive al suo amore lontano e nelle sue lettere sogna una vita di libertà al suo fianco, coltivando con lei la sua grande passione per i cavalli.


Eccoli, ciascuno evocato da un oggetto, da un particolare -una sigaretta, una lacrima, una lettera, un paio di occhiali- singole voci distinte che formano un coro. Struggente, intimo il racconto che Guia Risari fa di ciascuno, con sensibilità e non comune partecipazione emotiva, lontana da ogni interpretazione didascalica o retorica. L'originalità del punto di vista, il racconto che prende nove strade diverse, il rigore, la chiarezza e la fluidità dello scrivere rendono questo libro qualcosa di altro rispetto a opere scritte per l'occasione, per la ricorrenza.
Sebbene nato da un'esigenza editoriale di rendere giustizia a tutti gli abitanti dell'Alloggio segreto, il libro decolla e va ben al di là di questo obiettivo che, peraltro, raggiunge felicemente. Si tratta di una toccante galleria di esseri umani, uomini donne ragazzi e ragazze, che stanno soffrendo e che si stanno confrontando con un destino terribile eppure continuano, nonostante gli sforzi di chi li vuole vedere cancellati, con pervicacia a non perdere neanche una goccia della loro dignità di persone. 



Ognuno di loro, quando la porta si apre, è lì a mostrare se stesso per quello che è e l'immagine che la sensibilissima Arianna Floris dà di loro vale quanto centocinquanta pagine di testo hanno fino a quel punto con tanta sensibilità raccontato.

Carla