venerdì 8 novembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NON PRECETTI, MA STORIE 

La vera storia della banda Hood, Wu Ming 4 
Bompiani 2024 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"'Se siete qui è perché non siete niente e non vi spetta niente. Eppure i cantastorie al villaggio cantano di voi. Dei re...dei cavalieri... dei santi e di Robin Hood che a Sherwood ha il suo regno senza corona e fa pagare il pedaggio a tutti quelli che passano. Una canzone mai sentita prima. Potete decidere di rimanere quello che siete, cioè niente. Oppure potete essere all'altezza delle canzoni e fare quello che nessuno ha mai osato fare.' 
Will scattò in piedi. 
'Queste sono le parole che mi piacciono. Abbiamo le frecce. Tante da sterminare un esercito.' Indicò Gisborne. 
'E lui ha un piano.'
'Come facciamo a fidarci?' domandò Much.
Will stava per ribattere. Poi guardò ancora Maud, la cui espressione valeva più delle parole: non precetti, ma storie." 

Un uomo che è stato crociato accanto a re Richard in Terra Santa, un crocesegnato,  sta dialogando con un pugno di ragazzini, la banda Hood, i nullaventi. Ognuno di loro, per ragioni diverse, ha scelto la macchia, la foresta, la latitanza. La loro casa adesso è la foresta, nell'ombra. Sono parecchi, e Robin è solo uno tra loro. Insieme sono la forza delle storie che su di loro si raccontano entro le mura delle città. I loro nemici giurati sono i signori, i nobili, più o meno corrotti, sono gli abitanti dei castelli e delle città, la legge, quella dei più potenti. Intorno al fitto quasi inespugnabile della grande foresta c'è una piccola rete di villaggi e un tessuto di abitanti, ma su tutto questo c'è la grande Storia che va avanti. 
Ecco: la Storia. Quella che tutti conoscono. Re Richard, Riccardo Cuodileone, è in Terra Santa per riconquistare Gerusalemme - ma sarà ancora vivo? o sarà tenuto prigioniero? Un fatto è certo: il trono d'Inghilterra è vacante e insidiato dal fratello John, Giovanni Senzaterra. Il popolo d'Inghilterra è allo stremo e ridotto in povertà, per le tasse che sono servite per pagare la III crociata prima e poi il riscatto per la liberazione di Richard. Intrighi di palazzo, schieramenti, tradimenti, su tutti la regia della Regina Eleonora d'Aquitania che aspetta che il suo figlio prediletto, Richard, torni a regnare e cancelli ogni velleità di governo al fratello John che trama con il re di Francia... 
Intrecciate alla grande Storia ci sono le piccole storie e una leggenda: quella di questa banda di ragazzi, autentici sopravvissuti, che hanno scelto di essere fuorilegge, perché braccati da chi ha più di loro. La piccola storia di un cavaliere solitario, che è fedele solo a se stesso; la piccola storia di un cieco, che "osserva" e riferisce. Le piccole storie di un buon numero di donne, da Lady Marian in giù: tutte, inevitabilmente, soggiogate. La piccola storia di un cantastorie, sorta di innesco di quella che sarà la leggenda di Robin Hood.... 

Ecco. Dalla leggenda di Robin Hood parte Wu Ming 4 per fare due cose che gli riescono assai bene: scrivere un gran romanzo e riscrivere, appoggiato su fonti storiche, quello che è stato il mito di Robin Hood. 
Partiamo dal fondo: Robin Hood, così come ci è stato raccontato da certa letteratura e sopratutto da certo cinema, non è mai esistito: nessun superuomo, aitante, scattante, invincibile (talvolta in calzamaglia). Secondo le fonti, nelle ballate dell'epoca, e in molta buona letteratura e saggistica sul tema, non c'è traccia di questo supereroe invincibile e filantropo. Non c'è traccia della sua storia con Lady Marian, liberazione compresa. 
Questa, la molla che ha spinto Wu Ming 4 a studiare per bene la questione, a fissare una serie di punti storici e a restituire la sequenza dei fatti come presumibilmente devono essere accaduti. 
Ma Wu Ming 4 non è uno storico in senso stretto, ma è piuttosto un eccellente scrittore e così il suo intento di fare luce e chiarezza diventa un romanzo pazzesco. 
Per amor di verità, quindi succede che nella storia che racconta Wu Ming 4 Robin è un figurante, mentre protagonista assoluto è il gruppo, la banda Hood (dal titolo in poi). 
La sua leggenda nasce quindi da una voce che non è singola, ma corale. 
Per lo stesso amor di verità, Wu Ming 4 fa luce sulla condizione femminile alla fine del XII secolo in Inghilterra. E quindi conosciamo la ragazza vittima del birraio, il coraggio della serva di Lady Marian, Lady Marian stessa che nelle sue pagine diventa simbolo di intelligenza muliebre, da tenere segregata, appunto. La grande Eleonora che aleggia per tutto il romanzo, per poi comparire trionfalmente sulla scena, proprio sul finale. Conosciamo Maud, apparentemente l'unica femmina della banda che ha il ruolo di narratrice e custode di una fede incrollabile. Una mezzafata, piena di carisma, forza e mistero. Invincibile. Ma su di lei, ci torno. 
Per il medesimo amor di verità, racconta la Storia, quella con la esse maiuscola, per come è veramente andata: un caso su tutti il ruolo di grande regista che assegna alla regina Eleonora e il relativo piano della Corona di spremere un territorio, quella parte dell'Inghilterra (tra York e Nottingham) fino allo stremo per poter pagare la Crociata e il ritorno in patria del suo figlio sovrano. 
Ma La vera storia della banda Hood ha molto di più in sé. 
Innanzi tutto è una magnifica narrazione che spesso ha lo spessore di un racconto mitologico. Per questo, si serve di una serie di archetipi (nei ringraziamenti finali c'è un preciso omaggio): dal cervo che abita il bosco e che ogni tanto appare dal nulla, fino al cavaliere solitario Gisborne. 
E a proposito di mito e archetipi, non si può non notare che Wu Ming 4 lavori su un meraviglioso quanto efficace contrasto tra quello che è il mondo dei grandi, il mondo della civiltà, della ragione, della legge, della Storia cui contrappone quello della foresta, del mistero, dei bambini, della natura, del selvatico, delle storie. 
Solo a titolo di provocazione per continuare a ragionare sulla questione, che non è affatto marginale, rimanderei al saggio di Giorgia Grilli (Di cosa parlano i libri per bambini. La letteratura per l'infanzia come critica radicale, Donzelli 2021) o a quanto scrive Ursula K Le Guin a proposito della lingua padre e della lingua madre... (in I sogni si spiegano da soli, a cura di Veronica Raimo, Big Sur 2022).
Cosa condivide la visione di Wu Ming 4 con questi due saggi? L'ho appena detto: la contrapposizione fra infanzia e mondo adulto, tra natura e civiltà, tra selvatico e addomesticato, tra misterioso e razionale, tra storie e Storia, tra mito e realtà, tra ribellione e giogo, tra libertà e dominio.
Pieno di echi presi a prestito dalla grande letteratura, uno su tutti il Peter Pan di Barrie che su queste dicotomie si fonda (la giovane Maud è una Wendy perfetta e i ragazzi briganti, da Much al piccolo Ned, sono lo specchio dei Bimbi Sperduti), il romanzo va in molte direzioni diverse. 
A pagine di storia si alternano pagine d'amore (la più bella dichiarazione d'amore è a p. 166), pagine di intrighi e spionaggio, pagine di mitologia e superstizioni, pagine di puro racconto fantastico...
E per questa ragione va letto almeno cinque volte per apprezzarlo ben bene.

Carla
 
Noterella al margine. Che poi tanto margine non è: grandiose sono tre cose. La lingua, la capacità di costruire un plot complesso ma sempre esatto nei suoi incastri (secondo la famosa legge, per la quale se compare una pistola, quella pistola prima o poi sparerà...), la capacità di far precipitare le situazioni con la stessa fulminea velocità di un film d'azione molto ben fatto.

mercoledì 6 novembre 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

LA MORTE E' UNA DOMANDA? 

La questione morte manca di testimoni diretti. Quand’anche ve ne fossero, sull’ampio territorio culturale che a lei si riferisce gravano pesantissimi tabù e imbarazzi, credenze, superstizioni, al punto che non solo non è possibile sapere cos’è la morte indirettamente, ma spesso persino quello che vi gravita attorno rimane precluso, ammantato di silenzi e ritrosie. 
Del resto anche Scoiattolo e Formica si erano a lungo interrogati a proposito. Come possiamo conoscere quello che nessuno può o vuole raccontare? Come possiamo soddisfare quell’impulso vitale che è la naturale curiosità per qualcosa che nessuno ha visto? 
Perché se di fronte al mistero non esiste strumento più efficace e spontaneo che domandare, è altrettanto vero che questa è solo una metà della questione: in fondo a ogni domanda non vi è solo un vuoto che tanto somiglia alla morte, ma c'è anche uno spazio che attende di essere occupato da una possibile, inedita spiegazione. E per sentirla serve disponibilità: forse infatti la conversazione che abbiamo con la morte non si basa sulla certezza di risposte impossibili, quanto piuttosto sulla capacità di rimanere in bilico sul margine vibrante e tridimensionale che da lei ci separa. E se imparassimo ad ascoltare? 



© Ellen Duthie, Anna Juan Cantavella, Andrea Antinori
#Logosedizioni


È quello che succede in Così è la morte? Domande mortali di bambine e bambini. 
Il volume è l’ultimo della serie Wonder Ponder, progetto di filosofia illustrata per tutte l’età che si propone di agevolare l’accesso della curiosità bambina (ma anche no) ai grandi quesiti. In questo caso, le due autrici hanno incontrato bambine e bambini a frotte e si sono lasciate interrogare sull’argomento morte senza porre limite alla tipologia di domande. Non solo questioni morali o sentimentali, dunque, ma anche faccende pratiche - come la produzione di una lapide o le procedure di successione di una console - e fatti scientifici, come ad esempio la gradualità di decomposizione dei tessuti del cadavere. 
Le domande appaiono tutte insieme nelle sguardie del libro, brulicando, una accanto all’altra, fittissime, serie, inaspettate, a delimitare il territorio concesso per l’azione dell’albo e del ragionamento. Anche figurativamente, sono come le stelle della calotta celeste, che solo apparentemente segnano il confine del cielo: in realtà pulsano dalle distanze più diverse dell’universo e i loro raggi ci colpiscono incessantemente, anche quando siamo in piena luce.


© Ellen Duthie, Anna Juan Cantavella, Andrea Antinori
#Logosedizioni

All’interno del volume, non si punta all’utilizzo delle risposte per esaurire l’indagine; al contrario, in ognuna di esse viene fatta riverberare un nuova domanda, a cui è possibile legarne un’altra e un’altra ancora, senza inibizioni, quasi a voler proporre un metodo di pensiero, uno strumento di visione per una disamina ulteriore della questione, dinamica, attiva, che frammenta, scompone l’oggetto di cotanta insaziabile curiosità, senza giudicarla mai. 
Come ben si conviene al procedere filosofico, la ricerca lievita pagina dopo pagina, alimentata con richieste di opinioni e pareri, stimolata con altre domande che coinvolgono il senso morale, etico ben presente negli interlocutori di ogni età. Non solo: essa viene demandata ad altri tempi e luoghi, trascendendo la pagina presente e la struttura sequenziale con soluzioni formali che tendono a far uscire il lettore dal libro. E’ possibile imbattersi in piccoli rimandi ad altre pagine e ad altri quesiti analoghi, in QR-code che dirottano a luoghi esperienziali diversi, in esperimenti immaginativi da condurre in autonomia. Quasi pare di sentirla, la mano che sfiora la spalla e una voce che dice “Vai…” , incoraggiandoci a sperimentare dopo averci rassicurato sulla legittimità di ogni strada che può prendere il pensiero. 
Così è la morte? si trasforma letteralmente in una soglia da attraversare per raggiungere, immaginando e ragionando, un luogo che è e non è, presente in nuce e tuttavia invisibile, accanto a noi, dentro di noi ma anche altrove e oltre, ancora sconosciuto o, forse, semplicemente, non ancora nominato. Si viene ricondotti alla propria esperienza e lì stimolati a esperire, ben lontano delle pagine, un altrove significativo soprattutto per noi. A partire dalle istruzioni per l’utilizzo del libro, che sono un modo per sgomberare il campo da quegli imbarazzi che talvolta scoraggiano la voglia di esplorare, passando per il registro intimo e personale delle risposte, per arrivare all’estrema e sensibile serie di informazioni con cui le due autrici cercano di appagare l’interrogativo, il lettore capisce di essere in un territorio sicuro, e questo è fondamentale per permettere la grande magia. 
 
© Ellen Duthie, Anna Juan Cantavella, Andrea Antinori
#Logosedizioni


Se risposte saranno quindi, saranno (anche) quelle che ciascun lettore saprà darsi da sé attraverso le proprie risorse, attraverso le proprie disponibilità culturali, la propria sensibilità e la propria immaginazione, messa in riverbero da sapienti sollecitazioni. Perché è poi sinceramente così vero che non conosciamo l’esperienza di scomparire? Non sarebbe possibile che la morte assomigli alla perdita di confini che si prova prima di dormire, e che tutte le risposte che occorrono si fondano sull’affaccio concreto da cui, sporgendoci, riusciamo a vedere?


Parafrasando una celebre conversazione accaduta a un’anatra, non è forse possibile in fondo che a dirci cos’è la morte sia proprio la nostra stessa vita? 

Giorgia 

"Così è la morte? Domande mortali di bambine e bambini" Ellen Duthie, Anna Juan Cantavella, Andrea Antinori, (trad. Chiara Ronchi) #Logosedizioni 2024 
"L'anatra, la morte e il tulipano", Wolf Erlbruch (trad. Viola Starnone), E/O 2007

 

lunedì 4 novembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL DEBUTTO IN SOCIETÀ 

Vietati i tuffi a bomba, Hulrich Hub, Jörg Mühle (trad. Bérénice Capatti) 
Rizzoli 2024 



NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"In fondo alla fila si trova una gallina cieca con un paio di occhiali da sole accanto a un'anatra zoppa, che è costretta a reggersi su una stampella. 
'Perché facciamo la fila?' chiede la gallina cieca con voce sorprendentemente profonda. 'Magari qui vendono salsicce, e lo sai che io non le digerisco, anche se per il resto io mangio tutto..' 
'Non parlare così forte' sibila l'anatra zoppa. 'Gli altri ci guardano in maniera strana...' 
Al che un'anatra più avanti si volta. 'Di qui si va in piscina' dice con voce annoiata. Ma perché non avete gli asciugamani?'.
'In piscina?' All'anatra zoppa brillano gli occhi." 

Lei non è mai stata in acqua e muore dalla voglia di provare. Naturalmente la gallina è di parere contrario: lei non sa neppure nuotare. Tra le due, diligentemente in fila, nasce una discussione. 
Diamo solo un'occhiata veloce è l'argomento dell'anatra, che da sola non se la sente proprio di andare... In fondo, e questo è un colpo diretto ai sentimenti della gallina, loro due sono amiche... 
E così la gallina, pensando che nella vita tocca fare anche qualche sacrificio per amicizia, acconsente. Però si fa a modo suo: si supera l'intera coda in nome della zoppia e della vita grama dell'anatra, che l'unica cosa che riesce a fare è arrossire piena di vergogna.... 
Superata la fila, già si profila il prossimo intoppo: nelle piscine le galline non hanno accesso, in quanto galline. A meno che non sia quella gallina lì dalla faccia di tolla che supera comunque il tornello con la sua amica zoppa, proprio in nome del suo ruolo di accompagnatrice. Il fatto che lei sia cieca, è solo un dettaglio trascurabile... 

Comincia così questa "giornata particolare", anche dal punto di vista emotivo, di gallina e anatra. 
Come succede sempre quando si leggono i libri di Hub, da collezionare, si ride parecchio e altrettanto si pensa. 
Mai i suoi libri rischiano di cadere nell'indifferenza. 
La prima sensazione che trasmettono, leggendoli, è quella di essere copioni di un film, o meglio di uno spettacolo teatrale (l'unità di luogo, tempo e di azione sembra per Hub un canone). 
Nessuno stupore per questo, perché è proprio il modo più consueto che ha Hub per raccontare le sue storie. Non a caso, è anche un bravo drammaturgo e spesso i suoi libri diventano spettacoli, messi in scena.
Questo suo modo di raccontare il mondo gli è particolarmente congeniale ed è molto efficace. 
L'impegnativo compito di Jörg Mühle, nel quale peraltro si dimostra assolutamente a suo agio, è proprio quello di creare un repertorio espressivo di quanto viene messo in scena. 


La piccola pièce che mettono in atto ruota, come sempre nei libri di Hub e Mühle, sulle fragilità umane che, di volta in volta, pinguini, anatre, pecore e altri animaletti, hanno il compito di incarnare. Secondo la regola aurea dei favolisti classici. L'unica cosa che distingue la scrittura di Hub - fortunatamente - dai grandi classici è l'assoluta e programmatica assenza di giudizio e quindi di morale. 
Quando abbiamo conosciuto queste due buffe creature, tutto ruotava intorno alla grande diversità che le distingueva: una codarda, l'altra intraprendente fino alla sfacciataggine. 
E come se questo non fosse stato sufficiente, Hub esplorava il limite, la paura e la menzogna. 
L'idea che ci siamo portati dentro per tutto questo tempo era quella che l'anatra fosse una dolcissima creatura, un po' fifona e lievemente bugiarda, ma alla fine dei conti molto leale nei confronti della sua amica gallina. 
La ritroviamo ancora una volta impacciata e goffa nel suo modo di affrontare la vita. Qui, pur di accattivarsi le simpatie delle altre anatre, non si fa scrupolo di prendere le distanze dalla gallina: la rinnega per ben tre volte (dove l'abbiamo già sentita una storia così?) senza neanche un po' di esitazione. E mentre lei è lì a cucire errore dopo errore, umanamente parlando, goffata dopo goffata - senza peraltro raggiungere nessun risultato a lei propizio - la gallina, come l'abbiamo conosciuta, conferma il suo savoir faire naturale: la vediamo su una sdraio (lei che non avrebbe dovuto avere accesso nella piscina per sole anatre), che chiacchiera amabilmente con altre anatre che la trovano maledettamente interessante, nel suo essere così 'esotica'. 


Tanto è il suo successo, che diventa addirittura bagnina della piscina e vera guida carismatica di tutte le anatre presenti, grazie a un frigorifero pieno di bibite fresche... Costruito con millimetrica precisione su quelle che sono le nostre debolezze, le nostre aspirazioni, i nostri vizi, le nostre storture, le nostre ingenuità nei confronti del prossimo, nel nostro desiderio di volersi sentire rassicurati dal gruppo e parte 'integrata' di una comunità, abbiamo uno spaccato esilarante quanto drammaticamente autentico, di quello che siamo capaci di fare dire ed essere quando siamo in mezzo agli altri. 


Questo divertente alternarsi di fortune e sfortune in quello che è, di fatto, il loro doppio debutto in società si riverbera nei loro battibecchi (!!): vediamo accadere piccole cattiverie, rivalse, gelosie, sconsideratezze e atti di coraggio che fanno sì che chi non voleva andare in piscina adesso non se ne voglia più andare e chi non vedeva l'ora di entrare adesso non aspetti altro che di prendere la via di casa... 
Noi che siamo lì e le vediamo e le ascoltiamo in questo loro serrato dialogo, in questo articolato gioco di incontri e scontri, ridiamo e riflettiamo un bel po' su due tra le più difficili e complesse arti umane: saper stare in mezzo agli altri e saper coltivare un'amicizia... 


 Carla

venerdì 1 novembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LE MILLE E UNA STORIA

Vorrei un'altra storia, Rascal, Michel Van Zeveren (trad. Tanguy Babled)
Babalibri 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"'E se ti raccontassi una bella storia, Carola? Una storia dolcissima per dormire tranquilla.' 
'D’accordo, papà, ti ascolto...' 
'C’era una volta un grazioso unicorno di nome Rosamundo. Era delicato come una carezza. 
Questo bell’unicorno viveva su un magnifico arcobaleno e...' 
'Ti fermo subito, papà! È un NO, NO, NO categorico! 
Ormai sono grande per le storie sdolcinate!'" 

Ed è vero. 
Sdraiata sul letto, nella sua salopette di jeans, altro che pigiama, Carola ha un tablet in mano. 


Biondina, dal piglio volitivo, apostrofa suo padre avvisandolo di non essere più disposta a sentire storie con bacini e cuoricini. Con grande sicurezza lo mette di fronte a un incontrovertibile fatto: se lei fosse stata maschio, lui mai e poi mai avrebbe esordito con una storia dolcissima e piena di unicorni e arcobaleni.
O no? 
Così l'unicorno esce di scena. 
La seconda proposta, quella storia del lupo famelico che non mangia da tre giorni e ronza intorno a un gregge di pecore, ha un altro difetto: turba la sua sensibilità. La notte potrebbe ricomparirle davanti la scena di una strage... 
Via, dunque, lupo e (quasi) tutte le pecore escono dalla ribalta. 
La terza storia, con la solita principessa strabella, strabionda, strastanga non va per altrettanti ovvi motivi... 
La storia dell'orco confligge con il suo recente vegetarianesimo... 
Insomma si prospetta una serata tutta in salita per quel giovane padre, volenteroso ma decisamente démodé nella scelta delle storie da raccontare alla figlia. 
A meno che... 

Ribelle, fin nella scelta del suo nom de plume, Rascal, nasconde - neanche troppo - tutto il suo modo di leggere il mondo nel suo personaggio Carola. 


Controcorrente, annoiata dalla solita tiritera, è in cerca di esperienze significative. Un po' come lo stesso Rascal racconta della sua infanzia scolastica: nulla dei programmi ministeriali lo interessava davvero, lui avrebbe voluto saper costruire una sedia, suonare uno strumento o usare correttamente un trapano, preparare il pane, fare un erbario, non far impazzire la maionese...e poi conoscere bene la poesia e la pittura a olio.... 
Amante di Prevert - il suo anarchismo dolce - e grato al suo professore in accademia che fu per lui quanto di meno pedagogico ci si potesse aspettare, Rascal comincia come disegnatore di manifesti per il teatro e di copertine poi approda al libro illustrato per i più piccoli. 
Fondamentale e illuminante il suo incontro con l'opera di Tomi Ungerer. 
E a ben vedere questa ragazzina potrebbe essere la stessa rapita dai Tre briganti... Stesso stile, e stessa grinta. Stesso rispetto per il lettore, stesso gusto di dire le cose come stanno, senza infingimenti, senza fiocchi e nastrini colorati... 
I bambini sono persone che non si lasciano ingannare dalla durezza del mondo, dalla sua complessità. Mi verrebbe da dire: chiedete a Carola, la quale pare saperne un bel po' di come va il mondo. 
Ma, tornando alla cursus honorum di Rascal, tutta la sua carriera, continua lui stesso a raccontare, è farcita di incontri importanti e tutti molto diversi tra loro (il suo catalogo di collaborazioni con i nomi più prestigiosi è stellare!). 
L'unica costante è quella di indirizzare ciascun testo a un determinato nome e non affidarlo al caso o alla scelta dell'editore. E questo modo di creare libri risulta molto evidente anche qui, in Vorrei un'altra storia. 


Mi pare sotto gli occhi di tutti il contributo che Michel Van Zeveren porta al racconto: senza i suoi disegni tutto si affievolirebbe di un bel po'. 
E lo stesso Rascal, a tal proposito, afferma che l'ispirazione non nasce solo dentro di sé, ma anche immaginando come l'illustratore potrebbe tradurre in immagine quel testo. 
Allora, visto che la storia ha questo tono così ironico, scegliere Van Zeveren è stata una scelta naturale. O forse è andata esattamente nel senso opposto? Poco importa. La cosa fondamentale è che la doppia voce che questi due hanno saputo così bene armonizzare, pagina dopo pagina sia sempre più convincente.
Ironico, esilarante, monello, Van Zeveren comincia fin da subito a ritagliarsi un suo ruolo e a raccontare per immagini ciò che il testo tace. 
A parte le pecore che sono fin da subito termometro di una incandescenza emotiva che si percepisce nell'aria. A parte questo, fin dalla prima doppia pagina costruisce un vero e proprio palcoscenico. 
Elementi fissi, o quasi, a sinistra, mentre a destra, intorno alla porta della stanza, crea ogni volta un tipo di contesto diverso: dall'arco dell'arcobaleno (i rami rosa della scena del lupo già si intravedono), fino all'arcatella gotica per la principessa che, per incanto, si trasforma poi in un portone in muratura a grandi bugne, con annesso tombino fumante, da cui a fatica spunta il testone dell'orco, fino ad arrivare in Cina con le sue ombre...
 

La scena finale, che appare dopo l'apoteosi del testo che è una pagina prima, diventa a sua volta l'apoteosi del disegno che, facendo schiantare dal ridere, tronca alla radice ogni possibile deriva mielosa... 
Geniale.

Carla

mercoledì 30 ottobre 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA MESSA IN SCENA DI VOLPE E LEPRE 


“Questo è Volpe. 
Questa è Lepre. 
Volpe è grasso. 
'No!' 
'Si! Volpe, mangi troppo.' 
'Lo so, purtroppo.'
E mangia ancora di più. 
Ecco cosa mangia: 
una fetta di formaggio, un piatto di pappa d'avena, 
una coppetta di panna, 
un bel pezzo di pesce 
e una noce 
e una pera 
con un sacco di succo.”


Volpe e Lepre sono inseparabili amici, vivono nel bosco sotto lo stesso tetto, Gufo è il loro vicino, uccello a dir il vero un po' tonto che vive con un gallo (prima pulcino) chiamato Pio. 
L'incipit della storia ci presenta immediatamente i personaggi come fossero su un palco, neanche il tempo di conoscere il loro nome che l'autrice ci propone subito un dialogo su una questione che scopriremo essere molto frequente nella loro vita: la grande quantità di cibo che Volpe riesce a ingurgitare! 
Volpe è grasso nella stessa misura in cui Lepre è snella, veloce, e controlla la salute dell'amico. 
Il racconto della vita dei due animali si dipana per capitoli brevi, talvolta brevissimi, in cui al centro ci sono questioni di comune sopravvivenza: procurarsi il cibo, ripararsi dal freddo, relazionarsi con il vicino e con le persone estranee. Tutto narrato senza che mai si perda di vista la specie animale dei protagonisti, e non solo perché i loro nomi propri sono esattamente quelli della specie di appartenenza, ma soprattutto perché le loro tipiche caratteristiche riemergono alle volte come dei guizzi improvvisi che si dovrebbe tenere a bada. E quindi può accadere che Volpe si ricordi di essere appunto una volpe e venga improvvisamente investito da un irresistibile desiderio di divorare una lepre prima, un gallo dopo. Ma come se si trattasse di qualcosa di ingiusto, al pari di una marachella, Lepre prontamente interviene per farlo rinsavire. 


Un piano un po' meno evidente su cui si gioca il rapporto non concluso tra specie animale e caratteristica umana è quello del genere e dei ruoli sociali solitamente assegnati. 


Al lettore adulto non sfuggiranno probabilmente alcune situazioni in cui il ruolo femminile di Lepre sembra essere quello tradizionale di cura e di accudimento. Volpe oltretutto le chiede di cucinare, mangia grandi quantità di cibo, necessità di essere riportato in riga. Ma la Vanden Heede è ben attenta a non scivolare in certi tranelli e sembra alle volte lanciare un'esca per poi ridere se il lettore abbocca. Perché è pronta subito a smentire qualsiasi insinuazione e a ribaltare ognuna di quelle occasioni nelle quali si potrebbe riconoscere una intenzione esplicita di fornire contenuti moraleggianti. L’equilibrio fra le parti è sempre ricostruito non tanto allo scopo di mostrare quanto certi stereotipi siano fuori luogo in questa storia come nella vita che ci auguriamo di condurre, ma soprattutto per dichiararsi lontana da qualsiasi volontà didascalica. 
E così capiterà che sia Volpe a prendersi cura di Lepre quando si ammalerà e che i due si scambino in più di un'occasione le mansioni domestiche. 
Volpe e Lepre, e al pari Gufo e Pio, sono personaggi dotati di personalità precise, hanno caratteristiche che il giovane lettore riesce a comporre pian piano procedendo nella lettura del racconto. La freschezza di questa narrazione, che ha capitoli brevi e soprattutto uno stile paratattico con a capo frequenti, fa uso estremamente parco di parole, per cui tutto quello che occorre sapere si evince dalla lettura delle vicende narrate, nessuna descrizione che possa aggiungere altro a quello che ogni lettore avrà il piacere di scoprire, un passo alla volta. 


Il ruolo delle immagini di Thé Tjong-Khing è decisamente centrale: disegni piccoli, per lo più su fondo bianco, in perfetto armonioso rapporto con il testo. Non solo ne rispecchiano il contenuto, moltiplicando spesso la componente comica, ma soprattutto si inseriscono in quelle ampie porzioni di spazio che rimangono nella pagina grazie ai frequenti a capo, la cui scelta si dimostra doppiamente utile: consente una maggiore facilità di lettura, anche per chi è alle prime esperienze, e permettere alle illustrazioni di posizionarsi tra una frase e l'altra. 
L'incipit del libro è già illuminante in proposito e dimostra quanto la sintonia tra i due autori sia completa e quanto questo sia una nota aggiunta e preziosa del valore complessivo del testo che in questo modo si rivela oltretutto piacevolissimo allo sguardo. 
Questo volume recentemente riproposto in Italia da Rizzoli, in Belgio è il primo di una serie più lunga con gli stessi protagonisti. Sinceramente ci auguriamo che anche gli altri volumi possano raggiungere i giovani lettori italiani, dai sei anni in su, ma anche da prima, se fortunati ad avere chi leggerà per loro.

Teodosia 

"Volpe e Lepre", Sylvia Vanden Heede, Thé Tjong-Khing (trad. Laura Pignatti), Rizzoli 2024.

lunedì 28 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SUPERIORE 

Cavalca la tigre, Davide Calì, Guridi 
Kite edizioni, 2024 


ILLUSTRATI
 
 "C’è un grande campo. Pieno di gente. 
A un certo punto una gran voce dice: 
Ora scegliete: a piedi o a cavallo? 
Alcuni scelgono a piedi. Altri a cavallo. 
Solo un tizio sceglie: cavalcare la tigre!" 

La cosa che succede dopo è che chi aveva scelto di andare a cavallo viene tritato, con tutto il cavallo. Era la scelta sbagliata. Quelli che avevano preferito andare a piedi si salvano. 
La grande voce torna a tuonare su un'altra scelta da fare: tra il giallo e il nero. 


Coloro che hanno scelto il giallo si arricchiscono, mentre gli altri restano poveri. 
E il tizio che cavalca la tigre è sempre lì che la cavalca. 
I bivi di fronte a cui la voce mette i suoi ascoltatori sono sempre più drammatici. Questa volta dal suo schermo scuro tuona la seguente possibilità verso cui propendere: uccidere o essere uccisi. 
In entrambi i casi la scelta è al limite della sopportabilità. Ma anche in questo caso bisogna prendere una delle due strade e così accade che chi ha scelto di uccidere ucciderà coloro che hanno scelto di essere uccisi. E per questo un po' si dispiacerà. 
A questo punto, quelli che hanno ancora le mani sporche di sangue si interrogano sull'uomo che cavalca la tigre: lui è ancora là. 
Come mai? 

La percezione di aver detto: accidenti che libro! è ancora molto chiara, a distanza di più di sei mesi dalla prima volta che l'ho letto. 


Ha la potenza di una freccia che sibila nell'aria, per un niente, il tempo di leggere il pochissimo testo, e poi si infila nel corpo solido del lettore, chiunque egli sia, e non si toglie più. 
Credo che la sua forza stia proprio nella questione che pone e nell'essere privo di ogni orpello superfluo. 
Se vuoi fendere l'aria e arrivare devi essere dritto e leggero. 
Partiamo dal testo, perché viene da pensare che sia quella la cellula originaria, su cui poi Guridi ha lavorato. Magnifico, come sempre. 
Se contate, il testo si dispone su venticinque righe in totale. A contarle, le battute sono meno di mille. Ha la forma e l'impatto di una poesia, anche a guardarla così. 
Ci sono pochi aggettivi, lo stretto necessario. Così come sono pochi i colori. Il nero e l'arancio e il giallo, necessariamente. E l'ocra per il tritacarne. Il tritacarne deve essere enorme, la voce deve essere grande, ricchissimi contro poveri... E poco altro.
 

Eppure è gigantesco...
Un'unica fuga in direzione di un giudizio da parte della voce fuori campo, a proposito dell'uccidere e dell'essere uccisi. 
Altrettanto indefiniti, dai contorni incerti, sono i personaggi: un tizio, quello della tigre. E poi da una parte gli uni e dall'altra parte gli altri. Tanta indefinitezza delle parole significa tanto spazio per il lettore e tanto sfumato per le pennellate di Guridi. Nessun primo piano, solo corpi descritti con pochi segni. L'unica precisione, esatta al millimetro, sono le loro posture. Studiate come se fossero coreagrafie di corpi che debbono agire su un palcoscenico. Come se fossero a teatro. Tavola dopo tavola, scenario dopo scenario, quello che l'occhio coglie è il gesto di quello che il testo dice. 


A teatro, almeno in quello che prevede un palcoscenico, la gestualità è tutto. E qui sembra essere lo stesso. Nel teatro a quella distanza è necessario far arrivare il senso di un movimento, attraverso il grande gesto, non esagerato, non parodia di se stesso, ma piuttosto pura amplificazione. E Guridi non perde occasione di studiarlo in questa prospettiva e di inserirlo nel perimetro della pagina. Le poche e vaghe parole di Calì glielo permettono. 
Gli uni e gli altri sembrano davvero usare lo spazio sulla pagina come uno spazio scenico, come ballerini sulle assi di un palco. Che marciano, che si pongono schiena contro schiena, come duellanti. Che escono di scena, piangendo. 
E poi c'è la grande voce che Guridi decide abbia quella forma, così allusiva... 
E poi c'è sempre il tizio che cavalca la tigre. Lui e lei sono corpi armonici, sebbene diversi per misura e colore; risultano così vicini da essere l'uno l'estensione dell'altra. 
Dove finisce la prima comincia il secondo. Uno nero e una arancio. 
Più di ogni altra immagine tigre e tizio sono di fatto un unico oggetto scenico e rappresentano, anche nel testo, l'icona di un'unica cosa... 
Il senso di tutto il discorso non sarò io a dirvelo.
 

In tutt'altro contesto, era capitato di notare quanto Davide Calì fosse stato bravo nel tacere, per dare agio a chi disegna si infilarsi nel racconto attraverso l'immagine. Qui, non solo accade di nuovo, ma addirittura questa materia letteraria è talmente ridotta da diventare spazio puro in cui poter agire. 
Uno spazio interpretabile secondo letture diverse, immagini diverse, percorsi interpretativi diversi. 
Poi tutto si coagula: tutti i singoli e volanti fili narrativi vengono raccolti in una stretta finale che diventa quella, e nessun'altra. Come in un pugno chiuso, un unico finale. 
Non conosco tutto quello che Calì ha scritto, e Guridi disegnato, ma è un fatto che entrambi sappiano essere molte cose diverse, da autori. 
Però ci sono alcuni loro libri che sono proprio diversi. Superiori. 
Cavalcare la tigre è uno di questi. 

Carla

venerdì 25 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ANCORA"SHOW, DON'T TELL". E SAUNDERS

Nonnamatta e la caccia ai mostri, Moni Nilsson, Anna Fiske 
(trad. Laura Cangemi) 
Iperborea 2024 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Vado in punta di piedi nella mia camera per chiamare Nonnamatta con l'iPad. Dopo il papà, è la migliore che ci sia, perché è bravissima a giocare e a parlare e non si tira mai indietro davanti a nulla.
Nonnamatta è mia nonna e il suo vero nome è Marta, ma quando mio cugino Tarzan era piccolo diceva 'Matta' e da allora si chiama Nonnamatta per tutti. La chiamano così anche i suoi amici, cioè Fatima e quel musone di Ohlsson. Loro però sono barbosissimi, almeno a sentire lei. Dice che non hanno mai voglia di fare cose divertenti o spericolate. Preferiscono stare sempre in cortile a parlare di malattie, acciacchi e altre cose che li preoccupano. Nonnamatta ha paura di una sola cosa: di diventare noiosa e fifona come loro." 

Frasse non ha ancora sei anni e di paure, invece, ne ha parecchie. Quella che lo inchioda ogni notte è il terrore dei mostri. Si sveglia ogni volta urlando in faccia al suo papà che gli dorme accanto che un mostro lo insegue per farlo fuori... E come se non bastasse anche a scuola circola, nelle mani dei suoi più acerrimi nemici/amici, un librone in cui in ogni pagina c'è un mostro in bella mostra. 
E poi c'è la questione della festa da Pollicione: tipo pigiama-party, si dorme tutti da lui, ma come riuscirci con quel problema dei mostri nel sonno? Come può farcela il povero Frasse che dorme solo accanto al suo papà? L'unica soluzione è non andarci. Però è un vero peccato, no? 
Fortunatamente, però, nella vita di Frasse, c'è il giovedì, il giorno in cui Nonnamatta lo va a prendere (sempre un po') prima all'asilo per passare con lui il resto della giornata. 


Anche questo giovedì compare a scuola, ma questa volta non c'è un tranquillo pomeriggio di partitelle a carte e merende sulla coperta nel prato. Ascoltate le confessioni del nipote atterrito dai mostri, decide addirittura di fare con lui un viaggio di un paio di giorni per andare a visitare questo famoso bosco mostruoso, dove ogni creatura tremenda alberga. Davanti a Frasse si prospetta terrore e avventura in pari misura. 
Fatto lo zaino, si parte in treno, in cuccetta, e si arriva il mattino dopo in un luogo sconosciuto con un bosco bello fitto, al di là del quale... 

Nulla è mai fermo in questa storia. Tutto si muove e accade senza troppe spiegazioni. 
Già solo il fatto che sia diviso in capitoli che hanno, di due in due, scenari molto diversi tra loro crea questa costante sensazione di essere sempre un po' spostati di qua e di là. 


Poi come accade nella buona letteratura tutto si va a ricomporre in un unico quadro e altrettanto improvvisamente si esce dall'osservazione dei singoli fatti e si comprende il senso più profondo di tutto quello che è accaduto fin lì. 
In letteratura il motto anglosassone "Show, don't tell" trova un sacco di sostenitori, me compresa. Soprattutto quando mi interrogo su quali possano essere buoni ganci perché la lettura di un libro da parte dei più piccoli non sia vista come una delle peggiori condanne che vengono loro inflitte dai più grandi. Questa tendenza teatrale, ma forse meglio dire cinematografica, e aggiungerei poetica, applicata alla letteratura, funziona, soprattutto nei confronti dei primi lettori. Chissà che, in qualche misura, serva ad attutire il passaggio da quell'oggetto multiforme e multiparlante che è il libro illustrato, dove "il vedere" è previsto di default? George Saunders a proposito del tip "show, don't tell", scrive diverse cose molto sensate - tra le tante bellissime che ha scritto, scrive e scriverà. 
La prima: attenzione a non farne un dogma che ti prende la mano e si trasforma in un pilota automatico! 
La seconda: il "far vedere" - lo showing - ha il merito di tener lontano i concetti e le intenzioni palesi. Se facciamo accadere le cose senza troppe spiegazioni, stiamo per forza prendendo le distanze dai risultati overdetermined, sovradeterminati. 


Se non capisco male, questo modo di raccontare tiene lontano, guardando di fatto altrove, la didascalia sotto la figura, il messaggio. Che non viene escluso, ben inteso, ma allontanato almeno per un po'. 
Si confronti quanto detto all'inizio. 
Terza cosa: Saunders, che di sponda cita John Mcgahern, concorda su questo: "Penso che tutta la cattiva scrittura sia un giudizio e un’affermazione e che tutta la buona scrittura, in un modo o nell’altro , sia invece un suggerimento. Perché lasci da soli i personaggi e, attraverso le suggestioni e le immagini, metti nella mente del lettore la loro vita completa... e di conseguenza, ci sono tante versioni del romanzo quanti sono i lettori." (molto vicino a quanto detto a proposito del libro "L'occhio della montagna", o no?). 
Quarta cosa, che poi è un rilancio. Saunders suggerisce che per lui la soluzione che rende una scrittura interessante, stia piuttosto nella specificità. Quindi sia nel telling, quanto nello showing la tensione deve essere verso la specificity. 
E qui, in Nonnamatta, la si trova? Secondo me sì: in un nodo principalmente. Anzi, due. 
Prego riavvolgere il nastro ancora una volta fino alla frase di inizio. 
Dunque. Il primo riguarda la paura che diventa 'specifica' quando si declina - accanto a quella principale di Frasse per i mostri - con quella sotterranea della nonna, una paura che dopo i sessanta anni è abbastanza universale. Paura che arriva, bum, in un vagone o in cima alla scala, e che peraltro continua per molto tempo su altre scale, fino alla sua catarsi. 
E non direi una parola in più. 
Il secondo nodo ha a che fare con il concetto di mutuoaiuto tra un grande e un piccolo. 
Questione questa che nella letteratura del Nord, di norma, si dipana partendo da una visione assolutamente paritaria tra grandi e piccoli. Un adulto e un bambino valgono lo stesso, pesano lo stesso, se messi sui due piatti della medesima bilancia. La differenza tra loro è data dai ruoli. Uno fa il grande e custodisce e cura e mette cerotti, uno fa il piccolo e si sbuccia esplorando. 


Il bello che accade qui è, appunto, la reciprocità nel venirsi incontro a darsi un mano, ossia anche qui, come già molti altri fulgidi esempi di autori/trici nordeuropei, un piccolo può essere decisivo nel superamento di un ostacolo da parte di un grande, perché ha anche lui le sue personali fragilità e limiti.


E, bum, li ammette. 

Carla 

Noterella al margine. Sulla traduzione. Che io mi fidi e apprezzi Laura Cangemi, è roba nota. Dipende in larga misura dalla scorrevolezza che mette, dalla capacità di beccare i registri - e ne bazzica parecchi - ma anche, ed è qui il caso: carampana (nell'acc. 2 della Treccani), nell'uso di parole che sono nel mio lessico famigliare e che, sbagliando evidentemente, sento solo mie. 
Questi incontri mi stupiscono sempre, ma mi fanno subito sentire la Cangemi come una di famiglia. 

Noterella al margine². Sull'illustrazione. Dopo questo postone (post/pippone) non c'è stato il cuore di scrivere neanche una riga sul lavoro pazzesco di Anna Fiske. Ma lo avrebbe meritato. Magari, spero, non mancherà altra occasione...

mercoledì 23 ottobre 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


MA ALLORA OLIVIA ESISTE!

«Non sottovalutarli. I bambini lo capirebbero; comprendere il mondo è ciò che sanno fare meglio». Ian Falconer risponde alla domanda: qual è il segreto di un buon libro per bambini.


Nel 1996, Ian Falconer ha 37 anni e in famiglia scorrazza una piccola nipote con un nasino schiacciato da maialino. Ian lavora da pochi mesi come illustratore del New Yorker, il suo vero lavoro però è a teatro come scenografo. Per il Natale del ’96 decide di regalare alla piccoletta di tre anni, un libro scritto e illustrato da lui: nasce Olivia.
Sul perché disegnare una maialina, Ian citerà il famoso nasino schiacciato, ma anche dirà: "I maialini sembrano avere la forma adatta per i bambini piccoli perché le loro teste sono troppo grandi rispetto al corpo. Tutto è sovradimensionato".
Olivia ha un successo immediato: vende in poco tempo due milioni di copie. A oggi siamo a dieci milioni di copie vendute della serie. 


Olivia è disegnata a matita, in bianco e nero. L’unico colore concesso nel primo volume è un rosso acceso che raffigura accessori, vestiti e piccoli oggetti.
Nelle 32 pagine che Nord-Sud finalmente ripubblica, ci sono però anche citazioni coltissime: la riproduzione di un Pollock, di un Degas e delle rappresentazioni iconiche di Maria Callas.
La storia è la descrizione di una giornata di Olivia, maialina di sei anni, che ammira quadri maestosi, sposta il gatto a casaccio, prova diciassette diversi abbigliamenti prima di uscire, che cerca di riprodurre un Pollock sul muro di casa, fa il bagno, fa leggere una pila di libri alla mamma prima di cadere addormentata sognando di essere una cantante d’opera.


Ian Falconer ha avuto una lunga relazione sentimentale (e artistica) con David Hockney il quale nella quarta di copertina dell’edizione americana del libro scrive: "La capacità di Olivia di comprendere la composizione astratta è straordinaria per una bambina di 6 anni".


Il libro esce nel 2000. Nel 2001 vince la Caldecott Honor per Olivia, un prestigiosissimo premio statunitense per autori di libri per ragazzi. In un articolo Ian Falconer racconta del messaggio che aveva trovato in segreteria, appena uscito il libro: "Ciao, Ian. Sono, uh... Maurice Sendak. Ehm, sono in campagna in questo momento. Puoi chiamarmi qui. Puoi lasciarmi un messaggio sulla mia segreteria telefonica. Se non sono qui, probabilmente sarò in giardino e, ehm, a tagliarmi i polsi o qualcosa del genere." Sendak aveva amato tantissimo il libro e desiderava dirlo personalmente a Ian. Cosa rende questo libro così bello? Me lo sono chiesta spesso durante tutti questi anni. E non è facile fare ordine tra i tratti eccellenti di questo albo. Si può partire dalla perfezione del disegno a matita, sfumato, minimalista, con poco testo, a volte - come accade all’inizio del libro – con un solo oggetto raffigurato: un walkman rosso e nella pagina successiva Olivia in bianco e nero che canta e il testo che recita:
Questa è Olivia.
Sa fare un sacco di cose”.


Ed è vero. Olivia sa fare un sacco di cose: cucina, si trucca, trucca suo fratello, si traveste, si veste, costruisce splendidi grattacieli di sabbia, canta, danza, riproduce un Pollock. Tanto più Olivia sa fare cose, tante meno sono le cose rappresentate sulla pagina. Falconer non ha paura del bianco e ferma Olivia nell’atto di fare (o in brevi atti veloci, come quando prova diciassette vestiti) lasciando spazio al lettore per riempire i contorni. Questo paradosso di pulizia e sobrietà del disegno, si schianta contro la sovversiva ed esplosiva personalità della maialina, lasciando chiunque a bocca aperta.


E qui arriva a mio parere l’elemento davvero incredibile dell’albo: la sua protagonista. Olivia è davvero uno dei pochissimi casi in cui un personaggio migliora di libro in libro, prendendo sempre più spessore, affinando le sue caratteristiche o portandole all’estremo. Nord-Sud decide di ripubblicare tre titoli della serie di Olivia, il primo, appunto, e poi due libri adatti al periodo: Olivia e le principesse e Olivia e il Natale. 


Olivia e le Principesse scardina completamente moltissimi stereotipi femminili (passatempo che Olivia ostinatamente persegue in tutti i libri), descrivendo il pensiero non omologato, originale e profondo che la maialina ha sulla figura della Principessa e per riflesso sulla costruzione dell'immagine di sé. Inoltre, il libro ha un incipit completamente spiazzante, forte e inaspettato che anticipa il tema affrontato da Olivia: 
Olivia è depressa.
«Penso di avere una crisi d’identità» dice ai suoi genitori.”
A Halloween, lamenta Olivia, tutte le bambine si sono vestite da Principesse... Il libro chiude con una carrellata di personaggi in cui Olivia si immedesima: la piccola fiammiferaia, l’infermiera, la spia… fino ad arrivare alla geniale chiusura del libro.


Olivia e il Natale, invece, descrive la vigilia di Natale della famiglia di Olivia, in un’alternanza di momenti altamente intimi e poetici, con episodi disastrosi dove il motore è sempre la maialina. 


Il ritmo da quieto e pacifico diventa sempre più frenetico man mano la giornata passa e i regali vengono scartati e utilizzati chiudendosi magistralmente con l’ultima immagine della famiglia davanti al camino.


Io spero che Nord-Sud continui a pubblicare anche gli altri libri di Ian Falconer, perché Olivia deve essere letta dalla più grande parte possibile degli animali umani sulla terra. 
Olivia è fuori dalle righe, libera, impertinente e bullizza i fratellini. È tenera e sensibile, vuole fare la ballerina alla Scala, fa cadere il campanile di San Marco, alle feste in maschera si veste da facocero invece che da principessa ed è una grande appassionata di arte. Io da grande penso che da bambina avrei voluto essere come Olivia.
Valentina

Noterella al margine. Mio figlio, a quattro anni, davanti a una tela di Pollock al Guggenheim di Venezia, ha esclamato: “Ma allora Olivia esiste!”

"Olivia", Ian Falconer (trad. Marinella Barigazzi), Nord-Sud 2024; "Olivia e le Principesse", Ian Falconer (trad. Barbara Ponti), Nord-Sud 2024; "Olivia e il Natale", Ian Falconer (trad. Barbara Ponti), Nord-Sud 2024