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lunedì 31 luglio 2023

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

Da oggi ri succede questo. 
Si riapre la rubrica IL RIPOSTIGLIO. 
Come esattamente tre anni fa, prendendo il nome dal titolo di un meraviglioso racconto di Saki. 
E nasce dal desiderio di togliere dall'oblio di un ripostiglio, quei libri di orecchio acerbo (clic) che - per l'imbarazzo che nasce da un conflitto di interessi patente - non hanno meritato a tempo debito neanche una riga su questo blog. 
Visto che l'imbarazzo è comunque inevitabile, la rubrica avrà una cadenza vacanziera. 
Date queste premesse, la rubrica si sarebbe potuta anche chiamare: In punta di piedi, Tutto cambia, Vacanze o ancora Oltre il giardino. Ma non è successo. 

Sabbie del paradiso, Levi Pinfold (trad. Damiano Abeni) 
Orecchio acerbo 2023 


ILLUSTRATI 

Seguiamo rose bianche in fiore 
 all’Antro del Tesoriere 
 Terra morta fino alla fontana 
 della residenza sovrana 
 Chi un goccio ne sorseggia 
 entrerà nella reggia 
 Spezza il pane al Tesoriere 
 sprofondiamo nel terrore 
 In piscina purificati 
 veniamo da Lui governati 
 Strappati a ciò che è 
 siamo nelle grinfie del Re 

Comincia così questa storia di incantesimi, come recita il sottotitolo che nessuno legge mai. Sembra una filastrocca della loro infanzia, una filastrocca che i tre fratelli e la loro sorellina sanno da sempre. In macchina, stanno attraversando un pezzo di deserto per andare a trovare la loro madre. 
In perfetta simmetria con il testo della canzoncina, effettivamente si fermano a raccogliere qualche fiore per lei, in mezzo al caldo e alla polvere, ma la sete li spinge verso un grande edificio che appare sulla sfondo: sembra una fortezza, ma la grande insegna è quella di un hotel. 


O sarà l'antro del Tesoriere, se vogliamo dare retta alla filastrocca? 
I ragazzi hanno le gambe più lunghe della bambina e, a differenza di lei, non sono prudenti. Bussano, entrano e il grande portone sta per chiudersi alle loro spalle. 
Lei arriva dopo, e ciò che vede dentro è l'incantesimo: tre ragazzi si tuffano in una rinfrescante piscina e  e nell'acqua, arrivata al bordo, ora nuotano tre delfini. 
I bambini credono agli incantesimi e lei è una bambina. Capisce. 
E quando il padrone di casa le si presenta davanti - un maestoso leone - lei non dubita neanche un secondo e chiede indietro i suoi fratelli. Il leone non fa mai nulla per nulla, e con lei stringe un patto. Tre giorni senza toccare cibo e acqua e i fratelli le verranno restituiti. 


Questa è la magnifica e coraggiosa storia di questa bambina che va diritta per la sua strada, fiera leale. E soprattutto capace di non cedere alla tentazione. Mai. Tutta sua madre. 

L'atmosfera è definita fin dal principio, o forse si dovrebbe dire indefinita?, quegli oscuri pochi versi che entrano ancora prima del frontespizio preannunciano uno scenario fiabesco davanti al lettore, una situazione sospesa tra realtà e magia, tra il qui e ora e il mito. 


Vediamo una macchina parcheggiata davanti a una casa, poi la vediamo attraversare il deserto ma le parole che ascoltiamo, il dialogo cantilenante dei fratelli torna inesorabile alle criptiche rime iniziali. Ma ancora nulla è definito, ha un suo contorno preciso. Di netto c'è solo la percezione che qualcosa sta per accadere. E quella bambina che, rispetto ai fratelli, ha un atteggiamento prudente, ci mette in allerta con la sua sola presenza e la sua differenza. È inevitabile. Lo stesso tremore che si prova leggendo una fiaba, da Hansel e Gretel in poi... 
Quindi si comincia a percepire con chiarezza che le strade tra i quattro stanno per dividersi e che la giocosità dei tre maggiori - maschi - cozza con la serietà dell'unica femmina. E va da sé che ciò renderà vulnerabili loro e lei forte. 
Quindi entra in scena uno dei grandi protagonisti, almeno visivamente parlando, della storia: il grande edificio bianco e turrito. A parte il nitore, si stacca dallo sfondo sabbioso, per linee nette e taglienti. Racchiude in sé, dal punto di vista iconografico, secoli di storia architettonica che il nostro immaginario non fa fatica a rintracciare. 
Quasi impercettibile, è la scritta hotel che si confonde con il cielo ancora chiaro. La circostanza che invece si percepisce con chiarezza e lo scontro tra proporzioni: loro piccoli, lui enorme. Il deserto indefinito, lui un diamante tagliente. Qui, davanti a quelle mura candide e maestose, loro si dividono. E un'ulteriore parte della filastrocca prende senso e diventa premonitrice. Siamo ancora di più nella fiaba e il gioco è fatto: ci siamo dentro fino al collo. 
L'incantesimo avviene sotto gli occhi del lettore e della bambina. Intorno, solo il silenzio dell'assenza. Poi entra in scena il grande leone, di aslaniana memoria. E con lui tutto cambia. 
Le proporzioni degli scenari sembrano quelle di un modellino di architettura rinascimentale, quelli che si presentano al committente. Il leone, grande burattinaio.
 

Piena di valori simbolici, come ci hanno insegnato a scuola parlando del Classicismo quattrocentesco, la scena si riempie di figure animali che prendono parte al banchetto. 
Intorno alla bambina, animali che, viene spontaneo pensare, sono anche loro creature sotto incantesimo, persone che, come i fratelli, non hanno saputo resistere... 
Volendo tacere su ciò che da questo momento accade, si può concludere affermando che tra le tante bellezze di questo libro, accanto all'indiscussa altissima qualità dell'immagine, c'è una grande capacità da parte di Pinfold di lasciare sospeso, fino all'ultima pagina, senza una spiegazione univoca, il senso della storia. 


La testa si riempie di domande sul ruolo che il femminino ha: sul senso di un patto del genere, sulla lealtà e sulla cura quali caratteri di entrambe le protagoniste, sulla ciclicità della situazione. 
Questo rende il libro a mio avviso interessante e degno di nota e soprattutto ne attesta una utilizzazione che non si esaurisce con l'infanzia, ma va su, su e ancora più su. E meno male. 

Carla

venerdì 21 maggio 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

C'ERA UNA VOLTA, ED E' SUBITO FIABA
 
Dulcinea nel bosco stregato, Ole Könnecke (trad. Chiara Belliti)
Beisler 2021
 

 
ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 6 anni)
 
"C'era una volta una bambina di nome Dulcinea. Dulcinea viveva con il suo papà in una casetta al limitare del bosco.
Avevano una mucca per il latte, le galline per le uova, e nel giardino crescevano gli alberi da frutta e anche un cespuglio di more.
Nel loro piccolo orto coltivavano patate e carote.
Quel che mancava lo acquistavano al mercato del villaggio."


Nella vita della piccola Dulcinea e del suo papà tutto va a meraviglia. Ogni tanto Dulcinea lo aiuta nei lavori, ma il più del tempo lo passa giocando con i suoi animali e lui non si arrabbia mai con lei perché le vuole molto bene. Solo su una cosa è molto perentorio con lei: nel bosco non deve entrare, perché potrebbe incontrare la strega che vive sull'altro versante, nel suo grande castello. Quando, per il compleanno di Dulcinea, la scorta di mirtilli finisce, il suo papà decide che arrivare fino al mercato sarebbe un viaggio troppo lungo, così pensa di sfidare la sorte e andare lui nel bosco, appena un momento, a raccoglierne una manciata da mettere sulle frittelle con la panna montata, che tanto piacciono alla sua bambina.
Ovviamente, appena arriva davanti al cespuglio di mirtilli, incontra la strega che, consultato il suo libro di magie, lo trasforma in un albero nodoso e robusto. Dulcinea, a casa, intanto è lì che aspetta. Alla fine intuisce che qualcosa non va e si avvia fuori di casa a cercarlo. Disubbidendo, entra nel bosco, senza per questo mai mollare i palloncini della festa...


A tutti coloro che almeno una volta nella vita abbiano letto Il gigante di Zeralda di Tomi Ungerer sarà risuonata in testa un'eco. A parte il finale, ben inteso, dove Ungerer sterza un bel po' dallo schema consueto e tocca uno dei suoi vertici di inquietudine che lo hanno reso celebre, unico e e amatissimo dai bambini.
Ma Ungerer è Ungerer.
 

Qui Könnecke applica invece lo schema della fiaba classica, della tradizione, quello che Propp ha individuato come canone.
Si parte da un equilibrio iniziale, in cui conosciamo la grande armonia tra padre e figlia. Segue poi la rottura di questo idilliaco equilibrio, ovvero arriva una complicazione. In questo caso un incantesimo. Quindi partono le peripezie dell'eroe, o per meglio dire dell'eroina. Furba e determinata, Dulcinea riesce a ristabilire l'equilibrio iniziale, magari con anche una punta di irrisione nei confronti della vanitosa strega.
Compaiono anche le funzioni, quelle che Propp ha individuato passando al setaccio migliaia di esempi di fiabe: c'è l'allontanamento, il divieto, la partenza, la lotta, la vittoria.
Tuttavia Propp non avrebbe mai potuto prevedere il grande disordine in cui vive questa strega, né immaginare che la strega fosse così maledettamente sciatta da lasciar per terra, sul pavimento della sua camera da musica, tutti gli spartiti e altri oggetti, compreso il libro degli incantesimi a cui ambisce la piccola Dulcinea e un calice di cristallo, in cui inavvertitamente inciampa la povera bambina.
Dalla fiaba deriva anche il bosco incantato, magico. Il Zauberflöte e la Zauberberg non avrebbero potuto essere i precedenti letterari cui ispirarsi per questo Zauberwald?
 

Stabilito che Könnecke con Dulcinea ha voluto scrivere qualcosa di molto tradizionale, proprio una fiaba nella sua accezione più classica, dove sta la bellezza di questo libro?
Come al solito, trattandosi di Könnecke, lo scatto si ha nella definizione dei personaggi e nei dialoghi assurdi che mette nelle loro bocche. Ma soprattutto nella vena ironica del disegno che dà forma all'intera storia.
In primo luogo la strega, che effettivamente non è una bellezza, sembra piuttosto un donnone smemorato e distratto, che corre e si sbraccia sguaiatamente per tutto il libro. Non ricorda le formule, ma è molto creativa nel tipo di trasformazioni che mette in atto. Esilaranti si rivelano i suoi ragionamenti ad alta voce: visto che il padre è un amante della natura dovrà tramutarlo in albero e visto che Dulcinea davanti a lei dichiara di amare la sua musica, opta per un incantesimo che la trasformi in flauto, e quando scopre invece che è il suo compleanno, cambia idea e decide di mutarla in torta.
 

Nel disegno, Könnecke si diverte lasciando sull'albero alcuni connotati del padre, ovvero i baffi, il cappello e il paniere, i ciuffi di foglie fungono da mani affettuose; mette al cervo gli occhiali da sole, nell'aria fa volare pesci e le piante hanno occhi, d'altronde non è forse magico quel bosco?
Come spesso accade, decide per una tonalità di colore dominante che declina per sfumature, e come altrettanto di frequente succede, si fa notare per una composizione della pagina molto potente con scorci arditi e fossati pieni di nero. I suoi personaggi, la strega al contrario è dissonante, sono quelli cui ci abituato, da Anton in poi: testone rotonde, pochi tratti somatici e tutta quella bella espressività racchiusa negli sguardi.
 

Non tocca i vertici del poetico West raggiunti dal bambino cowboy Desperado, e non si ride tanto quanto con Lester & Bob, tuttavia resta sempre una bella gioia dare a un bambino o a una bambina un libro di Könnecke in mano.
Per farlo, però occorre aspettare ancora poco più di dieci giorni.
Intanto però, il consiglio è: fate scorta di mirtilli.
 
Carla


 

lunedì 27 novembre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

QUANDO IL BOSCO DORMIVA

Il bosco addormentato, Rébecca Dautremer
(trad. Francesca Mazzurana)
Rizzoli 2017


ILLUSTRATI

"A te che tieni questo libro tra le mani: grazie per il tempo che gli dedicherai. L'ho scritto e illustrato con molta cura e piacere.
Guarda lì, proprio lì, nella pagina accanto, i due tizi che discutono.
Credo vogliano andare a fare una passeggiata. Che ne dici di seguirli?
E cerca di sentire cosa dicono. Racconteranno una storia che forse ti ricorderà qualcosa..."
R.D.

Un giovane longilineo e un anziano signore in panciotto, entrambi usciti da un tempo passato indecifrabile, si avviano attraverso la pagina bianca.
All'arrivo, dall'altra parte della cucitura del foglio, trovano il colore e un grande silenzio, un gran vento e una strada che li conduce in un luogo tanto reale quanto spettrale dove tutto è addormentato. Animali, uomini, donne e bambini sono immobili, colti da un sonno eterno quanto improvviso. I loro corpi, complice il peso e la rilassatezza dei muscoli, si flettono nel torpore. Curva è la schiena del cavaliere ancora in groppa al suo cavallo, ciondolano i bambini dall'altalena, si accasciano sui loro strumenti le signore dell'orchestra. Si tengono in piedi a vicenda in un abbraccio dal precario equilibrio i due pugili e la fioraia è sdraiata a terra, come caduta d'incanto nel momento in cui annaffiava i suoi vasi. 


Il vecchio, nel suo monologo recitato dalla pagina bianca, ragiona su ciò che vede sulla pagina accanto: è una storia di cui si è sentito parlare, una storia strana. Questo sonno che sembra morte dura da un secolo, commenta il vecchio, ed è incredibile che nessuno si sia ribellato a questo stato di cose. 


Non serve incitarli al risveglio, constata l'uomo in panciotto: è un sortilegio di qualche strega, si chiede, oppure stanno solo facendo finta per stanchezza o paura? O forse stanno aspettando che succeda qualcosa o che arrivi qualcuno? Il ragazzo, muto e finora assorto nei propri pensieri, lontano dal chiacchiericcio del vecchio, finalmente alza lo sguardo, alla frase pronunciata dalla sua guida: forse un bacio?
Valicare il confine che tiene separato il bianco dal colore, il nulla dal tutto, la logica dalla fiaba, il suono dal silenzio, la veglia dal sonno, la sinistra dalla destra, è un gioco da ragazzi (anzi, da ragazza). Bastava solo pensarci e affidarsi alla potenza dell'immaginazione.
E quel genio di Rébecca Dautremer lo ha fatto.

Una costruzione narrativa di semplicità disarmante che diventa un oggetto reale: un gioiello editoriale pieno di bellezza, di arte, di pensiero.
Una fiaba, quella di Charles Perrault, che è nel nostro immaginario e che diventa, nelle mani di Rébecca Dautremer, teatro, palcoscenico per rappresentare qualcos'altro.


L'invito a seguire chi la guarderà da una certa distanza, chi si interrogherà sul prodigio che la tiene soggiogata, chi avrà il desiderio e il coraggio di entrarci per cambiare le cose, è un modo di offrire una nuova prospettiva per guardare ciò che già conosciamo, per indagare in altre direzioni. La rivisitazione di una fiaba classica non è un registro poco frequentato, ma una visuale del genere è decisamente originale.
E questo è il primo punto di interesse. Ne seguono molti altri che però sono espressioni di un lessico che la Dautremer ha utilizzato anche in precedenti occasioni.E che riconfermano la sua altissima qualità di illustratrice.

 
Per quanto concerne l'ambito più strettamente formale, gli elementi che tornano sono: il grande formato; una gamma cromatica che predilige il rosso (qui come già altrove in un contrasto cromatico con il turchese) che allude all'Estremo Oriente, come pure le fisionomie dei volti e il taglio degli occhi (sebbene qui sempre chiusi per obbligo di scena); una visuale grandangolare che distorce le figure come attraverso un obiettivo fotografico - in una tensione quasi deformante, sinuosa, dei corpi che diventano forme si legge un ulteriore riferimento alla miniatura e alla pittura giapponese; uno studio approfondito sulla luce e sugli effetti che produce su scenari e personaggi e sul suo tono potentemente evocativo; il continuo riferimento a un contesto geografico e culturale attraverso elementi di scena - oggetti, costumi, capigliature, manifesti, cartelli, segnali, decorazioni, architetture - che puntualmente vengono smentiti; il gusto per il dettaglio allusivo: dalla minuscola scritta sul muro per incitare l'atleta del ring, al nome del gruppo di musiciste. E ultimo: il dominio assoluto di una tecnica pittorica fuori dal comune. 

 
E grazie a questa non si può non notare nelle figurine monocrome come si voglia rendere omaggio al mondo del fumetto, a quello classico che non utilizza i balloon, che nasce in America con McCay e arriva in Francia con Moebius.
Un'allusione silenziosa, ma evidente a tutti i Little Nemo che si sono susseguiti dai primi del Novecento fino agli anni Ottanta del secolo scorso. 
D'altronde, non è forse Little Nemo l'icona per eccellenza del sonno (o del sogno) interrotto?
Riguardo all'ambito più attinente ai contenuti: l'allusione come chiave narrativa; la capacità di avere due universi comunicativi: uno che stupisce i piccoli e uno che solletica i grandi; la grande complicità tra testo e immagine; la complicità richiesta al lettore che in questo caso viene chiamato 'dentro' dall'autrice medesima; il rapporto con i classici della letteratura che sono reinterpretati secondo prospettive originali; una relazione forte tra il tempo della narrazione che avanza e quello della fiaba che è sospeso, pronto a rimettersi in moto e a sincronizzarsi con quello della narrazione solo sul finale, lo stesso accade con lo spazio: attraversabile sulla pagina bianca, conchiuso su quella colorata, pronto a ridiventare abitabile solo nella penultima tavola.
C'è di che ragionare, altro che dormire...


Carla

Noterella al margine: ancora una volta uno scivolone sul titolo che in francese suona molto più coerentemente Le Bois dormait, ovvero il bosco dormiva...Un'altra occasione persa di rimanere nell'allusione, evitando di cadere nel chiarimento.