lunedì 8 aprile 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DI STORIE E DI PANE 

Misha. Io, i miei tre fratelli e un coniglio, 
Edward Van de Vendel, Anoush Elman, Annet Schaap 
(trad. Laura Pignatti) 
Sinnos 2024 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dagli 8 anni) 

"Quando c’è da risolvere qualcosa, papà dice sempre: 'Lasciamo che Hamayun sia la nostra bocca'. Hamayun spiegò perché eravamo lì, e la ragazza disse: 'Certo che abbiamo dei coniglietti. Sono qui dietro. Venite, ma fate attenzione... uno alla volta...'. 
La seguimmo tutti quanti pian piano, in un ambiente stretto nel quale si sentiva odore di pelliccia calda. La ragazza disse: 'Qui ci sono diversi coni...'. Ma io guardai e puntai il dito ed esclamai: 'QUELLO!' . Era un coniglietto nano. Appena eravamo entrati nel negozio, lui si era sollevato sulle zampe posteriori. Sembrava che pensasse: 'Ehi!'. E anch’io pensai: 'Ehi!'. Ma subito dopo pensai 'Sìììì!', perché anche il coniglietto nano pensò: 'Sìììì!'. 
Lo potevo vedere e sentire nella mia testa. E un’altra cosa che sentii nella mia testa era il suo nome. 
Lo comprammo, e io lo presi in braccio, Hamayun pagò, e quando fummo fuori dissi ai miei fratelli: 'Misha'. 'Si chiama così?', domandarono. 'Sì', dissi io. 
E loro dissero: 'Oh'". 

Roya, la bambina che non piange mai, e i suoi tre fratelli più grandi sono in un negozio di animali perché il desiderio della piccola di casa per festeggiare l'arrivo in un appartamento tutto loro è quella di avere un animale da compagnia: un coniglio, piccolo e bianco. 
Così Misha arriva a casa. 


La bambina è la sua custode, ma in verità tutti in casa se ne prendono cura e lo considerano uno di famiglia. Hamayun per esempio è maestro di carezze e insegna agli altri che a Misha non piace essere toccato intorno alla bocca, mentre Navid cerca senza successo di insegnargli a battere il cinque. Alla mamma invece, in segno di affetto, Misha fa pipì sulla pancia e con Bashir si rifiuta di fare il bagno. Con il papà, invece, sgranocchia insalata fresca, perché a lui le carote non piacciono proprio. 
Questa è la storia di una famiglia fuggita dall'Afghanistan che, arrivata in Olanda, dopo un lungo viaggio pericoloso durato sei mesi, dopo le tante richieste e gli altrettanto numerosi rifiuti da parte del governo, dopo essere passata per diversi centri di accoglienza e aver vissuto nell'assoluta incertezza e precarietà, dopo essersi spostata mille volte da un luogo all'altro, ora finalmente, dopo cinque anni di attesa, ha ottenuto il diritto di cittadinanza e può pensare ai giorni che verranno con la giusta tranquillità. E piangere, finalmente. 

Ci sono tre cose preliminari da dire: la prima è che Van de Vendel sa scrivere con una sua grazia inconfondibile (candidato all'H.C. Andersen 2024), che Anoush Elman ha una storia davvero importante da raccontare, che Annet Schaap non poteva fare meglio di come ha fatto nel dare aspetto agli 8 personaggi della storia (una famiglia di 6 persone, 1 coniglio nano e 1 vecchietta sospettosa). 


Forse ce n'è anche una quarta che va detta: questa storia cresce lenta, un po' come una pagnotta in forno: ha sempre del miracoloso guardare dal vetro e vedere che si dora e che il lievito sta facendo il suo lavoro. 
Anche in questa storia c'è una spinta interna che non si vede a occhio nudo, un lievito invisibile almeno fino 40 pagine dalla fine, che agisce in sordina e ti consegna qualcosa d'altro da ciò che era in partenza. Cos'era in partenza? Una storia vera e scomoda che sta lì per muovere le coscienze. 
La storia di una famiglia afghana scappata dalla propria terra e approdata in Olanda. Poi c'è la non risposta dell'Olanda, un silenzio che dura 5 anni, in cui la famiglia afghana subisce l'ingiustizia di essere un corpo estraneo in un paese straniero che non vuole prendersene cura. Poi c'è la soluzione: ossia un diritto di cittadinanza e finalmente la sensazione di trovarsi in sicurezza per queste persone. 
Tutto questo è il punto di partenza, che ha il merito di essere una storia vera: quella di Anoush Elman e della sua famiglia. 
Il lievito di questa storia sta proprio in questo suo essere vera e capace di diventare tangibile. 


Dimostra di avere una potenzialità - qui parliamo di strumenti letterari - che le dà modo di raggiungere una sua tridimensionalità, un suo spessore umano diverso dalla piattezza di quello che si sente raccontare in modo sempre più generico e che, appunto, livella tutte le singole storie di migranti in una unica grande narrazione che li contiene tutti ma che non è di nessuno in particolare. Insomma un racconto onnicomprensivo che nessuno ascolta più veramente. 
Il lievito che fa crescere questa storia e la fa diventare pane, non so quanto di vero e quanto di inventato ci sia, sta proprio i quei corpi veri (Annet Schaap, ritrattista d'eccezione) che si muovono attraverso spazio e tempo, nelle teste ragionanti e nelle anime di queste otto persone (ci metto anche il coniglio) e, in particolare, nei loro rapporti interpersonali.


Per capirci: sembra che partano come personaggi, mentre invece, cammin facendo, diventano persone a cui inevitabilmente ci si affeziona perché, a furia di sentirli e guardarli, sono oramai gente di famiglia anche per chi li ha 'solo' letti. 
Conquista quel loro modo naturale di fare squadra, di volersi bene - sarebbe stato ben complicato attraversare ciò che hanno attraversato, senza potervi ricorrere. Piace quella loro attitudine a dire sempre come stanno le cose, anche se difficili da raccontare. Piace il loro modo di saper vedere sempre il lato migliore delle circostanze. Si invidia quella loro attitudine a essere gentili - e non è vero che solo Hamayun lo sappia fare...  Quel loro innato rispetto reciproco... Si apprezza quel  naturale modo che hanno di lasciare spazio alle emozioni - proprie e degli altri - quando arrivano a galla. 


E anche, non ultimo, è tanto bello il loro modo di voler bene a un coniglio. 

Carla

giovedì 4 aprile 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

OMAGGIO A POE

Ha un incipit da manuale ‘The Folio Club’, che Guido Sgardoli firma per i tipi della De Agostini:
siamo palesemente messi di fronte alla scena di un delitto, di cui non solo non si conosce il colpevole, ma nemmeno la vittima. Entriamo così immediatamente nell’atmosfera del mistery, con una galleria di personaggi ambigui e un’ambientazione cupa e nebbiosa quanto basta per far sprofondare lettrici e lettori nell’inquietudine.
Siamo in Svizzera, sulle sponde di un lago dalle acque oscure, in un collegio esclusivo per rampolli di famiglie altolocate; a raccontarci la storia è il protagonista, Niccolò, arrivato in quella scuola dopo l’ultima espulsione da un altro istituto. Adolescente più che benestante, con genitori tanto importanti quanto assenti, dedito alle risse e poco incline allo studio. Sbarca al Trinity Lyceum come ultima spiaggia del suo accidentato percorso scolastico, anche perché Jacopo, un suo amico, è alunno di tale struttura. Quello che colpisce subito il nuovo arrivato è la presenza di un club esclusivo, il Folio Club, di cui Jacopo fa parte, creato da alcuni ragazzi e ragazze, capeggiati da un certo Duccio, in arte Byron. Ogni partecipante ha un nome segreto, ispirato al mondo letterario e in particolare a Edgar Allan Poe.
Tutto il romanzo ruota intorno al rapporto fra Niccolò e Duccio, un vero potente antieroe, affascinante, perverso e ambiguo, mentre il nostro protagonista è un personaggio più fragile, attratto e respinto nello stesso tempo dalle atmosfere gotiche di questo club esclusivo. Le loro serate clandestine prevedono ‘sballi’ da alcol e stupefacenti, ma non escludono duelli all’arma bianca e occasionalmente furti nelle chiese. Gli adepti di Byron, fra cui spicca Elena-Ligeia, di cui Duccio s’innamora, sono dieci, perché l’undicesimo è morto suicida. Per questo, e per affermare il proprio potere sul gruppo, Duccio vuole convincere Niccolò a farvi parte.
In un gioco di seduzione e di ricatti, in cui è coinvolto anche l’amico Jacopo, i due ragazzi si attraggono e si respingono, fino a una notte fatale in cui Duccio scompare.
Niccolò e altri ragazzi cominciano a indagare, mentre emergono gli aspetti più oscuri, e più squallidi, della vita di Byron, dedito al gioco e pieno di debiti.
Il suo potere di manipolazione prosegue anche dopo la sua scomparsa e i partecipanti del gruppo sono poco inclini a raccontare i segreti che condividono. La verità emergerà faticosamente e dolorosamente, mettendo a nudo fragilità e debolezze di ciascuno.
Si tratta, infatti, di adolescenti con le tipiche incertezze dell’età, con la ricerca del rischio, il piacere della sfida che li accomuna tutti; ‘superare i limiti’, sine fine sumus, sembra essere un patto programmatico, che qui prende corpo con eccessi conditi di citazioni in latino e del culto di Poe.
Le atmosfere notturne e nebbiose del romanzo riflettono perfettamente il senso di pericolo che si insinua nei lettori. I riferimenti al Maestro dell’horror sono tanti e voluti, a partire dal titolo stesso; perfino il punch and honey, di cui si inebriano gli adepti del club, è ripreso dalla vita dell’autore americano.
Non tutti coglieranno l’accuratezza delle citazioni e la raffinatezza dello stile di Sgardoli; in ogni caso, consiglio caldamente questa lettura, dotta e conturbante allo stesso tempo, a lettrici e lettori attratti dalle atmosfere gotiche, a partire dai quattordici anni.

Eleonora

“The Folio Club”, G. Sgardoli, De Agostini 2024





martedì 2 aprile 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CALZANTI E DIVERTENTI 

Parenti serpenti, Teresa Porcella, Roberta Balestrucci, Marianna Balducci 
Rizzoli 2024 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"CONSULENTI 
Sono i parenti con cui parlare 
c’è una ragione: sanno ascoltare! 

Detti anche “confidenti”. Sono quelli con cui parliamo ogni volta che abbiamo un problema assillante, un segreto ingombrante, una gioia debordante. Possiamo definirli i “parenti-amici”, perché li scegliamo a prescindere dal ruolo che rivestono nei nostri confronti. Appartengono alle più diverse categorie parentali: genitori, nonni o nonne, fratelli o sorelle, cugini e cugine, zii o zie, ma anche figli, figlie o nipoti. 
Hanno alcune caratteristiche fondamentali: 1. non ti dicono mai che cosa devi fare; 2. sanno ascoltare così bene che, a volte, fanno solo quello e non aprono bocca. Al limite ti danno un abbraccio." 

Racconto sconosciuto. Davanti a una nonna sorridente e annuente un ragazzino si sfoga. Non può farlo con nessun altro, perché tutti in famiglia vogliono che lui partecipi (e magari anche vinca) la gara di cucina a cui madre e padre lo hanno iscritto. Davanti a sua nonna, che lo guarda in alcuni momenti con lo sguardo lontano, lui riesce a dire le sue ragioni e a mettere in ordine le idee e quindi trovare la forza di opporsi: "non farò la gara di cucina cui mi hanno iscritto i miei, e non perché non so cucinare, o perché sono maschio. No. È che cucinare solo per gareggiare a me non piace: punto." 
Chi meglio di lei può capirlo, visto che è lei la sua maestra tra i fornelli. Lei gli ha insegnato che cucinare è un divertimento per se stessi e un piacere da condividere con le persone a cui vuoi bene: un regalo da mettere sulla tavola per gli amici. I giudici di un concorso culinario sono tutto tranne che amici... quindi Matteo farà come le ha sempre suggerito la nonna. Se non ci fosse lei, che lo ascolta. Lei lo ascolta e lo capisce, al di là della sordità e della demenza senile, diagnosticata dal medico. Matteo ne è certo. 

Il rigoroso catalogo, in ordine alfabetico e a tratti in rima, mette ordine fra le differenti categorie di parenti e si organizza con una precisione millimetrica come segue: 
illustrazione -a collage, strappi e foto- nella pagina di sinistra in cui la lettera dell'alfabeto, grazie alla sua forma, si colloca in un contesto più complesso. 
Per esempio la C di Consulenti diventa la grande bocca spalancata di un parente esperto che, se consultato, dispensa consigli saggi e a ragion veduta (questa è l'area di competenza di Marianna Balducci).


Sulla pagina di destra, invece, parte il testo: la grande lettera-guida sotto cui compare la definizione, ossia gli aggettivi (ovvero spesso è la forma aggettivale di un participio presente) che necessariamente devono fare rima con la parola parenti. Segue un distico che introduce la questione e mette di buon umore il lettore, per ironia spesso pungente, di norma centrando appieno la categoria umana cui vuole riferirsi. 
A seguire c'è il c.d. caso sconosciuto, ossia un breve racconto che dà corpo alla tipologia del parente presa in esame. Di norma seguono il tipo di sguardo preannunciato nel distico: sono ironici, talvolta amari, ma sempre piuttosto calzanti e quindi autentici (direi che questa è l'area di competenza di Teresa Porcella). 


Dopo di loro viene il "caso famoso": un boxino concepito anche nel suo design ad hoc che mette a fuoco personaggi reali o della finzione - dal cinema alla letteratura - che in qualche misura, con un piccolo scarto di prospettiva interessante, mettono a fuoco un altro esempio di persona che in quell'aggettivo possa essere riconosciuta da tutti. Nel nostro caso di specie, i parenti consulenti, fa bella mostra di sé Atticus Finch (questa è l'area di competenza di Roberta Balestrucci, se non erro). 
Va da sé che le tre aree di competenza non solo si toccano, ma si incastrano bene l'una dentro l'altra, cosa che fa pensare che le tre teste non abbiano mai lavorato troppo in solitudine, cioè senza sentire il bisogno di chiacchierarne assieme, di scambiarsi idee, di confrontarsi per ottenere il meglio per il libro nella sua completezza. 
Tutte e tre le autrici condividono il senso ultimo del progetto, come pure lo sguardo divertito che hanno nel raccontarlo, con tre linguaggi diversi, ma accordati tra loro. 


Ecco. Qui c'è forse il primo merito di Parenti serpenti, in questa regolare e molto armonica cadenza, un passo da montanare (nonostante le loro orgini), che va avanti per 21 volte con 21 diverse tipologie di parenti: quando una delle tre rallenta le altre due la prendono per mano e la tirano in avanti, con l'intento di arrivare insieme in cima: a libro ben fatto. 
Per due motivi non posso essere totalmente obiettiva nel ragionare su questo libro. Il primo è la mia conclamata passione per tutto ciò che ha il fine di mettere insieme, di mettere in sequenza, possibilmente secondo un criterio preciso (un ordine?) materie affini: i cataloghi. Trovo appassionanti detti criteri, il ragionamento che c'è dietro ogni scelta. Mi diverte l'elenco, mi dà un brivido la "vertigine della lista", ma è storia nota. Quindi questo libro, se non altro per struttura, mi si confa.


La seconda ragione che mi fa pendere da una parte è l'aver constatato e condiviso più volte lo sguardo di almeno due delle tre autrici. Ma mi pare di capire che anche la terza si allinei alla perfezione. Sono capaci di vedere di molta parte della vita il lato comico, l'ironia delle circostanze, dei fatti, delle cose, delle forme e persino degli oggetti. 
Di Teresa Porcella, in particolare, trovo apprezzabile la grande schiettezza nel dire il mondo, come pure il guizzo fulminante, iconico e icastico, che rende all'istante chiaro e visibile quello che fino a un minuto prima era nebbia. E non a caso i due versi che introducono ogni parente sono la forma cristallina di questo e l'oggetto mio preferito. Non credo di dover spiegare a nessuno che un tipo di espressione del genere ha molto a che fare con la poesia tout court. 


A parte tutto questo, esiste però anche un ulteriore motivo che rende interessante, oltre che piacevole, la lettura di Parenti serpenti: la sua intrinseca capacità (i cataloghi spesso la stimolano) di espandersi in direzioni ulteriori, una sorta di piccolo trampolino di lancio per ulteriori riflessioni, nuove liste personali che ogni lettore o lettrice potrà compilare per sé (non a caso, in coda al libro, tutti gli aggettivi in esubero non sono stati buttati via, ma invece sono lì a rilanciare il gioco). Anche perché diciamola tutta, sebbene il libro si focalizzi sulle relazioni umane in famiglia, non impedisce di alzare lo sguardo e ragionare in termini più generali di vizi e virtù dell'umana specie, anche fuori dai legami di parentela. 
A chiudere, come fosse un mio personale catalogo, metto in elenco una decina di piccole cose che mi sono piaciute, per ragioni diverse, più di altre. 
1- Il racconto I quaternari alla voce Bivalenti: un magnifico e pressoché unico caso di genetica che mi ha tenuto impegnata in ulteriori ricerche per una serata... 
2 - I Giacenti. Mi piace tutto: dall'illustrazione di apertura al boxino con le sorellastre. 
3 - Il boxino dedicato a Jessica Fletcher. In famiglia ne abbiamo un esempio che tra parenti si è guadagnata l'epiteto di signora Fletcher, non a caso. 
4 - I Latenti, la soluzione trovata per l'illustrazione: brava. 


5 - Il boxino dedicato a Gesù alla voce Nascenti. 
6 - L'illustrazione dei Prepotenti. 
7 - Il racconto E questa? che contiene un magnifico gioco fra nonno e nipote raccontato alla voce Quozienti. 
8 - L'illustrazione che apre la voce Redenti: un altro colpo di genio e il boxino dedicato all'Innominato, redento per eccellenza!
 

9 - I vincenti, mi piace per intero: una bella spinta di ottimismo, un po' di culo, un po' di esagerazione e una chiave di lettura dell'esistenza consigliabile. 
10 - Il titolo e il racconto alla voce Zampetenenti: Giorgio e Filippo. Chi ha cani, gatti o criceti e pesci rossi che non si chiamano con nomi di santi, saprà apprezzare. 

 Carla

venerdì 29 marzo 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

EDIMBURGO MISTERIOSA


Se c’è qualcosa che ho apprezzato particolarmente nel nuovo romanzo di Elle McNicoll, ‘Come un incantesimo’, pubblicato recentemente da Uovonero, è la scelta di presentare la giovane protagonista, neuro divergente, come un personaggio pieno di asperità, tutt’altro che accattivante. Questa è una scelta coraggiosa, che non coinvolge la lettrice e il lettore in un approccio empatico, al contrario costringe tutti a riflettere su cosa significhi essere ‘diversi’.
Naturalmente il personaggio di Ramya Knox compie un necessario arco narrativo che la porterà a vestire il ruolo di eroina nello scontro titanico contro le oscure creature che complottano nella Edimburgo più misteriosa che si sia mai letta.
Ma veniamo alla trama: Ramya è una ragazzina disprassica, sostanzialmente ha gravi difficoltà nel gestire i propri movimenti; per questo motivo nella scuola, che frequenta insieme al cugino Marley, deve seguire degli odiatissimi corsi particolari, che dovrebbero insegnarle a essere più ‘normale’.
A scuola la raggiunge la notizia della morte del nonno, cui era legata da un sentimento profondo e che non aveva più avuto occasione di frequentare a partire dalle festività natalizie di sette anni prima. In quell’occasione, c’era stato uno sgradevole episodio con una degli invitati e da quel momento i genitori di Ramya avevano imposto la rottura di ogni rapporto con il nonno. I suoi funerali sono l’occasione di una riunione di famiglia, in cui sono presenti anche le zie, Opal e Leanna, oltre alla nonna.
La ragazzina, che si sente sempre più sola e isolata nella sua stessa famiglia, riceve dal nonno in eredità un libro dalle pagine bianche, in cui lei dovrà scrivere la verità sul Popolo Nascosto. Ramya, infatti, ha un dono, riesce a vedere oltre il Glamour, lo schermo che gli ‘altri’ abitanti della città di Edimburgo frappongono per non farsi vedere dai ‘normali’.
Comincia in questo modo un’avventura, che coinvolge il cugino Marley, alla scoperta del mondo sotterraneo della città scozzese. Si tratta di un mondo complesso, in cui compaiono esseri di tutti i tipi, dai troll alle fate, dai vampiri alle sirene, solamente che non sono come la tradizione vuole. Fate e sirene, per esempio, sono crudeli manipolatrici di esseri umani, perché crescono e prosperano nel conflitto e nella rabbia. Il viaggio di Ramya, dunque, diventa sempre più una lotta contro il male che si annida nel mondo di sopra e, ancor di più, nel mondo di sotto.
Il tema della diversità viene quindi declinato utilizzando i registri del fantasy, fondato su magia e avventura, ma anche raccontando la concretissima vita quotidiana della protagonista, registrandone la solitudine, la rabbia, mai la rassegnazione. Un personaggio resiliente, che ama la moda e l’acqua in tutte le sue manifestazioni.
Il racconto si snoda attraverso un susseguirsi di colpi di scena, che è impossibile svelare; il ritmo sostenuto, la varietà di personaggi umani e non umani, il ricorso via via crescente alla magia rendono il romanzo adatto per lettrici e lettori di almeno undici anni. Consiglio la lettura a chi ama il fantasy e a chi apprezza punti di vista divergenti sul mondo.

Eleonora

“Come un incantesimo”, E. McNicoll, Uovonero 2024





mercoledì 27 marzo 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

VEDERE CHIARAMENTE L'IMPOSSIBILE 

Il tuo nido, il mondo, Carl Norac, Anne Herbauts (trad. Silvia Vecchini) 
Topipittori 2023 


POESIA ILLUSTRATA 

"Quando gli alberi danzano, dicono sia il vento. 
A volte, tuttavia, gli alberi chiedono al vento 
di far finta di soffiare, 
senza muovere niente. 
La bocca del vento imita così bene i rumori. 
Allora gli alberi danzano da soli, si piegano verso i sentieri 
si toccano ramo a ramo. E, se si mettono pure a cantare, 
si dirà ancora che è il vento. 
La sua bocca imita così bene i rumori. 
Del resto, ti confido un segreto, 
ciò che il vento preferisce, in mezzo al bosco, 
è cantare come un albero." 

Questo è Quello che devi sapere sugli alberi. Poi ci sono anche un po' di cose che devi sapere sui libri di poesia, sui libri di poesia con le figure intorno, sopra e sotto e anche un po' in mezzo. 
La prima cosa che devi sapere è che i libri di poesia sono di tutti. E non devi pensare che se hanno le figure sono solo i bambini quelli a cui piacerà. 
La seconda cosa che devi sapere è che la poesia fa un po' come gli alberi: dice una cosa, ma in realtà ne fa altre cento. 
Cerco di spiegarmi: la prima cosa che la poesia fa, e lo fa senza parere, è quella di suonare. A scuola si impara che le parole servono per raccontare, per farsi capire. Ed è vero, ma le parole che sono nelle poesie prima di tutto vanno messe in fila in un certo modo, e solo in quello, perché possano suonare. 
In realtà la poesia la seconda cosa che fa è quella di disegnarsi diversa dalle solite pagine scritte. Non usa tutto il bianco del foglio: scende a capo non per consunzione dello spazio, ma per volontà precisa. 


E poi ancora le parole che sono nelle poesie hanno la capacità di farti vedere cose che forse non ci sono, oppure di farti vedere cose come non le avevi mai viste. La poesia fa vedere chiaramente l'impossibile. 
E ancora le parole che sono nelle poesie sono così potenti che non può non credergli e tutto quello che ti dicono, con quel loro modo di essere poche e sempre giuste, diventa subito vero. 
Cerco di spiegarmi: dopo aver letto questa poesia sugli alberi e il vento, come fai a camminare in un boschetto con il vento che soffia e sposta le punte e non pensare che vento e alberi ti stanno prendendo in giro. Le cose stanno andando ben diversamente: il vento fa solo il suo rumore di vento, mentre gli alberi, che tu credevi inerti, son lì che ballano.


Ecco un'altra cosa che fa la poesia, dice la verità. O per meglio dire, con le sue bugie, il suo impossibile, ci fa capire la verità, o almeno la verità che ci è concesso di capire. Questo è quello che sostiene Picasso a proposito dell'arte. E la poesia non è forse arte per eccellenza? Tutto torna. 
Queste sono solo un pugnetto di ragioni per cui è giusto gioire quando nasce un bel libro di poesia e se poi questo nasce in mezzo ad altri libri per bambini si gioisce doppiamente perché al cento per cento sarà illustrato e ci sono buone probabilità che non galleggerà solo nell'empireo dei libri per pochi, ma finirà tra piccole mani e piccole orecchie molto ben disposte ad accettare la sfida di vedere gli alberi ballare e il vento far l'imitazione di se stesso. 
Io, personalmente, da quando Giusi Quarenghi mi ha detto che potrei essere albero e avere calzoni di legno con le tane nelle tasche, qui uno scoiattolo, qui un nido di picchio che mi fa il solletico, fatico a vedere un albero solo come un albero, e quando metto le mani in tasca mi auguro di trovarci dentro un uovo... (E sulle case il cielo). 
A puro titolo esplicativo metto qui in elenco una decina di buone ragioni concrete, non teoriche, per avere per le mani questo libro. 


1) Ancora prima che tutto cominci a suonare, vale la pena vedere Carl Norac che si infila le scarpe, se le allaccia e, spinto da una farfalla sulla testa, esce di corsa con la sua sciarpa al vento, attraversa un boschetto e poi quelle scarpe se le ritoglie per infilare nell'acqua di un lago prima le dita dei piedi (sarà fredda?) e poi tutto se stesso e godersela tra lontre e pesci. 


2) riuscire a vedere in una goccia di pioggia il sole 3) fare un piacere allo specchio e guardarlo solo per il suo essere specchio. Attenzione, per farlo bisogna mettersi di lato allo specchio medesimo. 4) vedere da lontano Norac che cammina sulla testa di un elefante, o forse è solo una collina? 


5) una poesia che si sente sola, quando si gira pagina e una notte che soffre d'insonnia e un silenzio da confidare 6) il gusto di andare e andare per poi arrivare da se stessi e magari anche incrociarsi, faccia a faccia, e qui Carl Norac quasi si sdoppia... 


7) quando una pulce vi parla di un sasso e lo chiama montagna, dovete crederle 8)non tutti sanno suonare il flauto, e questo davvero vero 9) le chiocciole vanno piano per far rallentare, almeno di un pochino, il mondo 10) le idee hanno bisogno del calduccio che c'è sotto il berretto... 11) nell'acquerello acquoso vedere chiaramente l'impossibile, guardarlo negli occhi direttamente. Questo capitò a una talpa miope che, scavando nella terra, trovò un paio di occhiali smarriti da qualcuno. 

Carla

lunedì 25 marzo 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA NOTTE DEI BIPLANI


Esce per I tipi de Il Castoro l’ultimo romanzo di Davide Morosinotto, ‘La notte dei biplani’. In realtà si tratta della radicale riscrittura di un romanzo scritto nel 2011. Di quel romanzo resta l’impianto fantascientifico, che immagina una Storia alternativa: ambientate durante la Prima Guerra Mondiale, entrambe le storie immaginano un precoce sviluppo dell’informatica, lì impiegato nella costruzione di macchine da guerra.
Ma veniamo al romanzo appena uscito, orientato a lettori e lettrici che abbiano almeno dodici anni.
Racconta le vicende di tre amici, di origini diversissime, tutti assistenti dello scienziato e inventore sir Richard Maddox: c’è Arthur, il giovane virgulto della famiglia Maddox, Mary, cameriera presso quella famiglia, e John, minatore, abilissimo meccanico. Sir Richard scompare improvvisamente, non prima, però, di far pervenire a John uno strano Congegno, il cui uso gli è del tutto sconosciuto. Siamo in Cornovaglia, la guerra è ormai iniziata e tanti giovani e giovanissimi vogliono arruolarsi.
Arthur, e Mary, che si traveste da ragazzo, vogliono volare sui biplani, pilotati grazie a un congegno elettronico che connette il cervello dei piloti alla macchina. E i ragazzi, anche se giovanissimi, sono molto più ricercati per l’arruolamento, grazie alla loro duttilità. I congegni elettronici si chiamano BOT, bio-ordinatori-tattici, e provocano danni irreparabili, dopo un certo tempo, al cervello dei piloti, che si stordiscono con un mix di alcol e droga per non sentire il dolore.
Mary viene arruolata come pilota, Arthur invece dovrà guidare dei Carri-BOT, sorta di mezzi cingolati corazzati. Morosinotto, in sintesi, immagina, nel cupo scenario della Grande Guerra, che l’informatica fosse già sviluppata, con i suoi computatori e tutti gli annessi e connessi; e costruisce un armamentario fantascientifico che unisce la reale storia della costruzione di carri armati e altre macchine da guerra all’immaginario dei Trasformer, proprio dei fumetti. Direi particolarmente appropriata la presenza di fumetti che rappresentano al meglio le straordinarie invenzioni narrative, le macchine incredibili, le battaglie aeree.
La trama si incentra nel tentativo di John di salvare tutti i suoi amici, Arthur, Mary e sir Richard, ma per provarci deve necessariamente affrontare una serie di drammatiche avventure al di qua e al di là della Manica: infatti, intorno al Congegno, in suo possesso, si muovono gli interessi degli eserciti in guerra. Nello stesso tempo, la sua famiglia è colpita da diverse tragedie, legate al lavoro in miniera.
Dunque un romanzo dal ritmo serratissimo, con dettagliate scene di battaglie aeree, che sicuramente sarà apprezzato da quei lettori e lettrici che prediligono l’azione, scritto con cura maniacale nella ricostruzioni di storie e d’ambienti; particolarmente efficace l’accurata descrizione della vita dei minatori e delle loro famiglie, dei soldati al fronte, della guerra di trincea: la realtà storica intrecciata all’immaginario fantascientifico.
Forse all’inizio un po’ spiazzante, sarà una bella, emozionante lettura per ragazzi e ragazze che amino scrutare gli orizzonti del possibile.

Eleonora

“La notte dei biplani”, D. Morosinotto, Il Castoro 2024





 

venerdì 22 marzo 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

HITCHCOCK E L'ULTIMA NEVE DI PRIMAVERA  

La preoccupazione di una piccola talpa, Sang-Keun Kim 
(trad. Andrea De Benedittis) 
Kite Edizioni 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Imperversava una tempesta di neve. 
 La talpa si sentiva preoccupata. 
Camminava con lo sguardo puntato in avanti, affondando le sue zampette nella neve. 
Era uscita per distrarsi, ma quella preoccupazione non aveva alcuna intenzione di andarsene. 
Non si era nemmeno resa conto che la neve aveva cominciato a depositarsi sulla sua testa. 
- Ma che freddo! 
Solo in quell'istante si accorse di avere il capo ormai completamente sommerso. 
Allora si scrollò la neve di dosso e ci fece una palla." 

Ed è proprio a questo punto che le viene in mente una delle frasi sagge della sua nonna: quando ti senti preoccupato, devi parlarne a voce alta e poi far rotolare una palla di neve... 
E così la piccola talpa si organizza e fa rotolare per un bel tratto di sentiero la sua palla che a ogni giro si ingrossa e travolge tutto quello che trova. La seconda parte del consiglio diceva che parlarne a voce alta delle preoccupazioni fa altrettanto bene e infatti la piccola talpa tira fuori il suo malessere: non avere neanche un amico e intanto la sua palla è diventata è più grande di lui e continua a travolgere tutto ciò che è sul suo tragitto.


La sua giaculatoria a voce alta nel buio della notte va avanti, come faccio senza un amico per tutto l'inverno?, e lo dice spingendo ancora e ancora la palla di neve che imperturbabile continua a travolgere ogni cosa davanti a sé... 
Ormai gigantesca, la palla smette di essere silenziosa: dal suo interno arrivano strani mugolii, voci ovattate.

La sindrome della "seconda prova" mette sul chi vive tutti coloro che avevano considerato già la prima di qualità eccellente. Ma credo che tremino i polsi anche a chi è lì a cercare di superare se stesso.
Questo è per dire che il secondo libro che Sang-Keun Kim sulla sua piccola talpa corre un certo rischio. Rischio inevitabile nel confronto con Il desiderio di una piccola talpa. 
Viene da chiedersi: questa volta sarà stato altrettanto bravo come aveva dimostrato nel primo libro? 
Va da sé che comunque anche cercare e trovare conferme in in determinato autore, collezionandone i libri prova dopo prova, è sempre una piacevole sensazione. 
L'effetto sorpresa è diminuito per forza, tuttavia subentra quel sottile piacere di incontrare di nuovo quella talpetta con una spruzzatina di neve sul naso che la sensazione diffusa è quella di andare subito a vedere che farà questa volta. 
Sono diverse le costanti che tengono insieme le due storie, a parte l'iconografia. Tutto contribuisce a far sentire il lettore a casa tra vecchi amici: una nonna affettuosa e attenta, tanta neve. Proprio tanta. Che nel primo giorno di primavera fa un bel contrasto. Poi la passionaccia che la piccola talpa dimostra nei confronti della neve e le forme che essa può assumere sotto le sue moffole, dall'altra la sua sconfinata ingenuità. 


Come nella prima sua storia, anche qui la solitudine sembra essere una costante nella sua vita. 
E dal punto di vista più strettamente narrativo, Sang-Keun Kim come mette insieme la struttura che tutto regge? Organizza un bel gioco a contrasto tra quello che disegna e quello che racconta a parole. Quello che in gergo si chiama contrappunto. 
Da una parte c'è la piccola talpa che, come consiglia nonna, declama nel silenzio del bosco, i termini della sua preoccupazione e fa rotolare la sua palla di neve, dall'altro le immagini ci fanno vedere qualcosa di diverso. O meglio, qualcosa in più, di cui piccola talpa non si accorge. 


Il lettore capisce, non immediatamente cosa succede, ma lo percepisce abbastanza presto come una serie di muti testimoni, e quindi comincia a sorridere e poi a ridere, di pari passo con il crescendo delle dimensioni della palla di neve. In sostanza il lettore è l'onnisciente della situazione. 
Così Sang-Keun Kim, un po' come Hitchcock che ci fa vedere le scarpe dell'assassino dietro la tenda, ci fa vedere le diverse parti del corpo dei vari animali travolti. Poi, per trovare il modo di liberare tutta quella brava gente, si inventa le voci ovattate che la talpetta percepisce al momento giusto: un'altra delle sue molteplici belle idee. 
A questo punto il gioco è sostanzialmente risolto, se non fosse che di nuovo mette in scena la talpetta che scava un tunnel nella neve con le sue solite gambette che si moltiplicano come nei fumetti. 


Altra bella idea è fare tutto il percorso a rovescio, ma solo con il testo, mentre i vari animali si palesano piano piano nella massa di neve: orecchie, culetti ecc. in un altro crescendo acrobatico per uscirne tutti insieme, sani e salvi. 
Insomma ognuno di loro, una volta liberato, racconta cosa stava facendo un attimo prima di essere travolto. Così si costruisce una combriccola di altri animali soli che stavano aspettando qualcuno con cui condividere qualcosa: dalla musica al cibo, passando per il gioco solitario. 
Il gran finale, si illumina con il sole che sorge e si riavvolge come in un loop intorno alle palle di neve che vanno fatte quando si ha una preoccupazione a cui pensare. E lì sarebbe stato il momento giusto dove fare silenzio con il testo e lasciar parlare solo il disegno... 
Ma si sa, che la sindrome della "seconda prova" è sempre lì in agguato...



Carla

mercoledì 20 marzo 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NOVE DETTAGLI E UNA SCOIATTOLA

Agrifoglio, Matthew Cordell (trad. Maria Pia Secciani) 
Edizioni Clichy 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"'Agrifoglio! Ho bisogno di te' chiama la mamma dalla cucina. 
Oh no, pensa Agrifoglio. Ogni volta che la mamma ha bisogno di lei, le chiede di fare qualcosa di cui Agrifoglio ha paura. 
'Nonna Quercia ha preso una terribile influenza' dice la mamma.
'Questa zuppa l'aiuterà a rimettersi. Puoi portargliela, per favore?' 
Agrifoglio ci pensa un attimo. 
'No, mamma!' dice 'Non posso!' 

La ragione è sempre la solita. Lei è una scoiattola che ha paura di tutto, quindi l'idea di attraversare la foresta di Pungitopo l'atterrisce. Va detto anche che quella foresta spaventerebbe chiunque... 
Ma la mamma è irremovibile: Nonna Quercia è molto malandata e lei non può muoversi di casa perché ha in preparazione un'altra delle sue famose zuppe, per Zia Acero che ha l'orticaria. 


Agrifoglio così, con la ghianda portazuppa perfettamente chiusa, indossa la sua mantellina rossa un po' sdrucita e si mette in cammino. Non prima di aver fatto un grande respiro di autoincoraggiamento.


Comincia così il suo viaggio verso Nonna Quercia e, come la scoiattola temeva, il percorso è pieno di imprevisti e qualcuno di questi potrebbe essere anche pericoloso. Dal coniglio incastrato tra due pietre e un po' ladro, dalla poiana rapitrice e dolorante, per non parlare del rospo troppo vecchio e troppo goloso...
Ciò nonostante, la missione deve essere compiuta. E si compirà, perché Nonna Quercia ne ha proprio bisogno... 

Matthew Cordell non è un autore che amo a prescindere. Mi preoccupa sempre un po' la sua tenerezza che alle volte mi è parso abbia sconfinato verso la sdolcinatezza: uno sguardo un po' troppo languido nei confronti delle relazioni parentali. Ma Matthew Cordell è nello stesso tempo un grande autore a cui dobbiamo libri belli come Un lupo nella neve che ha vinto, tra gli altri, la Caldecott Medal nel 2018. E ancora L'isola dell'orso. E adesso Agrifoglio. 
Quella scoiattola in copertina, che si gira verso il lettore con uno sguardo incerto e titubante, con la sua ghianda stretta fra le mani, è chiusa in una cornice che fa eco alle copertine di una precisa tipologia di libro, da Potter a Barklem, ossia alle storie di piccoli animali nel bosco, realizzate secondo il canone classico della tradizione inglese. Ottimo inizio.


E infatti tutta la storia della piccola Agrifoglio, un applauso per aver tradotto Evergreen in Agrifoglio, è di fatto il racconto di una piccola e timida abitante del bosco. La sua mamma prepara zuppe taumaturgiche, oltre che buonissime, e scaldacuori per tutti ed è benvoluta dall'intera comunità. 
Come abbiamo già avuto modo di sottolineare per L'isola dell'orso, Cordell racconta anche qui un piccolo percorso di crescita di un piccolo alla conquista di una sempre maggiore fiducia in sé. Dopo la bambina con i lupi e la bambina con l'orso, Cordell le dà sembianze da scoiattola. Anche lei, come le sue sorelle maggiori, ha un problema di partenza e come loro, una volta arrivata in fondo al racconto, lo avrà in qualche modo messo alle spalle. 
La cosa di cui mi piacerebbe ragionare, non è tanto il risultato finale, quanto piuttosto il percorso fatto per arrivarci. Ed in particolare, non tanto le prove che la piccola e coraggiosa scoiattola affronta di volta in volta, ma alcuni dettagli, diciamo così, formali e il loro uso strumentale nella narrazione. Dettagli che potrebbero giocare un ruolo rilevante per rendere Agrifoglio e la sua storia, indimenticabile.


Il primo dettaglio è la nomenclatura. Da Agrifoglio in giù, mi sembra tutto un fiorire di bei nomi che hanno, senza parere, il compito di rendere il contesto ancora più solido e delineato: foresta di Pungitopo, valle delle Lumache, Nonna Quercia, Zia Acero, Groviglio (coniglio), Bragia (poiana nelle mani della traduttrice toscana e devota a Dante), Nonno Rametto e pronipote Spruzzo (rospi). 


Secondo dettaglio, la zuppa. Cordell la fa cucinare in un classico paiolo sul fuoco di un camino e la descrive come gustosa e magica perché ha il pregio di scaldare chi ha freddo, di tener su chi ha sonno, di far felice chi è arrabbiato. E naturalmente guarire chi è malato. Ma a parte questo preambolo, la zuppa diventa, per tutto il racconto, l'oggetto del desiderio. Tutti ne sentono il profumo, tutto la vorrebbero per sé. Diventa coprotagonista con Agrifoglio che la difende in modi diversisissimi da attacchi ogni volta differenti.. 
Terzo dettaglio, il contenitore per il trasporto della zuppa. Visto che la zuppa è di fatto il centro della narrazione, Cordell ci si dedica parecchio e la fa custodire dentro una ghianda cava su cui si avvita il coperchio, ossia la cupola che ogni ghianda di quercia ha in cima. 


Quarto dettaglio, l'abbinamento tra l'animale che incontra e la prova di coraggio che implica. L'aria e le spine per la poiana, l'acqua e il salto per il rospo, fino a quelle prove su cui il testo tace, ma che l'illustrazione racconta. 
Quinto dettaglio, i ragionamenti lampo che si affacciano nella testa di Agrifoglio: un vero spasso! 
Sesto dettaglio la palette di colori dominante, con quel rosso stinto che è un simbolo o un segno di riconoscimento. 
Settimo dettaglio, il sonoro. Parrebbe che Cordell proprio non sappia fare a meno delle onomatopee da fumetto... 
Ottavo dettaglio, la divisione in capitoli, che oltre a fare ordine nella sequenza delle scene richiama ancora una volta le composizioni più classiche. 


Nono dettaglio, il colpo di teatro finale che contiene in sé la bella sorpresa sui cui occorre tacere, ma anche la constatazione che quella scoiattola sia davvero una super scoiattola se riesce a fare quel che fa! 

Carla