venerdì 13 settembre 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


L’ETERNA LOTTA


Parlo, è facile immaginarlo, della lotta fra il Bene e il Male, tema centrale nell’originale, intenso, struggente romanzo illustrato di Nicolas de Crécy, pubblicato in questi giorni da Einaudi Ragazzi.
Ho usato l’espressione romanzo illustrato perché mi sembra avere un diverso equilibrio, rispetto al fumetto e alla graphic novel, fra testo e immagine. Mi ha ricordato, per esempio, i testi di François Place
e, per certi versi, di Timotheé de Fombelle in ‘Tobia’: il testo e l’illustrazione si alternano nelle pagine,con poche eccezioni.


L’autore è un fumettista francese molto conosciuto e ben pubblicato in Italia; due anni fa è uscito il suo ‘Diario di un fantasma’, reportage di viaggio e analisi del processo creativo messi insieme. Ora è uscito,
appunto, ‘Gli amori di un fantasma in tempo di guerra’, in cui si perdono evidentemente tutti i riferimenti autobiografici. E’ la storia drammatica di un giovanissimo fantasma, da poco arrivato nell’universo parallelo dei fantasmi, in cui tutto ciò che avviene nel mondo degli uomini succede qualche anno prima.


Dunque, il nostro fantasmino arriva in un casolare della campagna francese più o meno intorno al 1933; viene affidato a una bambina fantasma, Lili, un po’ più grande di lui; i genitori di entrambi non ci sono
e non è dato sapere che fine abbiano fatto. Le giornate dei due giovinetti scorrono tranquille, appena allietate dai giochi insieme alla cagnolina Polpetta.
Ma presto questa serenità è interrotta dallo scoppio della guerra fra i Fantasmi Acidi e i Resistenti, i primi guidati da un leader sanguinario, ma con un grande seguito di massa. Il nostro fantasmino viene tradito e
Lili portata via. Questo è un nuovo dolore, che spinge il protagonista ad impegnarsi nella Resistenza, diventando una spia. Deve abbandonare a malincuore il cagnolino, di cui serberà il ricordo e il desiderio irrealizzabile di ritrovarlo. Nel corso di un’azione viene ferito gravemente e al suo risveglio scopre l’amara verità: Lili e i loro genitori sono morti in orribili parchi di divertimento, in cui i fantasmi catturati
sono stati torturati e uccisi.
Il protagonista fugge da tutto, annientato dal dolore; arriva in una casa olandese proprio mentre vi si rifugia una ragazzina ebrea, con la famiglia. Si chiama Anna e il fantasma se ne innamora. Ma anche
questo è un amore infelice: la bambina ebrea vien catturata e portata in un campo di sterminio. Il fantasma non può far altro che tentare di alleviare le sue sofferenze.


Anche la guerra umana, con tutti i suoi orrori, finisce.
Ma l’autore non crede sia stata vinta per sempre.
E’ una storia forte, dolorosa, amara, semplice nella narrazione e nel linguaggio, ma densa di riferimenti e riflessioni e con alcuni passaggi di cruda durezza. Non racconta solo l’orrore della guerra, il suo portato di
lutti, non racconta solo l’eroismo di chi si pone dalla parte dell’umanità e della giustizia. E’ una visione della natura umana, della ineluttabilità del Male , che si ripresenta ancora e ancora.
Indiscutibilmente un bel libro, dalle tavole di struggente malinconia, tratteggiate con la disinvoltura dei grandi disegnatori. E’ anche una visione ‘dal basso’, dal punto di vista di chi poco capisce della guerra e
della violenza umana e viene colpito nei suoi affetti più cari. E’ un libro ‘denso’, che richiede una lettura attenta.
Non sono sicura possa intendersi come un’opera volutamente per ragazzi, tanto che l’editore francese Albin Michelle non lo colloca nella sezione ragazzi.
E’ quindi un po’ forzata la scelta di farlo uscire, all’interno del gruppo Mondadori, nella Einaudi Ragazzi.
Questo non significa che non possa essere proposto anche a lettrici e lettori più giovani, che apprezzino il linguaggio dell’illustrazione, e che vogliano confrontarsi con tematiche così importanti. Lo consiglierei a
ragazze e ragazzi di almeno tredici anni, con una doverosa lettura condivisa con chi può avere idee forse più chiare sul perché questo mondo è attraversato dalle guerre e continua a produrre Fantasmi Acidi, o comunque si voglia chiamare il Male.

Eleonora

“Gli amori di un fantasma in tempo di guerra”, N. de Crécy, Einaudi Ragazzi 2019

mercoledì 11 settembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


NELL'EMISFERO DEI SENSI

La gita notturna, Marie Dorléans (trad. Camilla Diez)
Gallucci 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)

"Questa notte mamma ha aperto la porta della nostra camera e ha sussurrato: 'Bambini, svegliatevi, abbiamo un appuntamento...Ci vestiamo senza fiatare.
Non abbiamo dormito molto; solo un'ora, forse due."


I due fratelli ora sono pronti ad andare all'appuntamento. Usciti di casa in fila indiana, mamma davanti, e papà a chiudere, attraversano il giardino, poi il villaggio che è del tutto silenzioso. Solo la luce dei lampioni e qualche randagio che l'attraversa. Le luci aumentano quando la famiglia passa davanti al grande albergo, che è una festa di finestre una diversa dall'altra, tutte ancora illuminate. Usciti dall'abitato, la famiglia attraversa la campagna e si sentono solo i rumori del prato. Il buio è sempre più buio ma gli occhi si abituano. In lontananza passa un treno. Poi c'è il bosco da attraversare, un lago intorno a cui riposare, guardando la luna che è sorta e infine, sdraiati, un cielo pieno zeppo di stelle da guardare. Il tempo passa e l'ora dell'appuntamento non si può spostare...bisogna rimettersi in cammino per arrivare in cima: è nell'ultima pagina che avviene l'incontro.



 Ed è mozzafiato. Ne valeva la pena.

Sebbene sia un libro apparentemente tutto costruito sulla visione, considerato anche il finale e i mille dettagli nell'ombra, La gita notturna ha anche un fortissimo impatto su quelli che sono gli altri sensi che si attivano durante questa insolita passeggiata. La mamma sussurra, i bambini non fiatano, i grilli cantano, i passi sono felpati, si sente l'odore del caprifoglio e dell'erba secca e il calore della giornata estiva, il treno stride, i vagoni si scuotono. E nel bosco si sente odore di pioggia e di corteccia, le felci oscillano al passaggio e i rami scricchiolano sotto le scarpe e le rane gracidano e l'erba crepita.




Un lavoro di cesello nel testo, fatto di riflessione, è la Dorléans a dirlo, su ogni parola, su ogni punto, su ogni virgola. Questo lento e attento lavorio nel togliere, limare, sistemare è quello che spesso fa la differenza tra un albo illustrato e un bell'albo illustrato.
Pubblicato esattamente un anno fa in Francia e già premiato e selezionato in premi importanti, La gita notturna è un libro insolito. Costruito su un filo narrativo molto sottile, riesce ad avere una grande resistenza e impatto, nel racconto di questa inaspettata passeggiata notturna che l'intera famiglia fa.
È immediatamente evidente che sia un'idea, forse addirittura una sorpresa, dei due genitori; i bambini, infatti, li seguono con curiosità, ma è la fiducia in loro che li fa arrivare al traguardo. Senza spendere neanche una parola in merito, se non quelle che descrivono il contesto, Marie Dorléans è davvero molto brava e precisa, misurata nel creare proprio questo tipo di atmosfera, ovvero quella che avvolge questa piccola famiglia. Traspare, giustamente mai dichiarata, la fiducia dei piccoli nei confronti dei grandi (ma anche quella opposta, quando sono i piccoli a guidare sull'ultimo tratto in salita), la loro curiosità sempre tenuta a bada, il desiderio di condivisione di una esperienza emozionante, la tensione di ciascuno verso il gran finale, la consapevolezza dei grandi di essere guida nel percorso a piedi, ma anche in quello dell'anima nei confronti dei loro piccoli.


Ma cosa succede ai sensi di chi ha il libro nelle mani? Mentre il racconto si snoda e le orecchie e il naso si beano nella sequenza di sensazioni, lo sguardo viene letteralmente sequestrato dal blu profondo (racconta la Dorléans di aver dipinto a inchiostro dozzine su dozzine di pagine blu in cerca delle giuste sfumature e nuances e di averle poi composte a monitor, sul disegno a a matita). 



Una festa per gli occhi è il susseguirsi di punti di luce diversi che illuminano porzioni di storia ogni volta differenti (l'albergo è un'apoteosi della linea retta e del suo incrocio), per poi arrivare al cielo stellato che annuncia il gran finale che, nonostante un certo smaliziato senso di distanza maturato durante la lunga militanza fra i libri illustrati, ha colpito dritto il mio personale emisfero dei sensi e delle emozioni. E a parte questo, mi ha fatto pensare e sperare che bambini e bambine, ma anche ragazzi e ragazze, oppure mamme, papà, nonni e zie dovrebbero almeno una volta nella vita provare un'esperienza del genere. 


Rigorosamente insieme.

Carla

lunedì 9 settembre 2019

FAMMI UNA DOMANDA!


COME E’ NATA?


La domanda, tutt’altro che banale, riguarda l’origine della vita sulla Terra. Oggetto tuttora di ricerche e diatribe scientifiche, questo argomento da tempo appassiona schiere di scienziati, alla ricerca della spiegazione definitiva, che racconti come, nella Terra primordiale, cosparsa di vulcani attivi e oggetto del bombardamento di meteoriti, si siano palesate le prime molecole organiche.
In un libro per bambini dei primi anni delle elementari tutte queste controversie non hanno senso. Quello che ha senso è delineare con un certo grado di approssimazione i passaggi fondamentali della storia della vita, almeno secondo le teorie più accreditate. E’ quello che fa, con grande coraggio, il libro illustrato pubblicato da Ideeali: ‘Come è nata la vita. Il mio primo libro sull’evoluzione’, di Catherine Barr e Steve Williams, con le illustrazioni di Amy Husband.
E’ una bella sfida raccontare il mondo primordiale, risalente a circa 4,5 miliardi di anni fa, che non ha nulla a che vedere con il mondo come è ora.


Dunque, lo scenario iniziale è assai movimentato: vulcani eruttanti lava, meteoriti che si scagliano sulla superficie terrestre e vulcani sottomarini, le cosiddette fumarole nere, che riempiono il mare primordiale di preziosi elementi chimici. Tutti questi elementi, in sé inerti, sottoposti alle continue scariche elettriche dei temporali, hanno dato vita alle prime componenti organiche, proteine, o acido ribonucleico, o Dna, secondo le varie teorie. Milioni di anni dopo, ecco comparire la prima cellula e poi gli ammassi di cellule, alcune delle quali in grado di emettere ossigeno. Da questo cambiamento dell’atmosfera deriva la possibilità che prendano vita organismi differenziati con organi specializzati, e che poi si facciano strada gli organismi pluricellulari, con il seguito di preziosa biodiversità che conosciamo.
La storia della vita, come questa descrizione estremamente sommaria fa immaginare, non è certo stata lineare: nella storia più ‘recente’, a partire da 450 milioni di anni fa, si sono susseguite cinque estinzioni di massa, periodi in cui buona parte delle specie viventi si sono estinte.
L’ultima, la più nota, è quella che ha coinvolto i dinosauri, lasciando campo libero ai mammiferi e, in ultima analisi, a noi.
Tutto questo è decisamente affascinante e anche complicato: gli autori hanno cercato di trattare l’argomento tenendo lontana il più possibile la complicazione, riducendo la spiegazione al minimo indispensabile e supportandola con l’immagine, che, in questo caso, svolge un ruolo fondamentale nel rappresentare concetti difficili.


Qui mi sembra consista la questione più importante: a quale livello di astrazione possiamo portare la descrizione del mondo e della sua storia, quando abbiamo a che fare con lettrici e lettori proprio alle prime armi? Ci sono state proposte coraggiose, tutte da verificare, che hanno anticipato di molto la proposta di tematiche astratte come i concetti della fisica, ad età prescolare. In questo caso mi sembra che la proposta sia più equilibrata e riesca bene nel difficile compito di ridurre una materia complicata, e controversa, in un racconto semplice, ben esemplificato dalle immagini della brava Amy Husband. Quanto al tema, direi che risponda bene alla catena di domande sulle ‘origini’ che spesso assillano le bambine e i bambini.
Come ha mostrato il libro,nessuna domanda è proibita, sono le risposte che, nel massimo rispetto possibile di ciò che sappiamo, si devono adattare all’età dell’interlocutore.
‘Come è nata la vita’ è un altro tassello, dopo ‘L’Origine delle specie’ , di un modo più efficace di trattare argomenti importanti e non solo carrellate di animali di tutte le forme e dimensioni, con tutto il rispetto per i repertori zoologici, spesso bellissimi, che l’editoria per ragazzi propone.
Consiglio caldamente la lettura condivisa, a partire dai sei anni.

Eleonora

“Come è nata la vita”, C Barr e S. Wlliams, illustrazioni di A. Husband, Ideeali 2019


venerdì 6 settembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


AD ALTEZZA BAMBINA

Il cuore e la bottiglia, Oliver Jeffers
Zoolibri 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"C'era una volta una ragazza, più o meno come tante altre.
Aveva la testa piena di tutte le curiosità del mondo.
Faceva domande sulle stelle...
e si meravigliava del mare.
Ogni nuova scoperta la incantava..."

Nella sua meravigliosa scoperta del mondo questa ragazzina non è mai sola. Ad accompagnarla compare sempre un signore elegante nei modi e nel vestire, con i baffetti grigi e non tanti capelli in testa. È con lei a passeggio nel bosco d'inverno, d'estate sdraiato a guardare le stelle, in barca mentre lei nuota nel mare e tener l'aquilone lungo la spiaggia e sulla poltrona a leggerle di botanica, astronomia, fisiologia e di fisica. 


Ed è proprio quella stessa poltrona che a un certo punto rimane vuota. Quel signore non c'è più e il cuore della ragazza ne soffre. Per non star tanto male forse è meglio mettere per un po' il cuore al riparo: chiuso in una bottiglia. Ma niente è più come prima. Spariscono le curiosità e rimane solo il ricordo di quella poltrona vuota una certa pesantezza nel portare sempre al collo quella bottiglia per tenere il cuore al sicuro. 


La vita però è sorprendente e sulla strada di quella ragazzina ormai grande si avvicina una bambinetta che tanto la ricorda, per curiosità e interessi. Per dialogare con lei occorre liberare il cuore dalla bottiglia...

Oliver Jeffers ha diversi talenti, oltre a quello di saper disegnare assai bene (i risguardi ne sono l'ennesima prova): ha belle storie da raccontare, trova le parole e i disegni giusti per metterle insieme, con un punto di vista ad altezza bambina, che, a ben vedere, è una dote ben rara.
Salvo rarissime eccezioni, i suoi libri colpiscono per uguale dose di incanto, leggerezza e profondità di sguardo. Quello stesso stupore, quella stessa leggerezza e profondità che a mio parere distinguono il pensiero dell'infanzia da quello degli adulti.
In altre parole, spesso e volentieri Jeffers sa raccontare il mondo come lo potrebbe fare un bambino o una bambina.
Se si parte dallo stupore, non è possibile non connetterlo con questa ragazzina che guarda il mondo piena di domande e di curiosità su come le balene respirino con i polmoni, su come sia possibile 'leggere' la forma delle costellazioni come si fa con quella delle nuvole. Non ultimo lo stupore, di fronte alla poltrona vuota. Uno stupore che, al contrario degli altri, non trova rapida risposta.
Lo stupore e la meraviglia che contraddistingue lo sguardo di un piccolo, si potenzia nel modo che Jeffers ha di disegnare i bambini: sempre minuscoli rispetto a ciò che li circonda, sempre su gambette sottili, apparentemente fragili, con teste a pera sempre un po' più grandi del necessario (per contenere le belle idee che di solito hanno).


 Il loro essere piccoli in un mondo grande e per giunta abitato in prevalenza da grandi, il loro essere disegnati con bella sintesi attraverso pochi tratti significativi (come potrebbe fare un quattrenne alle prese con il suo autoritratto) rende giustizia alla corretta idea di infanzia che si dovrebbe avere. Gente piccola e nuova che si guarda intorno per prendere le misure del mondo.
Va da sé che in questo atto di 'prendere le misure' entrano in gioco due altri caratteri distintivi del modo di raccontare di Jeffers, che ancora una volta sono peculiari del pensiero infantile: l'invenzione/immaginazione, o forse dovrei dire meglio la divergenza, e la leggerezza, applicate entrambe all'insopprimibile istinto di sopravvivenza che caratterizza l'uomo, piccolo o grande che sia.
I bambini e le bambine usano metà del loro tempo di veglia per difendersi dai grandi e l'altra metà del tempo inventano modi, si arrangiano, per raggiungere la felicità. 


Per intenderci, si guardino in questo libro i modi cui la ragazza ricorre per rompere la bottiglia, i modi di Leo per recuperare l'aquilone impigliato nella chioma dell'albero (Zoolibri 2012), i modi di Alfredo per tenersi l'alce (2013), i modi del bambino che vuol riportare a casa il pinguino (2010), ecc. ecc. Non sembra fare eccezione l'idea di chiudere in bottiglia il proprio cuore.
Terzo talento: la profondità di sguardo. Anche qui, salvo rare eccezioni, Jeffers non racconta mai una storia sola. La buona letteratura ci ha insegnato ad apprezzare storie che siano oggetti complessi e stratificati e ramificati e ci dovrebbe aver insegnato a diffidare di storie che non dimostrino di esserlo.
Le questioni che solleva Il cuore e la bottiglia sono diverse e tra loro intrecciate.
Se le si guarda come risalendo una scala che dal profondo ci riporta in superficie, la prima cosa che colpisce è il fatto che si tratti di una girl che si interessa di scienza (c'è da augurarsi che nel mondo anglosassone questa non sia ancora questione da dibattere, come in Italia, dove invece è necessario rimarcarla ogni volta con l'intento di farla diventare, prima o poi, consuetudine, ovvero normalità).
La seconda questione è proprio l'inestinguibile sete di conoscere che si ha quando si è piccoli e quando - così sembra voler dire Jeffers - quando si ha qualcuno con cui condividerla. in questo senso Jeffers racconta di una 'rimozione' degli interessi passati, per mancanza di entusiasmo e curiosità, spenti entrambi dalla sofferenza di una perdita. 
 

Quindi dal gradino successivo si può ragionare di felicità e di tristezza, laddove l'una è caratterizzata dalla relazione e l'altra dalla chiusura (in bottiglia) è la relazione tra grandi e piccoli (declinata con voci differenti: un nonno e una nipote, una adulta con una bambina).
Se si sale ancora si arriva alla questione della trasmissione, ovvero della capacità di fare tesoro della propria esperienza e di attingervi come patrimonio interiore. In questo senso è paradigmatico il ripetersi della storia tra nipote e nonno, tra ragazza e bambina (o madre e figlia, chissà). E qui si potrebbe anche ragionare e interrogarsi sul concetto di reciprocità...
Un gradino sotto la superficie Jeffers mette sul piatto una serie di grandi domande: che cosa succede quando si perde la gioia? come ci si difende dal dolore? come ci si cura dalla mancanza di qualcuno importante? come si può far vivere serenamente il ricordo?
Può bastare.

Carla

Noterella al margine. Una manciata di dubbi di traduzione, il maggiore riguarda l'originale girl che in giro per il mondo è stato declinato come niña, Mädchen, petit fille, menina. Il genere non è in discussione, è evidente, ma dietro quel 'ragazza' italiano si nasconde la perplessità possa essere uscito da una traduzione non troppo meticolosa, o al contrario, auspicabilmente da una molto ragionata che nell'uso di quella parola voglia un po' strizzare l'occhio in cerca di una complicità tra adulto e bambino lettore, suggerendo una patina di maggiore 'spregiudicatezza' e 'consapevolezza' al personaggio.
Come a dire, prendendo a prestito il titolo di un altro bel libro, Io sono soltanto una bambina? Ma no, io sono una ragazza! 
Ah, beh!

mercoledì 4 settembre 2019

FAMMI UNA DOMANDA!

LE OCHE DELL’HIMALAYA E ALTRE CREATURE SELVATICHE


James Chesmire è un grafico e Oliver Uberti è un cartografo e geografo e hanno messo insieme le loro competenze per dare vita a un libro originale, molto originale: si tratta de ‘L’Atlante della Vita Selvaggia’, nell’edizione originale stampato dalla Penguin Books, tradotto in italiano dalla Mondadori.
E’ un libro di mappe che registrano le abitudini e gli spostamenti di diverse specie animali, ai quattro angoli del pianeta. Le mappe nascono dalla collaborazione con tanti istituti di ricerca, singoli scienziati, naturalisti e così via, un lavoro collettivo che ha consentito ai due autori di realizzare qualcosa di speciale.
Cos’ha di assolutamente inconsueto questo libro? L’aver raccolto una mole impressionante di dati, ottenuti con i più moderni sistemi di rilevazione, e averli trasformati visivamente in una serie di mappe. Non solo le rotte migratorie di questo o quel volatile, ma anche le abitudini alimentari, le strategie difensive fino a quello che mi è sembrata un’intuizione straordinaria, cioè la rappresentazione grafica delle modalità decisionali in un gruppo di babbuini.
Guardare le cose un po’ più da lontano, come consentono le moderne strumentazioni, consente di capire molti aspetti del comportamento animale che non risultano evidenti. E così scopriamo che in quel gruppo di babbuini la nuova direzione di marcia non viene decisa dagli esemplari ‘alpha’, ma da anonimi componenti del gruppo. Sorpresa, la leadership riguarda solo alcuni aspetti, per altro decisivi, della vita in comune.


Si scoprono molte altre cose, che talvolta consentono di individuare strategie di conservazione più efficaci. Affinare gli strumenti d’indagine e, spesso, cambiare anche il punto di vista, amplia gli orizzonti e mostra le infinite lacune del nostro approccio al mondo naturale.
L’aver ridotto il testo al minimo indispensabile e l’aver tradotto le informazioni in dettagliate mappe rende la lettura accessibile anche ai non addetti ai lavori, che si misurano con storie relative a specie ben note, come gli elefanti e le giraffe, così come creature meno note, come, appunto, le oche dell’Himalaya. Così si scoprono le rotte oceaniche delle orche, le abitudini dei bombi della città di Amburgo, il viaggio estenuante delle sterne; e si scopre anche che la gerarchia dei formicai non è poi così rigida, oppure che molti uccelli migratori sono in grado di percepire a chilometri di distanza l’arrivo di un tornado.
E tutto in un colpo d’occhio, seguendo puntini e linee colorati in terra, in mare e in cielo.
Mi sono chiesta a lungo se questo bel libro, così ricco di informazioni e di curiosità, potesse essere proposto anche a ragazze e ragazzi. 

Sicuramente è un libro trasversale, che può piacere ad addetti ai lavori, come a semplici curiosi del mondo naturale. Contiene comunque informazioni non semplicissime, ma lo consiglio in ogni caso a ragazze e ragazzi dai dodici anni in poi, che abbiano un sincero interesse per il mondo naturale. Lo consiglio non solo perché è un libro stimolante, intelligente, ricco di idee nuove e nello stesso tempo con un eccellente impianto grafico che valorizza queste bellissime mappe.
Lo consiglio anche perché risponde alla nuova sensibilità verso il mondo animale, così come viene espressa da Carl Safina in ‘Al di là delle parole’: un approccio finalmente più aperto alle diverse espressioni delle intelligenze animali, alle complesse individualità che esprimono, agli interrogativi anche etici che ne derivano. Conoscere più approfonditamente il mondo naturale, riconoscendone la grande ricchezza, per tutelarlo con maggiore efficacia e maggior rispetto. Viviamo in un secolo che rischia di vedere una grande ondata di estinzioni di specie animali e vegetali.
Pensare di far crescere una generazione di giovani scienziate e scienziati, e di cittadini consapevoli, in grado di invertire la tendenza è un modo concreto di fare la nostra parte.

Eleonora

“L’atlante della vita selvaggia”, J. Cheshire e O. Uberti, Mondadori 2019





lunedì 2 settembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IO NON SONO SOLTANTO (UN) CANE

Il cane dal cuore giallo, o la storia dei contrari, Jutta Richter
(trad. Bice Rinaldi)
Beisler, 2019


NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni)

"È una porta bella alta. La targa con su scritto D.O deve stare lì in cima. E una cosa è certa: dove c'è una targa ci vive qualcuno, e se ci vive qualcuno c'è qualcosa da mangiare. Come minimo c'è un bidone della spazzatura. Come minimo. E infatti mi appoggio alla porta e non è chiusa. Cigola un po'. Si apre una fessura. Mi ci infilo dentro e sono nel giardino di D.O."

Così racconta il cane parlante che i due fratelli, Lotta e Prinz Neumann, stanno ospitando nel capanno degli attrezzi, fintanto che il nonno Schulte è fuori. Il cane è nero, magro e con il pelo sporco. E parla, non con tutti, ma solo con chi gli va a genio; conosce molte lingue e ha girato parecchio; ha incontrato gente diversa e ha belle storie da raccontare. La migliore, quella che racconta ai bambini, è quella che lo ha portato da D.O, il grande inventore. Nel suo giardino bellissimo, ha conosciuto la pace assoluta. In armonia con gli altri animali e con la natura circostante, con il cielo sempre sereno, ha passato la miglior parte della sua esistenza. In quel giardino che tanto sembra un 'paradiso terrestre' -continua il suo racconto - ha incontrato anche Lobkowitc, all'epoca collaboratore stretto di D.O e suo interlocutore privilegiato per quel che riguarda gli aspetti creativi che deve affrontare un grande inventore. Lobkowitc, una creatura inquieta. A tal punto insoddisfatto da decidere di andarsene per la sua strada, sebbene da D.O. si stesse 'da dio'.
Così è la vita: un cane è spesso randagio e ancora più spesso si fa pastore. E così è finita che diventa compito di quel cane narratore recuperare la pecorella smarrita, Lobkowitc, anche a costo di riprendere la porta del giardino, questa volta in uscita. Come ci ha insegnato Peter Pan, però, non sempre le finestre (o le porte) restano aperte per sempre. Una volta andati via dal giardino, sembra impossibile tanto per il cane, quanto per Lobkowitc, potervici tornare.
E a entrambi non resta che trovarsi un proprio angolino nel mondo e un briciolo di amore da coltivare nel cuore.
E questa è la storia di tanti, ma sopratutto di quel cane nero, goloso di pelle di galletto.

Cose che questo bel libro, datato 1998!, non è.
La prima, non è un libro semplice. Denuncia immediatamente la sua complessità nell'articolazione e intreccio della narrazione. Un racconto nel racconto nel racconto. Vi si accede dalla storia che il cane riporta ai due bambini che lo accolgono. Si tratta dell'avventura migliore che gli sia capitata: quella che lo ha portato a conoscere D.O (G.Ott in originale!). A questo racconto si intreccia quello che il cane ascolta da D.O su Lobkowitc, e di cui diventa a sua volta narratore in seconda.
Intorno ai due racconti che si intersecano, si sviluppa una sorta di storia cornice, che riferisce della condizione attuale dei personaggi: due bambini, un cane, un gatto, dei topi cattivi e un nonno di ritorno.
Questo continuo passaggio da una narrazione all'altra prevede una cronologia stratificata che fortunatamente funziona come un orologio (ammesso che un orologio lo sia sappia leggere).
Da qui la seconda cosa che questo libro non è: non è un libro sciatto.
Al contrario è la risultante di un attento lavoro di precisione, paragonabile a quello di un orologiaio che sta operando con la sua lente su uno strumento di precisione. Basterebbe solo ragionare sulla nomenclatura, così piena di ulteriori significati.
La terza cosa: questo libro non è un libro che opti per un registro unico. Al contrario, è costruito su continui passaggi tra una realtà riconoscibile e il meraviglioso. È un susseguirsi di simboli che generano una grande metafora di come potrebbero essere andate le cose all'inizio del mondo.
E di come ancora oggi per certi versi vadano.
Fin dalla prima riga, la meraviglia di un cane parlante diventa la normalità per quei due bambini e per i lettori. Si tratta di un tacito patto di fiducia, di un dialogo, che chi scrive stabilisce con chi legge. È una felice alternanza tra detto e non detto, tra evidenza e ombra. Non è forse il libro dei contrari?
La voce di chi narra prevede che chi legge ci metta tanto del suo per entrare nelle pieghe del racconto per capirne fino in fondo il senso.
Chi conosce la Richter, la ama anche per questo.
La quarta cosa, che è un po' la risultante delle precedenti: non è un libro liquido. Al contrario è pastoso e denso, carattere che prevederebbe, lo si è detto, un consumo lento, ponderato, misurato e attento. Se lo si vuole leggere tutto d'un fiato, come bere un bel bicchier d'acqua, nulla osta. Ma sarebbe un vero Peccato...
La quinta cosa che questo libro non è: 'manicheo'.
Mai esserlo, soprattutto con i bambini. Suggerire loro che il mondo non si può dividere in buoni e cattivi, anche se sarebbe tanto più facile, è cosa buona e giusta.
Nonostante tutta la storia affronti la questione degli opposti, dei contrari, per quel che riguarda il Bene e il Male, non ne riconosce mai il valore assoluto, checché se ne scriva.
Il racconto si costruisce invece sulla consapevolezza che il mondo non è l'arena dove i contrari si combattono. La bellezza di questa architettura narrativa, leggera e allo stesso tempo articolata e profonda, che Jutta Richter monta per i suoi piccoli lettori sta proprio nella sua sensibilità e attenzione alla complessità della natura umana.
La Richter quindi decide di lavorare sulle sfumature di tono, più che su colori assoluti. D.O, più che un Creatore, si comporta come un vecchio padre saggio (che affinità con nonno Schulte!) e Lobkowitc non è il Diavolo, ma un figlio fragile che sbaglia, inciampa.
A tale proposito è impossibile non ricordare un altro suo grande libro, piuttosto ignorato, purtroppo, che intorno alla questione si interroga ancora e ancora.
Giusto per completare lo scenario.

Carla


venerdì 30 agosto 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


L’ARTE SEGRETA DELLE VOLPI

E’ uscito da poco il secondo volume della trilogia firmata da Inbali Iserles, autrice britannica, dedicata all’arte magica esercitata dalle volpi. Come ben si comprende, si tratta di un ciclo fantasy che mescola due ingredienti di grande successo, animali e magia, rivolgendosi soprattutto a lettori consolidati sì, ma non troppo. Che l’autrice sia un’esperta del genere è fuori questione: insieme ad altre scrittrici firma con lo pseudonimo Erin Hunter il ciclo Warrior Cats, che ha avuto un discreto successo anche in Italia.


Il primo libro di questa nuova serie, uscito per Salani l’anno scorso, si intitola ‘Foxcraft. L’arte segreta delle volpi’ e ci introduce nel mondo magico di Isla, giovanissima volpe che si ritrova improvvisamente sola dopo che un gruppo di volpi, ‘forzate’ da un mago potente, ha sterminato la sua famiglia. Tutti meno uno, il fratello Pirie, che Isla a questo punto cerca disperatamente. Per farlo deve attraversare territori sconosciuti, prima di tutto il Grande Ringhio, ovvero la città degli uomini, i ‘senzapelo’. Affronta numerosi pericoli, aiutata da una volpe più grande, Siffrin, che le spiega anche i rudimenti dell’arte magica delle volpi, che lei sembra possedere inconsapevolmente. Vuole convincerla a raggiungere gli Anziani, vecchie volpi sagge, le uniche in grado di fermare il Mago che sta gettando scompiglio nel mondo delle volpi.


Nel secondo volume, uscito recentemente, dal titolo ‘Foxcraft. Il consiglio dei saggi’ , Isla ha lasciato Siffrin e arriva nella parte selvaggia del mondo volpino e incontra un altro personaggio in cerca della sua famiglia, Haiki, che sarà suo compagno di viaggio. Nelle terre selvagge incontra un altro gruppo di volpi, anche loro sotto attacco dell’esercito zombie, cioè di volpi sotto incantesimo, che cercano di annientarle. Questa volta Isla si convince e dirigersi verso la roccia degli Anziani, in cerca di aiuto; non sa che il suo viaggio metterà in pericolo gli oppositori del Mago.
E’ davvero impossibile entrare nel dettaglio della trama di questi due romanzi fantasy, che, come da regola non scritta, mettono in fila avventure e colpi di scena, amicizie, tradimenti e tanta magia.
La struttura narrativa di Foxcraft è lineare, semplice quanto basta per catturare il lettore e la lettrice per le prime volte alle prese con storie lunghe, in cui è indispensabile seguire la trama con attenzione. A questa voluta semplicità si affianca un evidente apprezzamento per il mondo animale: il mondo magico in questione vive sotto l’influsso delle stelle di Canista, la costellazione magica in cui si riconoscono tutti i canidi, lupi, coyote, volpi, cani, che non a caso parlano la stessa lingua, pur essendo molto diversi fra loro e non amandosi affatto. L’autrice conosce bene il comportamento di questi animali, che viene ben descritto nella caccia, nel riposo, nelle relazioni fra simili. E in più, ingrediente di rilevante importanza, quella magia che tutto pervade, con le varie arti: quella di imitare i versi degli altri animali, di assottigliarsi fino a scomparire alla vista dei nemici, di guarire un consimile ferito.
Lo schema che si snoda nel racconto è classico: il Bene, incarnato dalle volpi ‘buone’, contro l’oscurità del Male, potente e feroce, la cui avanzata porta la morte nelle verdi vallate popolate dalle volpi. In tutto questo i ‘senzapelo’ sono solo comparse, chiuse nelle loro macchine rumorose e dedite alla persecuzione degli animali liberi. E’ un mondo manicheo, che al di là degli inganni della magia, non prevede sfumature nel dividere le armate del bene e del male.
Se questo può non attrarre lettori e lettrici esperti, sicuramente rappresenta una buona palestra per chi comincia ad affrontare letture impegnative, fra la fine delle elementari e l’inizio delle medie. La scrittura è scorrevole, il ritmo serrato, i protagonisti volpini suscitano una istintiva simpatia, con i loro nasi frementi e le movenze scattanti.
Per questo considero questa serie una buona proposta di lettura per lettrici e lettori avventurosi.

Eleonora

“Foxcraft. L’arte segreta delle volpi”, I. Iserles, Salani 2018
“Foxcraft, Il Consiglio dei saggi”, I. Iserles, Salani 2019


mercoledì 28 agosto 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


SPERDUTI


E’ una storia di grande fascino, un romanzo che merita appieno la Carnegie Medal ricevuta nel 2018: ‘Alla fine del mondo’, di Geraldine McCaughrean, da poco pubblicato da Mondadori nella collana Contemporanea, è un grande romanzo.
Racconta la storia, ispirata a un fatto reale accaduto nel 1727 nell’arcipelago scozzese di Saint Kilda, di un gruppo di uomini, con una ragazza camuffata da ragazzo, rimasti soli nell’isolotto di Warrior Stac per nove mesi. Erano andati lì, in estate, a fare incetta di uccelli marini, preziosi per la carne, le piume e l’olio, assai ben pagato. Dovevano restare qualche settimana e invece nessuno è venuto a riprenderli.
Il romanzo della McCaughrean, autrice nota al pubblico italiano, è il racconto della loro lotta per la sopravvivenza, delle loro diversità, dei loro disperati destini.
Il protagonista è Quilliam, un adolescente che, insieme ad altri ragazzi, accompagna i tre adulti ‘uccellatori’, destinati cioè a guidare la breve stagione di caccia su un isolotto sperduto nell’oceano. Se l’inizio di questa impresa appare prevedibile, ma non per questo meno duro, la presa di coscienza che è passato troppo tempo e che nessuno verrà a riprenderli spalanca davanti a questo gruppo di persone la prospettiva di un inverno durissimo, flagellato dalle tempeste, senza poter contare su altro che se stessi. C’è chi si auto nomina pastore, pretendendo di dettare legge; chi è spinto da visoni mistiche e chi, come Quilliam, cerca di tenere viva la speranza fra i più piccoli raccontando storie e nominando ciascuno ‘custode’ di qualcosa: della memoria, del tempo, dei preziosi strumenti di lavoro. A renderlo più forte è l’amore per la giovane ragazza arrivata da poco nel paesino costiero da cui vengono tutti: Murdina, l’affettuosa maestra che ha insegnato loro a leggere e a scrivere. Il lavoro di uccellatore è durissimo e feroce, non lascia scampo alle diverse specie di uccelli che lì si affollano per deporre le uova o ripararsi: le pulcinelle di mare, le berte, i fulmari. Quill si affeziona a un’alca, un grosso uccello marino, ora estinto, incapace di volare, che lo accompagna nelle diverse, pericolosissime imprese. La sua feroce uccisione, da parte dei compagni di sventura, è per il ragazzo un segnale dell’imminente definitiva sventura, la fine del mondo. Alla fine una barca arriverà, quella dell’implacabile esattore dei tributi, che li raccoglie e li riporta in un villaggio reso deserto, o quasi, da un’epidemia di vaiolo. Pochi uccellatori potranno riabbracciare i familiari, Quill, con il cuore inaridito dall’aver perso tutto, vuole imbarcarsi e lì, sulla banchina del porto, c’è un colpo di scena finale.
‘Alla fine del mondo’ è un potente romanzo corale che più che raccontare quanto l’isolamento possa cambiare le persone e svelarne l’intima natura, racconta in primo luogo la durezza della vita di questi uomini all’estremo nord della Scozia, dipendenti dalla natura e in lotta perenne con essa; niente può essere perduto, niente tralasciato, una piuma, un coltello, una fune. E’ una natura matrigna, che però nutre e sostiene anche quando non è rimasto più niente. Solo Quill, narratore di storie, riesce a vedere in un animale lo specchio affettivo della sua solitudine.
Nonostante sia una storia ambientata all’inizio del ‘700, la narrazione è avvincente, ci trasporta su un isolotto sperduto a condividere la lotta per la sopravvivenza di un manipolo di persone che non hanno altro che la loro esperienza e la loro tenacia. Efficace la traduzione di Anna Rusconi, precise le illustrazioni di Jane Milloy e la mappa di Ian McNee. Mi incuriosisce il fatto che l’editore inglese, Usborne Publishing, non abbia utilizzato il proprio marchio italiano per la traduzione. E trovo sia una sottovalutazione da parte dell’editore italiano Mondadori aver scelto la collana Contemporanea, più esplicitamente per ragazzi, rispetto a quella de I Grandi, dove trovano spazio romanzi, come questo, adatti anche a un pubblico adulto.
Bella lettura, avventurosa e drammatica, da affrontare dai dodici anni in poi.

Eleonora.

“Alla fine del mondo”, G. McCaughrean, Mondadori 2019