venerdì 11 gennaio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

QUESTO GATTO NON È MIO!

Il re senza reame, Alex Cousseau, Charles Dutertre
(Trad. Federico Appel)
Sinnos 2018


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Questa è la storia di un re che non ha niente e che abita nel Paese dell'Incontrario dove piove quando c'è il sole, tutti hanno tutto e il re non ha niente di niente. Nel Paese dell'Incontrario ci sono castelli ad ogni angolo. La gente circola in carrozza, oppure sotto ombrelli multicolori.
Il re, chiaramente, non ha un trono e così non può fare nient'altro che sedersi per terra e aspettare senza fare niente".

E mentre è lì sul marciapiede passa un gatto. 'Cosa stai aspettando?' 'Niente' Posso aspettare insieme a te?' 'Se ti va.'


E ora sono in due sul marciapiede davanti a cui passano nell'ordine: un cavaliere dal cavallo pauroso, una signora con un vocione e con un cestino da cui cade un pesce, poi un cane aggressivo che si crede padrone del marciapiedi.
Di fronte a chi si crede padrone si hanno due scelte: assecondarlo o ignorarlo. Gatto e re decidono per la prima soluzione e si allontanano di lì. Arrivano nel deserto dove effettivamente c'è il niente di niente. Il re si ferma perché quello sembra essere il suo regno ideale e con lui anche il gatto e il pesce che ha nella pancia. Loro si fermano lì, io mi fermo qui (nel raccontare).

In questa storia tutto è per finta, ma non c'è niente di falso.
Se ne deduce che è una storia perfetta per bambini e bambine.
Si tratta, in sostanza, di un mondo piacevolmente capovolto dove quando piove c'è il sole e dove chi normalmente ha tutto non ha niente e viceversa. È un ribaltamento della realtà assolutamente perfetto e logico nella sua assurdità. Non è possibile perdersi, basta semplicemente invertire i termini del discorso è il gioco è fatto. Se il libro fosse fatto solo questo sarebbe piacevole, ma per nulla originale e piuttosto prevedibile: Rodari rules.


Così non è. Grazie all'alchimia che alcune coppie felici e collaudate di autori sanno produrre. Dunque, in questo contesto rovesciato, già divertente di per sé, le due canaglie di Cousseau & Dutertre mettono in azione due (e poi tre) personaggi principali noti e riconoscibili da tutti: un re, un gatto che nel corso del tempo si metterà anche gli stivali e un pesce parlante. A questi si aggiungono i ruoli strumentali del cavaliere che è lì per portare gli stivali, del donnone che è lì per consegnare il pesce e del cane che è lì a spronare i tre attori principali verso il gran finale.
Alex Cousseau e Charles Dutertre costruiscono questa magnifica finzione, in cui gli elementi narrativi si sommano e si mischiano secondo un 'disordine' ordinato. A ogni giro di pagina, come un metronomo, entra qualcuno di nuovo e con lui arriva l'anomalia: il suo ruolo si definisce grazie a caratteri inattesi e si connette agli altri attraverso legami non consueti. Per essere più chiari: il cavaliere è fiero, come tutti i cavalieri, ma ha un cavallo pauroso che lo disarciona, spaventato dal gatto. Le anomalie di un cavaliere con il sedere nella polvere, di un cavallo goffo e fifone e di una caviglia slogata fanno ridere. Ma portano agli stivali. Lo stesso si può dire della signora burbera che perde pesci dal cestino della spesa. E via andare. 



In tutto questo racconto di finzione però emergono una serie di verità inoppugnabili: la principale è quella che ruota intorno all'autodeterminazione del gatto che fino alla fine ci tiene a sbandierare la propria libertà di appartenere solo a se stesso. Circostanza che il re, che di possesso se ne intende, non smentisce, anzi avvalora. La seconda, invece, ruota intorno alla libertà del non possedere. 
E già solo su questa questione ci sarebbe tanto da dire.
E poi ce ne sarebbe anche una terza...
Su tutto questo, che è già molto, si espandono i due linguaggi che raccontano: il testo e l'illustrazione. Entrambi felicissimi negli esiti. Un applauso a Federico Appel per quel tradurre che rispetta il canone dello scrivere e del parlare prende la scanzonata leggerezza. Bravo, bravo. Di Dutertre sono apprezzabili le pagine 'medievali', dall'Irlanda al Medio Oriente, tessute come un arazzo, o come certe miniature con figurine ovunque, che nel loro sopra e sotto si rispecchiano pur di non cadere nel temuto horror vacui.


Meglio non perdersi un libro così anche se sono in pochi ad averlo notato.

Carla

mercoledì 9 gennaio 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


GRANDE CONFUSIONE


Prendo in prestito un famoso detto di Mao Tse Tung, grande è la confusione sotto il cielo la situazione è eccellente, per introdurre la nuova proposta della coraggiosa collana Rivoluzioni, ideata e curata da Teresa Porcella per Libri Volanti.
Il titolo, azzeccato, è ‘La mini e la luna. Il ‘68 le proteste, i sogni e le conquiste degli studenti’.
L’autrice dei testi è Sofia Gallo, le illustrazioni come sempre sono di Otto Gabos.
Una collana che vuole ragionare sulle rivoluzioni, non solo politiche, ma soprattutto culturali, non poteva non trattare, prima o poi, del ‘68 o se vogliamo del mito degli anni ‘70.
Sofia Gallo sceglie la strada del racconto attraverso gli occhi di un giovane spettatore, Max, di tredici anni, che assiste alle vicende, assai complicate, del fratello Pierre, leader del movimento studentesco nel liceo che frequenta a Torino. Max stenta a comprendere fino in fondo quali sono gli obbiettivi di questi ragazzi e ragazze e non ha torto. Nel movimento studentesco convivono temi e parole d’ordine diversissimi: dal pacifismo alla lotta alla scuola di classe, passando da una generica, ma fortissima aspirazione alla libertà personale, declinata in tutti i modi possibili, dalla musica alla minigonna, dalle droghe alle libertà sessuali, qui appena accennate.


Il nostro Max è combattuto fra l’ammirazione per il fratello grande e la rabbia per essere di fatto escluso dalla sua vita: dopo un violento litigio con il padre, Pierre se ne va di casa. Max riesce a rimanere in contatto con lui attraverso la sua ex fidanzata e alla sorella di lei, di cui s’innamora.
Il ragazzino è un sognatore diverso, è affascinato dall’esplorazione dello spazio e da grande vuole fare lo scienziato. Quegli anni formidabili sono gli anni del primo allunaggio, della guerra in Vietnam, di Martin Luther King, dell’invasione della Cecoslovacchia, della bomba di piazza Fontana e della strategia della tensione.
Grande confusione, grande violenza, ma altrettanto grande creatività e un’ondata di trasformazione radicale delle società occidentali che non si è più ripetuta. Sono stati tanti i soggetti coinvolti in questo impeto ‘rivoluzionario’, gli operai, che ancora esistevano, gli studenti, nel loro magmatico e contraddittorio movimento, le donne, che si sono date strumenti originali di trasformazione.


Non poteva un racconto breve e particolare rendere conto delle tante cose che si sono intrecciate in quegli anni, anche se sono moltissimi gli accenni che varrebbe la pena i ragazzi e le ragazze di oggi comprendessero: gli aspetti di ‘costume’, la musica, la moda, la scoperta delle droghe, con gli effetti nefasti che ne sono derivati, la libertà sessuale e la contraccezione, che hanno modificato la vita e i destini di moltissime persone. Così come ora sembrano assurdi gli astrusi dibattiti ideologici, le zuffe permanenti fra diverse interpretazioni dello stesso movimento politico. Da questi dibattiti sono nate scelte scellerate, che hanno insanguinato il percorso successivo dei movimenti politici nati al di fuori della rappresentanza parlamentare.
E’ davvero difficile raccontarlo tutto questo e credo di poter dire che i due autori, Gallo e Gabos, abbiano compiuto un miracolo di sintesi che comunque rende l’idea dell’atmosfera entusiasmante di quegli anni, in cui sembrava fosse tutto possibile.
Una cosa forse non emerge con sufficiente chiarezza: allora i ‘giovani’ percepivano se stessi come un soggetto collettivo, nonostante le divergenze e le lotte intestine; questo potente sentimento, perché è di questo che parliamo, è durato una decina d’anni. Oggi a quella dimensione collettiva si è sostituito un grande, esagerato, e talvolta disperato, individualismo. Ed è un grande male, una grande debolezza della generazione dei giovani di oggi, che non ne sono, ovviamente, responsabili.
Mi auguro che la lettura di questo agile, stimolante breve romanzo sia d’ispirazione, rivoluzionaria, per ragazze e ragazzi a partire dagli undici anni.

Eleonora

“La mini e la luna. Il ‘68, la protesta, i sogni e le conquiste degli studenti”, Sofia Gallo, Otto Gabos, Libri Volanti 2018



lunedì 7 gennaio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

I LADRI DI BAMBINI

Il nonno bugiardo, Alki Zei, Andrea Antinori (trad. Tiziana Cavasino)
Camelozampa 2018



NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni)

"Che il nonno fosse un gran bugiardo, lo sapeva. Come il Barone di Münchhausen. Il Barone era diventato famoso in tutto il mondo per le sue fandonie. Il nonno tuttavia non era barone e mai sarebbe diventato celebre fino ai confini della terra per le sue menzogne. La cosa veramente strana era che, spesso, le storie che il nonno inventava si rivelavano vere, e così Andonis era costretto a credergli."

Bugiardo non tanto, di certo ritardatario. Il nonno di Andonis è attore di teatro e ha il racconto nel sangue. Si fa sempre aspettare, suona tre volte al campanello e non è mai disponibile prima delle 5 del pomeriggio. Vive da solo, ma conosce un mucchio di gente, soprattutto ragazzi e ragazze cui gratuitamente insegna l'arte drammatica. Al suo pubblico più affezionato - il nipote e Lara la domestica russa- racconta storie bellissime e spesso commoventi quanto improbabili. Ha girato in lungo e in largo e ancora adesso, con il nipote al seguito, viaggia sulle tracce dei suoi ricordi. E, come per incanto, tutto quello che agli occhi del bambino sembrava impossibile diventa reale negli incontri con i vecchi amici e nei luoghi che lo hanno visto giovane.
Un nonno così non passa inosservato e al piccolo Andonis non resta molto tempo per annoiarsi se è in sua compagnia. La sua vita passata è sempre viva nelle narrazioni che lui fa e che il nipote si 'beve' come se stesse leggendo un romanzo di avventura. Sullo sfondo della guerra civile greca, della dittatura dei colonnelli, del Maggio francese, il nonno racconta e racconta e ancora racconta la sua vita senza mai perdere di vista il senso e soprattutto il gusto per averla vissuta.
Per voce di bambino, il racconto di un'esistenza piena. Con colpo di teatro finale ed epilogo teneramente malinconico.

I grandi protagonisti in questo libro sono tre: un nonno (uno zio), un nipote (un nipote), la Storia.
Quest'ultima non si limita a fare da sfondo alla storia di Andonis e della sua famiglia e non si può non notarla. Viene avanti, sul proscenio, per conferire spessore alle situazioni, ai contesti, ai personaggi. La appassionata affermazione di libertà del nonno, il suo credo di uguaglianza radicano in un'epoca e in una temperie culturale ben precisa. E la biografia di Alki Zei ci conferma che dietro a quel nonno 'libertario' c'è l'impegno e la testimonianza personale di un'autrice per ragazzi, la più conosciuta e amata in Grecia, che ha come missione quella di condividere con i più giovani la memoria collettiva del passato, i principi fondamentali della democrazia e della libertà. E se l'intento di Alki Zei è lodevole lo è altrettanto quello dell'editore che decide di sposare la causa e quindi di diffondere testi del genere, tutto sommato insoliti per il mercato italiano, che dimostrano di avere respiro e orizzonti ampi, che vanno al di là del mare e delle montagne.
Attraverso la narrazione della vita del nonno fatta essenzialmente di fatti, vengono in superficie questioni più generali su cui ragionare: poterlo fare con nelle mani una 'mappa' storica con cui orientarsi, può essere utile e fare la differenza.
Attraverso la Storia agiscono nonno e nipote, circondati da un buon gruppo di 'non protagonisti' felicemente caratterizzati. A guardare la relazione reciproca tra Andonis e Marios, fatta in sostanza di molto affetto (ma anche devozione, emulazione, fiducia ecc.), emerge ancora una volta la bellezza che si genera tra nonni e nipoti, quando i nonni sono di questo tipo, ovvero oneste canaglie, che si sentono giustamente libere dal vincolo e dal peso della responsabilità educativa e si permettono la schiettezza e la parità nel dialogo con i nipoti. 


E nonostante questa libertà di ruolo si rivelano, quasi inconsapevolmente e involontariamente, educatori d'eccellenza. 
Di rado i genitori possono godere di questo status, che è invece peculiare di nonni e zii, i veri 'ladri di bambini' (come li definì Faeti in un suo saggio tanti anni fa).
La letteratura ne è piena. Ma per alcuni bambini e bambine, più fortunati di altri, nonni e nonne (zii e zie) così sono esistiti veramente.
In ogni famiglia dovrebbe essercene uno. Nella mia c'è stato. Fiero di esserlo, fino all'ultimo respiro.

Carla

Noterella al margine: Antinori con meno guizzi del solito e un paio di soluzioni compositive prese in prestito.








domenica 6 gennaio 2019


DOLCI DI LUNA

Tutto è nato da un bel gesto. Al principio dell'autunno, un regalo inaspettato di un albo illustrato che racconta una storia che arriva dalla Cina. Oltre alla gentilezza dell'editrice, mi è parso di intravedere da parte sua un incentivo a provare a fare i dolci di luna, tradizionali della festa di Metà Autunno. 


Magari non era proprio così, ma mi sono attivata lo stesso.
Ho cercato la ricetta nell'Internet, ho scoperto la tradizione legata ai Moon cake, ho scelto una ricetta con ingredienti di comune diffusione, ho cercato lo stampo, il più tradizionale possibile, e poi ho cominciato un lungo percorso costellato di insuccessi.
Nessuno dei tentativi fatti era cattivo di sapore, ma nessuno assomigliava neanche lontanamente al modello.
Insuccesso numero 1: la primissima ricetta conteneva burro quindi non era filologica, essendo il burro bandito in Cina. Scartata.
Insuccesso numero 2: la difficoltà di usare lo stampo di legno. Da qui ho imparato a fare la pallina ripiena e solo dopo a inserirla nello stampo.
Insuccesso numero 3: sebbene maneggiassi con più disinvoltura lo stampo, e i moon cake avessero una parvenza migliore da crudi, come li mettevo a cuocere perdevano la loro forma originale e soprattutto spariva in un battibaleno il disegno che li rende unici. Da qui ho imparato che il ripieno da me eletto a preferito -datteri, marmellata di albicocche e uvetta - non era quello giusto. Bandita la marmellata e le uvette perché in cottura si gonfiano e si allargano e smontano la bellezza dell'impasto che le avvolge.
Insuccesso numero 4: il disegno resta più visibile ma l'impasto è ancora troppo alto. Da qui ho imparato che deve essere reso molto sottile e avvolgere la pallina di ripieno come fosse un po' come una sfoglia.
Al quinto tentativo il risultato è soddisfacente, anche se, di mia iniziativa, ho smesso di lucidarli con il rosso d'uovo.
Sono una versione mediorientale di un dolce estremorientale, con una punta di british style.
Io sono per il melting pot!
Va da sé che al lento ma inesorabile miglioramento dei miei moon cake ha contribuito un brain storming di tutto rispetto: dottorandi in chimica e ordinari di archeologia. Per questo, qui mi sento di ringraziare la M chimica che 'sotto cappa' non la batte nessuno per aver studiato con me il ripieno ideale e il professore che si è preso il compito di smaltire con uguale entusiasmo tanti i fallimenti quanto i primi successi e ha apportato una ventata di novità nell'elenco degli ingredienti del ripieno.

Ingredienti
Impasto per sei moon cake

60 gr. di melassa (Demeter da Natura Sì) o di Golden Syrup inglese (Castroni)
30 gr. di olio di semi di girasole o di arachide
100 gr. di farina 00
mezzo cucchiaino di acqua in cui è stata sciolta una puntina di bicarbonato.

Ripieno per sei moon cake
5 albicocche secche sminuzzate
almeno una dozzina di datteri snocciolati e sminuzzati
4 noci sminuzzate


Versate in una ciotola la melassa o il Golden Syrup, quindi l'olio e l'acqua con il bicarbonato. Emulsionate con un cucchiaio di legno fino a ottenere un denso liquido marrone ambrato. Versate sopra la farina setacciandola e mischiate il tutto. Otterrete così un impasto morbido, ma maneggiabile. Avvolgetelo nella pellicola e mettetelo in frigo per almeno tre ore.
Nel frattempo, preriscaldate il forno a 180° e su un tagliere di legno sminuzzate con la mezzaluna i singoli ingredienti del ripieno, senza arrivare a polverizzarli (devo mantenere una loro consistenza perché si leghino nel farsi della pallina). Dividete in sei parti uguali il ripieno e con le mani fate delle polpette sferiche con un diametro di circa 3 cm. Passate le tre ore prendete dal frigo l'impasto e dividetelo in sei parti uguali quindi con un piccolo matterello, su una spolverata di farina perché non attacchi fatene dei tondi con un diametro di circa 8-10 cm di diametro. Mettete al centro la pallina e quindi chiudetele intorno la pasta. Regolarizzatela facendola rotolare nel palmo della mano fino a ottenere una sfera di circa 4 cm. Ungete con un pennellino lo stampo e poi infilateci dentro la pallina e premete in modo che si riempia del tutto lo stampo. Quindi giratelo e sformatelo. Infornate su lastra coperta da carta da forno e fate cuocere al massimo per 10 minuti.


Fatto!

venerdì 4 gennaio 2019

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


DEL MARE E DEI SUOI ABITANTI

Comincio questa passeggiata fra balene e capodogli, e anche orche, fra indiani mapuche e feroci balenieri, con l’ultimo racconto firmato da Luis Sepulveda per Guanda: ‘Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa’.


Confesso che all’inizio ho pensato che cominciare l’anno con una storia che, contro qualsiasi previsione, non è affatto consolatoria e non prevede lieto fine, non fosse proprio di buon auspicio per l’anno che è appena iniziato. Ma ho anche pensato che è una storia che regala consapevolezza e di questa abbiamo e avremo tanto bisogno.
L’incipit è di quelli che restano impressi: su una spiaggia del sud del Cile si è arenato un grande capodoglio grigio, quasi bianco; i pescatori del luogo portano la carcassa al largo, dove, svuotata, potrà sprofondare negli abissi dell’oceano. A piangerla un bambino, un mapuche che ricorda le antiche leggende del mare. Ma a raccontarle al nostro narratore sarà la balena stessa, attraverso una conchiglia. Ed ecco quindi dipanarsi la storia di questo gigante del mare che nel tempo ha protetto la popolazione dei cetacei e degli umani che vivono in sintonia con essi. Sono antiche leggende che legano i lafkenche, popolazione rivierasca appartenente all’etnia mapuche, al mare e ai suoi abitanti. In particolare alle balene, custodi del viaggio che le anime dei defunti compiono verso l’isola di Mocha.
E’ anche la storia di una lotta mortale con i balenieri, predatori spietati e incoscienti, disposti a tutto per il loro inconsistente bottino.
E’ una lotta mitica, che ripercorre, al contrario, il racconto di ‘Moby Dick’.
Da mostro inconoscibile e violento, il capodoglio diventa il simbolo di un’altra civiltà, meno predatoria, distrutta insieme agli animali che la rappresentano simbolicamente.
In questa storia, raccontata con il consueto stile di Sepulveda, che sceglie ancora una volta i toni della favola e della leggenda, non è pensabile un lieto fine. Per la storia già nota, ma anche più direttamente per quello che racconta, una lotta impari contro la ‘civiltà’ della distruzione e del consumo compulsivo delle risorse naturali. Non c’è gara.
Per questo, il libro di quest’anno non ha scalato le classifiche di vendita: non è una storia rassicurante, non ci dice che tutto andrà bene, al contrario ci racconta come la nostra cultura abbia fatto e faccia tuttora il deserto intorno a sé. Temi attualissimi, urgenti, esposti qui in forma favolistica, ma non per questo meno efficace.
Il capodoglio di cui si parla in queste pagine non è la creatura potentemente simbolica del romanzo di Melville e nulla della complessità del romanzo traspare nel racconto di Sepulveda. E’ proprio un altro mondo, quello di cui parla l’autore cileno: un mondo reale, concreto, fatto di vite umane legate al mare da vincoli strettissimi, di animali padroni dei grandi spazi oceanici, distrutti entrambi, o quasi, dall’incedere ossessivo del ‘progresso’.


Di questi animali, padroni dei grandi spazi oceanici, e del loro mistero parla anche l’albo dell’autrice inglese Jo Weaver, ‘Piccola balena’, pubblicato da Orecchio Acerbo. Ancora una volta il racconto per immagini del viaggio affrontato da una balena grigia con il suo cucciolo, dai mari caldi della California verso il grande Nord, è suggestivo, ma per nulla retorico: racconta di un’impresa, durissima e pericolosa, soprattutto per una giovane esemplare inesperta che trova l’unico aiuto nella madre. Madre e piccola, infatti lasciano le latitudini meridionali per ricongiungersi al resto del branco, nei freddi mari del Nord. 


Le immagini, tutte giocate sulle sfumature di un perfetto disegno a carboncino, raccontano quello che il testo non dice: la maestosità, l’imponenza e l’eleganza di animali di grandissime dimensioni e di sorprendente agilità. E gli spazi infiniti, le immensità abissali di cui sappiamo veramente poco. Questo albo, come il precedente ‘Piccola orsa’, rappresenta una particolare modalità di racconto, e racconto per immagini, coinvolgente ma nello stesso tempo rispettoso della realtà naturale.


Certo, le balene o i capodogli o le orche fra loro non parlano con parole umane; eppure esprimono una grande raffinatezza espressiva, come ha estesamente documentato Carl Safina in ‘Al di là delle parole’, pubblicato da Adelphi.
Qui, a dimostrazione della fondatezza di alcune osservazioni espresse dalle popolazioni locali, si afferma l’esistenza di ‘menti’ animali, soggettività complesse alla base di gruppi sociali molto articolati. Soggettività che possono cambiare la vita di un branco.
Sepulveda parla di un capodoglio mitico, talmente eccezionale da entrare nella leggenda; Weaver descrive con partecipe attenzione un aspetto della vita delle balene grigie. Safina ci porta dentro il loro mondo, per mostrarci quanto poco ne sappiamo e con quale tracotante arroganza l’abbiamo finora trattato.
Come nel mondo mapuche, noi e loro partecipiamo in realtà della stessa natura senziente; e questo mondo, in gran parte sconosciuto, è proprio ciò che stiamo pervicacemente distruggendo.
La consapevolezza di questo è l’unico vero antidoto a un mondo che rifugge il pensiero e la riflessione, che ignora le contraddizioni e nega un futuro diverso.
Per fortuna ci sono i libri ad aprirci gli occhi, a noi grandi in cerca di risposte e a bambine e bambini in cerca di domande ancora più ardite.
Eleonora

“Storia di una balena bianca raccontata da lei medesima”, Guanda 2018
“Piccola balena”, J. Weaver, Orecchio Acerbo 2018
“Al di là delle parole”, C. Safina, Adelphi 2018


mercoledì 2 gennaio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


'LIFE IS BEAUTIFUL'

Farfariel, Il libro di Micù, Pietro Albì
Uovonero 2018


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni)

"La luna di colpo si spostò, o forse si spostò la finestra colpita da uno spiffero di vento, e Micù vide una figura nel vetro sporco; desiderò per un lungo istante che quella cosa non fosse l'immagine riflessa di sé stesso: c'era un bambino lì dentro, con gli occhi pieni di lacrime.
Un bambino che assomigliava a un ragnetto."

Ha 'gli occhi neri e molli come quelli di un agnello' e tutti lo chiamano Micù ma nel registro della chiesa di Canzano, al 2 luglio 1928, giorno della sua nascita, è segnato come Domenico. A tre anni l'ha beccato la polio che non gli ha mangiato il cervello, ma gli ha fatto la gamba destra sottile e fiacca.
Zoppica, non può correre e saltare. Ma è attaccato alla vita con forza.
Adesso di anni ne ha quasi dieci e continua a essere gracile e molto basso di statura, il più piccolo di tutti. Il suo corpo non cresce, ma la sua testa, invece, funziona a meraviglia: è il primo della classe, nonostante tutti lo prendano in giro chiamandolo Bagonghi.
Quando non è sui compiti, il resto del tempo lo passa dietro al nonno Tatà, un omone che parla lamericano, perché lui in Lamerica c'è stato veramente. Quel ragnetto guarda con ammirazione e timore il padre, Pietro che, al contrario di lui, è un altro gigante infaticabile nei campi del padrone, Don Ottavio. Nella nonna e nella madre Micù cerca rifugio quando è in fuga dai suoi incubi e dalla Spiritosa, la strega più temuta di tutta Canzano.
Il libro di Micù racconta la sua storia, che si intreccia con quella del suo paese e dei suoi paesani. Come quasi tutte le storie è fatta di realtà e di sogno, di vero e immaginato. E a raccontarla ci sono due voci: quella di Pietro Albì e quella di Farfariel, 'diavolo comico', probabile discendente della stirpe del Farfarello dantesco.

Robusto e denso, questo libro di Micù.
Consistente nella forma: è alto quasi tre dita, mancano poche pagine per arrivare a trecento e di buon peso perché la carta è di pregio, come di pregio è l'allestimento e la cura tipografica e iconografica, compresi alcuni vezzi formali.
Se l'intento era quello di apparire come un libro segnato dal tempo, l'obiettivo è stato raggiunto.
Consistente nelle immagini: un prologo e trentasei capitoli con trentasei titoli che si aprono su trentasei foto cartolina, quasi tutte di un'Italia contadina e periferica -l'Abruzzo- negli anni del fascismo imperante, il 1938. 


Una carrellata di scenari desueti eppure evocativi.
Solido nella trama, che si costruisce attraverso lo sguardo di Micù su una intera comunità, la famiglia, la scuola, il paese, la campagna intorno.
Le relazioni, le storie che tengono insieme i singoli personaggi sono il contesto in cui Micù vive la sua infanzia e che in qualche misura determinano il suo modo di stare al mondo.
Si tratta di un racconto corale: un periodo storico, una terra di povera gente e di signorotti, una società piena di conflitti e di ingiustizie e un gruppo di personaggi magnifici e indimenticabili.


Densa è la scrittura: perché a una voce principale, quella di Albì in verde, si aggiungono chiose, cancellature e richiami in inchiostro rosso, che sono la voce di Farfariel.
Mentre la voce di Farfariel è comica, sempre in falsetto, e gioca con il lettore, quella di Albì ha registri molto diversi.
Sa essere diretta nel rigore della descrizione di molte crudezze raccontate nel dettaglio. A un passo dal raggelante.


Sa essere profonda e spesso severa. Di quel microcosmo, seppure lontano nel tempo e nello spazio, racconta la quotidianità e, attraversandola, fa luce sul Bene e sul Male che c'è nell'umanità, senza avere mai uno sguardo pietoso o giudicante. 
Canzano nel 1938 diventa così patrimonio che riguarda tutti.


Ma sa essere anche lieve e ironica, nell'uso di una lingua pastosa quanto originale, frutto di un intreccio di dialetto (la lingua dei padri), inglese (imparato in Lamerica e sdoganato in Abruzzo) e italiano (la lingua di tutti).
Un lessico molto interessante che offre spunto per riflessioni ulteriori sul senso del comunicazione in termini anche più generali: sto pensando, per esempio, alla costante 'interpretazione' di Micù del lamericano del nonno. Geniale.
E ancora.
Questa densità e profondità mi pare percepibile anche emotivamente, nella narrazione di infanzie e vite difficili.
In primo luogo quella di Micù, mite sognatore, che piano piano scopre il mondo e la sua durezza. Quel ragnetto che nonostante tutto non vuole arrendersi alla sorte, pur rimanendo sempre indietro di qualche passo,  alla fine trova la forza di opporsi a un destino cui il padre contadino sembra volerlo legare. 'La vita è bellissima, Tatà!'
Denso nel racconto della realtà di un singolo che, nella sua potenza, sconfina nell'universalità: sto pensando alla durezza del capitolo dedicato a Bagonghi che, sebbene ancorato saldamente a un'epoca e a un contesto, è di agghiacciante attualità per molti ragazzini e ragazzine, sopra il metro e cinquanta.


Pastoso e di grande impatto 'visivo', pur rimanendo su carta, il racconto del lato immaginato, ovvero i sogni, ovvero gli incubi che si creano nella testa di Micù.
Le pagine dedicate all'orrore, cioè il racconto più strettamente connesso al Libro - la luce che si fa nero e buio, il sogno che si trasforma in incubo, la superficie che diventa sotterraneo - quelle pagine, in cui tutto può accadere e puntualmente accade, sono preziose per i cultori del genere.
Imputo ai miei quasi sessant'anni l'essermi smarrita un paio volte in detti passaggi. Mi sono data però un orientamento di massima nel pensare che il Libro, intorno a cui molto del racconto ruota e che è oggetto di perenne ricerca e ambito trofeo per alcuni, costituisca una sorta di bussola in grado di orientare e quindi determinare il percorso di molti destini. 
Se le cose però non dovessero essere proprio così, sia noto a tutti che vivo serenamente nell'illusione che lo siano.
Un peccato non leggerlo.

Carla




martedì 1 gennaio 2019

ECCEZION FATTA!

I NOSTRI FUOCHI D'ARTIFICIO 
CHE SPARIAMO NELL'ETERE 
PER FARE LUCE
PER FARE RUMORE 
PER FARE MERAVIGLIA 
E PER FARE FESTA
 
Il meglio di... un anno di libri, un anno di ragionamenti,   
un anno di recensioni su Lettura candita.   
Per ogni libro, il nostro perché
(BUM!) 

Luglio 2018
 

 
perché
 
"Zagazoo è un inno gioioso a un nuovo bambino che arriva: pieno di sottile ironia, percepibile al meglio se si è già grandi, racconta un'esistenza, o meglio due, ovvero tre che si intrecciano per fare strada assieme. Un libro pieno di colore, speranza, allegria. Due giovani pieni di entusiasmo si vedono recapitare un pacco e all'interno c'è un bambino rosa che immediatamente ne catalizza ogni intenzione, ogni pensiero, ogni momento..."
 
 Agosto 2018
 
 
perché
 
"La Carminati così si incammina in quella direzione ed esplora il territorio e avvisa i propri lettori: sto parlando di voi, ragazzi e ragazze. Di voi, a voi che la poesia vi hanno insegnato a temerla se non addirittura a odiarla (Perché odio la poesia).
A conferma che i jeans e le tasche, così come le parole 'viaggio' e 'verso' (quest'ultima nella geniale doppia accezione di preposizione e di sostantivo: una 'carminata'!) alludano a una strada da fare e quindi a una meta da raggiungere, si evidenziano altri ancoraggi della sua tela intorno all'adolescenza."
 
 Settembre 2018
 
 
"Questo romanzo è di nuovo un'eccellenza nel panorama: laico, ironico, commovente. Ciò che a prima vista può sembrare insolito per un'autrice di libri di no fiction, si rivela invece molto coerente con la seconda attività di Annet Huizing: il consulente letterario. È probabile che sia questo l'humus su cui ha radicato l'idea di questo suo primo romanzo, pubblicato nel 2014 e vincitore di importanti premi."
 
Ottobre 2018 
 
 
 
 perché
 
"Un gran bel libro, uno di quelli che non dovrebbe mai mancare in un’aula scolastica o nelle biblioteche; costa un po’ di fatica agli adulti impegnarsi a spiegare e a sfruttare i tanti spunti presenti, ma può essere una bella occasione di confronto con i più giovani.
Perfetto graficamente, ricco di illustrazioni chiare nel loro significato e nello stesso tempo con grande capacità di suggestione, è un libro concepito per chiarire le idee, sollevare questioni, mettere qui e là qualche punto fermo.
Un libro necessario per tutte le scienziate e gli scienziati di domani."
 
 
Novembre 2018 

 
  
perché
 
"Non c’è dunque nemmeno l’accenno a una visione nostalgica rivolta al passato del mondo di prima; c’è piuttosto la volontà di mantenere viva una tradizione e di rendere omaggio a chi, nel tempo, gli ha dato corpo e voce. Niente a che vedere con la visione apocalittica de ‘Il sogno del Nautilus’; qui il rammarico per ciò che si è inevitabilmente perduto, e che viene rappresentato dalle case prima piene di vita e ora vuote, è compensato dalla consapevolezza che la memoria non scompare con gli edifici, ma resta viva nelle persone e nei loro ricordi."
 
 Dicembre 2018
 


perché
 
"Toon Tellegen è un creatore di mondi.
Un mondo apparentemente conosciuto e riconoscibile - un bosco - ma concepito secondo un ordine 'altro'. E in questo bosco 'diverso', abitano e agiscono animali anch'essi conosciuti e riconoscibili - rinoceronti ed effimere, lombrichi e leoni - che però della loro natura conservano un nucleo primigenio, su cui si aggiunge un pensiero e un'azione più complessa e stratificata. Che ha a che fare molto di più con l'umanità (nel bene e nel male) che non con il mondo animale, in senso stretto."
 
[fine]