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lunedì 27 gennaio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LIBRI NECESSARI 

Novella degli scacchi, Stefan Zweig, David Álvarez (trad. Valentina Vignoli) 
#Logosedizioni 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"Già McConnor sfiorava il pedone per portarlo sull'ultima casa quando all'improvviso si sentì afferrare per un braccio e qualcuno gli sussurrò, sottovoce ma risoluto: 
'Per l'amor di Dio! No!' 
Ci girammo tutti di scatto. Un signore sui quarantacinque anni, il cui viso sottile e affilato mi aveva colpito sul ponte di passeggiata per lo straordinario pallore quasi marmoreo, doveva essersi avvicinato negli ultimi minuti, mentre eravamo assorti nel nostro problema."  

Un piroscafo diretto a Buenos Aires. 
Una scacchiera nella smoking room. 
Una voce che racconta e che appartiene a uno di quegli scacchisti che del gioco amano il gioco e non altro. Giocare a scacchi per giocare... Lui è un emigrante austriaco, diretto a Buenos Aires. Spetta a lui raccontare che tra i passeggeri c'è Mirko Czentovič, il campione mondiale di scacchi. 

©Stefan Zweig, David Álvarez 
La novella degli scacchi

Un uomo taciturno, scostante, corpulento. Semianalfabeta, fin da bambino ha dimostrato di avere un talento innato per il gioco degli scacchi. Figlio di un battelliere, presto orfano, viene accolto dal parroco del paese, ma fin da subito dimostra di essere assolutamente restio a qualsiasi tipo di apprendimento, la sua è un'ignoranza abissale, ma per gli scacchi invece ha fin da subito una capacità del tutto eccezionale di apprendere. E così apprende e gioca e vince. Comincia il suo percorso di riscatto nei confronti della società che lo aveva sempre tenuto ai margini. Ora sta andando a Buenos Aires per vincere l'ennesimo torneo internazionale. 
Sullo stesso piroscafo sta navigando anche un ricco signore, un petroliere di origini scozzesi, emigrato in America dove ha fatto fortuna, Mr. McConnor. Un uomo massiccio e molto colorito in volto, dai modi spicci, impulsivo e con una innata incapacità ad accettare la sconfitta, di qualsiasi genere. Anche lui amante degli scacchi, ma decisamente senza talento. Ed è con lui che il narratore ha iniziato a giocare per poi attirare a sé l'attenzione del campione e sfidarlo: due o più scacchisti amatoriali contro il silenzioso campione. 

©Stefan Zweig, David Álvarez 
La novella degli scacchi

Ma su quel piroscafo c'è anche un terzo uomo, l'esatto opposto di Mr. McConnor e di Mirko Czentovič: il dottor B. Un uomo schivo, dal profilo affilato, coltissimo, con un approccio agli scacchi decisamente meno spavaldo di quello dell'americano, ma decisamente molto, ma molto più bravo nel gioco... 
Questa è la storia, presente e passata, di questi tre uomini intorno a quell'unica scacchiera... 

Partiamo dal contenitore: la collana La capsula del tempo è un involucro, come dice il nome stesso, atto a contenere oggetti che si vorrebbe attraversassero il tempo. 
A giudicare dagli altri titoli presenti, direi che siamo di fronte a una scelta editoriale impegnativa:
pubblicare racconti lunghi per lettori già avanti, direi lettori forti, anche classici della letteratura, corredandoli di illustrazioni altrettanto impegnative. 
Il gusto di una letteratura e di un'arte di grande qualità, per incuriosire i palati di giovani lettori. Sfidante.
Nella collana ci sono due racconti di Jack London, La forza dei forti e La peste scarlatta, che hanno meritato il meglio per quel che riguarda la traduzione e l'illustrazione: Davide Sapienza e Roger Olmos. In arrivo un racconto di Rafael Pinedo: Plop che parrebbe condividere lo scenario postapocalittico del quarto titolo in catalogo: Kosmos di Matteo Meschiari. Entrambi illustrati da Roger Olmos. 
Tutte storie, alcune arrivano dal passato, che parlano all'oggi perché vivano anche nel domani. 
Adesso, la più recente in ordine di arrivo, una novella di Stefan Zweig, per l'esattezza la sua ultima novella, scritta tra 1941 e il 1942 a Buenos Aires, tappa finale del suo percorso di fuga dal nazismo. Conclusa poco prima del suo suicidio e quindi immediatamente intesa come suo testamento letterario. 
Difficile non pensarlo, leggendola. 
Difficile non convenire sul fatto che nella capsula del tempo un racconto del genere sia necessario. 
Le ragioni che me lo fanno dire. 
La prima, ovvia: è un racconto bellissimo e perfetto. 
La seconda: ha una lunghezza bellissima e perfetta. 
La terza: tocca questioni universali. 
Attraversa ed esplora, per tutta la prima parte, il complicato meccanismo di pensiero che si nasconde dietro ogni sfida. 
Gli scacchi sono un pretesto per indagare come funzioni la mente umana nel momento in cui essa decida di affrontare un avversario. 
E non è un caso che Zweig fosse un grande amico di Freud... 
Bella questione da mettere in mano a dei ragazzi. 
Bella questione da infilare nella capsula del tempo.
Ma c'è di più. Se da un lato l'argomento sono i meccanismi di rivalsa tra i personaggi, dall'altro è anche un avvincente racconto sul susseguirsi di strategie nel gioco. E per questa ragione restiamo attaccati alla pagina con lo stesso interesse e la stessa tensione che proveremmo assistendo dal vivo a una gara appassionante. 

©Stefan Zweig, David Álvarez 
La novella degli scacchi

Nella seconda parte, con l'entrata in scena del Dottor B., la questione che Zweig mette sulla pagina continua a riguardare la mente. E il suo doppio. Il suo Bianco e il suo Nero. Vediamo, leggendo, quali possano essere gli esiti che l'isolamento di un uomo produce. Riusciamo a toccare con mano la porta verso la follia.
Il racconto è quello di una delle tante e perverse pratiche di annientamento della persona umana, messe in atto dalla Gestapo nei confronti dei 'prigionieri', quelli considerati di serie A. 
Accanto all'isolamento in una delle famigerate camere del Metropole Hotel, dove il Dottor B. racconta di aver trascorso mesi e mesi, Zweig offre al lettore anche un preciso resoconto di un agghiacciante fatto storico.
 
©Stefan Zweig, David Álvarez 
La novella degli scacchi

Di stringente attualità e quindi monito da non lasciare inascoltato. 
Bella questione da mettere in mano a dei ragazzi. 
Bella questione da infilare nella capsula del tempo.
La quarta: il punto di vista. Lo sguardo di Zweig istintivamente rivolto verso i perdenti. Per loro la felicità si rivela sempre come qualcosa di irraggiungibile. 
Lui stesso ha dichiarato: "Nelle mie novelle è sempre la persona soggetta al destino ad attrarmi..." 
La quinta: il racconto visuale della drammaticità di questo piccolo gioiello letterario. 
Una voluta indefinitezza della grafite che rende struggenti nella loro solitudine e malinconia tutti personaggi di Zweig: queste sono le figure di David Álvarez. 
Solo una prua enorme di piroscafo, che apre la novella e che punta dritto verso lo sguardo del lettore. 

©Stefan Zweig, David Álvarez 
La novella degli scacchi

Poi, solo persone: di fronte, di schiena, di profilo, isolati o a piccoli gruppi, mai vittoriosi, con le spalle basse, gli sguardi solo di rado visibili, ma ciò nonostante fortemente espressivi nelle loro posture. 
Spesso ritratti in modo che possano essere considerati simboli della loro condizione. 
Gioca con questo su piccoli dettagli, sulle dimensioni dei pochi oggetti e sulla espressività del corpo, sul taglio della prospettiva, sulle dimensioni di singoli disegni. Un lavoro di interpretazione del testo davvero maturo. 
Risultato eccellente e quindi necessario infilarlo nella capsula per salvarlo. 

Carla

mercoledì 1 dicembre 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

E LA LUCE ERA ACCESA

Storia di un signore piccolo piccolo, Barbro Lindgren, Eva Eriksson 
(trad. Laura Cangemi) 
Iperborea 2021 



NARRATIVA ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"C'era una volta un signore piccolo piccolo. Era un signore molto solo. A nessuno importava di lui, anche se era buono. La gente pensava che fosse troppo piccolo. E che avesse un'aria troppo stupida. E anche un cappello troppo brutto. Per questo erano tutti antipatici con il signore piccolo piccolo." 

Per strada gli facevano lo sgambetto e i cani gli ringhiavano. 
Così lui passava le notti a piangere perché vedeva che nessuno gli voleva bene. Anche quando attaccò un cartello sull'albero davanti a casa in cui c'era scritto a lettere maiuscole PICCOLO SIGNORE SOLO CERCA AMICO non successe nulla, nonostante lui fosse rimasto tutto il tempo seduto sui gradini di casa ad aspettare. 
Ma la decima notte qualcosa cambiò: un cagnone arrivò e gli mise il muso freddo nella mano. 
Cominciarono a fare piccoli giochi assieme e poi il signore gli diede quattro biscotti.
Dopo averli mangiati, lo leccò dalla testa ai piedi, scodinzolò e se ne andò. 
Ma la notte dopo tornò e, biscotto dopo biscotto, muso nella mano dopo muso nella mano ogni sera arrivava dal signore che lo aspettava sui gradini. 
Fino al giorno in cui, il cane si presentò già la mattina; questa volta per restare. 
Fu una primavera felice per entrambi e poi arrivò l'estate, l'autunno e l'inverno e quei due erano davvero diventati grandi amici e le loro giornate passavano in bellezza, stando assieme. 
Fu la primavera a portare qualcosa di inaspettato: una bimbetta che, con il suo vestito a pois, saltellando si andò a sedere sui gradini della casa del signore piccolo piccolo e il cane spostò il suo muso freddo dalla mano di lui a quella di lei... 
Questa è la storia di loro tre. 

Ci sono libri che ti si incollano addosso e anche se li perdi di vista per tanto tempo quando ti ricompaiono davanti senti che in qualche modo continuano ad appartenerti, come succede con gli amici di vecchia data. 
La circostanza si è verificata, ironia della sorte, con ben due storie di Barbro Lindgren, Sagan om den lilla farbrorn e Titta Hamlet. 
Ma fortunatamente c'è Iperborea.
A parte quelle che sono le vicende editoriali personali, a parte la presenza di un cane con la coda curva all'insù, la storia del signore piccolo piccolo obiettivamente non ti permette di essere dimenticata o lasciata lì. 
Al contrario, per come è concepita, scritta e tradotta e illustrata, andrebbe letta e riletta a tutti i bambini che si incontrano. 
La cosa notevole che si percepisce è il tono della voce che racconta. Nella scelta delle parole e nel racconto così semplice c'è una tenerezza così profonda che ti prende alla gola e non ti lascia più. 


Già dalla terza riga della prima pagina a quel signore piccolo tutti noi gli vogliamo un gran bene. E siamo tutti lì a cercare un modo di alleviare il suo senso di solitudine, e vorremmo fargli capire che a noi di lui importa, eccome. 
A mettere il lettore in questa condizione contribuisce il ritratto che ne fa Eva Eriksson: un ometto con pochi capelli in testa, anzianotto, le guance tonde ma un po' scese, le spalle basse come lo sguardo sconsolato nel vedere che davanti alla sua cassetta delle lettere (che sarà vuota) ci sono tre cacche di cani che nessuno si è premurato di togliere. 
La sera, nel suo letto, alla luce calda della sua abat-jour, con la coperta piena di fazzolettini bagnati di lacrime, vorremmo essere lì a consolarlo. 
E lo stesso ci intenerisce vederlo seduto che aspetta, giorno e notte, sui pochi gradini di casa. Aspetta che qualcuno legga il cartello attaccato a un tronco di betulla, ma nessuno lo fa: "Nessuno voleva diventare suo amico. Facevano tutti finta di non vederlo, lì seduto sui gradini". 


A un cincino dalle lacrime, il nostro cuore è stretto. Quando arriva il secondo protagonista, anche lui solitario, un cane randagio, il cuore che si era strizzato, ricomincia ad aprirsi. 
Siamo tutti quel muso freddo che si appoggia sulla mano e sulla spalla (ma siamo anche l'omino e la sua mano...)
Cominciamo a sperare che quel cane non lo lasci, e quando succede speriamo che torni e quando torna speriamo che decida di restare. 
E tutto questo, pagina dopo pagina, ci viene concesso. Perché la storia proprio in quella direzione va. E i giochi di parole sul numero di biscotti e il numero di secondi che il cane impiega per mangiarli ci distendono ancora di più. 


Siamo ormai tranquilli che la solitudine di quell'omino è roba passata, perché il cane gli ha già rubato il letto e la cena e in cambio offre e riceve affetto sincero. 
Passa il tempo, quasi un anno di belle cose fatte insieme e noi lettori ci siamo riscaldati il cuore nel vederli sempre insieme, sotto le coperte o davanti al camino acceso. Siamo ormai tranquilli che tutto si sia aggiustato. Ci sentiamo così rassicurati che possiamo addirittura allontanarci da loro per lasciarli lì insieme dietro i vetri della finestra. 
Ma se così fosse avremmo letto un libro tenero, una carezza sulla testa, ma niente di più. 
Barbro Lindgren non scrive libri così. 
Pur con tutta la dolcezza del caso, le sue storie raccontano sfumature di una complessità ben diversa. E allora una solitudine che incontra un'altra solitudine e insieme le due solitudini diventano un'amicizia non le può bastare. 
La vita di relazione non è mai così facile. E la bambina con il vestito a pois ha il compito di complicare, ma anche di creare direzioni diverse che la storia può prendere.

 
Le dinamiche di una relazione tra due si risolvono con più facilità. Al contrario, essere in tre spesso implica che si rendano necessarie scelte di campo, e questo genera gelosia, insicurezza e, per paradosso, anche un bel po' di solitudine per uno dei tre. 
Così tornano le lacrime dell'omino che, nel suo girovagare per un bosco buio, sono come perle sul muschio (!). Torna la malinconia e, in noi, di nuovo la compassione. Come lui, perdiamo di vista il cane e la bambina e gli andiamo dietro nei suoi pensieri foschi... 
Ma forse dall'altra parte delle pagine nere, così come nella vita vera, le cose si rivelano più luminose... Barbro Lindgren ed Eva Eriksson ci raccontano che anche nella notte più buia, ci può essere la luce di un lampione o di una lampadina accesa.
Una delle cose che le buone storie sanno fare è quella di condurre il lettore dove vogliono loro, verso un 'altrove' in cui lui possa però sentirsi fino in fondo se stesso. 
Ecco, sui quei gradini sconosciuti ognuno di noi, con la propria sensibilità, ha avuto occasione di sedersi. E la luce era accesa.

Carla