venerdì 12 maggio 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


PUNTI DI VISTA


Sappiamo bene come una storia possa essere raccontata in modi diversi, a seconda del personaggio che la racconta; in ‘Divergente’, firmato dalla canadese Victoria Grondin e tradotto da Sante Bandirali per i tipi di Uovonero, il punto di vista è radicalmente ribaltato rispetto alla consuetudine. Guillaume, il protagonista, è affetto da una rara sindrome neuropsichiatrica, la sindrome di Wing; già da piccolo dimostra la sua diversità rispetto al fratello gemello, esempio di perfezione, mostrando tutta la sua caoticità in un mondo prevedibile ed ordinato. Una volta cresciuto, è stato costretto, lui che usa le metafore, ha bisogno della calcolatrice per fare dei calcoli, ad indossare sette braccialetti verdi che indicano l’assenza di qualsiasi propensione verso una specifica disciplina. È un ‘divergente’, diverso da tutti gli altri che risultano ‘convergenti’ verso una determinata abilità, contraddistinta dai braccialetti rossi. È irrazionale e poco obiettivo e non ha interessi che assorbano tutta la sua attenzione, ma ama guardare negli occhi le persone e scoprire le loro storie.
La famiglia è costernata e prova tutte le possibili cure, gli accorgimenti che consentano al ragazzo di sopravvivere da divergente in un mondo di convergenti. Guillaume ci prova, anche se si sente carente; sa che nessuno crede che potrà mai fare qualcosa di significativo in futuro; l’unico segno di speranza è rappresentato dall’incontro con una ragazza, Grace, che sembra simile a lui e condivide in particolare la stessa passione per il jazz e il blues, che coltivano frequentando il negozio di vinili di Izayah. Può davvero un amore, ammesso che sia autentico, riscattare una vita da ‘disabile’?
Spero che a questo punto sia chiaro il punto di vista di Guillaume: è un soggetto divergente in una società in cui la normalità è rappresentata da soggetti con diverse forme di autismo; quello che per noi, lettrici e lettori, è normale, in questo romanzo breve diventa l’anormalità, la sindrome che va accettata e gestita, ma che rappresenta comunque uno stigma.
L’escamotage del ribaltamento di situazione consente all’autrice di metterci di fronte al nostro stesso pregiudizio, alla diffidenza che proviamo di fronte a persone che non consideriamo ‘normodotate’. E così non possiamo che immedesimarci nella solitudine del ‘diverso’, laddove, al di là delle prestazioni mentali più o meno eccezionali, siamo pronti a ghettizzare le persone autistiche senza nemmeno provare a comprendere come sia il mondo dal loro punto di vista.
Il punto di vista di una persona affetta da una delle manifestazioni dello spettro autistico l’abbiamo incontrato (e amato) ne ‘Il mistero del London Eye’, capolavoro di Siobhan Dowd: lì con Ted, indimenticabile protagonista del romanzo, abbiamo scoperto le difficoltà e le abilità di un ragazzino che non può essere considerato normodotato. Abbiamo, almeno parzialmente, imparato cosa significa dover gestire le proprie difficoltà in un mondo che non si pone nemmeno il problema di venirti incontro ed accoglierti.
In ‘Divergente’ il nostro protagonista scopre a sue spese quanto sia dura la condizione di chi non è come gli altri, al di là dell’affetto e delle buone, o presunte tali, intenzioni. Rispetto ad altri romanzi basati su questo meccanismo del ribaltamento, usato per esempio da Nicola Brunialti in ‘Saturnino’, qui non c’è proprio un finale consolatorio, quanto una fotografia nitida non solo dei pregiudizi, ma anche dell’intangibilità di un sistema sociale che i ‘diversi’, variamente declinati, li esclude.
L’autrice si è occupata a lungo di neuropsicologia e in particolare di autismo; si percepisce la competenza nel descrivere i protocolli, le terapie, le strategie comportamentali studiate per permettere alle persone autistiche, o almeno ad alcune di esse, di vivere degnamente in un mondo di normodotati.
La lettura, punteggiata da numerosi riferimenti alla musica jazz, è scorrevole e coinvolgente, ma non per questo può definirsi ‘facile’; può invitare a riflessioni più attente e consapevoli rispetto al mondo della ‘diversità’ . Consiglio caldamente la lettura a ragazze e ragazzi a partire dai tredici anni.

Eleonora


“Divergente”, V. Grondin, trad. S. Bandirali, Uovonero 2023





 

mercoledì 10 maggio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'AVIATORE E IL BAMBINO BIONDO

Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry, Chris Riddell 
(trad. Chiara Carminati) 
Il Castoro 2023 


NARRATIVA ILLUSTRATA 

"Rimasi a guardare quell'apparizione con gli occhi tondi per lo stupore. Non dovete dimenticare che mi trovavo a mille miglia da ogni terra abitata. E quell'ometto non sembrava smarrito, né morto di fatica, né morto di fame, né morto di sete, né morto di paura. Non sembrava affatto un bambino disperso in mezzo al deserto, a mille miglia da ogni terra abitata. Quando finalmente riuscii a parlare, gli dissi: 
'Ma... cosa ci fai qui?' 
E lui mi ripeté, adagio adagio, come fosse una cosa molto importante: 
'Per favore... disegnami una pecora...'" 

Il resto è cosa nota. 
Più che una pecora, sarà una cassa quella che l'aviatore in panne disegnerà per il bambino, su un pezzetto di carta con la sua stilo. E da questo sboccerà lentamente il loro reciproco affetto: si conosceranno, o per meglio dire, il bambino con la sciarpa gialla e i capelli biondo oro racconterà all'aviatore del suo piccolo pianeta, stella, di partenza e il lungo viaggio che ha fatto attraverso numerosi altri piccoli asteroidi fino al suo arrivo sulla terra. 
Ed è a quel punto che le loro storie convergeranno in mezzo a un deserto. 
Il bambino racconterà di sé, dei segni che hanno lasciato in lui gli incontri fatti nel suo passato. Farà un certo numero di domande di cui pretenderà sempre una risposta, spesso non risponderà a quelle che gli porrà l'aviatore, faranno della strada insieme e alcune grandi verità si stamperanno nella loro testa e nella nostra. 

Leggere, almeno una volta nella vita, il Piccolo Principe, è un obbligo morale se nasci in questo spicchio di mondo. Quando farlo, invece, è argomento controverso. Tenderei a escludere la pratica di metterlo in mano ai bambini come regalo per la promozione in quarta elementare, a meno che nel biglietto di accompagno non si specifichi con chiarezza, di leggerlo solo dopo un po' di anni. Prima è uno spreco. Non mi pare, così come è stato concepito nel 1943, appartenga alla categoria dei libri che parlano a tutti, perché il senso più profondo ricorda quello di una verità rivelata: dietro la parabola, dietro la storia, c'è la filosofia. Manca un po' del naturale incedere fluido di un racconto e ha invece certe legnosità nella struttura che rendono lo scorrimento talvolta accidentato. 
Legnosità anche visive, che però hanno attraversato i decenni e sono entrate nell'immaginario collettivo. A parte il colpo di genio del boa e dell'elefante, di fronte al quale ancora oggi ci si deve solo inchinare con rispetto, di tutte le altre illustrazioni è possibile apprezzare il valore, storicizzandole. Ma di più non saprei fare. 
Per tornare al testo, invece, per entrarci per bene bisogna essere già buoni lettori e bisogna aver imparato a capire al volo cosa si nasconda dietro i fatti. 


Un po' come la questione della cassa e della pecora: devi essere in grado di vederla dentro la sua cassa. Concorderei, in estrema sintesi, stando a quanto mi dice una delle più accanite e competenti giovani lettrici che conosca, che il Piccolo Principe così come Siddartha non si possono ignorare, ma rappresentano solo una tappa nel percorso evolutivo di ogni lettore. 
Dopo si cresce e si va in cerca di altra scrittura. 
Tuttavia, è altrettanto incontrovertibile che nelle occasioni in cui si crea l'opportunità di rileggerlo, anche a distanza di anni, il Piccolo Principe abbia la capacità di fissarsi nel cuore e nella testa e stazionare per il giusto tempo. 
Ora però sono successi due fatti nuovi su un libro vecchio. Con competenze molto diverse, ma con il medesimo rispetto, da un lato Chiara Carminati alla traduzione e dall'altro Chris Riddell all'illustrazione ne hanno fatto un libro, che è nello stesso tempo il medesimo, ma è anche qualcosa di molto diverso. 
Cerco di chiarire. 
Chiara Carminati, penna felice, pur avendo vincoli ben maggiori rispetto a quelli di Riddell che illustra, è stata capace di limare il più possibile le asperità date dalla lingua che invecchia, per arrivare a ottenere una scorrevolezza nuova. Brava. Adesso tutto va molto meglio. E questo è il primo fatto. 
Chris Riddell, per ovvie ragioni, fa invece una scelta ben più radicale. Lo spiega con chiarezza al principio, mettendo subito in ballo il rapporto affettivo che lo lega a questa storia e soprattutto decidendo, in nome della propria libertà (che il piccolo principe in persona avrebbe tanto apprezzato), di guardare tutto da un punto di vista terzo e soprattutto esterno, ossia quello che vede accadere - come su un palcoscenico o forse meglio dire dal buco di una serratura o dal mirino di un cannocchiale (vista la sovracoperta) - la storia di quell'aviatore e di quel bambino biondo.


Usa entrambi i suoi registri: il bianco e il nero e il colore, le tavole intere e quelle articolate per accogliere le cornici che contengono i testi. 
Si insinua laddove Saint-Exupéry ha taciuto, e quindi per esempio immagina e disegna tutti gli astereoidi, dal B612 al 330, e li mette in sequenza, ancora prima che tutto inizi. 
Il Castello dei Pirenei di Magritte e in qualche modo anche l'immaginazione calviniana delle Città invisibili tornano. 
Rende omaggio alla questione del cappello-boa-elefante in tutti i modi possibili - se ne contano almeno quattro - e al principio punteggia le pagine con alcune piccole citazioni del piccolo principe e delle pecore di Saint-Exupéry come per accompagnare il lettore nel difficile passaggio da una iconografia consolidata a una tutta da scoprire. 
Poi decolla (!). E questo è il secondo fatto, cui si alludeva in principio.
Fa quello che sa fare meglio: guarda dall'alto e costruisce mondi e personaggi indimenticabili. 


Il primo dei quali è ovviamente il bambino stesso, cui dà un'aria gracilina dentro abiti troppo abbondanti, occhi azzurri spalancati, e capelli folti e gialli. Imprescindibile, la sciarpa. Già dal principio, abitua il lettore a questa nuova figura che dell'originale, mantiene carattere e anima. 
Lo disegna un numero di volte infinito, ritraendolo da ogni angolazione, intingendolo nel colore dell'atmosfera che attraversa, o mostrandolo in bianco e nero, che si nasconde nelle belle 'architetture' grafiche che crea per tenere insieme, ma separati testo e immagine. 
L'essere osservatore esterno gli permette una serie di piccoli capolavori nei ritratti dei due protagonisti assieme, quindi esplorando l'inesplorato. 


Di schiena seduti, in braccio nel cammino verso il pozzo. Meraviglia. 
Ma il grande volo avviene altrove. La sequenza delle tappe del viaggio del piccolo principe, fin troppo rapida nell'originale, qui respira a pieni polmoni. 


A parte i magnifici ritratti di tutti loro: dall'astronomo turco al mercante di pillole perfezionate per calmare la sete, le pillole del dottor Camel (!), a ciascuno dedica ben più di una singola tavola, così come non perde occasione di mettere a colori e riempire di dettagli i loro singoli asteroidi. Ambienti e fisionomie diverse, arredi e abiti sontuosi e perfetti per i singoli contesti, tutto questo genera spessore e dà concretezza al racconto, crea spazio ulteriore: dalle 115 originali le pagine raddoppiano in una fantasmagoria continua. 
Tutto prende forma, tutto acquista un volto - compreso il serpente e soprattutto la rosa, ossia le rose.


Dulcis in fundo: la volpe. Insieme alla rosa, uno snodo fondamentale nel ragionamento di Saint-Exupéry che con Riddell diventa anche qualcos'altro: lo spirito profondo, attento, giocoso ed affettuoso e soprattutto indipendente che lo ha guidato in questa meravigliosa avventura editoriale che ha reso luminoso e brillante un libro che si stava ingobbendo sotto il peso degli anni. 
Quindi da regalare anche alla prossima promozione in quarta, con un biglietto d'accompagno in cui si specifichi con chiarezza: goditelo anche adesso! 

 Carla

lunedì 8 maggio 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


PERIFERIA


‘Di cosa abbiamo paura’, di Davide Musso, pubblicato da Il Castoro, è un ritratto impietoso della vita che le periferie urbane riservano ai più giovani, soprattutto a quei ragazzi e a quelle ragazze con famiglie disastrate, privi di punti di riferimento oltre il ristretto giro d’orizzonte che l’ambiente consente.
È scritto in prima persona dai due protagonisti che si alternano nel racconto: Michi e Pablo, una ragazzina sostanzialmente sola la prima, un giovane immigrato sudamericano il secondo.
Michi fa parte di una squinternata banda di sedicenni che affronta l’estate con indolenza, ripetendo ogni giorno i medesimi riti di appartenenza: il loro mondo è circoscritto alle case popolari, le case rosse, in cui vivono. Piccoli furti, fumo, sfide insensate tanto per passare la giornata: al centro commerciale si va per rubare qualcosa. Il capo è Tommy, con un profilo criminale ben più consistente, che li dirige e li tiene insieme con disciplina ferrea. Michi è l’unica ragazza del gruppo e fatica a contenere le provocazioni degli altri membri del gruppo.
Pablo ha raggiunto da poco la madre in Italia e si è lasciato alle spalle brutti ricordi e l’immagine degli occhi splendenti di Lia. Anche lui è vissuto di espedienti, ha imparato a rubacchiare e fuggire, ma alle case rosse è spaesato; lì vige la regola non scritta che gli ‘arabi’, ovvero gli stranieri, devono stare al loro posto, devono restare dentro il confine che delimita la loro palazzina.
Il gruppetto di sedicenni, in realtà molto più fragili di quanto vorrebbero, ha deciso di prendere di mira i trasgressori, quelli che secondo Tommy, che in realtà ha altre motivazioni, hanno trasgredito le regole: il mini market dei ‘Bangla’, la marocchina che passeggia impunemente in cortile e via discorrendo.
Nel frattempo, però, Michi e Pablo, che è un abile graffitaro, si sono incontrati e fra loro è nata una ruvida amicizia, non forte abbastanza da evitare a Pablo un pestaggio.
L’incontro di queste due solitudini prelude però a una svolta che permette di intravedere un barlume di futuro per i due ragazzi.
Il ritratto di adolescenti che emerge da questo romanzo è lucidamente spietato: ragazzi abbandonati a se stessi, famiglia e scuola distanti anni luce; nell’ambiente degradato delle case popolari, che potrebbero identificarsi con tante periferie abbandonate delle grandi città, per loro non c’è possibilità di riscatto, quanto l’accettazione forse inconsapevole di un destino criminale che sembra nato per caso: dai piccoli furti, alle aggressioni, alla crudeltà contro gli animali, tutto converge in un’unica direzione.
Sopravvivere in un ambiente del genere, costruirsi un futuro diverso è cosa per pochi.
Certo, non tutte le periferie sono così e anche quando si ha a che fare con ambienti così degradati, il raggio di sole c’è, ci sono i volontari, la chiesa, la scuola che spesso costituisce l’unico vero avamposto di uno Stato per altri versi assente.
In questa storia il riscatto è frutto della fuga di due ragazzi e della loro capacità di immaginarsi diversi, ciascuno con i propri fantasmi con cui combattere ed è proprio quello che maggiormente li spaventa.
Ma un’amicizia diversa, non dettata dalla solitudine e dalla paura, può essere il loro punto di forza per reinventarsi.
Lettura impegnativa, interessante, coinvolgente per ragazze e ragazzi a partire dai quattordici anni.

Eleonora

“Di cosa abbiamo paura”, D. Musso, Il Castoro 2023




giovedì 4 maggio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UNA STRANA PERSONCINA DI DODICI ANNI

Milly Vodović
, Nastasia Rugani (trad. Camilla Diez) 
La Nuova Frontiera Junior 2023 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 14 anni) 

"Milly accende la torcia e, in ginocchio, si affretta a cercare in ogni incavo tra le rocce umide. Fiuta l'odore del metallo vicinissimo, avanza e finalmente posa la mano sul calcio freddo della rivoltella. Non ha mai tenuto un'arma da fuoco tra le dita. Sembra un piccone. Un piccone con i superpoteri. 
Sta per infilarla nello zaino, quando un rumore di passi fa scricchiolare la terra nel campo a due metri da lei. Istantaneamente il suo cuore si infervora e inciampa: è sola nel bel mezzo di un'oscura distesa selvaggia." 

È tornata, la notte seguente, sul luogo del fatto, a cercare quella rivoltella caduta dai jeans. 
Il giorno prima suo fratello maggiore Almaz ha avuto la sfortuna di incontrare Swan e Douglas, tra loro amici di infanzia, che hanno deciso di fargli passare un brutto quarto d'ora. Swan lo minaccia con una rivoltella, lo sfotte, lo prende a calci e piscia sul suo zaino in senso di estremo sfregio. Douglas assiste e ride e sfotte. 
Ma non è l'unico ad assistere alla scena: ci sono, non visti, anche Tarek e Milly, cugino e sorella di Almaz. Mentre Tarek pensa sia meglio non intervenire per salvare Almaz, Milly, dodici anni, ragazzina senza paure, entra in scena e in una breve colluttazione butta a terra Swan e gli rompe un braccio. 
Almaz è salvo, ma la situazione non è risolta perché Swan Cooper e Douglas Adams, non sono due qualsiasi, hanno alle spalle due famiglie potenti: il signor Cooper è padrone della fattoria dove vivono i Vodović e la signora Adams è la sceriffa di Birdtown. 
Alla periferia di una cittadina del sud degli Stati Uniti, vivono gli ultimi, e i Vodović tra questi. Fuggiti dalla guerra in Bosnia cercano di vivere onestamente, di non attirare l'attenzione della comunità locale. Sono uniti, si danno molte regole per non finire nei guai, vivono con quel poco che il nonno Deda guadagna facendo disinfestazioni, e Petra, madre vedova dei ragazzi, racimola facendo le pulizie. 
I grandi hanno un passato di guerra che li assedia, i ragazzi hanno piccoli e grandi sogni nel cassetto: Almaz, prima o poi diventerà presidente degli Stati Uniti per offrire a suo nonno una casa con piscina, dove riposarsi. È un bravo ragazzo, passa il suo tempo in biblioteca, è anche un bravo fratello e un bravo cugino. Fino al giorno in cui viene freddato davanti alla biblioteca con due pallottole nella pancia. Nessuno ha visto. Nessuno sa. Nessuno si chiede. 
Solo Milly cerca di trovare un senso al suo dolore nella ricerca disperata della verità. E per farlo attraversa, luminosa e a testa alta le miserie, i dolori e la pochezza di quel piccolo mondo che piano piano si svela davanti ai suoi occhi di ragazzina, lei che è fiera di essere 'una strana personcina di dodici anni'. 

Una densità di scrittura che lascia senza fiato. E diverse cose bellissime.
Questa è la sensazione che si prova leggendo questo libro, il secondo nella collana Oltre dedicata ai più grandi, dopo Il centro del mondo. Nonostante le sue 450 pagine, una passeggiata rispetto alle sole 190 di Milly Vodović. 
Lei, Milly, è la luce e la voce di questa storia nera nera, piena di ombre, costruita sulla vitalità di una ragazzina tanto ribelle e selvatica, quanto tenera e sensibile che si trova a dover fare i conti con il dolore, la solitudine e la durezza della realtà. Sorge spontaneo pensare che tanta lucidità di racconto arrivi da una vita vissuta. Ma non so. 
I suoi dodici anni l'hanno sempre aiutata a saltare più in alto, verso l'aria pura, anche e soprattutto nei confronti dell'orrore che ha segnato la sua famiglia. 
Lei non sa cosa ha significato la guerra da cui sono fuggiti: la Bosnia, gli affetti lasciati laggiù, per lei hanno il sapore del mito. Così come il padre mai conosciuto è interlocutore di molti suoi ragionamenti, tanto poco lo è sua madre o suo nonno, che invece hanno il torto di essere lì a darle mille regole. Eppure. 
Almaz, più grande di lei di almeno sei anni, lui sì che è un faro. E quando si spegne in quel modo assurdo e tragico, lei annaspa. E in questo suo cercare di restare a galla si aggrappa, ossia entra in un contatto profondo, lei non sa fare nulla con superficialità, con gli altri personaggi della storia: non molti in effetti, ma tutti molto complessi. 
Da una parte irrompe, complice un mazzo di fiori per scusarsi del braccio rotto, nel mondo di Swan che, lontano dal suo ricco padre, assiste la madre scrittrice e alla fine dei suoi giorni, consumata dalla malattia. 
Dall'altra si intrufola nella vita di Douglas, e in qualche modo gli si accoccola nel cuore. Riceve da lui un bacio furtivo e un cucciolo di cane, sottratto al tremendo fratello 'scoppiato'. Attraverso il suo sguardo limpido, i membri della sua famiglia, e poi Swan e Douglas e le loro bislacche famiglie, e ancora più in là, la società gretta e razzista della provincia profonda americana, prendono forma. 
Con durezza ma anche con grande onestà intellettuale le relazioni interpersonali, i dolori, le solitudini, le fragilità, addirittura le dolcezze, queste ultime così difficili da ammettere, escono allo scoperto. 
E Milly dall'alto dei suoi dodici anni, attraverso l'istinto che sempre la guida, capisce, piano piano, le ragioni, o meglio le non ragioni, di tutto quello che la circonda e che su di lei lascia un segno indelebile e definitivo. 
E nel farlo si lascia dietro l'infanzia e l'innocenza. 
Rugani lo ha dichiarato e ne ha fatto la spina dorsale della sua scrittura: non prendere mai in giro i bambini. In questa densità di questioni cruciali, due sono le valvole di sfogo che permettono di tirare il fiato: lo sfondo fantastico con opossum parlanti e albi illustrati premonitori e dall'altro i dialoghi tra nonno e nipote che strappano un sorriso per ironia e nitore che probabilmente arrivano da una storia personale, confermando il sospetto che dietro il piccolo sorriso di Nastasia Rugani ci sia quello potente di Milly. 

Carla

martedì 2 maggio 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


IL TESORO DELLA MAGHIARGIA


Il romanzo di Alessandro Q. Ferrari, ‘Quando raggiungeremo il sole’, pubblicato da De Agostini, ha notevoli spunti di originalità, ma anche una certa prevedibilità.
L’autore, che aveva già firmato ‘Le ragazze non hanno paura’, pubblicato con lo stesso editore e che ha avuto un discreto successo, ci propone, ora, un romanzo d’avventura con un’ambientazione molto particolare.
Siamo in Sardegna, ad Argias, nome di fantasia che forse si riferisce ad Argiolas, ma nello stesso tempo a un ragno velenoso, chiamato argia, con una mitologia simile alla tarantola e ai suoi riti.
In ogni caso, un paesino, in cui vivono quattro ragazzini: Radi, il più grande, Geli, Basma e Ulisse, il più piccolo, di undici anni.
Come tutti i piccoli paesi, anche Argias ha i suoi misteri, ospita, in particolare, una strega, la Maghiàrgia, che ispira timore in tutti i ragazzini. Radi, che è un involontario promettente giocatore di calcio, coglie l’occasione del ricovero della Maghiàrgia, per introdursi nella sua casa alla ricerca di un tesoro; invece di questo, trova un album con delle foto e degli appunti relativi ad un treno.
Per fortuna nel gruppo c’è Geli, una ragazzina che parla in modo forbito e conosce molto bene la storia del nazismo e della seconda guerra mondiale; grazie a lei, i ragazzi capiscono che in quell’album ci sono le indicazioni relative ad un treno carico di oro, di pietre preziose ed altro, nascosto in una grotta in Polonia. Infatti, la strega altri non era che Antioca Porrà, compagna del capo della famigerata banda di Pietro Koch, complice solerte dei carnefici di Hitler in Italia.
I quattro ragazzi vedono la possibilità di dare una prospettiva diversa alla propria vita e, nello stesso tempo maturano il desiderio più grande che un ragazzino possa coltivare: partire per una grande avventura.
Con grande determinazione, anche con l’aiuto della stessa Maghiàrgia, racimolano tutti i soldi che possono e si mettono in viaggio: prima la corriera, poi il traghetto fino a Civitavecchia, poi il treno che li deve portare a Vienna e poi in Polonia. Naturalmente quasi niente va come avevano previsto, vengono derubati e più volte devono ricorrere ad espedienti per poter continuare il viaggio. Nelle campagne di Tarquinia vengono aiutati da una ragazzina che vive in un ghetto di immigrati, schiavizzati da un caporale che i nostri quattro eroi riescono a derubare.
Il resto del viaggio sarà soprattutto una fuga da questo criminale, ma anche dai genitori che nel frattempo si sono organizzati e hanno compreso le intenzioni dei ragazzi.
Non posso svelare la serie di colpi di scena che contraddistingue il finale, ma posso dire che ricalcano i topoi più classici del romanzo d’avventura.
Il romanzo non è solo questo, racconta con realismo la vita di questi ragazzi, le difficoltà dei figli d’immigrati, che sono dentro e fuori dalla nostra società. Ci sono ritratti di situazioni familiari ‘tipiche’, in cui si rappresenta la sostanziale solitudine dei più giovani.
Più di questo sono validi i ritratti dei quattro ragazzi: Basma, la brava ragazza musulmana, Ulisse il ragazzino dal cuore tenero che vuole liberare in mare l’aragosta rubata ad un ristorante; Radi , il campione recalcitrante, e infine Geli, forse la meno credibile dei quattro.
Mi è sembrata anche molto interessante l’idea di partenza di tutta la storia, che mette insieme la Sardegna delle tradizioni antiche alle vicende tragiche dell’occupazione nazista in Italia, con la partecipazione dei repubblichini.
La lettura è coinvolgente, scorre con grande facilità ed è consigliata a ragazze e ragazzi a partire dai dodici anni.

Eleonora

“Quando raggiungeremo il sole”, A. Q. Ferrari, de Agostini 2023





 

lunedì 1 maggio 2023

AUTARCHIA

Ogni volta che arriva porta con sé un certo numero di pacchi cilindrici di biscotti allo zenzero prodotti industrialmente per la catena del suo supermercato prediletto. Costano meno di mezza sterlina e sono buonissimi. Il fatto è che lei non viene spesso, o almeno non tanto spesso, quanto la nostra voglia di vederla e di mangiare i biscotti ci consentirebbe senza soffrirne. Ora, rifare lei con la frolla come nel Reuccio fatto a mano, non è cosa, ma per i biscotti ci siamo organizzati. Va da sé che la ricetta è UK e che lei li produce per i group meeting e che ci è diventata anche famosetta...


Ingredienti per mezza dose

100 gr di farina 00
40 gr di zucchero moscovado, ossia integrale (quello con i granelli che si muovono sempre un po')
50 gr di burro
2 cucchiai di golden syrup
1 cucchiaino raso di lievito per dolci
1 pizzico di sale 
1 cucchiaino almeno di zenzero in polvere

Accendete il forno a 180°
Mettete tutti gli ingredienti secchi in una ciotola e mischiate.
Fate scaldare il burro e il golden syrup sul fuoco basso, quando è liquido aggiungetelo alle polveri.
Mischiate quindi con le mani fate palline da 15 gr l'una e disponetele su un foglio di carta forno sulla teglia un po' a distanza.
Infornate e fate cuocere per 10 o 11 minuti.
Sfornate e sui biscotti ancora caldi fate una leggera pressione con il fondo di un bicchiere, in modo da appiattirli leggermente.
Fate freddare.



La nostalgia resta, ma almeno si mitiga un primo maggio piovoso.

Carla



venerdì 28 aprile 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DODICI COSE BELLE, ANZI TREDICI

Ora di nanna, Kjersti Annesdatter Skomsvold, Mari Kanstad Johnsen (
trad. Lucia Barni) 
Beisler 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"'È ora della nanna, Bo.' Bo si regge in equilibrio su un piede solo. 
'Ma sto già dormendo.' 'Cosa vuoi dire?' chiede la mamma. 
'Sono un pappagallo, io' dice Bo. 
'Il pappagallo dorme in questa posizione, con una zampa alzata', spiega. 
'È vero, la nasconde sotto le piume così così non prende freddo agli artigli', conferma la mamma."

Ma non si era detto che era ora della nanna? La conversazione tra i due ha preso una direzione inaspettata, e tutt'altro che soporifera. Si parla di animali, di loro abitudini, poi si propongono addirittura spuntini prima di fare il bagno, di lavarsi i denti e di infilarsi il pigiama. 
Tutto questo avviene tra un andirivieni di animali veri, un cane e un gatto, animali di pezza, di cui il preferito sembrerebbe un serpentone di lana a strisce, e animali evocati che assumono via via le sembianze di un bimbetto e di una mamma con gli occhiali: dagli orsi alle lontre, passando per due pipistrelli. 
Però evidentemente la chioccia conosce i suoi polli e quindi sa che tutto questo vivace via vai di bestie alla resa dei conti stancherà Bo e soprattutto lo farà passare dalla veglia al sonno con un bel sorriso in faccia. 
Che poi è la cosa migliore che possa capitare a chiunque.

Almeno una decina di cose belle che capitano in questo libro e in mezzo due ragionamenti su. 
La prima sta nel ritratto della vita vera e nel suo disordine. Senza parere c'è una madre che ha appena preso il contenuto da una lavatrice e lo sta stendendo, e ha appena ritirato quelli asciutti, mentre Bo sul divano si confronta con il cane e il gatto si attacca con le unghie ai pantaloni appena stesi. 


Il testo in proposito è assolutamente muto. 
Sempre in assoluto silenzio quella mamma va avanti con la routine della sera, ovvero raccoglie, con mani e piedi, il delirio di pupazzi che sono in giro, e già che è lì mette a posto anche il giornale (!). 
Si potrebbe scrivere molto sulla piacevole sensazione che si prova a mettere a posto prima di andare a letto, ma porterebbe lontano e comunque è rivolta agli adulti lettori. 
Nel frattempo, essendo multitasking come tutte le donne, parla con il ragazzino e avvia la routine dell'andare a dormire. 
E qui partono la seconda e la terza cosa bella, ossia il gioco che nasce tra i due, ossia di come quel ragazzino lanci ami a sua madre - il pappagallo, il leone dietro il water e cose così - e lei abbia sempre voglia di abboccare e addirittura di rilanciare, come farebbe un vero professionista della pesca. 


Ogni esca di Bo diventa complicità, ovvero intesa, e nello stesso tempo diventa modalità condivisa. Anche su questo si potrebbe scrivere molto sui criteri educativi, piuttosto diffusi e consolidati nel Nord Europa, che molto lentamente stanno diventando patrimonio comune. 
E qui entra in gioco la quarta cosa, ossia le promiscuità con cui in quella casa si vive con gli animali. 
A partire dai mirtilli al gatto, e la sgocciolatura del bagno al cane, da entrambi sul piumino, al muso sul tavolo. 
Anche qui si potrebbe dire molto su quanto diversa sia per un bambino l'infanzia passata con un animale e un'infanzia senza, ma anche questo porterebbe lontano. 
Che il mondo animale sia la spina dorsale anche del testo è evidente, tuttavia le continue occasioni che si dà Mari Kanstad Johnsen creano un tessuto così robusto e interessante che è proprio difficile ignorarlo: dalle foto di famiglia sulle scale, all'acquario sul tavolo, alla vista dall'alto della camera di Bo con i suoi poster (che peraltro potete comprare dal suo sito) e la sua collezione di pupazzi. 


E qui entrano in ballo la quinta e la sesta cosa, ossia i tagli prospettici e il continuo muoversi da una dimensione reale a una immaginata, ma anche un continuo muoversi di corpi e cose che rendono il disegno e la storia ancora più agitati di quello che già sono. Animali che escono dallo specchio e scorrazzano in corridoio, lampade vere e gufi finti, primi piani, panoramiche a volo di uccello, e a volo di rondine, profondità di campo, animali o mamme che sono troppo grandi per poter entrare nel foglio, l'arrampicata sulle scale da parte di Bo, ripreso dal basso, o il suo bagno visto dall'alto sono una gioia. 
La gamba ritratta per assecondare la forma aerodinamica di una rondine. Le schiene che si curvano, le mamme che si accucciano, i gatti che si accoccolano sono tutte piccole bellezze che informano di quanto questo sia disegno solo apparentemente ingenuo. 
E qui entrano la settima e l'ottava cosa, ossia il segno e il colore. Nella tradizione scandinava che sta dando davvero grande prova di sé entrambe le cose dimostrano la loro modernità assoluta, lontane mille miglia dal canone classico, in nome di una ricerca di comunicazione molto "espressionista" del disegno. Davvero Mari Kanstad Johnsen non si è data limitazioni in questo senso ed è un piacere constatarlo: pagine scure scure, ombre illuminate, soggiorni coloratissimi. 


Confusione di segni che a prima vista paiono scarabocchi. Ma mai lo sono. 
Le ultime due cose belle sono dettagli, ma come tali in grado di dire parecchio e di spostare il pensiero. 
Gli occhiali: far indossare alla madre gli occhiali è proprio una bella idea, non importa se consapevole fin dal principio, perché permette di capire all'istante in grande gioco di immedesimazione che è in atto. Brava. 
I risguardi: quelli iniziali funzionano, si potrebbe pensare, da ginnastica di riscaldamento per tutte le sinuosità interne che poi segneranno i contorni di personaggi e oggetti. Quelli finali sono quella cosa a cui si alludeva in principio, ossia quello di saper e voler parlare anche ai grandi. Alla giusta distanza, raccontare in silenzio, di quel mettere tutto a posto e di prendersi due minuti di pace tutti per sé, leggendo il giornale. Oppure di stramazzare sul tavolo da disegno, a tavola finita. Oppure... oppure. Bestie, ovunque. 
Per arrivare alla dozzina quindi direi che è cosa bella aver costruito un libro in grado di parlare molti linguaggi diversi, tenendo bene in conto che questi strani oggetti fatti di parole e disegni sono anche e forse soprattutto territori da condividere. 


E ultima, ma forse la principale, è l'aver dimostrato a tutti che si possono ancora fare libri così tanto belli su una questione così tanto battuta. 

 Carla

Noterella al margine. 
Nel frattempo di cosa bella se ne è aggiunta anche una tredicesima. Ma non spetta a me dirla.

mercoledì 26 aprile 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


FRA MADRE E FIGLIO


L’autore giapponese Shinsuke Yoshitake è ben conosciuto in Italia: diversi editori hanno curato la traduzione dei suoi libri illustrati e degli albi, alcuni dei quali hanno ricevuto importanti riconoscimenti, come l’indimenticabile ‘Non si toglie!’. 
Eccolo tornare a parlare d’infanzia, con ‘Poi però’, che è pubblicato dall’editore Becco Giallo.
Qui è descritto il rapporto fra una madre e un figlio che cresce. L’essenza di questo rapporto è vista, con occhio ironico, ma intensamente partecipe, contrapponendo situazioni apparentemente contraddittorie, raccontate in prima persona da una madre che racconta al figlio le tappe della loro storia comune, che, come per tutti, ha alternato momenti gioiosi e momenti tristi, allegria e preoccupazione: prima piangevi, contrariato dall’atteggiamento di una compagna di giochi, poi però eri pronto a dimenticare tutto e a rimetterti a giocare; e così quando ti ammalavi, eri capace di passare da uno stato di agitazione al tracollo febbrile, per poi riprenderti in men che non si dica.


Poi però si cresce: tutti i figli crescono e il distacco è inevitabile e così pure la lontananza. Poi però, si ritorna a casa, cambiati, magari con una propria famiglia. Ma fra madre e figlio, ancora una volta, la nostalgia e i ricordi si alternano alle mai sopite discussioni, ai diversi punti di vista, alle recriminazioni senza fine.
Poi però…
Così come era stato per ‘La prima volta che sono nata’,  l’albo è rivolto soprattutto alla lettrice adulta, a quella mamma che vede crescere il proprio figlio fra mille arrabbiature e un amore profondissimo, e l’ansia per le malattie, il dispiacere del distacco e quegli abbracci senza fine che mettono rimedio a qualsiasi litigio. Un tira e molla fra lasciar andare e trattenere, fra andarsene e tornare che centra perfettamente la dialettica fra una madre e un figlio.


Lo sguardo di Shinsuke Yoshitake è uno sguardo complice nei confronti di entrambi i protagonisti: di entrambi viene rappresentata la forza e la fragilità: nel bambino che da piccolo dipende dall’abbraccio materno, dalla sua protezione, per emanciparsene nel corso del tempo; e la forza materna che tutto affronta per prendersi cura del proprio figlio, per poi scoprirsi sola al momento del distacco.
La commozione è assicurata, in tutte quelle mamme che hanno visto i figli lasciare il nido o essere in procinto di farlo; ma, per fortuna, si sorride molto di questo ritratto affettuoso di quella che potremmo definire una lunga battaglia in cui in fondo, almeno si spera, vincono tutti.


L’autore giapponese, con il suo stile asciutto, vicino al fumetto, illumina questa tematica universale con delicata ironia; pur con un tratto essenziale, riesce a rendere con grande efficacia gli stati d’animo, le emozioni, i pensieri nascosti e i fili invisibili che legano i due protagonisti.
Lettura consigliata a tutti, dai sei ai novantanove anni.

Eleonora


“Poi però...”, Shinsuke Yoshitake, Becco Giallo 2023