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venerdì 7 aprile 2017

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)

Cara, carissima Formica,
Sai, hai ragione: guardare la terra è troppo doloroso. Dove c’era il mio amico stanno spuntando i primi fili d’erba. Tutto intorno a me brulica e si muove. E’ primavera. Ormai Tasso sta diventando un ricordo. Forse, dopotutto, i morti non vanno da nessuna parte. E’ strano da pensare. Stanno nella terra –fermi, finiti- e dentro di noi – vitali ed infiniti - ma non esistono più. Siamo noi, i vivi, che ci muoviamo. È nostro il viaggio. Proprio come i protagonisti dell’ultimo libro di cui mi sento di parlarti prima di alzarmi da qui a cercar qualcosa da mettere sotto i denti.
Lo hanno scritto ed illustrato due italiane, Beatrice Masini e Arianna Papini. Si intitola Si può1, e racconta di Quello Grande, Bambino Medio e Bambina Piccola che partono lasciandosi alle spalle una casa distrutta. Camminano e camminano. Camminano davvero tanto. Anche loro come il bambino ed il papà del libro che mi hai raccontato si aggrappano alle cose più piccole del quotidiano per andare avanti: pensano al sonno, alle cose strettamente necessarie, a trovare la strada.È un inizio davvero straordinario, perché parla a tutti, trasformando il lutto in una metafora del cambiamento.


Vedi, lo spirito mediterraneo? Nemmeno una parola per nominare la morte. Anche le immagini la evocano solo attraverso l’assenza di colore e sono in generale allusive e mute, forse perché non ci sono immagini per rappresentare un futuro che ancora non c’è.
Camminano e camminano, Quello Grande, Bambino Medio e Bambina Piccola. Sono assieme, ma non si parlano. Hanno delle valigie, ma non le aprono. Ci si siedono sopra piuttosto, e ognuno di loro si tiene stretto il segreto del loro contenuto. Sono assieme ma sono anche molto soli. Finché un bel giorno decidono di fermarsi nei pressi di un buco. Il vuoto su cui si affacciano è estremamente pericoloso, così decidono di riempirlo. E siccome lì attorno non c’è niente, aprono le loro valige. E sai cosa tirano fuori? I ricordi, amica mia. Quello che avevano, quello che non hanno più. Gettano tutto dentro al buco, anche il libro delle storie che tanto sanno a memoria, anche la chiave della casa distrutta. Con molta fatica il buco si riempie. Sassi e conchiglie, giocattoli vecchi e foglietti. Tutto il passato finisce lì dentro, finché non rimane che una bella superficie piatta. Ora è possibile costruire una casa e ricominciare a vivere. 


Costruire una casa su un buco…
Sembra incredibile, vero Formica? Eppure si può. Si può. Non solo guardare per terra, non solo scrutare il cielo, ma anche partire e ricominciare. 


Loro lo hanno fatto, ora vedo di farlo anche io!
Scrivimi presto!

Scoiattolo

P.S. Sai, avevo letto un libro in cui anche la Morte ricominciava a sorridere dopo aver perso la sua piccola ed unica amica…2



Ah, caro Scoiattolo,
siam qui che continuiamo a inanellare metafore, come fossero perle, nella nostra collana di pensieri. Quest'ultimo libro di cui mi parli per tutta la lettera mi sembra che più di altri suggerisca una possibile risposta alla questione. Fin dal titolo: si può. Mi sbaglio?
Io, d'istinto, preferisco trovarle da me le risposte e mi piace anche poco dare consigli in giro...
E men che meno li vorrei leggere in un libro.
Ma, ciò nonostante di Si può, accetto la costruzione - è proprio il caso di dirlo - metaforica. A me piacciono tanto le metafore, mi sono congeniali per comunicare con gli altri (se piccoli, ancora meglio): li offro in giro perché sono succosi e irresistibili piccoli frutti da raccogliere sulla pianta dell'immaginazione.
Ops, vedi, ci sono caduta di nuovo.
Tra i libri di cui ti ho parlato, alcuni sono treni che attraversano diretti la questione che ci interessa, ma più d'uno invece è stato costruito su una metafora: penso al libro di Ringtveg, con il matrimonio tra Sconforto e Dolore e Gioia e Letizia oppure a quello di Jeffers, con il cuore stretto in una bottiglia.
Però, vedi, qui in The heart in the bottle3, è così tanto potente la metafora che quasi puoi dimenticare per un momento la ragione che ha spinto quella bambina a chiudere il proprio cuore in bottiglia, ovvero il suo bisogno di metterlo al sicuro dal dolore. Quando ormai grande, un giorno, girando sulla spiaggia dove andava da piccola, incontra una bambina che, come lei, fa domande, succede qualcosa. In quell'istante a lei si riannoda nella testa il ricordo della propria infanzia felice e appagante con il nonno. Per questo vorrebbe non doversi limitare a dare risposte a quella bimbetta, ma volerle anche un po' di bene, essere affettuosa attenta e premurosa, come allora lo fu suo nonno con lei.
Serve il cuore, per farlo. Ma il suo è imprigionato al collo in un vetro che sembra non cedere. Jeffers gioca, gioca sereno con questa situazione d'impasse. 


Non percepisce nessun peso sulle spalle, che gli impedisca di far partire una risata, in chi legge. Scuotere la bottiglia, prendere delle tenaglie per estrarlo, un martello per romperla, una sega o un trapano, un candelotto di dinamite (ah, i meravigliosi crescendo di Jeffers. Tu che sei scoiattolo musicista sai a cosa alludo, vero?)...
Niente da fare: il cuore è sempre lì in bottiglia. Non serve neanche salire su un altissimo muro e buttar la bottiglia così dall'alto, a meno che essa non rotoli fino in spiaggia, ai piedi di quella bimbetta curiosa che, molto seplicemente, lo estrae con il suo ditino felice.
Si stappa un mondo, ovviamente.


E a coloro che sono in cerca di risposte pacificatorie, lieti fini, o morali di facile apprendimento e scontate, Jeffers nega la soddisfazione di vedere - davanti alla donna, seduta finalmente sulla poltrona del nonno, lmentre legge curiosa miliardi di nuove storie - la bambina in rapito ascolto.
Lei non c'è. Non c'è ora? È appena andata via? Forse arriverà, o forse no. Semplicemente no.
Ecco, Scoiattolo mio bello, questo è ciò che vado cercando nei libri. Gli e forse, i ma chissà...
La metafora che però mi ha fulminato per tutto questo tempo di lettere con te è nel libro più solare che abbia mai letto su un tema così ctonio.
Ti ricordi il cane e il topo ad arrovellarsi sulla panchina per trovare un posto alla coniglia appiattita? 4


Ecco, loro, dopo tanto pensare, tanto guardarsi attorno, hanno finalmente la soluzione per lei. Costruiscono una croce, o meglio un telaio a croce, per un grande aquilone grigio. Con delicatezza, la prendono e con chiodi e martello (!), forbici e nastro adesivo le fissano mani e piedi, orecchie, naso e fianchi alla croce. Impiegano un bel po' a farla decollare, dopo 42 tentativi il cane finalmente riesce e la coniglia comincia a salire, salire e salire. 'Pensi che si stia divertendo lassù?' chiede l'uno all'altro, provando a immaginare come possa apparire il mondo da lassù.
La risposta, caro Scoiattolo, il poeta direbbe che è nel vento, ma quel cane che poeta non è (sic?) dice più umanamente 'non so...non so'. Poi, passa il filo al topo, 'vuoi provare?' e il topo fa... la cosa giusta. 


E io sono con loro.

Abbimi cara

Formica

[fine]

1B. Masini, A. Papini, Si può, Carthusia 2014
2K. Crowther, La visite de Petit Mort, L'ecole des Loisirs 2005
3O. Jeffers, The Heart and the Bottle, HarperCollins 2010
4B. Oskarsson, The Flat Rabbit, Owlkids Books 2014

martedì 15 settembre 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


SOTTO IL VULCANO
 
Storia piccola, Cristina Bellemo, Alicia Baladan
Topipittori 2015


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"'UAAAAAA!' urlò la sua meraviglia al mondo.
Reginamamma e Repapà scoppiavano di gioia
e ordinarono che si suonassero trombe e tamburi e pifferi
e campane e pentole coi cucchiai
e pavimenti con le suole delle scarpe.
E le cucine reali sfornarono mille e due volte mille
torte al cioccolato, e frittate coi funghi
e il formaggio, per fare festa."

Bisogna festeggiare la nascita di principe Beniamino.
Nato in un castello, sopra una collina ai piedi di un vulcano, Beniamino arrivò in un giorno di primavera. 


Passò il tempo e Beniamino disse la sua prima parola MAMMAEPAPÀ, poi disse IO, quindi disse SETE e furono costruite in ogni dove e per ognuno fontane, in modo che ciascuno potesse dissetarsi nel nome di Beniamino. Una notte, poi, urlò PAURA e suo padre sull'orlo di una guerra, non partì e dormì con lui abbracciato. Poi Beniamino disse PIETRO e si spalancarono le porte e le finestre del castello per fare entrare mille persone e mille cose, e anche Pietro. La parola che arrivò per quinta fu LONTANO quando Beniamino scoprì le cose immaginate, i sogni, i desideri. Quella bella sera, dalla gioia, mamma e papà convinsero i grilli a tenere un concerto fuori programma. E così fu.
L'ultima parola che sentirono di Beniamino fu ARRIVEDERCI. Per l'emozione si agghindarono a dovere, cacciarono per quel giorno gli attaccabrighe e ordinarono che si suonassero trombe e tamburi e pifferi e che i cuochi preparassero torte al cioccolato, frittata coi funghi e il formaggio. Per fare festa.
Poi, da bravi genitori quali loro si erano dimostrati, fecero la cosa giusta.


Da me si dice, squadra che vince non si cambia. Gli immaginari sconfinati di Bellemo e Baladan li ho già visti in ottima sintonia in un altro libro illustrato che ho tanto amato, La leggerezza perduta (Topipittori, 2013). Perché non intrecciarli nuovamente per raccontare la 'piccola storia' di Beniamino?
Con l'incedere di una poesia e l'atmosfera di una fiaba, questa Storia piccola contiene in sé un nocciolo di senso che radica in un tema universale, la relazione tra genitori e figli. 

In un modo così tanto originale, per parole chiave e disegni metafisici che 'misurano' l'infinito, racconta delle scoperte quotidiane di una creatura in crescita e della gioia totalizzante di un padre e di una madre nel constatarle. Racconta dell'improrogabilità del bisogno che un piccolo avverte e della cura che un grande deve metterci nel soddisfarlo. Racconta dei desideri e dei sogni che nascono in un cuore nuovo e dell'accoglienza positiva dei grandi nel favorirli. Racconta delle curiosità e delle rinnovate sfide che un giovane ha davanti a sé e della soddisfazione di un genitore nel vederlo cimentarsi. 



Racconta di quel baldanzoso andare alla scoperta e di quel saggio fermarsi sulla soglia e stare a guardare....
Insomma un tema enorme che si riduce, è vero, a storia piccola nel suo essere quotidiano: ciò accade, o forse dovrei dire dovrebbe accadere, in ogni angolo del mondo, da sempre.
La mia 'piccola storia', cominciata nell'estremo autunno di 23 anni fa, è andata più o meno così: con i miei limiti ho accudito, ho accontentato, ho accolto, ho gioito, mi sono inorgoglita e ora sono ferma sulla soglia e sto a guardare...non avrei saputo fare diversamente.
Se ho saputo capirlo, questo grande nocciolo di senso di cui il libro è portatore bolle, come il vulcano sullo sfondo. Un adulto mediamente normodotato lo 'capisce', ma che effetto fa su un bambino questo magma incandescente che cova la montagna, il senso ultimo di questa storia di tutti i giorni? 
È questa la grande domanda a cui tento di dare la mia personale 'risposta piccola' di lettrice ostinata.

 

Caro bambino,
io questa storia te la leggo perché suona bene,
sembra una poesia,
ed è saggia come una fiaba,
te la leggo perché ha disegni immaginifici,
che raccontano il minuscolo e l'infinito,
perché dice cose vere, anche se difficili per un piccolino.
Te la leggo per ragionarci assieme,
per poterti spiegare chi son io.
Per poter immaginare chi potresti essere tu.
Te la leggo per offrirti un seme che forse un giorno attecchirà.
Te la leggo perché io sono un grande e tu sei un bambino.
Ecco perché.

Carla

lunedì 29 giugno 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


UN SASSOLINO AL GIORNO...

Ti amo ogni giorno, Malika Doray (trad. Rita Dalla Rosa)
Terre di Mezzo 2015


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)

"Piccolo amore mio,
ti amo
ogni giorno.
Anche quando parto,
perché da te sempre ritorno.
Forse non adesso
ma di sicuro
molto presto."

E se la nostalgia sarà tanta una soluzione la mamma saprà trovarla nei sassolini bianchi. Uno per ciascun giorno di lontananza. Insieme, mamma e piccolino, vanno in cerca sassolini conta tempo. 
 

Li raccolgono e poi li mettono in un piatto e da lì ogni mattino col papà sarà proprio il piccolo coniglio a toglierlo per fare il suo conto alla rovescia. Durante il giorno la nostalgia non è tanto forte, perché sono tanti i divertimenti con gli amici. E se la sera sale un po' di magone, ci sarà papà coniglio a consolarlo. E intanto i sassolini bianchi nel piatto diminuiscono. Ne è rimasto solo uno nel piatto: manca solo un giorno al suo ritorno. E se poi non torna? Ma dietro la porta ecco che appare lei: la mamma piena d'amore per sempre e con tutto il cuore. 



Malika Doray e la sua sensibilità non lasciano mai indifferenti. Un racconto tenero che in pochissime parole e in pochissimi segni mette a fuoco una situazione piuttosto consueta di separazione temporanea tra mamma e bambino. Eppure c'è qualcosa in più rispetto ai molti altri libri che hanno l'intento di affrontare un tema 'delicato' per i più piccoli: il distacco dalla mamma. E quel qualcosa in più sono proprio quei quattro sassolini che mamma coniglio e bimbo coniglio mettono assieme nel piatto e che costituiscono il rimedio a solitudini e malinconie passeggere.
Non sarà casuale che questo libro che si legge come un calendario abbia molto a che fare con lo scorrere del tempo: quei sassolini sono infatti un rudimentale, ma efficace, sistema di contare il tempo che passa.
Quei quattro sassolini fanno la differenza e confermano lo sguardo attento che Malika Doray ha sempre dimostrato di avere nei confronti della primissima infanzia.  


Quei sassolini diventano lingua comune tra un bambino che non ha cognizione chiara del tempo che passa e un adulto che invece con lo scorrere dei giorni ha molta dimestichezza.
Quei sassolini scandiscono la distanza che per del tempo terrà mamma e bambino lontani.
Quei sassolini se non sono la soluzione al problema, sono comunque un buon aiuto a superarlo.
Quei sassolini sono la tangibile evidenza che un piccolo e un grande possono sempre trovare una lingua comune che sia comprensibile a entrambi.


Accanto a pochi altri esempi celebri, Doray è una delle migliori autrici di libri per piccoli. Quasi del tutto ignorata in Italia. Senza mai fare nessun cedimento alla leziosità, alla banalizzazione del disegno, questa autrice francese dimostra un talento 'naturale' nel trovare sempre il linguaggio iconico e le parole adatte per arrivare ad essere capita e amata anche dai 'lettori' microscopici. La sua sensibilità sta spesso nella scelta del tema, e questo libro pubblicato in Francia già quasi dieci anni fa, ne è un ottimo esempio e nel creare nella narrazione l'incontro di due sensibilità differenti: quella dei piccoli ascoltatori e quella dei grandi lettori. Se mi si passa la metafora, è un po' come dire che i libri di Malika Doray sono confortevoli poltrone dove un piccolo e un grande possono accoccolarsi per passare buon tempo assieme...



Il discorso non è poi molto diverso se guardiamo il suo modo di illustrare. Tra i suoi punti di riferimento lei stessa cita Bruno Munari e Katsumi Komagata perché di entrambi ammira il minimalismo, la semplicità assoluta raggiunta dopo un lungo e attento lavoro di sintesi e nel contempo la grande complessità di contenuti. Per questo motivo i suoi libri sono sempre anche qualcosa di più che semplici contenitori di storie e di immagini (penso all'altro titolo pubblicato in Italia, Che bella notizia!, Gribaudo 2012). Ogni elemento, dal disegno alla grafica, dal carattere al formato, concorre a pari titolo a creare un oggetto pieno di senso e di bellezza.
La prima infanzia infanzia, ad evidenza, rappresenta il suo pubblico di elezione perché ai bambini più piccoli riconosce una grande sensibilità e capacità di interrogarsi e capire le piccole cose al pari dei grandi temi con la medesima curiosità di approccio. Essi sono ancora terreno vergine, sui cui tutto può crescere rigoglioso.

Carla



venerdì 26 luglio 2013

CORTESIE PER GLI OSPITI (libri preferiti da altri)


PADRE E FIGLIA


A new year’s reunion, Yu Li-Qiong,Zhu Cheng-Liang
Walker Books Ltd 2011
 

Nella sconfinata Repubblica Popolare Cinese si contano a milioni i lavoratori che lasciano il proprio villaggio o città per lavorare altrove gran parte dell’anno. Il papà della piccola Maomao costruisce grandi case lontano dalla propria, talmente lontano da poter fare ritorno solo una volta ogni dodici mesi, in tempo per festeggiare il coloratissimo capodanno. 


Tutto avviene in fretta, perché potrà sostare solo qualche giorno, tutto avviene come di consueto, secondo un cerimoniale intimo e lieto. Eppure, per Maomao ogni volta c’è da reimparare l’alfabeto dell’affetto filiale, che si dipana attraverso la condivisione di gesti e parole semplici, ma non per questo meno intensi e sorprendenti. Tanto per cominciare, quando arriva, il padre è quasi irriconoscibile sotto la coltre di una fitta barba, dunque bisognerà fidarsi delle sue grandi braccia per potervisi abbandonare. E il fatto che dispensi immediatamente doni molto graditi non lo esonera da un’ opportuna sosta dal barbiere, primo tassello del puzzle da ricomporre, come in un gioco di continua riscoperta.  

Maomao, dapprima vagamente perplessa, lo segue con curiosità e gli si fa via via più complice nel disbrigo di alcune piccole e grandi faccende. Dalle visite di rito in occasione del capodanno, alla manutenzione della casa – che bisogna restaurare, perché possa attraversare l’anno nuovo in sicurezza – alla preparazione dei dolcetti di riso in cui verrà nascosta una monetina bene augurante. Chi all’indomani la troverà avrà un anno molto fortunato. Tocca a Maomao mordere il metallo nascosto dal soffice impasto, urrà! Cosicché per tutto il giorno la piccola porterà fiera con sé il prezioso amuleto, a costo poi di perderlo correndo con gli amici nella neve… Un vero guaio, stranamente affine – nella inconsolabile disperazione che ne consegue – alla mortificazione della lontananza da un padre tanto affettuoso quanto amato, che Maomao ritrova e perde, perde e ritrova con rinnovato dolore e profonda felicità ogni volta. Ma la sera, spogliandosi per andare a letto, la moneta tintinna cadendo a terra dall’interno del giaccone.



Nulla è perso dunque, si può tornare a vivere confidando nella buona sorte. Anche se all’indomani il padre dovrà di nuovo preparare il bagaglio e lasciare Maomao (e la sua graziosissima mamma, che le volge le spalle per non farsi vedere mentre piange), c’è di che sperare. Un intero nuovo anno di prove da superare e di incanti da celebrare. L’amore e la vita non sono forse medaglie a due facce? L’importante è avere coraggio e coltivare il talento dell’attesa e della scoperta.



Tra padre e figlia, di mano in mano, corre la monetina. Lunga la strada, sempre dolce e il ritorno…

Miglior libro illustrato del 2011 nella classifica del New York Times (tra gli altri riconoscimenti ottenuti) il libro, pubblicato in Cina nel 2008, è un impasto di colore vibrante e caldo per mano dell’artista Zhu Cheng-Liang. Lo apro spesso per riempirmi gli occhi con le sue pennellate sature e morbide, pervase da una tenerezza appena malinconica e molto viva e penso (a torto?) che dopo decenni in cui il popolo cinese ha vestito panni di un’uniforme carta da zucchero e si è privato di molta bellezza… qui si riaccende il colore delle antiche lacche, delle lane e delle lanterne, delle soffici e multicolori trapunte, dei festoni e dei dragoni di carta. Proprio come un allegro, scoppiettante fuoco domestico, che non brucia ma riscalda con costanza e in profondità.



Daniela (Tordi)






lunedì 17 ottobre 2011

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)


LA DONNA DEL MARE 

WENN ICH GROSS BIN, WERDE ICH SEEHUND, Nikolaus Heidelbach
Beltz&Gelberg, 2011

ILLUSTRATI PER MEDI (dagli 8 anni)


Nelle isole del Nord Atlantico, le Fær Øer o le Shetland, potete scegliere liberamente, comunque in mezzo a quel mare gelido tra Scozia, Islanda e Norvegia, lì nasce il mito della donna foca. In quell'angolo del mondo, dove le case hanno il tetto fatto di erba verde, si racconta che in alcune notti dell'anno il popolo del mare, ed in particolare le foche, vengano a danzare sulla terraferma, dopo essersi liberate della propria pelliccia.
In una notte come questa, un uomo, vide queste fanciulle danzare e di una si innamorò all'istante. Le sottrasse la pelle che avrebbe dovuto riavvolgerla, impedendole così di poter tornare con le altre nel suo elemento naturale: il mare. La donna andò con l'uomo e con lui visse ed ebbe dei figli, ma quando, dopo tanto tempo, ritrovò nascosta la sua pelle di foca, la indossò nuovamente e, seguendo un richiamo interiore, riprese il mare, il suo destino originario, lasciando nella solitudine marito e figli che non la rividero più.
Una leggenda struggente con molti aspetti misteriosi, che mi ha sempre molto colpito, i cui echi si ritrovano in Ibsen, ne La donna del mare o in Andersen, nella Sirenetta.
La lessi per la prima volta in un libro bellissimo (naturalmente fuori edizione da anni: Storie di meraviglia, scelte da Berlie Doherty e tradotte da Roberto Piumini, Edizioni EL, 2000) che ho letteralmente spremuto fino all'ultima goccia nelle mie letture con i ragazzi. L'ho reincontrata anni dopo, in un libretto bellissimo ma di difficile reperimento, scritto da Roberto Denti, La moglie antilope la moglie foca, Africa '70 , 1996 (oggi fortunatamente ripubblicato con titolo e veste grafica diversi, L'antilope e la foca, Mondadori 2008). E adesso ne ho una versione straordinaria di Nikolaus Heidelbach.
E questo lo devo ad Eleonora che conosce molto bene i miei gusti in fatto di libri e sa quanto i suoi libri mi piacciano, mi colpiscano, mi turbino. Così, gironzolando nelle librerie parigine, vedendo questo libro nuovo nuovo di Heidelbach, me lo ha segnalato. Ad un suo primo e frettoloso sguardo sembrava una piccola storia di un bambino che ama il mare. Ma Heidelbach non scrive mai storie piccole. Non poteva essere. Dietro la quotidianità di un bambino gran nuotatore, si celava il mito della Selkie, la donna foca di Kalsoy.
Ecco: ancora una volta un grandissimo libro di Heidelbach.
Attraverso una storia fatta con cose di tutti i giorni: una mamma affettuosa e malinconica, un papà pescatore e un bambino con una grande passione per il mare, Heidelbach costruisce, con la sua consueto gusto per il mistero, un grande libro in cui si ragiona intorno al significato del destino che ogni uomo ha per sé, si ragiona sull'identità, sulla duplicità, si ragiona sulla malinconia ed il distacco. Chi lo conosce e lo apprezza, sa che Heidelbach è un raffinato indagatore dell'umanità. Riesce a rintracciarne i valori archetipici, riesce a coglierne e a sintetizzarne i più profondi e basilari caratteri, e lo fa sempre attraverso un'immagine, sebbene per certi versi misteriosa, altrettanto emblematica, 'cristallizzata', bloccata nel disegno di un istante che è al contempo unico, irripetibile ma anche universale.
A me pare chiaro, ma se a qualcuno ho confuso le idee, cerco di chiarirgliele con quest'immagine


Un bambino in braccio al suo papà: c'è la loro tristezza per essere rimasti soli, ma c'è anche in questo stesso abbraccio il Dolore e la Solitudine di tutta l'umanità.

E ora, però, vi metto alla prova:
E' un bambino di spalle che guarda il mare con una conchiglie e alghe tra mani e costume o una persona che è di fronte a una scelta e aspetta?


E' una roccia sulla spiaggia con due pesci abbandonati sulla sommità o è una bella metafora che racchiude l'intero racconto?


Evidente, no?

Carla 

dello stesso autore pubblicati in Italia:
Che cosa fanno le bambine?, Donzelli 2010
Che cosa fanno i bambini?, Donzelli 2011 
e per chi volesse approfondire l'argomento consiglio il catalogo sulla mostra a lui dedicata (a cura di Hamelin, Bologna) Quasi solo. Disegni per tutti. Nikolaus Heidelbach, Compositori 2011