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venerdì 14 ottobre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


CAVALCARE LA FURIA

Il mondo è rosso, Britta Teckentrup (trad. Sante Bandirali) 
Uovonero 2022 


POESIA ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"La furia è accecante, 
ma vedo chiaramente 
che ora uguale a prima 
non ci sarà più niente. 
E tuoni,
ed esplosioni, 
e fulmini, 
e saette, 
e fuochi, 
e turbinii, 
e raffiche, 
e vendette! 
Ruggisco, strillo, 
ringhio, scateno ogni mio 
istinto." 

Vede rosso, quella bambina che si oppone al vento e attraversa di corsa il mondo che quando non è sotto un cielo di nuvole incombenti, è scuro, è grigio color della lavagna o blu o nero come un mare tempestoso. 
Attraverso lo spazio, corre, vola, si impone, con le spalle sempre rivolte a sinistra, e a destra lo sguardo. Tranne in un caso. Spesso le mani e i pugni serrati in avanti, o sui fianchi, con le guance pallide e poi infuocate. Sotto gli spruzzi battenti, attraverso una tempesta di schizzi di un mare in tempesta, lei è lì che lo sfida:  non si spaventa, ha un gran coraggio: è potente e dimostra la sua forza.
 

Lentamente il cielo della notte si rischiara e la luna appare e altrettanto all'improvviso quel furore, quella rabbia, diventa una pantera da cavalcare: un animale su cui salire in groppa e attraversare la campagna all'alba di un un nuovo giorno. Lasciata indietro la furia cieca, ora resta un cielo chiaro e il coraggio di aver saputo attraversare il suo monsone e aver visto in sé l'energia per un altro giorno e un altro viaggio. 

Questione complicata: irta - come tutto ciò che riguarda il racconto a parole e immagini delle emozioni - di burroni in cui precipitare. 
Qui però succedono una serie di cose che danno la rassicurante sensazione di non cadere nel vuoto, ossia di avere per le mani un libro ben fatto. 
La prima cosa che succede è molto silenziosa e riguarda la composizione delle immagini: lo spazio che si prendono e i colori di cui si servono. 
La seconda che accade è quella connessa alle parole che, pur non essendo silenziose, parlano una lingua inaspettata. 
La terza cosa che succede è il ragionamento che le prime due suggeriscono, e incitano a intraprendere. Con ordine: la prima dipende e si qualifica in uno degli aspetti più eclatanti dell'arte di Britta Teckentrup, di cui si è parlato anche altrove. 
Mi riferisco alla sua capacità di costruire attraverso il colore e il tipo di segno (e quindi anche la tecnica) un preciso stimolo emotivo nell'osservatore. Prima ancora di raffigurare qualcosa: un luogo, un personaggio, un oggetto, Britta Teckentrup organizza attraverso i due codici suddetti - segno e colore - un contesto emotivo in cui invitare i propri lettori. 


Qui, molto più che altrove, forse guidata dall'argomento intorno a cui ruota la narrazione, la Teckentrup non si dà limite e parte con una doppia tavola al vivo, in cui il rosso e il grigio e il nero si mescolano creando più che un paesaggio (in realtà ogni sguardo sarà in grado di leggere il proprio attraverso una nebulosità dei colori sovrapposti) uno stato d'animo. Già nella pagina successiva, una tavola singola a sinistra, il rosso viene attraversato e abitato dalla bambina che si oppone alla tempesta che la investe. E' in primo piano. Lei, come spesso accade nelle illustrazioni di Teckentrup, è poco più che una silhouette, rigorosamente scura, in ombra. Ma con pochi segni si intuisce la potenza della scena: occhi serrati, bocca aperta, mani aperte... 
Contemporaneamente, in modo quasi inconsapevole per il lettore, si percepisce la forza impetuosa delle scene: lo spazio dell'illustrazione riconquista lento la successiva tavola, la coda del drago sconfina addirittura nel bianco dedicato al testo. 
Vengono utilizzate tutte le possibilità che la pagina le consente: immagini a doppia pagina senza parole, immagini a doppia pagina con il testo che corre sotto, pagine di solo testo, pagine di sole immagini, pagine che diventano campo di scontro tra testo e figure. Un continuo variare di ritmo di lettura e di sguardo e di colori, in un tripudio, una sorta di happening pittorico con evidenti riscontri a livello emozionale; qualcosa che raramente ha trovato spazio finora negli albi illustrati. 
Su tutto ciò si diffonde un testo che graficamente continua a giocare sul proprio impatto visivo. Combatte, si ingrandisce, rimpicciolisce, si smaterializza, ossia viene quasi raspato via dalla forza che lo circonda. 


E qui è già entrata in campo la seconda cosa: il testo. Potente, almeno al pari dei colori che riverbera, insolito, pieno di soluzioni linguistiche ricercate: acceco, sfreccio, strappo, percuoto, sfregio, impazzo! Accurato, preciso nel suo pescare in una lingua alta, nel suo crescendo e nel suo essere, incredibile, in rima. Una rima che arriva in fondo: una partenza che solo dopo suona come un verso. 
Credo che, a giudicare da quando si vede nella versione originale in tedesco, la traduzione di Bandirali con onore sia stata capace di assecondare non solo 'la metrica', ma anche la medesima musica e impatto. La terza cosa è, a evidenza, la più spinosa: che senso dare a tutto questo flusso incontenibile, inarrestabile, straripante che è la rabbia, o per meglio dire la furia (in tedesco Wütend è ben di più di arrabbiato, ha a che fare con la furia: furioso, furente, con la bestialità: imbestialito...)? 
Fortunatamente non c'è una soluzione consolatoria (speriamo bene: tutto quel rosso e tutto quel nero tutte quelle furie e urla quanto influiranno sull'atto codardo e miope di riappoggiare il libro sullo scaffale?) tesa a limitare i danni del sentirsi furiosi, ma c'è una lettura possibile che è un po' quella che è la stessa Natura a suggerire (e non è un caso che Teckentrup affidi ai suoi disegni questa chiave interpretativa) - a parte la più facile e trita che dopo la tempesta, poi tornerà il sole - ce n'è un'altra più sottile che allude - quanto meno sul piano visuale - al mondo animale. 


Le bestie - dal barboncino all'orso polare - hanno nei loro codici di comportamento 'naturali' l'aggressività e non c'è nulla di sbagliato in questo. E allora la chiave è un po' questa: anche l'uomo (e i bambini ancora di più) -per quanto cerchi sempre di nasconderlo e soprattutto di reprimerlo- con la rabbia e l'aggressività deve fare necessariamente i conti. 
Attraversarla, cavalcarla ed essere capace di vederne il potenziale di energia che essa genera per utilizzarlo al fine di 'irrobustirsi' prima di affrontare una nuova sfida, a me pare cosa buona e giusta. Imparare a non nasconderla, ma al contrario essere bravi a usarla come vettore, usarla come energia per farsi portare verso qualcosa di meglio: la rabbia mi dà forza, la rabbia mi fa bene, la rabbia m'incoraggia, la rabbia mi sostiene... 

Carla

lunedì 26 settembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA MAGNIFICA VERTIGINE

Bianca, Paul De Moor & Kaatje Vermeire (trad. Joy Jansen) 
Kite Edizioni 2022 


ALBI ILLUSTRATI PER MEDI (dagli 8 anni)

"Da qualche parte c'è una grande terra bianca. 
Quella terra è circondata da un grande bianco mare. 
Tutti gli animali nella vasta terra bianca sono bianchi. 
Piccoli animali bianchi e grandi animali bianchi. 
La pioggia nella vasta terra bianca è bianca, ma la neve non lo è. 
C'è una grande casa bianca nella grande terra bianca." 

Al suo interno ci vive una bambina, Bianca (con sua sorella Alma). Nel giardino della casa crescono alberi bianchi e fiori bianchi. Le pareti sono bianche, così come sono bianchi i piatti, il tavolo e anche le mele e le pere. Persino le banane. 
La sua stanza, le sue bambole, il suo letto e il suo piumino: bianco. 
La cosa meravigliosa che accade è che nella sua finestra appare un grande quadro dove si vede una grande casa bianca... 
E anche quando sta per addormentarsi Bianca conta pecore bianche e quando prende sonno persino i suoi sogni sono bianchi: una grande terra bianca, circondata da un grande mare bianco dove abitano animali bianchi, piccoli e grandi. 
La pioggia è bianca, ma la neve no... 

Il testo che Paul De Moor ha scritto, quando un giorno davanti a un paesaggio innevato si è reso conto che la neve non era bianca, ma conteneva in sé molti altri colori, è tante cose diverse allo stesso tempo. 
Prima di tutto si tratta di un testo ipnotico, dove per più di novanta volte compare la parola bianco, il colore che tutto contiene, nelle sue diverse declinazioni - al maschile al femminile al singolare al plurale. Poi può essere definito un testo che ha le sembianze di una spirale, ovvero dimostra di avere un andamento 'circolare', pur avendo l'ardire di non ripassare mai per gli stessi punti esatti, ripercorrendo lo stesso perimetro, ma sempre con un leggero scarto rispetto alle volte precedenti. 
E ancora. Un testo che ha - in apparenza - la struttura di una matriosca, ossia dentro di sé contiene tante piccole riproduzioni di sé stesso. 


O forse sarebbe più corretto assimilarlo a un gioco di specchi che hanno la capacità di moltiplicare una immagine all'infinito? 
Di certo questa costruzione narrativa, che ha il tono di una poesia, dimostra da una parte di essere molto originale, ma dall'altra di essere altrettanto complessa. In assenza di scosse ed emozioni.
Un loop che ruota intorno al bianco. 
Non lo si può definire un testo costruito sull'immediatezza; al contrario le successive letture che richiede sembrano lì apposta per creare una sorta di magnifica vertigine. 
Un carattere che appare evidente, in questo suo continuo ripetersi ed evolversi (in una inspiegabile assenza di contraddizione interna!), è la grande fluidità che offre ai propri lettori. 
Ciascuno di loro, infatti, è all'entrata di un percorso labirintico ed è quindi chiamato a trovare un proprio bandolo di interpretazione, un vero e proprio 'filo di Arianna' per uscirne sano e salvo. E appagato. 
Diciamo che tutti i libri che meritano un bel po' di testa per essere capiti, così come tutti i libri che permettono al lettore di intraprendere un proprio percorso interpretativo personale, ecco i libri così di solito sono buoni libri. 
Anche se magari non si adattano a tutte le stagioni. 
E questa è forse una delle ragioni per cui Bianca di Paul De Moor ha trovato come illustratrice, non una qualsiasi, ma un'artista piena di talento, di coraggio e di immaginazione. 
Kaatje Vermeire, a parte la stima e l'amicizia che la lega a De Moor, ha tutte le qualità per confrontarsi con un testo del genere, e dargli una forma definitiva che però sia anche in grado di rispettarne la suddetta fluidità e il suo incedere cadenzato, tra ripetizione ed evoluzione. 
Come lei stessa dichiara in una intervista, per arrivare a costruire un immaginario figurativo di questo testo, ha dovuto leggerlo e rileggerlo molte e molte volte. Ha dovuto sudare parecchio. 


Poi, con le sue capacità e il suo coraggio, ne ha dato la sua personalissima lettura visuale. E, giocando con luci e ombre, ha creato profondità.
Ha dato corpo alle sue figure, laddove il testo le lasciava spazio per farlo: ha trovato soluzioni per una sorella che non si vede mai, ha dato un volto e un carattere e un immaginario a Bianca, le ha regalato un gatto, l'ha ritratta da mille angoli diversi, l'ha fatta uscire di casa, l'ha fatta correre nei prati; l'ha fatta ridere, le ha dato il buio e la luce, le ha dato dei giocattoli magnifici con cui giocare. 
E persino un paio di ali con cui uscire...



E come se non bastasse, si è anche districata a meraviglia sulla grande questione 'cromatica' di trovare una palette per tutto questo mare di bianco. 
In altre parole si è presa sulle proprie spalle la responsabilità di dare un colore, anzi molti colori, al bianco, arrivando a regalare dei veri e propri cieli notturni tersi e pieni di stelle o corruschi, ha dato colore all'acqua, alla neve, alla casa. 
E facendo tutto questo, in qualche modo ha permesso che il cerchio si chiudesse e si tornasse all'assunto di partenza dell'autore davanti alla neve. 
In sostanza il bianco (Munari ci vorrà perdonare, ma d'altronde lo stesso Crushiform pare confermarlo) è un colore senza colore. 


Un colore che esiste perché il nostro sguardo lo percepisce in ragione del fatto che racchiude in sé tutti i colori dello spettro visibile. 
Ecco: in Bianca la fisica tocca la poesia. 

Carla

lunedì 21 settembre 2020

FAMMI UNA DOMANDA!

LE FUNZIONI DEL COLORE


Emmanuelle Figueras e Claire De Gastold ci hanno da poco proposto il libro dedicato all’olfatto degli animali, e ora affrontano un altro tema affascinante, riguardante il mondo animale: i colori, o meglio l’uso che gli animali ne fanno. Sempre pubblicato da L’ippocampo, ‘Coloranimale. Come gli animali usano il colore’, affronta la questione del colore da diversi punti di vista. Intanto la sua fisiologia, che è forse la parte più misteriosa e affascinante di questo argomento: i mammiferi producono le melanine, cioè i pigmenti che colorano i peli, con variazioni che vanno dal beige al nero. Insetti, uccelli, rettili e anfibi producono anche altri pigmenti che gli consentono di mostrare una vasta gamma di variazioni cromatiche.Come si produca il colore blu è davvero affascinante, e sta al lettore scoprire questo piccolo mistero fra le pagine del libro, mentre è chiaro a tutti come la colorazione sia in primo luogo un linguaggio, un codice che consente agli individui delle diverse specie di riconoscersi, scegliersi o combattere, nascondersi, comunicare emozioni o status sociale, trattenere o respingere il calore, ingannare, avvisare il nemico della propria reale, o presunta, pericolosità.Se qualcuno, fra i giovani lettori e lettrici, fosse convinto che il colore rappresenta solo un lato estetico della fisicità animale, con questo libro troverebbe il modo per ricredersi ed entrare in un mondo sorprendente.Se il colore è un codice, quali messaggi trasmette, di volta in volta? Talvolta il messaggio è di una semplicità disarmante: nel caso dell’ibis rosso, il colore del piumaggio dichiara solo la dieta alimentare di questo uccello, che consiste essenzialmente in gamberetti; altre volte denota delle necessità ambientali: la colorazione delle iguane marine delle Galapagos serve a trattenere il calore del sole prima che gli animali si immergano nelle fredde acque oceaniche; per arrivare all’alternarsi delle strisce delle zebre che, attirando o respingendo i raggi solari, creerebbero una sorta di microclima in grado di favorire la termoregolazione. 

 

Poi, naturalmente, sono descritti casi di mimetismo, le parate nuziali di uccelli e pesci (rispettivamente il pavone e lo spinarello); l’incredibile capacità dei polpi di cambiare livrea a seconda delle necessità; i mimetismi opposti di prede e predatori, entrambi obbligati a nascondersi, ma per finalità diversissime. Si chiude con gli inganni e i proclami: gli inganni di quegli animali che fingono di essere qualcun altro, decisamente più pericoloso, e i proclami degli animali che prima di sfoderare il proprio apparato difensivo, mettono in mostra i loro tratti distintivi, come fa, per esempio, la moffetta.La struttura del libro è basata, come si vede, sull’immagine, in cui si inseriscono i riquadri, contornati di nero, che affrontano sinteticamente l’argomento; alle alette, che completano l’immagine, e alle righe a pie’ di pagina il compito di approfondire ulteriormente gli argomenti. Questa struttura consente una lettura a diversi livelli, che può partire dallo sfogliare le pagine per il puro piacere di guardare immagini dai colori sgargianti, oppure per approfondire aspetti della fisiologia e dell’etologia di animali noti e meno noti. 

 

Tutto questo, coniugando semplicità d’esposizione e precisione, utilizzando, quando serve, termini tecnici, che trovano l’adeguata spiegazione nel testo. Testo, per altro, rivisto sul piano scientifico da Alexandre Roulin, docente all’Università di Losanna. Come nel libro precedente, anche in ‘Coloranimale’ ritroviamo quella bella sintesi di cura editoriale, dalla traduzione alla scelta della carta, validità di contenuti e facilità di fruizione, che consente la lettura a partire dai sette anni, ma che può attirare anche i più grandi.

Eleonora

“Color Animale. Come gli animali usano il colore”, E. Figueras e C. De Gastold, L’Ippocampo 2020



lunedì 19 agosto 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


QUANDO CAMBIA IL TEMPO

La grande battaglia, Andrea Antinori
Corraini 2019



ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni)

"Affacciatevi alla finestra e osservate il cielo: sta piovendo? Sì? Bene (si fa per dire), è il momento giusto per sedersi sul divano, trovare una posizione comoda e leggere questo libro.
Nel caso invece ci fosse il sole, credo che la scelta migliore sarebbe comunque sedersi sul divano, trovare una posizione comoda e leggere questo libro. Perché? Basterebbe un passo fuori dalla porta e sono sicuro che inizierebbe improvvisamente a piovere."

E' piccolo. Avvolto nella sua mantellina gialla, dall'angolino più in basso, si rivolge al suo pubblico da un microfono perché siano in molti a sentirlo. 
 

Poi attraversa una pagina bianca e va incontro a una nuvola grigia che spunta a destra del foglio, in alto dove sono di solito le nuvole. È troppo scura per non essere di pioggia. E infatti cade la prima goccia, che più che una goccia è una linea di acqua azzurra che termina sulla sua mano.
Il tempo di mettersi il cappuccio e le linee, ovvero i percorsi delle gocce, diventano moltissime. E inarrestabili e implacabili lo seguono ovunque lui vada.
Che la battaglia abbia inizio.

Di questo libro i primi particolari che colpiscono l'attenzione sono legati al design dell'oggetto in sé: il formato e il colore che porta dritto al segno.
Siamo in casa Corraini.
Il formato è insolito e, così come ha messo a teorema Suzy Lee, ad evidenza funzionale alla creazione di uno spazio scenico determinato. Qui inequivocabilmente verticale, come verticale è il tragitto della pioggia. 


Il formato nella Grande Battaglia serve inoltre a creare la giusta distanza tra i due contendenti che, non a caso, si affrontano, almeno al principio, dagli angoli opposti della doppia pagina. E questa grande altezza del foglio ha anche il merito di rendere la sfida impari fin dal principio: la gestione della pagina alta Antinori la utilizza con intelligenza, rendendo piccolo, minuscolo, il perdente e concedendo l'intero spazio al vincente, la pioggia. E questo lo sottolinea anche il colore: poco giallo tanto blu, ovvero azzurro.
Per molte pagine, l'alto e il basso ospitano i poli in opposizione: il nuvolone e il bimbetto in cerca di sole, anch'esso, puntualmente nell'angolo.
Al centro del libro le cose si squadernano un po', ma sono digressioni sul tema.
E così, senza dire o spiegare niente, attraverso una buona gestione dello spazio, un buon ritmo nella composizione (nuvole grandi o nuvole piccole, acqua che sale acqua che scende) Antinori riesce a costruire uno stato d'animo: quello di una grande battaglia o, per meglio dire, di una lotta impari e di una giornata decisamente storta per qualcuno.
E lo fa con una modalità che gli è consona: giocando e chiamando dentro il suo lettore.
Il secondo elemento che colpisce è il colore in uno con il segno. 


Opposti, e antagonisti anche visivamente il blu, ovvero l'azzurro, e il giallo sono rispettivamente il colore della pioggia e il colore dell'impermeabile, ovvero del protagonista, e del sole, il grande atteso e, a caduta, di tutti gli altri elementi che si susseguono nella storia: dall'autobus, alle tigri, passando per un cammello. Un po' di verde al centro a ribadire ancora un volta che blu e giallo sono i colori della sua miscela di composizione. Al nero, ovvero al grigio di nuvole o letame, il compito di essere il contrappunto del bianco, ma anche il tratto di una matita che disegna.
Nel susseguirsi delle pagine sono riconoscibili diversi omaggi, o citazioni, che Antinori fa ai Maestri: da Mari a Lionni, passando per Suzy Lee.
Ma a parte questo, è il segno significante l'arma vincente di Antinori.
Chi lo conosce, sa che a questo giovane illustratore piace disegnare come un bambino, di norma con le matite che usano i bambini. Sia che voglia fare propria la massima di Picasso, ovvero che sia in cerca di una sincertià data da uno sguardo non ancora contaminato, sia che sia in cerca di altro, in questo libro quello che colpisce è l'immediatezza del significato che il segno porta in sé. In particolare le grandi righe blu, ovvero azzurre, per la pioggia che costituiscono il Leitmotiv dell'intera storia e che a un certo punto si svincolano dal loro significato oggettivo di righe di pioggia e diventano pura grafica, fino ad annullarsi in un pattern, nella quarta di copertina. Ma prima di farlo, hanno comunicato un sacco di cose al lettore: a seconda del loro spessore, della loro inclinazione, della loro assenza o sovrabbondanza.
Sempre in casa Corraini siamo.

Alcuni, seppur sporadici, guizzi creativi giocano sull'assurdo che si può creare disegnando: i colpi di fionda o di spada che tagliano l'acqua che cade, sono una bella idea. Mentre è ancora tutta da costruire la qualità della grafica del testo che, peraltro, poco sposta o aggiunge al disegno.


Ma ci sarà tempo per fare strada.


Carla

lunedì 18 dicembre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


SERVE BEN POCO ALL'ERBA...

Haiku Poesie per quattro stagioni più una, Silvia Geroldi, Serena Viola
Lapis 2017




POESIA

"Salto le foglie
ma solo quelle gialle.
Cioè quasi tutte. [...]

Raccolgo fiori
e li farò seccare.
Belli per sempre. [...]

Sogno battaglie.
È piena di promesse
la prima neve. [...]

Uova azzurrine.
Dentro il mio rosmarino
quattro prìncipi."


Bambini e bambine, un certo numero di cani, un ragno che è fuori, varie farfalle, il sole, la luna, diversi uccellini, molti alberi, rane, carpe e papaveri: sono loro che abitano le pagine di questo libro.
Talvolta le attraversano a gran velocità, come per esempio i cuccioli che giocano con un bastone e una palla o la bambina che salta le foglie o che capriola sul tappetto di casa, sognando sia un prato.


In altri casi sulla pagina si spande l'acqua di un lago di carpe o di rane assenti, oppure è inondata dal mare o dal volo di farfalle spaventate da un taglia erba.
Il più delle volte però il bianco fa da sfondo al rosso dei papaveri, al viola delle viole, al grigio dell'asfalto, al blu di un lago, al verde dei cespugli. Che sono soprattutto grandi macchie di colore.
Quaranta haiku che raccontano lo scorrere del tempo, delle quattro stagioni e della quinta: l'infanzia, la stagione del gioco.


L'haiku, come quasi tutto ciò che ha radici in Giappone, è un oggetto di precisione. Una opera d'arte bonsai, dove la bellezza è racchiusa in una forma minuscola.
Esatto, votato a un preciso ordine interno, l'haiku è un'espressione artistica fatta di delicatezza e attenzione.
Sommamente semplice nella forma e profondo nel contenuto.
Un meccanismo perfetto, ideato per raccontare - in estrema sintesi - le suggestioni del tempo e della natura. O per meglio dire, della relazione tra i due. L'haiku, nei tre versi che lo compongono e nella scansione ritmata di cinque, sette e di nuovo cinque sillabe (in realtà si tratta di more), nasce in Giappone nel XVII secolo con lo scopo di raccontare in un lampo, in sole tre righe, suggestioni, vibrazioni dell'anima. Di un'anima immersa nella natura, compartecipe.


L'elemento che mi pare più intrigante in un haiku, uno dei suoi caratteri peculiari, è quello di contenere in sé, nonostante la concisione che lo distingue, la possibilità di uno scarto di prospettiva.
Per chiarire cosa si intende, spesso appare citato uno degli haiku più noti, quello di Mizuta Samahide, che dice:
Il tetto si è bruciato:
ora
posso vedere la luna.
E proprio riguardo a questo meraviglioso scarto, repentino cambio di prospettiva nel leggere la realtà,mi pare che il libro di Silvia Geroldi e di Serena Viola, contenga elementi di interesse.
Va detto che non tutti gli haiku di questo libro la assecondano, questa 'deviazione' inaspettata, tuttavia quando essa accade al lettore risulta più semplice e naturale spiccare il proprio volo immaginativo.
In questa prospettiva,gli haiku che aprono questa pagina possono essere esemplificativi.


E se ancora vogliamo ragionare di scarto, possiamo notarne un secondo, altrettanto interessante. Quello che esiste tra testo e immagine.
Laddove il testo -suppongo- è il frutto di un lento lavoro di limatura, di perfezionamento, di ponderazione e riflessione, in sostanza è l'esito di un'operazione di cesello della lingua espressiva, il disegno invece è quanto di più immediato, spontaneo, attivo, estemporaneo si possa immaginare.
Parole scelte e misurate, disposte con calma secondo un ordine preciso che si alternano a gesti pittorici forti, improvvisi, agitati, mai definitivi.
Alle asciutte tre righe rispondono macchie di colore dato a larghe pennellate materiche, segni a matita frettolosi e imprecisi.


A una parola che si esprime con parsimonia risponde un disegno abbondante, pirotecnico.
Eppure questi due codici che tra loro sono divisi da un evidente scarto sono quanto di più armonico si possa immaginare.
Perché accade?
Da un lato c'è la convergenza di testo e immagine verso un ritmo che deve essere fulmineo, ma dall'altro credo che la ragione principale sia nel nocciolo più profondo che ogni buon haiku racchiude in sé: in quelle tre righe si assiste al disvelamento di un mondo tutto nuovo.
Non è forse questo uno degli eventi più vivaci e folgoranti cui la nostra mente possa assistere? Evviva i 'fuochi d'artificio' di Serena Viola.


Carla

Noterella al margine. Per rispetto della precisione giapponese e delle menti dei lettori, sarebbe stato bello che nell'introduzione Silvia Geroldi avesse spiegato meglio il canone metrico della sillabazione di un haiku. Da me, perduta, che contavo con le ditina le sillabe, è arrivata in soccorso Chiara Stancati con la sua sinalefe.