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mercoledì 6 novembre 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

LA MORTE E' UNA DOMANDA? 

La questione morte manca di testimoni diretti. Quand’anche ve ne fossero, sull’ampio territorio culturale che a lei si riferisce gravano pesantissimi tabù e imbarazzi, credenze, superstizioni, al punto che non solo non è possibile sapere cos’è la morte indirettamente, ma spesso persino quello che vi gravita attorno rimane precluso, ammantato di silenzi e ritrosie. 
Del resto anche Scoiattolo e Formica si erano a lungo interrogati a proposito. Come possiamo conoscere quello che nessuno può o vuole raccontare? Come possiamo soddisfare quell’impulso vitale che è la naturale curiosità per qualcosa che nessuno ha visto? 
Perché se di fronte al mistero non esiste strumento più efficace e spontaneo che domandare, è altrettanto vero che questa è solo una metà della questione: in fondo a ogni domanda non vi è solo un vuoto che tanto somiglia alla morte, ma c'è anche uno spazio che attende di essere occupato da una possibile, inedita spiegazione. E per sentirla serve disponibilità: forse infatti la conversazione che abbiamo con la morte non si basa sulla certezza di risposte impossibili, quanto piuttosto sulla capacità di rimanere in bilico sul margine vibrante e tridimensionale che da lei ci separa. E se imparassimo ad ascoltare? 



© Ellen Duthie, Anna Juan Cantavella, Andrea Antinori
#Logosedizioni


È quello che succede in Così è la morte? Domande mortali di bambine e bambini. 
Il volume è l’ultimo della serie Wonder Ponder, progetto di filosofia illustrata per tutte l’età che si propone di agevolare l’accesso della curiosità bambina (ma anche no) ai grandi quesiti. In questo caso, le due autrici hanno incontrato bambine e bambini a frotte e si sono lasciate interrogare sull’argomento morte senza porre limite alla tipologia di domande. Non solo questioni morali o sentimentali, dunque, ma anche faccende pratiche - come la produzione di una lapide o le procedure di successione di una console - e fatti scientifici, come ad esempio la gradualità di decomposizione dei tessuti del cadavere. 
Le domande appaiono tutte insieme nelle sguardie del libro, brulicando, una accanto all’altra, fittissime, serie, inaspettate, a delimitare il territorio concesso per l’azione dell’albo e del ragionamento. Anche figurativamente, sono come le stelle della calotta celeste, che solo apparentemente segnano il confine del cielo: in realtà pulsano dalle distanze più diverse dell’universo e i loro raggi ci colpiscono incessantemente, anche quando siamo in piena luce.


© Ellen Duthie, Anna Juan Cantavella, Andrea Antinori
#Logosedizioni

All’interno del volume, non si punta all’utilizzo delle risposte per esaurire l’indagine; al contrario, in ognuna di esse viene fatta riverberare un nuova domanda, a cui è possibile legarne un’altra e un’altra ancora, senza inibizioni, quasi a voler proporre un metodo di pensiero, uno strumento di visione per una disamina ulteriore della questione, dinamica, attiva, che frammenta, scompone l’oggetto di cotanta insaziabile curiosità, senza giudicarla mai. 
Come ben si conviene al procedere filosofico, la ricerca lievita pagina dopo pagina, alimentata con richieste di opinioni e pareri, stimolata con altre domande che coinvolgono il senso morale, etico ben presente negli interlocutori di ogni età. Non solo: essa viene demandata ad altri tempi e luoghi, trascendendo la pagina presente e la struttura sequenziale con soluzioni formali che tendono a far uscire il lettore dal libro. E’ possibile imbattersi in piccoli rimandi ad altre pagine e ad altri quesiti analoghi, in QR-code che dirottano a luoghi esperienziali diversi, in esperimenti immaginativi da condurre in autonomia. Quasi pare di sentirla, la mano che sfiora la spalla e una voce che dice “Vai…” , incoraggiandoci a sperimentare dopo averci rassicurato sulla legittimità di ogni strada che può prendere il pensiero. 
Così è la morte? si trasforma letteralmente in una soglia da attraversare per raggiungere, immaginando e ragionando, un luogo che è e non è, presente in nuce e tuttavia invisibile, accanto a noi, dentro di noi ma anche altrove e oltre, ancora sconosciuto o, forse, semplicemente, non ancora nominato. Si viene ricondotti alla propria esperienza e lì stimolati a esperire, ben lontano delle pagine, un altrove significativo soprattutto per noi. A partire dalle istruzioni per l’utilizzo del libro, che sono un modo per sgomberare il campo da quegli imbarazzi che talvolta scoraggiano la voglia di esplorare, passando per il registro intimo e personale delle risposte, per arrivare all’estrema e sensibile serie di informazioni con cui le due autrici cercano di appagare l’interrogativo, il lettore capisce di essere in un territorio sicuro, e questo è fondamentale per permettere la grande magia. 
 
© Ellen Duthie, Anna Juan Cantavella, Andrea Antinori
#Logosedizioni


Se risposte saranno quindi, saranno (anche) quelle che ciascun lettore saprà darsi da sé attraverso le proprie risorse, attraverso le proprie disponibilità culturali, la propria sensibilità e la propria immaginazione, messa in riverbero da sapienti sollecitazioni. Perché è poi sinceramente così vero che non conosciamo l’esperienza di scomparire? Non sarebbe possibile che la morte assomigli alla perdita di confini che si prova prima di dormire, e che tutte le risposte che occorrono si fondano sull’affaccio concreto da cui, sporgendoci, riusciamo a vedere?


Parafrasando una celebre conversazione accaduta a un’anatra, non è forse possibile in fondo che a dirci cos’è la morte sia proprio la nostra stessa vita? 

Giorgia 

"Così è la morte? Domande mortali di bambine e bambini" Ellen Duthie, Anna Juan Cantavella, Andrea Antinori, (trad. Chiara Ronchi) #Logosedizioni 2024 
"L'anatra, la morte e il tulipano", Wolf Erlbruch (trad. Viola Starnone), E/O 2007

 

lunedì 10 ottobre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

MARY POPPINS E GLI ALTRI

Il Kappa della pioggia, Saori Murakami (trad. Roberta Tiberi) 
Kira Kira 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni) 

"Nao aprì la porta e una strana creatura verde fece capolino. 'Salve, sono Kappa.' Per lo spavento Nao si nascose sotto il tavolo. In quel momento arrivò la mamma che si era preparata in tutta fretta. 'Oggi ho un impegno, quindi resterai a casa con il signor Kappa.Vedrai che vi divertirete un mondo. Fai la brava.' disse, e uscì di corsa." 

Così comincia la fantastica giornata di Nao e del suo originalissimo tato, il signor Kappa. 
Verde, con un laghetto circondato di capelli sulla sommità della testa, una vera passione per la pioggia e una gentilezza e premura innata, lui - come tutti i kappa come lui - si prende cura di un piccolo per fargli trascorrere del tempo meraviglioso nella foresta piena di verde e piena di mille altri divertimenti, dove poter fare tutti un bel pic-nic per festeggiare assieme la giornata di pioggia. Basta avere qualcosa di buono nel cestino della merenda e un ombrello della misura adatta. 


E poi quando tutto si asciuga e il sole va giù non resta che salutare tutti gli altri amici e prendere la via di casa, ciascuno tenendo per mano il proprio kappa. 

Sono diverse le cose che colpiscono di questo libro molto verde. 
La prima è il kappa, una creatura tutta verde che ricorda un essere umano con braccia e gambe, ma con una testa molto particolare e un sorriso e uno sguardo rassicuranti. Entrambe utili per il suo mestiere di custode a tempo di bambini e bambine. Altra peculiarità interessante è la sua passione per l'acqua, ossia per la pioggia. 


E qui entra in gioco la seconda cosa che colpisce di questa storia: la naturalezza nell'uscita di scena di una mamma dalla giornata della protagonista: Oggi ho un impegno, quindi resterai a casa con il signor Kappa. Vedrai che vi divertirete un mondo... e la conseguente disobbedienza da parte del Signor Kappa che, nonostante o per meglio dire proprio grazie alla pioggia, ha in progetto una bella passeggiata. 
Il signor Kappa, un po' come Mary Poppins, arriva nella vita delle persone per scompaginarne, almeno per un po', i ritmi e le abitudini. E lo fa, proprio come la tata della Travers, in assoluta autonomia e determinazione, infischiandosene dei grandi, con l'unico obiettivo di far trascorrere una esperienza unica e indimenticabile ai bambini che ha in affidamento. Come nelle storie della Travers, anche qui gli adulti sono accessori alla narrazione e tutto sommato accessori anche nel quotidiano dei propri figli, quanto meno capaci di allontanarsene senza patemi e quindi di uscire di scena per lasciare il campo ad altri. 
Il terzo elemento di interesse è proprio questo passaggio di consegne che preannuncia una esperienza del tutto nuova e indimenticabile. 


I kappa incarnano coloro che hanno il compito di traghettare, e qui questo avviene in senso quasi letterale, i bambini verso un altrove (sia esso il mondo sotterraneo sulle tracce del coniglio di Alice, o capovolto come il tè da zio Albert in Mary Poppins e via andare) e offrire loro qualcosa di assolutamente straordinario. E qui arriva la quarta bellezza del libro: la foresta, così verde e così fitta, in cui tutti i kappa si muovono in una sorta di mimesi continua e dove, invece, i bambini sono puntolini colorati, nei loro impermeabili e stivali coloratissimi. 
Questa foresta ha tutte le caratteristiche del luogo magico, pur non avendo nulla di misterioso o inquietante: è piena di sorprese che sono luoghi di gioco e di piacere. Ed è proprio il piacere ha dare il carattere a tutta l'esperienza, coinvolgendo tutti i sensi: dal rumore della pioggia, al sapore della merenda: Quando si mangia all'aperto è tutto più buono, vero? alla bellezza del luogo che cattura lo sguardo. Quest'ultimo, continuamente sollecitato a muoversi alla ricerca del dettaglio in un mare di verdi diversi. 


La sensazione che avvolge l'intera storia ha molto a che fare con il piacere: il primo è quello interno, ossia quello che provano i piccoli protagonisti condotti dai loro rispettivi signori Kappa. 
Ma esiste anche un piacere esterno alla narrazione, un piacere che è contemporaneamente una esperienza estetica ed emotiva. Che è quello che prova il lettore nel leggere le parole e nel bearsi nelle figure. 
E questa è la quinta meraviglia che accade. Un piacere che passa per una innegabile naturalezza dell'azione, e nel contempo per una grande attenzione nel creare un contesto che sia il più confortevole possibile per i lettori. 


Ma... con un continuo spostamento graduale verso qualcosa di diverso. 
Davanti a un bel quadro è esattamente questo che dovrebbe accadere: qualcosa cambia in noi. 
In sostanza, nel libro accade questo, a mio modo di vedere: si alternano a rapidi spostamenti di condizione che hanno il compito di 'destabilizzare' - la mamma che esce, camminare sotto la pioggia, l'arrivo nella foresta - altri momenti di assoluta tranquillità, le scarpe di mamma indossate per andare ad aprire, dettagli di una cucina familiare, la preparazione di un cibo prediletto, la bottega degli ombrelli, il parco giochi... 


Quindi si vive un'esperienza che ci porta verso un altrove, un'altra parte, e lo fa a piccoli passi, tenendoci per mano, senza grandi strappi o traumi. 
Non dovrebbe essere questo l'obiettivo di un buon libro per bambini? Partire per un luogo sconosciuto, visitarlo e, se possibile, tornare indietro in sicurezza, ma un po' diversi. 
E qui accade. 

Carla



sabato 18 ottobre 2014

CORTESIE PER GLI OSPITI (libri preferiti da altri)

L'ELEGANZA DELLA FOGLIA

Eric, Shaun Tan
Templar Publishing 2010
 

Ho il rammarico, nel presentarvi questo delizioso libro, di non poter rendere al meglio le illustrazioni a causa della scannerizzazione. Inevitabilmente – ahimè, nonostante prove su prove – lo scanner penalizza appiattendolo il magistrale bianco-e-nero (virato a seppia) del pluripremiato Shaun Tan. La matita in questo caso, è davvero tutto. E lo è in un certo senso anche per il testo, di rara perfezione, scritto senza mai troppo calcare la mano appunto. Con un lapis dalla punta morbida, ma mai sbavata, dunque strettamente imparentata al tratto minimalista, iperrealista e sopraffino delle tavole.

Eric è una minuscola foglia di edera, identica come potete constatare a quella che ho incollato al risguardo e che vedete qui sotto (frutto di un magico ed emozionante inciampo la mattina stessa in cui Amazon mi ha recapitato il libro).


Un’edera solo parzialmente antropomorfa, che un bel giorno – con due gusci di nocciolina a fargli da valigia - approda in casa di una famiglia di umani un tantino increduli, data la sua stravaganza e al tempo medesimo la sua compitezza. 

Fatto sta che, dopo averne soppesato l’aria discreta e distinta, si dicono che Eric dev’essere lo studente straniero che aspettano nell’ambito di un programma di scambio culturale. Ma di lui non comprendono molte cose, benché sia educatissimo e non travalichi mai i limiti di un’ospitalità assai rispettosa (sia pure, forse, troppo laconica). I suoi occhietti bianchi non tradiscono emozioni, in compenso Eric fa cose strane. Tanto per cominciare, benché la famiglia abbia provveduto a ridipingere la stanza degli ospiti e, in generale, si sia prodigata per rendere confortevole al massimo l’atmosfera per lo studente che si appresta ad accogliere… Eric non si fa scrupolo da subito a prescegliere come alcova la credenza di cucina. “Si deve trattare di una questione culturale” osserva candidamente la padrona di casa. 

Il racconto è narrato in prima persona, chi parla è forse un coetaneo di Eric, un ragazzo o una ragazza che s’interroga sui sentimenti reconditi della tenera foglia. Non li lascia facilmente trasparire, ma è evidente lo stupore che prova per ogni cosa. Ed è divertente scrutarla mentre osserva e studia piccoli oggetti di uso quotidiano che in lei suscitano grande curiosità. Un intero mondo di cose per noi banali e scontate, nelle sue delicate manine diventa un universo di forme interessanti, complesse e uniche. Che si tratti di una presa elettrica col suo codice numerico (una vera cabala per Eric), di un frammento di carta con un fiore scarabocchiato, o di un semplice bottone, tutto appare molto misterioso al misterioso ospite, che trascorre giornate piene ed intense esplorando gl’infiniti ammennicoli di cui l’uomo si circonda.



Fa tante domande Eric e non sempre è facile trovare una risposta. L’io narrante confessa di restare spiazzato il più delle volte… In realtà, nessuno di noi conosce in dettaglio il funzionamento e l’origine delle cose, viviamo immersi in una salamoia di oggetti grandi e piccoli di cui sappiamo ben poco! E sono proprio le minutaglie che attirano Eric, indubbiamente più facili da maneggiare data la sua stazza, anche quando i suoi ospiti si fanno scrupolo di portarlo in gita. Fuori casa il mondo annovera tante cose davvero enormi, pure il corredo di piccoli frammenti e dettagli si moltiplica e Eric passa più tempo con gli occhi a terra che a rimirare le amenità del paesaggio. Al principio la sua è un’attitudine un po’ esasperante, raccoglie e scruta minuziosamente così un tappo di bottiglia come una carta di caramella. Ma presto ci si fa l’abitudine e poi, in fondo, è pur sempre vero che “Si deve trattare di una questione culturale”.

Vale la stessa considerazione il giorno in cui la foglia se ne va. Senza preavviso, senza cerimonie, un mattino presto Eric vola via dalla finestra, solo con un cortese cenno di saluto. Un velo di tristezza adesso si accompagna alla vaga perplessità con cui gli abitanti della casa hanno convissuto accanto a lui, sono spiazzati dalla sua repentina dipartita e la sera a cena danno sfogo a una serie di dubbi. Era forse triste? Gli sarà piaciuto soggiornare lì? Lo rivedranno mai più?


Difficile dirlo e un’aria mesta condisce la consapevolezza, che a poco a poco cresce tra tanti dubbi, che Eric non tornerà. Poi… qualcuno entra nella dispensa e resta senza fiato. Sullo scaffale, una magica installazione cattura lo sguardo e rapisce i cuori: una stesa di piccoli oggetti di uso comune nei quali Eric sembra aver piantato via via dei fiorellini variopinti e luminescenti, un piccolo giardino pensile delle meraviglie. Un dono incredibilmente poetico e raffinato, una tale delizia che nessuno mai lo sposterà di lì e, anzi, diventerà la principale attrazione della casa, la prima cosa da mostrare ad ogni nuovo ospite.



Che dire ragazzi? La classe non è acqua… La linfa di Eric il misterioso, il piccolo, lo strambo si rivela un concentrato di arte e sapienza, un puro distillato di eleganza. Il suo millimetrico passo non lascia tracce sul terreno, ma il naso che per giorni ha tenuto a terra ha fiutato la bellezza delle forme, la variegata complessità dei dettagli, la ricchezza di frammenti che noi umani consideriamo il più delle volte scarti. E lo ha assemblato con il raffinato talento che alberga in coloro che mantengono la purezza dello sguardo. Certamente, a volerla studiare bene, la faccenda porterebbe ancora una volta a dire che “Si deve trattare di una questione culturale”. E c’interroga, va da sé, sul senso del nostro rapporto con quanto ci circonda, con tutto ci che fa la nostra vita, di più… con ciò che noi possiamo fare di essa.

Un inno sornione alla creatività, alla semplicità, alla discrezione e all’intelligenza. Un libro 10x15 cm che considero – lasciatemelo dire – un imperdibile capolavoro.

Daniela (Tordi)




























venerdì 8 febbraio 2013

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


ALTROVE

Prima di entrare nel merito dei romanzi che vorrei proporvi, devo fare una premessa. C’è un ambito, nella letteratura per ragazzi, che sta acquistando sempre maggiore attenzione, anche da parte degli editori: si tratta della narrativa per la fascia d’età fra i quattordici e i sedici anni, la fascia d’età dei teenager. La proposta fin qui si è essenzialmente identificata con la cosiddetta narrativa ‘di genere’ soprattutto fantasy, gotico-romantico, romanzi d’amore. Da qualche anno a questa parte si sono affacciati editori, come Feltrinelli, San Paolo, Salani, Rizzoli, con proposte diverse e spesso esplicitamente rivolte a questo segmento di mercato, pessimo termine, ma efficace; libri di difficile collocazione in libreria e in biblioteca, perché non sono per adulti, ma nemmeno per ragazzi in senso stretto, non appartengono ad alcun genere definito. Qui vi parlerò di due romanzi che appartengono a questa categoria, ovvero indirizzati a ragazzi con più di quattordici anni; le storie che raccontano sono accomunate dal riferimento ad un altrove, contiguo al nostro mondo, specchio deformato dei nostri lati peggiori.


Il primo, Il pianeta di Standish di Sally Gardner, racconta di un luogo, molto simile alla Terra, in cui dominano gli alieni, dall’aspetto di afidi verdi, il cui potere è esercitato attraverso dei collaboratori umani: chi non si piega viene confinato nella zona sette, priva di tutto e nei fatti ultimo passaggio prima di essere deportati e uccisi. Qui vive Standish, con il nonno e con la famiglia di Hector, il suo unico amico; lui è un diverso, ha le iridi di colori differenti, non sa scrivere nonostante abbia quindici anni, ma ha una grande memoria e altrettanto coraggio. Ovviamente c’è una parte del pianeta che non è assoggettato e per piegarlo, la Madrepatria mette in scena un finto allunaggio per accreditare la propria potenza. Smascherare questo inganno è l’unico modo per fermare l’avanzata degli occupanti e sarà la missione d Standish e del Nonno. Come si può ben vedere ci sono molti richiami alla storia del novecento, all’universo concentrazionario: il rifiuto del diverso, l’isolamento e la segregazione, la miseria, il controllo del comportamento delle masse, l’eliminazione fisica degli oppositori. Inutile dire che gli scherani della Madrepatria, le spie che devono scovare i dissidenti, vestono lunghi cappotti di pelle nera e portano occhiali scuri, potrebbero essere delle SS o del Kgb, l’immagine è quella. Tematiche molto presenti, e ancor più angosciose, nella sf del secondo dopoguerra. I fantasmi del nostro recente passato agitano ancora, e con ragione, i pensieri dei più accorti, perché ciò che è stato può ritornare.

Un’ambientazione così cupa è alleggerita dalla dimensione quasi infantile del protagonista, che con il suo amico Hector, nella miseria più totale, si costruisce un’astronave di latta, con il sogno di poter fuggire. Standish è un bel personaggio, che commuove con la sua ingenuità e che conforta per il suo coraggio. Riuscirà, infatti, anche se a costo della vita, a smascherare il plateale inganno dell’allunaggio, strumento di propaganda globale, ridando speranza a quella parte di mondo che non si è ancora assoggettata.



In Terrestre, di Jean-Caude Mourlevat, l’altrove è un mondo parallelo, comunicante col nostro attraverso una sorta di strada che non tutti vedono. Nel mondo parallelo gli umani sono asettici, detestano tutto ciò che è legato alla vita, dal concepimento ‘impuro’ all’alimentazione, al semplice atto di respirare. In quel mondo, tutto è sintetico, pulito e soprattutto privo di emozioni; ma alcuni gerarchi amano rapire le donne umane e tenerle con sé, ovviamente drogate, fino a che non partoriscono; i figli di queste unioni, gli ibridi, sono i soldati che devono compiere le incursioni nella nostra terra per rapire altre fanciulle giovani e belle.
La protagonista, Anne Collodi, il nome non è l’unico riferimento alle fiabe, riceve la richiesta d’aiuto da parte della sorella, ovviamente rapita nell’altro mondo. Trova il passaggio per l’altrove e cerca disperatamente di rintracciarla. Impara a respirare impercettibilmente e a passare quasi inosservata. Ma questo non basta: è necessario capire dov’è la prigioniera. Quindi Anne chiede aiuto prima ad un incauto anziano scrittore, che pagherà caro il suo coinvolgimento in questa avventura, poi a Bran, un ibrido che ha partecipato alla cattura di Gabrielle, ma che si è innamorato della giovane sorella.
Molti passaggi al di là e al di qua del confine, sfiorando più volte la morte, consentiranno di salvare Gabrielle e così Anne e Bran convoleranno giuste nozze. Ma il passaggio con l’altro mondo non si è chiuso…
Di mondi paralleli, di quarte dimensioni, di viaggi nel tempo che mettono in contatto mondi diversi è piena la letteratura fantastica o la sf e qui non troviamo niente di particolarmente originale, se non una versione moderna della fiaba di Barbablù. Non originale anche l’immaginare il mondo ‘altro’ come sterile e perfetto, contrapposto alla meravigliosa imperfezione non solo del nostro mondo, ma anche di noi stessi, fragili e potenti nei nostri sentimenti; ma chi non conosce il Signor Spock di Star Trek, il confronto fra il freddo vulcaniano e il passionale terrestre? La morale, piuttosto prevedibile, è che è meglio restare sporchi ed emotivamente fragili, piuttosto che precipitare in un universo privo di qualsiasi sorpresa e di qualsiasi emozione. L’intreccio, l’avventura riescono a sostenere la lunghezza della narrazione, anche se ci sono sfilacciature e uscite di scena un po’ troppo repentine: il personaggio con cui si apre la storia, il vecchio scrittore annoiato che decide di aiutare Anne e che racconta in prima persona la prima parte della storia viene velocemente ‘defenestrato’ senza una vera necessità narrativa. Mi sembra, in sostanza, un’occasione mancata di allargare ulteriormente gli orizzonti della narrativa per i più giovani.

Eleonora



“Il Pianeta di Stardish”, S. Gardner, Feltrinelli kids 2013
“Terrestre”, J.C. Mourlevat, Rizzoli 2012