lunedì 11 febbraio 2019

FAMMI UNA DOMANDA!


SE IL GENIO E’ DONNA


Dunque oggi, undici febbraio, è la giornata che le Nazioni Unite hanno voluto dedicare alle Donne nella Scienza. Il tema è di recente stato affrontato in vari modi, dai libri per ragazze e ragazzi ai convegni. E’ un tema importante, in quanto esprime uno dei terreni su cui si manifesta in tutta evidenza la discriminazione di genere. Può l’occhio femminile portare un punto di vista differente sulle tante questioni aperte nel mondo scientifico? Comunque la si pensi, vanno abbattuti tutti quegli ostacoli che impediscono a ragazze e ragazzi l’accesso al sapere e alle professioni che vi si ispirano. Se può sembrare scontato e quasi ovvio, ricordiamoci che c’è chi, occupando posizioni di potere, ritiene opportuno ritornare al modello familiare anni ‘50, con le donne inchiodate ai fornelli e alle assi da stiro. Detto questo, quale migliore celebrazione di una ricorrenza che vorremmo non fosse solo formale di un libro firmato da Temple Grandin? Ricorderete la scienziata americana, affetta da autismo, raccontata da Beatrice Masini.
La sua vita, ricchissima e intensissima, dimostra come sia rivoluzionario rendere il proprio essere ‘speciale’ un grandioso punto di forza. La sua caratteristica principale è avere un pensiero eidetico, cioè pensare per immagini più che con le parole, riuscendo a visualizzare con facilità meccanismi, progetti, che poi vengono realizzati per fare prototipi anche con mezzi di fortuna.
In ‘Siamo tutti inventori’ la Grandin racconta la storia di alcuni grandi inventori, uomini e donne, intercalando queste storie con progetti di oggetti che si possono fare in casa. Ma non è solo un dotto manuale per farsi degli esperimenti domestici, è anche l’esposizione di una metodologia che consente di comprendere facilmente i principi fisici che rendono possibili tali realizzazioni.
Ci sono diversi capitoli dedicati ai materiali d’uso comune che possono essere piegati ai nostri scopi, capitoli dedicati a tipi diversi di esperimenti, tutto spiegato con grande chiarezza e divertimento.
Al di là di questo, che rende il libro un originale mix di storia della scienza e delle invenzioni insieme ad un manuale di esperimenti fai-da-te, ci sono all’interno molte interessanti osservazioni, che meritano di essere ricordate.
Intanto il ruolo della casualità in molte scoperte ed invenzioni, come a dire che spesso la genialità degli scienziati sta nel cogliere l’effettiva portata di quello che si presenta loro anche casualmente; poi c’è un’interessante distinzione fra le diverse metodologie con cui affrontare i problemi, in modo deduttivo o induttivo. Questa non è una distinzione nuova, ma diventa molto interessante perché applicata al particolare modo di concepire il ragionamento da parte di Temple, sempre molto empirico e concreto, partendo dall’osservazione dei dati di fatto e costruendo modelli che traducano l’idea in una cosa. Non a caso sottolinea più volte quanto sia stato importante per lei avere a disposizione gli strumenti per cominciare a costruirsi i giocattoli da sola e direi che già sarebbe una gran cosa dare a disposizione delle bambine i giochi considerati ‘da maschi’, come le costruzioni.
Infine una gustosa definizione del termine ‘nerd’, categoria cui l’autrice si iscrive senz’ombra di dubbio. Nerd è una parola d’origine circense, così ci spiega, che indica i creduloni, per poi evolvere il proprio significato in persona strana, vagamente asociale e genialoide. La sua conclusione, e questo farà felici tante ragazze e ragazzi, è che il futuro è loro, dei nerd, che hanno costruito la Silicon Valley e al momento producono Paperon de’ Paperoni e tecnologie a raffica.
Alla fine, però, quello che emerge è il ritratto di una donna straordinaria, capace di valorizzare i propri limiti e di farne fonte di conoscenza, di seguire le proprie inclinazioni e di divertirsi un mondo nel farlo.
Che siate nerd o no, leggete questo libro e date sfogo alla vostra inventiva, grandi o piccoli che siate!

Eleonora

“Siamo tutti inventori”, T. Grandin, Rizzoli 2019


venerdì 8 febbraio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ARRENDERSI ALL'EVIDENZA

Ma come, è sparito così? Catarina Sobral (trad. Marta Silvetti)
La Nuova Frontiera Junior 2019


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"...finché un giorno il mondo si arrese.
Sparì così da un momento all'altro. Nello stupore generale, non c'erano più piante, né animali, né oceani, né continenti. I politici si riunirono d'urgenza per cercare una soluzione."

In uno spazio piano brulicano persone che fanno domande, che fanno discorsi, che tacciono. Tutti inevitabilmente devono fare i conti con una ben strana circostanza: il mondo se ne è andato, ovvero si è arreso (!) ed è sparito. E con sé ha portato anche tutto il resto. E anche sulla pagina del libro sono rimaste solo le persone a guardarsi intorno, in un vacuum monocromatico diffuso. Solo lo stretto necessario è rimasto a creare contesto: una borsetta, delle sedie, una lavagna, qualche tavolo con un paio di computer sopra, un'astronave, un frigo aperto e una dormeuse con la relativa poltrona alle spalle.


I discorsi, le domande di tutto quel brulicare di persone converge in un unico punto: e adesso che si fa? Il politico di turno, quello con una bella camicia e un microfono in mano, fa sproloqui di difficile comprensione, il ragazzo con gli occhiali da sole, scialla, va al mare olografico con la ragazza e si gode la novità e in assenza di sabbia, i filosofi fanno i filosofi, gli astronauti gli astronauti, lo psicanalista ha il suo cliente e l'esercito marcia. 


Pagina dopo pagina si va avanti; arrivano persino i cuochi di cucina molecolare, ma spetta agli ecologisti farsi carico più degli altri della soluzione. Il loro punto di vista diventa quello diffuso: la bizzarra situazione è a un punto di svolta: è colpa dell'uomo (a pari merito con la donna) se la terra se ne è andata: questa è la vera verità.

Le due cose più apprezzabili di Catarina Sobral sono le idee e il modo del tutto trasversale che ha di raccontarle.
Anche qui non smentisce la sua poetica.
Come di solito, tutto parte in medias res, con un titolo che è una domanda e con una frase di avvio che echeggia nel vuoto, nel fondo nero dell'universo. Quello che doveva accadere è già accaduto, il mondo è andato. E già da lì ci viene offerto un modo per capire meglio. Se si sanno leggere i significati profondi delle parole, si scopre che il mondo non è semplicemente sparito, no: si è arreso. Arrendersi, non andarsene tout court, significa farlo con rassegnazione, con l'esaurimento dell'energia per combattere.
Ed ecco che arriva la trasversalità di Catarina Sobral. La situazione ben buffa si delinea, si mette a fuoco, dialogo dopo dialogo. I lettori in tal modo entrano 'nel mezzo' e partecipano della situazione come se fossero lì ad origliare. Si apprendono dettagli da frasi smozzicate, si evincono le posizioni delle diverse categorie sociali: dal politico che predica fuffa dal pulpito, agli ecologisti arrabbiati. E sono proprio questi ultimi che coagulano intorno al loro pensiero, la questione su cui Catarina Sobral vuole dire la sua.


A grandi passi, e il fumetto e il medium ideale per far andare veloce una storia, si va verso un bel finale.
 Va detto che la novità non sta nel fatto di sostenere che dobbiamo prenderci cura del mondo. Questo, come dire, è sulla bocca di molti (i fatti poi sono un'altra storia), ma l'originalità sta nell'idea di come dirlo. Un inizio forte dove, con una zampata, il mondo è al tappeto. E un finale ben studiato che lascia distante la banalità del dire a parole e si carica invece di forza con il disegno. Potente il crescendo per arrivarci e quell'ultima frase, che spicca nel riguadagnato silenzio, dopo tanto vocio, porta in sé un'eco primigenio, mitico. Sembra quasi che quella conchiglia e quei due pesci assumano un significato, questa volta tutto laico, analogo a quello che ebbe in altri tempi e in altre storie, la colomba con un rametto di ulivo nel becco. E tutto questo succede nei risguardi che all'inizio invece ci raccontano, in una composizione che pare alludere a Kandinsky e Delaunay, un cosmo in movimento.


Come sempre nei libri di Sobral la stratificazione di linguaggi e di messaggi prevede due pubblici diversi: da un lato gli adulti che si divertiranno nel cogliere la crudele stereotipizzazione di certi atteggiamenti, nonché l'ironia di alcuni dialoghi e monologhi e dall'altro i più piccoli che invece si godranno di più l'aspetto brulicante del disegno, un po' a matita e un po' a collage, e il diffuso gusto per l'assurdo.



Carla

mercoledì 6 febbraio 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


CANE PUZZONE E’ TORNATO


Di cani simpatici e variamente sovversivi ne abbiamo incontrati diversi: come dimenticare il protagonista di ‘Un giorno da cani’, vero gioiello di umorismo ‘british’ di inizio ‘900, oppure il cane di Jutta Richter, protagonista di ‘Io sono soltanto un cane’. Dunque il cane variamente combina-guai, il più delle volte amante delle peggiori porcherie, alimentari e non, è un personaggio ben presente e di successo garantito, nella letteratura per bambine e bambini.
A questa élite di personaggi più amati appartiene anche il Cane Puzzone, creato da Colas Gutman e Marc Boutavant; la sua storia è semplice, è un randagio, che vive in un bidone della spazzatura, puzzolente come una montagna di sardine, pieno di pulci e piuttosto tonto. Se non ci fosse Spiaccigatto, amico del cuore e compagno d’avventure, per Cane Puzzone la vita sarebbe davvero dura.
Nella storia da poco pubblicata, ‘Cane Puzzone s’innamora’, il nostro povero eroe dal cuore tenero cerca disperatamente una cagnolina di cui innamorarsi. Su suggerimento di Spiaccigatto, consulta un testo fondamentale, preso dalla nota collana di romanzi rosa Harleccani e tenta di seguirne i consigli. Si imbatte quindi in una odiosa cantante, Iena la Rossa, che schiavizza una povera cagnolina, piuttosto bruttina, ma con una voce fenomenale. Al nostro amico non resta che innamorarsi immediatamente, ma qualsiasi tentativo di conquistare la sua amata sembra destinato a fallire. Ma lui non si perde d’animo e il finale è degno del miglior romanzo rosa.


Questa volta gli autori si sbizzarriscono, con peripezie di ogni genere e una buona dose d’ironia che consente loro di giocare con il pubblico adulto, che si immagina accompagni i lettori e lettrici piccoli; sono citate due canzoni di Edith Piaf, a sottolineare la romantica atmosfera parigina, ‘Rien de rien’ e ‘Milord’.
Al di là di queste raffinatezze, lo stile scelto da Colas Gutman, autore, tra l’altro di ‘Rose non è una tartimolla’, è quella della comicità immediata, del gusto del grottesco, dell’azione concitata, del paradosso. Bambine e bambini, di sei, sette anni, ridono di gusto alle spalle del cane tonto, ma buono e a cui, alla fine, il destino regala sempre qualcosa. Marc Boutavant, illustratore molto conosciuto anche in Italia, fra testi di narrativa e di divulgazione, segue il testo consegnandoci le immagini di un simpatico tontolone, destinato per natura a finire nei guai; e così ogni personaggio, umano e animale, ha la sua caratterizzazione umoristica.


Questi sono testi in cui non vanno cercati significati altri: rappresentano il divertimento puro, con qualche chicca sparsa qui e là, per parlare anche agli adulti. Ambientazione molto francese, ma universalità dei personaggi, i pulciosi abitatori dei bidoni della spazzatura, cani e gatti e loro sodali, che vivono di espedienti.
Grande simpatia, dunque, e molte risate per una lettura scorrevolissima che accompagna i primi lettori verso testi più impegnativi.

Eleonora

“Cane puzzone s’innamora”, C. Gutman e M. Boutavant, Terre di mezzo 2019


lunedì 4 febbraio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


I BAMBINI DIVINI
La sfida di Anton, Gudrun Sketting (trad. Lucia Barni)
Beisler, 2018


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni)

"Spesso in questo mondo è tutta una quastione di equilibrio.
Come quando camminiamo sull'asse, con le braccia aperte in fuori e un piede davanti all'altro. Ine e io, dai nostri alberi. L'asse l'abbiamo trascinata da casa sua tanto tempo fa, quando suo papà stava rinnovando la cucina, e l'abbiamo sistemata tra due alberi, dal ramo più basso dell'uno al secondo dell'altro. Facciamo gli equilibristi quasi tutti i giorni."

L'equilibrio si consolida con la fiducia. E la fiducia ha a che fare con l'amicizia, infatti  sono amici per la pelle, Anton e Ine. Il rituale giornaliero prevede che entrambi camminino sull'asse e, una volta incontratisi al centro, facciano un ulteriore equilibrismo per lasciarsi spazio l'un l'altra per proseguire nel loro percorso. Ed è in questo frangente che Anton le rivela una notizia sconvolgente: la sua nascita la si deve a un 'incidente di percorso' tra suo padre e sua madre. Un profilattico fasullo e, a seguire, una gravidanza non cercata, imprevista. A Ine la notizia non pare travolgente, visto che lei è figlia di una provetta.
Ma quanto si deve sentire in colpa Anton? La madre perduta (se la è portata via l'autobus numero 15) e un padre sempre solo e lievemente depresso...
Anton è timido e impacciato, Ine è un vulcano di idee. Spetta a lei la organizzazione di una vera e propria crociata per 'recuperare' alla vita sociale il padre di Anton.
Il corso di maglia a cui lo iscrivono produce la conoscenza di Amalia 'la prosperosa' e una serie di magnifici equivoci e la consapevolezza quasi istantantanea, ma ormai tardiva, che lei non può essere quella giusta.
Tra ricerche scolastiche sull'educazione sessuale da fare con il suo amico Ole, tra i molti fraintendimenti con Ine, Anton cerca di gestire come meglio può la vita sentimentale del padre, ma se desse un'occhiata anche alla sua non sarebbe male...

Quando si dice il naso di un editore... A casa Beisler c'è da anni una ricerca attenta verso quella letteratura di matrice nordeuropea che sappia essere nel contempo lieve e profonda. In quest'ottica si sono avvicendati nel tempo, apriprista travolgente, Jutta Richter con i suoi animali e i suoi bambini, quindi Andreas Steinhöfel con l'ineffabile coppia Rico e Oscar, quindi la Parr con i meravigliosi Lena e Trille e la splendente Tonja Valdiluce. E adesso Gudrun Skretting, al suo esordio letterario già pluripremiato in Norvegia.
Tutti eredi della medesima temperie, tutti nipoti della capostipite Lindgren, questi autori fanno la loro fortuna in Italia (i libri di Richter, Parr e Steinhöfel hanno mietuto premi su premi o quanto meno sono stati selezionati in contesti di grande prestigio) per diverse ragioni che li accomunano.
La prima e incontestabile è la loro capacità di raccontare l'infanzia e l'adolescenza per quello che è: un mondo a sé, con proprie regole interne impermeabili al mondo degli adulti. In questo senso la Lindgren è stata l'antesignana, se si pensa allo spessore umano della coralità delle voci - dai 6 ai 16 anni - che raccontano, ciascuno con la propria visuale, l'estate, la villeggiatura in quel capolavoro che è Vacanze all'isola dei gabbiani. 
Pensate a certa selvatichezza dei bambini di Jutta Richter, o alla lettura che fanno Rico e Oscar delle 'astrusità' dei grandi. O ancora la Weltanschauung di Tonja o del cane Anton o della piccola Johanna.
In questo senso, è un autentico gioiello letterario il racconto dell'asse di legno che unisce i due alberi  di Anton e Ine e delle loro passeggiate in quota.
La seconda ragione risiede nel sano distacco che gli adulti si permettono nei confronti dell'infanzia. Non si tratta di nonni, genitori o zii degeneri, ma di adulti accudenti che nel contempo sanno dimostrare sempre nei confronti dell'infanzia un gran rispetto e la necessaria distanza e riconoscimento di alterità.
Ovviamente, già queste due sole ragioni varrebbero l'interesse da parte degli iperaccuditi bambini e bambine italiani.
Ma non basta. La terza motivazione sta in quella levità cui si alludeva in principio, levità che permette a chi scrive di toccare questioni altrimenti spinose. Si pensi solo alla squadra di genitori single in difficoltà che attraversano tutti questi romanzi. O ancora al poetico incipit in La sfida di Anton in cui da una gomma forata si arriva a un preservativo bucato e alla nascita di Terra e Luna. Questioni spinose, ma innegabilmente attuali e consuete; tuttavia altrove considerate tabù.
La quarta ragione sta nel diffuso ritmo indugiante che a tutti i piccoli protagonisti di queste storie viene garantito, riconosciuto e tutelato (anche questo aspetto ha a che fare con quel rispetto cui si alludeva poche righe sopra). I bambini e le bambine dei romanzi che vengono dal Nord si prendono il loro tempo e nessuno si azzarda a negarglielo.
La quinta ragione sta nel loro essere bambini divini piuttosto che bambini eroi. Non sono bambini che lottano e che affrontano il mondo con la spada, sono piuttosto bambini creatori di mondi.
La sesta e ultima ragione sta nella loro comune capacità di trovarsi partner all'altezza: Rico&Oscar, Trille&Lena, Tonja&Gunnvald, cui ora si aggiungono a pieno merito anche Anton&Ine.
Sebbene certe ingenuità e certe ridondanze siano lì a segnalare il fatto che si tratta di un esordio, tuttavia per tutte le suddette ragioni anche La sfida di Anton rientra in questa felice sequenza di buona letteratura.
C'è da gioirne.

Carla

venerdì 1 febbraio 2019

FAMMI UNA DOMANDA!


CHE GRANDE SPETTACOLO, IL CORPO UMANO!


Questo libro di divulgazione, pubblicato ora da Il Castoro, ma uscito qualche anno fa con la firma di Maris Wicks, ha più di un punto di merito: intanto è un testo, serio, di divulgazione sul corpo umano, rivolto ai ragazzini e alle ragazzine dalle scuole medie in poi, evviva! E utilizza il fumetto come mezzo espressivo, trasformando l’argomento in un esilarante e serissimo viaggio all’interno del corpo. Doppio evviva.
‘Lo spettacolo del corpo umano’ è la rappresentazione di apparati e funzioni, raccontati nel dettaglio, nella forma di uno spettacolo teatrale in cui il protagonista è un simpatico scheletro che racconta via via i diversi aspetti del corpo, partendo però dai fondamentali: la struttura della cellula e gli elementi comuni a tutti i viventi. Ancora evviva, per la semplicità e la precisione delle informazioni. Il nostro scheletrino passa poi a descrivere l’apparato scheletrico, muscolare, respiratorio, digerente eccetera.


Finita questa parte, si affrontano i temi del sistema endocrino, degli organi riproduttivi, degli organi di senso. Bene, tutto molto razionale e didascalico, oltreché divertente. C’è un ma, che non avremmo voluto insinuare in questa serie di evviva. Quando si parla di organi sessuali e di riproduzione, trattati con precisione e realismo, si salta come per miracolo la descrizione di come gli spermatozoi riescano a raggiungere una cellula uovo, ovvero non si accenna né nelle immagini, tanto meno nel testo scritto, all’atto sessuale. E poiché ci si rivolge a un pubblico di teens, così almeno dichiara l’editore Macmillan, mi chiedo per quale motivo non si faccia cenno a qualcosa che ragazzini e ragazzine non possono ignorare e non ignorano.
Curiosa censura, forse pensando di allargare la fascia d’età dei possibili lettori e lettrici, anche se, ne sono convinta, spaventano di più le formule chimiche piuttosto che un accenno a un amplesso.
Detto questo, vorrei tornare un attimo sugli evviva sopra menzionati. Il primo e il più meritato riguarda il coraggio di pubblicare divulgazione per un pubblico potenziale di preadolescenti o adolescenti, per i quali la produzione editoriale in campo divulgativo è quasi inesistente. Come se dalle enciclopedie sui dinosauri si dovesse passare direttamente alla divulgazione per adulti. I ragazzini/e non si fanno più domande dopo i dieci anni? E’ giusto che utilizzino solo la rete per cercare risposte ai propri quesiti? Sono domande retoriche cui il mondo editoriale italiano non presta la minima attenzione.


Il secondo evviva è rivolto al linguaggio scelto, quello del fumetto, che consente di trattare con leggerezza, in forma narrativa, quello che in fondo potrebbe trovarsi in un libro di scuola. Ovvero, è un linguaggio che applicato ad argomenti impegnativi come questo permette in primo luogo di utilizzare un canovaccio narrativo, poi utilizza un linguaggio ironico, divertente, che sfugge ai rischi di annoiare.
Quindi, peccati veniali a parte, un grazie sentito all’editore italiano, Il Castoro, che da tempo mostra una particolare attenzione alle graphic novel; ricordo il bell’esempio precedente, quanto all’uso di questo linguaggio in ambito divulgativo, di ‘Primati’.
Mi auguro che a questo esperimento ne seguano altri e che il pubblico dei teens ne decreti il successo, invece di inseguire le improponibili banalità degli youtuber in forma libresca. Ma questa è un’utopia.

Eleonora

“Lo spettacolo del corpo umano”, M. Wicks, Il Castoro 2019



mercoledì 30 gennaio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


MA COS'È POI, UN UOVO?

Kiwi, Carmen Posadas, Alessandra Manfredi (trad. Mirta Cimmino)
#Logosedizioni 2018


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"Per settimane, Cane covò quell'uovo bianco pieno di macchie marroni e se ne prese cura. Lo portò nella sua casetta e preparò una specie di nido caldo apposta per lui, pieno di paglia e piume. Come ridevano i colibrì, le anatre, i porcellini e le galline a vederlo così, steso sull'uovo giorno e notte per tenerlo al calduccio!
Così passarono i giorni."

Antefatto: pacchetto portato dal postino di buon'ora nella fattoria. Grande come una scatola da scarpe, viene da lontano e forse non sarebbe mai dovuto arrivare lì. Tutti gli animali sono molto curiosi di aprirlo, ma Cane, in qualità di guardiano, li mette per l'appunto in guardia sull'aprirlo. Meglio gettarlo da chiuso nel fiume per evitare spiacevoli sorprese. Spetta al colibrì il merito di aver suggerito di aprirlo prima di gettarlo, per verificarne l'effettiva pericolosità.


Apertolo, si scopre che contiene un uovo che nessuno reclama come proprio e che nessuno vuole prendersi in carico. Tranne Cane che lo cova fino al momento in cui il guscio si incrina e ne esce un curioso animale, diversamente bello. Fine dell'antefatto.
Zampe da gallina, becco da colibrì, pelo setoloso da maiale: tutti, tranne Cane, lo trovano bruttino e compatiscono chi deve prendersene cura. 
Tutti riprendono la vita di sempre e lasciano Cane alle prese con la sua nuova paternità. Illuminante è la vecchia rondine che ha girato il mondo, e che informa il novello padre che il suo bambino è un piccolo kiwi, giunto dall'Australia. Essere esotico lo renderà famoso, commenta la rondine. Notizia questa che fa riaffacciare tutti coloro che se ne erano disinteressati prima: la gallina lo pretende, in nome delle sue zampe, i maiali per il pelo, e anche il colibrì per quel becco aguzzo che tanto gli ricorda il suo.
Nonostante allevare un figlio richieda tanto lavoro e dedizione, Cane non cede di un passo: kiwi starà con lui perché è lui quello gli ha voluto bene ancor prima che il guscio si incrinasse...

Piccolo il kiwi, piccolo e grande il libro.


Nella collana La biblioteca della ciopi, Logos raccoglie storie per piccole mani di piccoli lettori. Sono storielline più lunghe di quelle che si leggono negli albi, ma rilegate con meno pretenziosità. Il formato conferma l'intento di creare una edizione economica di una lunga serie di titoli. Kiwi è uno dei primi.
Fin dal principio ci si rende conto di essere davanti a libri per lettori autonomi, ma alle prime armi che si cimentano con testi un po' più impegnativi, con una narrazione di una certa complessità, in questo caso data dall'intreccio di molti personaggi comprimari.
Il breve racconto di Carmen Posadas, ottimamente tradotto, è molto piacevole perché dimostra un suo equilibrio interno, basato su uno schema già ben conosciuto e di sicura presa, mutuato dalla tradizione popolare, ovvero l'avvicendarsi di vari animali che, per ragioni diverse, decidono di non fare 'qualcosa' e poi per ragioni altrettanto diverse, decidono di ripensarci, ma troppo tardi. Lo schema è analogo, per esempio, a quello di favole come La gallinella rossa. Tutto ruota intorno ai due indiscussi protagonisti: Cane e Kiwi, che sono il timone della storia cui Alessandra Manfredi dà grande espressività. 
 

La bellezza sta nella rielaborazione personale che la scrittrice uruguaiana dà di questo canovaccio, attraverso tante minuscole varianti narrative. Si pensi per esempio alle motivazioni che i singoli animali adducono: il colibrì non può prendersi cura dell'uovo perché rischierebbe di non potersi più godere la vita, i maiali dovrebbero lavorare per mantenerlo e quindi non se ne parla, la gallina si mette il grembiule e va dai suoi pulcini.
Piccole perle lucenti sono le sue incursioni nel mondo umano, come per esempio la brillantina per la cresta del gallo, il lavaggio dei piatti della cena da parte di Cane. Insomma, cose così che hanno l'intento di essere riconoscibili ma che nel contempo risultano totalmente fuori contesto. Bello, anche perché Alessandra Manfredi non ne tiene conto nei disegni che, al contrario, stanno ben fermi su una resa tra la mimesi e lo specchio dell'anima, forse per non cadere nello stereotipo spesso lezioso e già stravisto dell'animale che indossa panni umani.


A tutto questo, che è già parecchio, si aggiungono un paio di grandi questioni universali, che vengono messe giù con nonchalance da Posadas: la prima, un uovo è già 'qualcuno'? La seconda, invece, ruota intorno al concetto di responsabilità. Cane è esplicito in tal senso: se il pacchetto non lo avessi aperto, lo avrei potuto buttare serenamente in acqua, ma, una volta conosciuto il contenuto, non è più possibile ignorarlo.
Accidenti, come è vero. E da qui, il senso di responsabilità.
A rendere Kiwi una storia bella da leggere e da far leggere, contribuisce il marginale dettaglio che l'accudimento e la tenerezza poggiano solo sulle valenti spalle di Cane, maschio.

Carla


lunedì 28 gennaio 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


FISH BOY


Il romanzo di Chloe Daykin, ‘Fish Boy’, in uscita per i tipi di Giunti, è davvero un romanzo originale, anche se parte da uno schema già visto diverse volte: una famiglia in difficoltà per la malattia della madre, non ancora identificata; un padre che cerca di darsi da fare; un ragazzino con le sue specialissime ossessioni, i documentari di sir David Attenborough, le cui citazioni si intrecciano con la narrazione.
Siamo in una cittadina costiera dell’Inghilterra e il nostro protagonista, Billy, conduce una vita relativamente normale, scandita dalle solite cose, la scuola, le cene un po’ rimediate, a base di fagioli, i bulli a scuola, una ricerca che non decolla, una ragazzina che forse gli piace e un nuovo amico che si profila all’orizzonte.
C’è il grande non-detto, la malattia, ancora non diagnosticata, che costringe la madre a stare quasi sempre a letto; e c’è una passione travolgente per il nuoto, che porta il nostro protagonista a imbattersi in un curioso pesce, uno sgombro, che sembra parlargli.
Billy è un esperto di animali ed è al racconto che ne fa il mitico documentarista inglese che si rifà nei momenti difficili, quando bisogna fare una scelta o affrontare un momento difficile. Sa quindi che i pesci non parlano. Non sa con chi confidarsi, certo com’è che nessuno gli crederebbe. Solo il nuovo amico Patrick sembra avere la mente sufficientemente aperta per credere all’impossibile.
E’ proprio lui a spingerlo a tornare in mare e a dargli, come amuleto salvavita, una collana con delle piastrine metalliche. Billy dunque torna più volte in mare a incontrare Bob, questo il nome attribuito allo sgombro, e il suo branco, che lo accoglie come uno di loro.
Ma questa nuova simbiosi contiene in sé un pericolo, perché Billy pesce non è e unirsi per sempre al branco di pesci può significare una cosa sola, morire.
Le ultime immersioni sono drammatiche, mettono alla prova la resistenza fisica e mentale del protagonista, coinvolgendo anche l’amico.
Come si vede è una storia che gioca sulla sottile linea di demarcazione fra reale e fantastico: abbiamo a che fare con un ragazzino dotato di una grande immaginazione o la realtà ha degli aspetti che non possiamo spiegare? Tutto ruota intorno alla malattia della madre, oppure davvero in mare ci sono pesci che cercano di unirsi ad alcuni umani speciali? Essere Fish Boy vuol dire solo essere un eccellente nuotatore? Il tema della ricerca scolastica si inserisce nella narrazione e non è casuale: tratta della misteriosa scomparsa in mare di velivoli o imbarcazioni, di cui si sono perse completamente le tracce: come dire, ci sono più cose in cielo e in terra di quante siamo in grado di spiegare.
La lettrice e il lettore sono coinvolti in questi dilemmi e credo si possa dire che il romanzo, scritto con grande fluidità e un invidiabile ritmo, si lascia leggere a diversi livelli, come avventura, o come metafora della vita, quando attraversa momenti cruciali, di confine fra un prima e un dopo.
Ho trovato assolutamente originale l’inserimento nel racconto in soggettiva del protagonista delle citazioni prese dai testi di Attenborough, come se il corso dei pensieri cercasse rifugio nelle brillanti osservazioni naturalistiche, che sono a loro volta specchio della condizione umana. Non a caso viene citato un passo in cui il naturalista inglese richiama il legame che ci tiene stretti a ciascun animale dell’orbe terracqueo, il filo complesso della storia della vita.
Come romanzo d’avventura e come riflessione sui passaggi di vita complicati, mi sembra un romanzo assolutamente consigliabile a lettrici e lettori a partire dai dodici anni, dotati di fantasia e di grande curiosità.

Eleonora

“Fish boy”, C., Daykin, Giunti 2019


venerdì 25 gennaio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


SCESI IN INVERNO MA SENZA CAPPOTTO

Qui ci sono le altalene, Monica Morini, Eva Sánchez Gómez
Edizioni Corsare 2018


ILLUSTRATI

Ascolta
apri gli occhi
qui
proprio qui
dove ci sono gli scivoli
dove i denti cadono e poi ricrescono
dove ci sono le parole
i numeri da contare
i castelli di sabbia da fare....

Dopo i castelli, qui si può nuotare con o senza braccioli, si può andare in altalena. Si possono dare i baci, correre in bicicletta, suonare il pianoforte, ululare e cantare, scovare pesci d'argento, illuminare tutto con una torcia grande. Qui. E poi quando si cresce ci si può innamorare e anche divorziare, mettere su famiglia e non aver paura.
Ecco: non aver paura. Questa è la cosa che si dovrebbe fare se si decide di restare...
Perché il consiglio è proprio questo: non mollare e tenersi attaccati a un orlo di vita e piano piano venire, o tornare, a galla. Venire, tornare, qui.


Ha la forma della poesia, ma può diventare quasi una ninna nanna Qui ci sono le altalene. Se sussurrata, può addormentare i bambini e le bambine fin dal primo giorno che tornano a casa dopo il parto. Le parole che contiene sono una bella promessa di tutto quello che potrà venire.
In verità però questa poesia con una musica dentro e sotto non è nata per addormentare. Al contrario è nata per svegliare, per solleticare chi è in cammino ed ha ancora strada da fare e fa fatica a venirci incontro.
Questa poesia è stata pensata per tutti i piccoli prematuri che del mondo non hanno provato ancora nulla, perché sono lì un po' sospesi, tra il qui e il là.
Loro davvero sono su un'altalena che però non li fa volare al vento, ma li tiene chiusi dentro scatole trasparenti. La loro precaria posizione non trova sicurezza nelle corde o nelle catenelle, ma è legata a tubicini e a macchine complesse.
E loro sono lì che si dondolano avanti e indietro. Tocca a chi è qui, di tendergli una mano, di fargli venir voglia di vedere cosa c'è di bello che li aspetta.
Qualcuno deve spingerli verso l'energia.


Accanto a Monica Morini, lo fa con forza Eva Sánchez Gómez che conquista, pagina dopo pagina, lo spazio e la spinta. Sceglie come baluardo della forza vitale, una ragazzina, preceduta da un uccellino, quella stessa bambinetta che si vede disegnare al principio del libro, e che pedala, salta e poi si tuffa e quindi prende commiato da una tribù di bambini indiani, che richiamano gli 'sperduti' di Barrie, incamminandosi da sola verso l'uscita dalla pagina.
Questo libro tocca corde profonde, profondissime. 



Le corde del nascere e del morire. Del farcela e del soccombere. Ed è per questo che, nonostante Monica Morini l'abbia concepita per un momento chiave della vita di alcuni: venire al mondo prima del tempo, a me pare di cogliere un'universalità che tocca anche altre questioni.
Se si potessero avere pagine infinite per elencare tutte le ragioni che possono esistere per decidere di vivere, questa 'ballata' la si potrebbe cantare non solo ai bambini prematuri, ma a tutti coloro che sono in equilibrio tra un qui e un là. Solo per dirgli, non mollare, resta ancora un po'.
Ma questa è solo una mia personalissima lettura.
Ho imparato dai miei maestri che raccontare l'infanzia è mestiere duro e pieno di insidie. In primo luogo perché a farlo sono persone che bambini non sono più. E per questo motivo che, ogni volta che l'infanzia è al centro del racconto, allerto i recettori in cerca di trappole. Sempre dai soliti maestri ho imparato che due buoni sistemi per dare la patente di buon racconto di infanzia stanno nell'individuazione di certa 'ruvidezza' oppure in quello che Bachelard ha definito rêverie.
Per tornare a Qui ci sono le altalene, per ovvi motivi, escluderei ogni ruvidezza, ma la rêverie mi pare di sentirla e insieme mi pare ci sia una spinta emotiva onesta. A tal punto autentica, che Monica Morini sente la necessità di raccontare in dettaglio, in poche righe alla fine del libro, il suo lavoro creativo: per mettere in fila le parole giuste, è andata a chiederle ai bambini stessi e loro le hanno inanellato un certo numero di cose che dalla loro prospettiva meritano di essere vissute. A queste, presumo, ne abbia aggiunte alcune personali, ricavate dal suo punto di osservazione adulto. Ha limato qui e là. E la lunga poesia arriva. 


Il vero salto però è stato dedicarla e regalarla a chi è piccolo piccolo, inerme e in difficoltà.
Per il solo merito di averlo pensato e fatto, leggendola in un reparto di neonatologia, ha ricevuto il premio più ambito: l'ha vista funzionare. 
Questo testo si è per incanto trasformato in galleggiante, gettato nelle acque incerte in cui navigava il piccolo Karim. Lui ha deciso, ha trovato l'energia, di attaccarcisi, di credere a quelle parole e adesso Karim è fuori dalla scatola trasparente, si è staccato dai tubicini e aspetta solo di crescere per andarsene in altalena. Quella vera.

Carla

mercoledì 23 gennaio 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


UN ALTRO MONDO DI SOTTO


Passato un po’ inosservato, ‘La porta di mezzanotte’, di Dave Eggers, pubblicato da Mondadori, è un romanzo di avventura in chiave fantastica, con punti di forza e qualche debolezza.
Il primo limite è indubbiamente quello di aver ripreso uno schema narrativo già utilizzato in tante forme e modalità espressive: un ‘mondo di sotto’, abitato da creature minacciose, che mina l’esistenza di quello di sopra; se questo schema può far sentire a casa più di un lettore o lettrice, consumatori compulsivi della serie televisiva Stranger Things, farà storcere un po’ il naso a quei lettori che conoscono il lato migliore dell’autore, che si è da poco cimentato anche in un albo illustrato dedicato ai temi della libertà e dell’accoglienza.
Ma qui, almeno apparentemente, si respira tutta un’altra atmosfera: siamo nella cittadina di Carosello, dove arriva la famiglia Flowerpetal, costretta al trasferimento dalla perdita di lavoro da parte del capofamiglia. Il protagonista è un dodicenne dal nome ingombrante: si chiama Granito, nel senso proprio di pietra, ma ama farsi chiamare Gran. Con lui la sorellina, ovviamente petulante, e la mamma, costretta in sedia a rotelle.
Tutta la cittadina è fatta di case sbilenche e ogni tanto ne crolla una; ma gli abitanti non sembrano curarsene, tanto sono presi dalla routine e dalla loro tristezza. Il nostro Gran a scuola fa due incontri importanti: con Catalina Catalan e con Il Duca, un impiegato della scuola che gestisce una sorta di magazzino. La prima è una ragazza rude e misteriosa, con la capacità di sparire nei momenti più impensati. L’altro racconta a Gran la storia della città, che ebbe un momento di splendore quando era attiva la fabbrica di giostre Catalan, conosciuta in tutto il mondo. La sua decadenza è stata la fine della città e degli artisti che lavoravano a questi preziosi artifici.
Chiunque a questo punto può fare due più due: i crolli, le voragini hanno a che fare con la decadenza della città e con la tristezza dei suoi abitanti. Infatti, a questo punto scopriamo che il sottosuolo è pieno di gallerie scavate dai Vuoti, creature fatte di vento, che si nutrono del dolore umano; a contrastarli ci sono i Sollevatori, ragazzini e ragazzine che puntellano costantemente i tunnel che si sono creati, impedendo alla città di sprofondare. Inutile dire che Grant entrerà a far parte di questo piccolo esercito di resistenti e sarà anche la persona che con un colpo di genio farà risorgere la città.

Dunque, molti schemi narrativi ricalcano il già visto e già letto; ma il romanzo di Eggers ha dalla sua alcuni punti di forza: intanto una scrittura non banale, accorta nella attenta descrizione e caratterizzazione dei personaggi, densa di riferimenti al mondo reale, alla concretezza delle situazioni che descrive. Poi la capacità di inserire in modo non pedante dei momenti di riflessione che aprono la mente della lettrice e del lettore nei confronti di tematiche di natura etica o sociale: qua e là il Narratore interviene per dire la sua e sostenere la posizione di questo o quel personaggio.
A questo riguardo ho trovato interessante la battuta di Catalina che definisce ‘la tristezza, un dovere’, nel senso che solo l’aver provato questo stato d’animo consente di riconoscerlo e condividerlo con altri, cercando di aiutarli. Solidarietà e gratitudine diventano il cemento di un modo migliore di stare insieme. Sono eroi ed eroine quelli/e che non solo si mettono in gioco e sfidano il mostro di turno, ma sono capaci di far leva sulle proprie debolezze , sulla propria fragile umanità. Concetti che acquistano un valore aggiuntivo conoscendo l’impegno dell’autore in molte attività a favore dei più giovani.
In tutto questo, nonostante le trecento pagine e più, il romanzo scorre veloce, grazie anche a capitoli brevi, accompagnati dalle illustrazioni di Aaron Renier e si lascia leggere con facilità da lettrici e lettori con una certa dimestichezza con le storie ‘lunghe’, a partire dagli undici anni.

Eleonora

“La porta di mezzanotte”, D.Eggers con le illustrazioni di A.Renier, Mondadori 2018


Notarella al margine. Nei ringraziamenti, Eggers racconta delle scuole di scrittura creativa per i più giovani, in cui lui è direttamente impegnato, raccolte sotto la sigla 826 National, che hanno sedi in molte città americane ed europee. Scuole gratuite! Gli indirizzi di queste scuole li potete trovare sulla pagina web di Eggers: www.daveeggers.net