lunedì 16 dicembre 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

MARCHINGEGNI PERFETTI

"Ogni pianta è un marchingegno perfetto, che si procura gli ingredienti e li mescola come in una pozione magica. Attraverso le radici assorbe l’acqua dal terreno; attraverso gli stomi che si aprono sulle foglie prende l’anidride carbonica presente nell’aria. A questo punto avviene l’incantesimo: entra in campo la clorofilla, una sostanza tutta verde, che cattura la luce e con questa trasforma gli ingredienti in zucchero (glucosio). Alla fine, avanza qualcosa: l’ossigeno! Non male come prodotto di scarto, visto che senza di esso non potremmo respirare e quindi vivere!" 


Facciamo un passo indietro: la prima forma vitale su un pianeta apparentemente invivibile la si deve all'acqua calda come un brodo in cui è apparso un microrganismo che, come se niente fosse (!), ha cominciato a prendere un po' dell'aria irrespirabile piena di anidride carbonica e l'ha risputata sotto forma di ossigeno. Quindi è successo che l'aria fuori dall'acqua, grazie appunto a questi meravigliosi microrganismi, gli antenati delle piante, che si erano diffusi ovunque, è diventata respirabile, permettendo alla vita di diffondersi sull'intero pianeta. 
Visto come sono andate le cose, accanto alla meraviglia, a questo punto della storia dovrebbe sprigionarsi un diffuso senso di gratitudine verso i progenitori delle piante e poi le piante stesse con la loro fotosintesi. O no? 


Per di più, va considerato anche un altro fatto non del tutto marginale riguardante la questione sopravvivenza: gli organismi viventi si dividono in due diverse categorie. Autotrofi, come le piante, ossia organismi capaci di costruirsi da soli le sostanze di cui nutrirsi ed eterotrofi, come noi e gli animali, organismi che si devono nutrire di altri organismi per ottenere le sostanze di cui hanno bisogno, perché non sono in grado di fabbricarsele da soli. 
Visto come stanno andando le cose, accanto alla riflessione, dovrebbe sprigionarsi anche un diffuso senso di preoccupazione e cura. O no? 
E sotto sotto, le domande da porci: Chi è il più abile a resistere? In termini di sopravvivenza, il più intelligente, il più furbo? Una volpe o un abete rosso? 


Da molto tempo ormai il botanico Stefano Mancuso si è preso l'impegno di raccontare, a tutti coloro che hanno voglia di ascoltarlo e di leggere i suoi bei libri, la complessità del mondo vegetale. 
La sua è una vera e propria missione: quella di mettere a disposizione di quante più persone possibile i risultati di anni di ricerca come botanico. Nell'ultimo ventennio o poco più dobbiamo principalmente a lui e alla sua squadra, i sorprendenti risultati a cui è arrivata la ricerca nell'ambito del comportamento delle piante. E così oggi si può parlare con cognizione di causa di neurobiologia vegetale. Si può dire con una certa sicurezza che il mondo vegetale è intelligente e sensibile, pur non avendo un cervello e un sistema nervoso come il nostro. Ragione per la quale lo stesso Mancuso si è prefisso come obiettivo ambizioso quello di vedere nel futuro riconosciuti finalmente anche al mondo vegetale gli stessi diritti di cui godono gli altri viventi sul pianeta. Ah! 
Espressioni di questo impegno nel raccontare - urbi et orbi - la complessità del mondo vegetale sono i suoi due libri Il favoloso mondo delle piante, pubblicato nel 2023, e Il favoloso viaggio delle piante, uscito nel 2024. 





Entrambi concepiti per un pubblico piccolo piccolo, e per questo illustrati da Philip Giordano che ai minuscoli sa parlare una lingua chiara al pari di quella di Mancuso. 
Va detto in tutta onestà che entrambi i libri sono interessanti anche per chi è più grande. 
Provare per credere! 
Per chi ha letto il Mancuso da adulti è facile ritrovare anche in questi due libri il medesimo sguardo curioso e affettuoso nei confronti dell'universo vegetale, la stessa chiarezza espressiva nel raccontarlo, e soprattutto la innegabile sensibilità esemplificativa capace di rendere, appunto, "favolosi", tanto il mondo delle piante quanto il viaggio che esse hanno fatto, fanno e faranno. 
Palpabile è la capacità di aver saputo cogliere con efficacia - fior da fiore - esempi che possono solleticare la curiosità e intercettare l'interesse dei ragazzini e il loro immaginario. 
Tra le cose più interessanti del Mondo delle piante forse spetta proprio alle radici il primato. Loro lavorano in sordina ma con determinazione e intelligenza, anche se nessuno o quasi le nota. 
Eppure, le radici sono la 'cantina' per conservare tutto ciò che potrebbe servire alla pianta, acqua compresa; sono il web che i vegetali hanno a disposizione per comunicare e per conoscere ciò che li circonda: pericoli e ostacoli compresi. Divertente è anche la storia delle formiche ammaliate. 


Tra le mirmecofite, per esempio, ci sono delle acacie africane o sudamericane che nel nettare che offrono alle formiche mettono una sostanza con un gusto che diventa per loro irrinunciabile; così il gioco è fatto: quelle formiche resteranno sempre nei paraggi e non verrà mai loro in mente di tradire quella acacia ammaliatrice con un'altra pianta qualsiasi... 
Se abbiamo trovato "favolose" le storie su radici & co. ancora di più considereremo geniale il secondo volume: Il favoloso viaggio delle piante. 
Sulla falsariga di quello che è il libro da grandi, L'incredibile viaggio delle piante, anche qui si smonta il (pre)concetto che le piante stiano ferme e soprattutto che si siano rassegnate ad esserlo, invece di provare a sfidare tempo e soprattutto distanze impensabili.
A parte le loro straordinarie capacità di allungarsi nella direzione a loro più conveniente, le piante sono anche grandi colonizzatrici di territori: con i loro semi sono riuscite ad arrivare per via marittima o per via aerea anche a distanza di migliaia di chilometri dal punto di partenza. 
Una di loro ha preferito la ferrovia e il viaggio in treno... 


Hanno dimostrato in molti casi una estrema tenacia nel loro attaccamento alla vita, perché hanno dimostrato di essere capaci di resistere anche nelle condizioni climatiche più estreme. 
E poi ancora: semi impalpabili e semi che pesano quasi 20 chili, semi e frutti bravi a galleggiare, semi bravi a volare, piante che si sono messe in società con elefanti seminatori, semi che invece di attraversare lo spazio hanno attraversato il tempo.
Libri necessari per crescere! 

Carla 

"Il favoloso mondo delle piante", Stefano Mancuso, Philip Giordano Aboca Edizioni 2023 
"Il favoloso viaggio delle piante", Stefano Mancuso, Philip Giordano Aboca Edizioni 2024

venerdì 13 dicembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

MANEGGIARE CON CURA 

Ti sfido!, Anna Vivarelli, Amedeo Macaluso 
Sinnos 2024 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 9 anni) 

"Lo spirito di competizione è qualcosa di naturale: difficile negarlo. Lottano tra loro gli atleti, i leader politici, gli artisti, gli scienziati, e forse ognuno di noi, più o meno consapevolmente. E come tutto ciò che è naturale, il desiderio di competere non è né buono né cattivo: dipende da come lo si maneggia. Talvolta la competizione è l'unico modo per realizzare sé stessi, per ottenere il riconoscimento della propria persona e dei propri meriti, per affermare le proprie convinzioni." 

Parlando di duelli veri: in questo libro tutto comincia con un russo e finisce con un altro russo. Vedi il caso...
Alexandr Puškin, scrittore amatissimo in patria, e il suo rivale in amore, l'ufficiale franco olandese Georges D'Anthès, che per anni ne insidiò la moglie, Natal'ja Puškina; i due paleontologi nemici, Cope e Marsch, che combatterono tra loro la cosiddetta guerra delle ossa, facendosi molti reciproci dispetti e soprattutto macchiandosi entrambi di innumerevoli invasioni di campo (di scavo); Marinetti contro Cavallotti per stabilire il primato del più assiduo duellatore italiano. E poi ancora la sfida tra due artisti strepitosi dell'avanguardia novecentesca, entrambi appassionati di alcolici, Pollock e De Kooning o ancora i due fratelli tedeschi Dassler che, intorno alle scarpe da ginnastica, si divisero e si odiarono fino all'ultimo respiro. E anche oltre.
E per finire si torna al punto di partenza con ancora un altro duellante russo, Boris Spasskij, a cui - in piena guerra fredda - un intemperante scacchista statunitense, Bobby Fisher, soffiò il titolo di campione del mondo. 

L'argomento intorno a cui ruota l'intero libro è piuttosto scivoloso, ma decisamente interessante. 
Meno pericoloso, almeno dal punto di vista etico, il perno del libro che l'anno passato, sempre Vivarelli e Macaluso, hanno voluto dedicare ai grandi naufraghi e naufragi della storia. 
Qui invece si discute di grandi sfide e duelli. E anche un po' di onore.
Bella idea, quella di raccontare singole storie per attraversare la questione che le tiene assieme e, nello stesso tempo, dare una sbirciatina qui e là sulla Storia e sull'evolversi del pensiero nel corso del tempo. 
Si è detto: scivoloso, ma interessante. Vediamo perché. 
Nella premessa, Anna Vivarelli dice una grande verità: competere è legge di natura. Chi può negare che tra animali gareggiare per il migliore sia all'ordine del giorno? Ore e ore di documentari sui comportamenti pieni di sfide tra formicaleoni o tra le megattere ci hanno insegnato che tra animali va così, come pure tra le piante. 
Quando però c'è di mezzo l'umanità l'argomento si fa più spinoso, perché il tema di sfidarsi, di gareggiare può degenerare e prendere una brutta piega. E allora spesso la gara onesta, secondo regole prestabilite, lascia il posto alla prevaricazione, alla furbizia, all'inganno ecc. ecc. 
Parole come antagonismo, rivalità, competizione, per quanto uno possa dimostrarsi obiettivo, sono spesso percepite in senso negativo. 
Ed è qui che colgo il motivo di interesse: provare a divaricare le due accezioni. 
Sono in competizione gli sportivi, nella gara sono antagonisti; in altre parole, sono lì, a farsi onore ciascuno sotto una diversa bandiera a sfidare i loro avversari: tra loro sono rivali. E questo è un fatto. 
Ma si trovano necessariamente a competere per esempio anche i due fratelli Dassler che decidono di produrre con marchi differenti scarpe da ginnastica di qualità. E anche questo è un fatto. 
Il discrimine tra i finalisti di una gara di 400 ostacoli e, per esempio, i fratelli Dassler (che forse proprio a quei quattrocentometristi hanno rispettivamente fornito le scarpe più performanti) lo determina la lealtà e il rispetto nei confronti dell'avversario. 
Dice bene Vivarelli: lo spirito di competizione non è né buono né cattivo: dipende da come lo si maneggia. 
Ecco. La chiave è in quel verbo: maneggiare. 
Sebbene mi senta di dire, con altrettanta chiarezza, che il desiderio di competere non ce l'hanno proprio tuttissimi, tuttavia devo concordare con quanto si dice nella premessa: la maggior parte delle persone ama sfidare altre persone.
Se si è un po' grintosi, qualcosa di più del solo amor proprio, ci si mette in posizione competitiva ogni giorno, ma spesso lo si fa senza esercitare la suprema arte della gentilezza: si gareggia in fila alla posta, alla cassa di un supermercato, per un parcheggio, in partenza ai semafori, per salire su un treno con il posto prenotato in tasca.... 
Sono in molti quelli che non sanno fermarsi quando è il momento. 
E questo sembra essere davvero il problema che ha attraversato molti degli esempi che Vivarelli racconta. 
I duellanti hanno spesso un cattivo carattere. Pensiamo per esempio ai due paleontologi che forse avrebbero potuto collaborare per un fine condiviso: il piacere e l'importanza della scoperta per ampliare assieme gli orizzonti della loro disciplina, piuttosto che rubarsi i reperti. La gelosia, la vergogna, mista all'iracondia sono le cause remote della morte di Alexandr Puškin. La sete di fama è alla base degli scontri tra De Kooning e Pollock. L'irrefrenabile gusto di primeggiare come fratelli e poi come imprenditori ha spaccato in due una famiglia e gli abitanti di una intera città e ha polarizzato il mercato che ruota intorno all'abbigliamento sportivo. 
Ma in questa galleria di personaggi ombrosi, a volte truci, spesso tragici, livorosi, arrabbiati e pieni di acredine e cattiveria ce n'è uno che brilla...


Vi sfido a trovarlo! 

Carla

mercoledì 11 dicembre 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

COME SI SCRIVE UNA STORIA 


Sophia Henry Winslow, di anni undici compiuti il 22 luglio, ha già nel suo nome una storia. 
Si chiama anche Henry perché dopo la sua nascita sua madre non avrebbe più potuto avere bambini: dunque le danno anche questo nome maschile, che già era nato nelle menti dei suoi genitori. 
La migliore amica di Sophia è Sophie, ha ottantotto anni, di cognome fa Gershowitz ed è sua vicina di casa. 
Sophia si fa chiamare Sophie, e un giorno accade che ascolti una conversazione dei suoi genitori in cui i due, preoccupati, parlano delle sempre più assidue dimenticanze dell’anziana Sophie e del fatto che il suo unico figlio a breve andrà da lei per portarla via con sé. 
Alla piccola Sophie questa storia non piace per nulla, si fa così prestare da Ralphie, un suo coetaneo figlio di un dottore, un grande manuale medico dal quale prendere dei test per mettere alla prova la memoria dell’amica. Il test dei test è: ricordare tre parole a distanza di dieci minuti. Ce la farà l’anziana Sophie? 
la piccola Sophie si rivolge direttamente ai lettori e fin dalle prime righe anche noi abbiamo un compito, ossia ricordare tre parole: casa, ombrello, mela. Il libro si apre immediatamente a una riflessione su cosa sia una storia. 
A pagina 11 la giovane Sophie ci dice: “Sai una cosa? Non è così difficile scrivere una storia. Ci vogliono tutte quelle cose ovvie: personaggi, ambientazione, dettagli della trama (cosa è successo, perché è successo, cosa succederà dopo) e, ovvio, un finale. E’ tutto, grossomodo.” 
Il libro in realtà, dimostra che beh, non è proprio così semplice, e quella ragazzina lo imparerà con noi. 
Ma lasciamoci portare, e seguiamo le sue tracce, perché il libro ricalca esattamente le orme narrative che Sophie ha deciso. 
PERSONAGGI: se dovessi pensare a chi somiglia la piccola Sophie, penserei a Lisa Simpson. Sì proprio lei, la piccola saccente dolce sensibile Lisa. In fondo non è da tutti fare delle battaglie contro il cibo spazzatura in mensa a nove anni. E nemmeno prendere sempre 10 nei temi. E nemmeno fare riflessioni profonde sul valore dell’amicizia. 
L’ottantenne Sophie invece è una dolce nonnina di origine polacca, che non sa come si pronunciano alcune parole in inglese, che beve il tè nel pomeriggio, che accoglie la piccola Sophie in casa sua. 
AMBIENTAZIONE: siamo in una via, ben precisa, Chocorua Street, famosa per essere stata oggetto di una maledizione da parte di un nativo americano. In Chocorua Street abitano Sophie e Sophie, Ralphie e Oliver. Ossia gli amici migliori della voce narrante. 
DETTAGLI DELLA TRAMA: Sophie sottopone Sophie anziana a vari test. Ma quello delle tre parole rimane il cardine nella mente della piccola. Si accorge così che le tre parole vengono ricordate solo se attivano dei ricordi precisi nella mente della vecchietta. E i ricordi che lei narra sulle tre parole – albero, tavolo, libro – sono ricordi del suo passato di ebrea polacca in tempo di guerra. 
E’ sì questo un libro che parla della memoria, certo. Della memoria individuale e collettiva, ok. Ma se dovessi dire cosa lo caratterizza maggiormente, allora direi che è un libro sul potere e la forza delle storie, della Storia. 
Fin da subito, la piccola Sophie si interroga su questo: sta scrivendo per noi lettori una storia e nel farlo si pone delle domande. E’, di fatto, una metanarrazione. Le citazioni di libri e film e serie tv è continua, a dirci come la nostra narrazione sia la somma di ciò che leggiamo osserviamo sentiamo. Mentre lo leggevo pensavo, ma questo è un ottimo libro per chi abbia voglia di scrivere: sempre nelle prime pagine Sophie piccola racconta di un incontro con un’autrice, noiosissimo (“Quanti soldi guadagni?”, “Ce l’hai un animale domestico?” – ah Lowry, mi sa che ne sai qualcosa…), fino a quando si desta dal torpore di fronte alla domanda di un bambino su quale sia il modo migliore di far cominciare un libro: “Inizia dal giorno che è diverso” risponde l’autrice. E così la giovane Sophie riprende le fila, narrando del suo giorno diverso e riflettendo sulla diversità dei giorni che la vita ti mette davanti. E sono giorni diversi anche quelli che racconta Sophie anziana nei tre piccoli capolavori che narra sulle tre parole che deve ricordare.
Insomma, Lois Lowry ha bene in mente che potere abbiano le storie, anche per far rivivere la Storia, che di quelle è fatta. La scrittura della Lowry è fantastica: scorrevole, divertente, emozionante. Scrive questo libro alla veneranda età di 86 anni e fa diventare la sua voce quella di una bambina di 11 anni e quella voce è vera. Così parlano le undicenni. infatti è una lettura perfetta per chi abbia quell'età.
Ma quale magia fa in modo che la Lowry sia così capace di tenere dentro di sé quella voce viva? Ecco, io da grande vorrei diventare come Lois Lowry: scrivere così, pensare così, essere così divertente. 

Valentina

PS: Vi ricordate le tre parole che dovevate tenere a mente all’inizio? 

"Albero. Tavolo. Libro" Lois Lowry (trad. Dylan Rocknroll), 21lettere 2024 

lunedì 9 dicembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA Libri per incantare)

UN VECCHIO E UN BAMBINO... 

L'hamburger perfetto, Alexander Mc Call Smith (trad. Giulia Trapani) 
Il Barbagianni 2024 


NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Joe ci aveva visto giusto, il ristorante del signor Borthwick aveva i giorni contati. Adesso, sempre meno gente ci andava. La sera, passando di lì, vedevi il proprietario, seduto alla fioca luce del bancone, in attesa di qualcuno che entrasse per un hamburger. Ma nessuno entrava. 
Eccetto Joe. Lui ogni tanto andava e ordinava un panino. Il suo vecchio amico era contento di vederlo, e ce la metteva tutta per preparargli un hamburger. Poi quando Joe finiva di mangiare, rimanevano lì a chiacchierare del più e del meno." 

Fino a che, una sera, il signor Borthwick propose a Joe di prepararselo da solo l'hamburger... Naturalmente, dopo avergli insegnato come si fa. 
Così Joe almeno due o tre volte alla settimana andava da lui, preparava due hamburger gustosi e ogni volta ci metteva un po' del suo nella ricetta originale: uno per sé e uno per il suo amico vecchio.
Fino a a che, un'altra sera, un distinto signore non entrò nel locale per concludere un affare. Era il padrone della nuova Hamburger House che aveva aperto a due passi dal vecchio a malandato locale di Borthwick. L'affare che aveva da proporre era semplice: lui avrebbe acquistato quel locale e la vecchia hamburgeria, a un passo dal fallimento, avrebbe definitivamente chiuso i battenti. Ma l'arrogante proprietario del modernissimo fast food non aveva fatto i conti con la caparbietà di quel vecchietto e del suo giovane amico, che non si sa come era stato in grado di cucinare il miglior hamburger di sempre: l'hamburger perfetto, appunto! 
Comincia così la grande riscossa di due che credono che le ricette vecchio stile siano ancora le migliori e che a fare la differenza siano gli ingredienti, seppure molto, ma molto misteriosi e il loro perfetto dosaggio. 

Alexander Mc Call Smith andrebbe letto, sempre e comunque, a prescindere. Fin da piccoli, senza mai smettere. Più libri suoi sono in circolazione, meglio è.
Gli adulti possono bearsi con le sue storie gialle legate alla signora Precious Ramotswe, famosa detective nel Botswana, per esempio. I più piccoli possono invece leggere le sue fiabe africane: La ragazza che sposò il leone e Il leone e la lepre. 
Personaggio piuttosto originale - professore di legge all'università del Botswana, professore di diritto applicato alla medicina, nonché membro del Comitato internazionale di bioetica dell'Unesco suona il fagotto ed è cofondatore della Really Terrible Orchestra a Edimburgo - Mc Call Smith nel 2005 molla tutto questo e si dedica esclusivamente alla scrittura: vanta una bibliografia di tutto rispetto, composta di brevi storie come pure di romanzi, che si caratterizzano per la loro piacevolezza di scrittura. 
Nelle sue storie - per grandi o per piccoli - tutto scorre sempre magnificamente. 
Anche qui, in questo breve racconto adatto a lettori in erba, tutto nasce da una difficoltà che però immancabilmente trova il suo esito positivo. 
Qui, in particolare, nonostante sia stato scritto nel 1982, tutto ruota con estrema leggerezza intorno a due questioni piuttosto attuali e tra loro interconnesse. 
La prima: il piccolo commercio, l'artigianato, spesso è costretto a soccombere di fronte alla grande distribuzione. Il secondo: le buone ricette sono il frutto di una perfetta 'alchimia', complicata da raggiungere. Le cose buone, piccole o grandi che siano, in altre parole le loro qualità, sono la risultante di accuratezza, passione, caparbietà. E un po' di estro. Tutte cose che difficilmente si sposano con la produzione in larga scala. 
In questa prospettiva, le due hamburgerie si distinguono: da una parte c'è un grande locale, in cui, in una vera e propria catena di montaggio, si producono - velocemente e in serie - panini con la carne, sempre uguali a sé stessi. Seppure gradevoli dal punto di vista del sapore, sono il prototipo del cibo 'senz'anima'. Dall'altra parte, invece, c'è un locale un po' in disarmo dove però ogni panino viene prodotto singolarmente con la necessaria lentezza, con la dovuta cura e con una sapienza che gli dà quel gusto particolare e inimitabile. Unico. E, in questo caso particolare, addirittura irripetibile, visto che Joe deve passare una notte insonne per ricostruire al meglio gli ingredienti e le loro precise dosi, per riottenere precisamente quel sapore di hamburger perfetto. 
Ecco. Questo piccolo Joe rappresenta la miccia che accende tutta la vicenda. Spetta infatti a un ragazzino il compito di mettere in moto la grande riscossa nei confronti di chi vorrebbe conquistare in quattro e quattr'otto l'intero mercato dei panini con la carne. Infatti è a lui che spetta il compito di aiutare il suo vecchio amico cuoco, sapiente, ma del tutto inerme e sopratutto rassegnato alla sconfitta. 
In questa prospettiva, il legame fra giovane e vecchio è bello da indagare: i due, a turno, si vengono incontro e, con questo, riescono a dare valore e senso a quello che fanno. Il primo, custode del passato, e il secondo, capace di renderlo attuale per spingerlo verso il futuro. 
Prima il signor Borthwick insegna al ragazzino come si fa un hamburger, gli passa il testimone, poi gli affida la sua cucina - i suoi strumenti e i suoi ingredienti - perché lui possa sperimentare ogni qualvolta ne senta il desiderio e lo trasformi in qualcosa di suo.
In tal modo Joe è in grado di raggiungere una sua sicurezza personale ai fornelli che lo rende felice e competente. Questo è per dire che la luce di questa piccola storia si accende proprio in questo continuo gioco di mutuo soccorso tra i due protagonisti, un vecchio e un bambino, nel loro costituire assieme una squadra vincente. 

 Carla

venerdì 6 dicembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TROVARE IL MODO 

I serpenti non fanno rumore, Lucia Carlini 
Kite Edizioni 2024 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Nessuno si era accorto che fosse arrivato. 
Lui era già lì, chissà da quanto. 
La notizia era su tutti i giornali. 
UN SERPENTE DIVORA OGNI COSA 
Un serpente mangia. Cosa ci sarà di così sconcertante? 
Non sarebbe affatto strano se il serpente non fosse stato tanto lungo da non vederne neppure la testa o la coda. Tanto lungo da essere in due paesi contemporaneamente. 
La gente era terrorizzata, non usciva più di casa." 

Dato che i serpenti quando si muovono non fanno quasi rumore, nessuno ne aveva percepito l'arrivo. Chissà, magari era lì da un bel po'. 
Ma adesso tutti si erano accorti della sua presenza e nulla era più come prima. 
Del serpente si parlava in continuazione: si facevano ipotesi sulla sua forma, sulle sue dimensioni sulla sua pericolosità. Alcuni raccontavano strane leggende su di lui: se ci sali sopra, dopo non potrai più scendere, tuttavia il panorama che si sarebbe goduto da lassù sarebbe stato magnifico... 


Nessuno osava toccarlo e se uno lo incontrava, abbassava lo sguardo e cambiava strada. 
Una cosa era certa: nel vederlo la prima volta constatavi che era sempre diverso da come te lo avevano raccontato. Ma se da un lato, lo si temeva e gli si imputavano le sparizioni di mandrie e persone, dall'altra il serpente era diventato un piacevole e sempre fecondo motivo di conversazione. 
Cresceva il serpente e crescevano le congetture su di lui. Lui era silenzioso, ma intorno c'era un gran chiasso.
Il serpente diventò una piccola ossessione, a tal punto che tutto cominciò a ispirarsi alle sue sembianze: dalla pasta alle grandi tele al museo di arte contemporanea. 


Certo, è un fatto che la forma del serpente, così lungo che non si vede la testa e tanto meno la coda, sia di per sé divisiva: c'è un al di qua e un al di là del suo sinuoso corpo. Ed è altrettanto certo che se ci si divide lo si fa perché ci si sente incompatibilmente diversi. Da una parte chi lo adora e dall'altra chi lo teme. 
Tuttavia, tutto questo gran parlare della scomoda presenza, così come era cresciuto nel tempo, lentamente andò perdendo di attualità e importanza e le persone ricominciarono a occuparsi dei fatti loro: spesa, ufficio postale, un gelato, un viaggio. 


Il gran parlare di qualcosa che preoccupa, che inquieta fa così, un po' come i serpenti, arriva e se ne va di soppiatto. Ma di sicuro, divide. 

Per poter ragionare sulle grandi questioni è cosa buona e giusta trovare per loro una buona metafora che le rappresenti, che le trasformi in una storia, in un'immagine, in un simbolo che tutti possano riconoscere. 
Lucia Carlini lo fa. 
Per ragioni diverse da questo libro in particolare, mi è capitato di riflettere con insegnanti ed educatori su quanto si possa dire in un libro per bambini e, una volta stabilito che non ci debbano essere grandi omissioni, ci si è interrogati su quali possano essere i linguaggi più efficaci e utili per discutere di questi argomenti, diciamo così 'scomodi'. 
Insomma, mi pare sia emersa almeno tra chi ha voglia di assumersi la responsabilità di educare, l'esigenza di non mettere troppi paletti intorno alle cose che ci mettono in crisi e ci fanno traballare, ma piuttosto che sia più saggio trovare il giusto modo per discuterne assieme: grandi e piccoli. 
E così, inevitabilmente, torno al punto di partenza: trovare il modo. 
Quello di Lucia Carlini mi pare efficace. 
Già un paio di anni fa aveva messo sulla pagina una questione bella grossa, le cose e il loro possesso, L'importanza delle cose. Lì tutto era partito da un paio di scarpe che la scimmia smarrisce. 
Ma se in quel caso a non convincermi del tutto fu il suo metterci troppe cose diverse intorno a quelle scarpe introvabili, e quindi appesantire il procedere verso una soluzione univoca, qui - con la presenza di questo corpaccione fermo e ingombrante del serpente - le cose sono andate altrimenti. 


Qui mi pare che Lucia Carlini si sia presa tutto il tempo per osservare e non perdere mai di vista la questione centrale, pur considerando tutte le possibili direzioni che il ragionamento potrebbe fare. 
Ma sopratutto in I serpenti non fanno rumore - ed è questo a convincere me - mi pare manchi del tutto la soluzione, una risposta univoca. 
Lucia Carlini si guarda intorno, constata, registra e poi immagina che forma dare a ciò che vede: un serpente diventa la sua grande metafora di quando un intero sistema entra in difficoltà. 


Ma, con coraggio, si ferma e tace al momento giusto, un attimo prima del confine al di là del quale c'è il giudizio, verso il troppo consueto e richiesto arrivare a una morale, un insegnamento, una soluzione. 
Brava, non tutti ne sarebbero stati capaci. 

Carla

mercoledì 4 dicembre 2024

UNO SGARDO DAL PONTE (libri a confronto)

ASCOLTATE CON GLI OCCHI 

Avete mai guardato un video senza audio? 
Potrebbe sembrare una richiesta strana, ma provate…silenziate il ballerino, abbassate a zero l’orchestra, chiudete l’audio lasciando il batterista suonare. 
Guardate, guardate soltanto. Non accadrà subito. Voi però abbiate pazienza, permettete al cervello di mettersi in moto, di recuperare ciò che sa per compensare quel dato che tanto vi ora manca: il suono. Lasciate che arrivi…ascoltate! 
Il gradiente sonoro delle immagini, ovvero tutti quegli elementi rilevabili dagli occhi che hanno la potenzialità di descrivere visivamente quello che percepiamo con l’udito, viene ampiamente sfruttato nei libri dei piccolissimi. 
Prendiamo ad esempio, quel piccolo capolavoro di interdipendenza suono/immagine: L’uccellino fa…
La sua struttura è apparentemente semplice: sulla pagina di destra – immediatamente visibile - un’immagine con altissimo gradiente sonoro…


sulla pagina di sinistra la descrizione letterale del suono, fatta con quel particolare segno che è la scrittura… 

In copertina sta il detonatore, la richiesta che bambini e bambine sentono porre almeno una volta nella vita: 


Segue una carrellata copiosa di figure: ognuna si impone allo sguardo come una domanda la cui risposta è un suono, un verso, un rumore. Se il collegamento non è immediato, il testo fornisce lo spunto per un piccolo ampliamento di indagine con cui connettere ciò che non sembra immediatamente riferito ad un suono a un elemento che sta immediatamente nelle vicinanze, e che invece risuona…


Compreso il gioco però, ben presto il testo può essere by-passato, ed è possibile lasciarsi andare alla riesumazione attiva del rumore rappreso nell’immagine, in un accumulo progressivo che scava, con divertimento e sorpresa, attorno all’esperienza simultanea di osservazione e riproduzione. Si può individuare così un tracciato esperienziale da osservare per capire come deve essere accaduto, che abbiamo intrappolato il suono nelle lettere, nelle note…deve essere stato su una strada lastricata di sublimi sinestesie che si è intrecciato il doppio legame tra un segno muto e un suono senza corpo. 


L’uccellino fa… è infatti una sorta di abbecedario portato all’ennesima potenza, che insiste figura dopo figura sull’analisi attenta delle combinazioni sonore necessarie al successivo sviluppo della parola. Esso precede il meccanismo della lettura, e affonda le radici, per il suo funzionamento, in un territorio di corrispondenze antico, nell’infinito repertorio di lallazioni che trovano proprio nei versi degli animali – anche quelli mai visti o sentiti dal vivo – terreno fertile per una restituzione piena e viscerale dell’informazione contenuta nell’immagine. Qui hanno proliferato le filastrocche, le ninne nanne, le onomatopee. Le immagini contengono suoni e rumori facilmente riproducibili: si attinge al conosciuto, e anche se nella regia di Soledad Bravi non mancano l’ironia e le sorprese, con immagini enigmatiche e interlocutorie che si dispongono a diverse chiavi di interpretazione, è lì che si scava: nel domestico, nel familiare, nel culturalmente codificato. 



Non riesco mai a non meravigliarmi della potenza intrinseca che questo piccolo albo dalle forme compatte possiede di far deragliare i propri lettori, frantumando la barriera silenziosa che ci separa dalle immagini per legittimare la capacità spontanea di relazionarsi con gli elementi “sonori” dell’immagine per fare rumori. Tuttavia, se apparentemente questo gioco sviluppa un movimento dal dentro al fuori, stimolando rumorosissime letture condivise, esso paradossalmente irrobustisce la relazione interna di corrispondenza segreta tra immagine e suono. Queste immagini – con la loro preminenza solida, la semplicità del tratto, la prossimità piatta al simbolico e al rappresentativo - effettuano sulla questione dinamica e fisicamente estemporanea della vibrazione – che è onda, movimento, percezione immediata e a tutto tondo – quell’incantesimo di sparizione e assorbimento che in un passo successivo condurrà al grafema. Tocca poi a noi ravvivare, gonfiare… permettere all’immagine di risuonare per poter ascoltare – letteralmente – con gli occhi, ed è questo che accade nell’albo SDENG BUM SPLASH! Il grande libro dei rumori.


Si tratta di una tesi di laurea sull’interdipendenza tra l’immagine e il suono, un’indagine quindi approfondita a proposito di quegli elementi grafici e visivi che possono essere sfruttati per trasferire nel visivo ciò che entra dalle orecchie, ma anche al contrario, che dal visivo restituiscono l’elemento sonoro. Nell’introduzione l’autore usa parole semplici (le uniche che incontreremo per un albo che tuttavia è improprio definire silente) per circoscrivere il cuore della questione: “ Riesci a sentire quello che vedi? Sono tutte cose che avrai sentito da qualche parte… qui però, in via eccezionale, i suoni arrivano alla tua testa non attraverso le orecchie, attraverso gli occhi…” Che l’asticella dell’indagine proposta si alzi di molto lo si capisce a partire dai soggetti rappresentati: un cavallino al trotto e una pallina da ping-pong fatta saltare sulla racchetta, una gru che distrugge un palazzo e il cucchiaino che rompe il guscio di un uovo alla coque… 



Per mettere il lettore nelle condizioni di recuperare quei rumori che spesso nemmeno sa di aver ascoltato e incamerato, Benjamin Gottwald procede ordinatamente attraverso l’accumulo di abbinamenti contrapposti che giocano con l’interdipendenza di tutti i sensi, con narrazioni e piccole sequenze che permettono di mettere a fuoco il gradiente sonoro anche minimo contenuto nelle immagini. 



Vengono accostate situazioni analoghe per permettere l’individuazione di timbri simili, oppure, si favorisce la ricostruzione procedendo per contrasto di volume, con ampio utilizzo delle espressioni del viso e delle linee cinetiche di provenienza fumettistica, facendo grande affidamento sui movimenti delle persone – e quante ce ne sono! – e delle cose… 



di sinestesia per sinestesia, si va a ripescare il dato sonoro che abbiamo vissuto e sistematicamente eluso da un ascolto consapevole, nell’l’esperienza di tutti gli altri sensi.
 


Il Grande libro dei rumori è veramente grande. Per ascoltarlo non ci si può limitare a un riflesso condizionato, è necessario osservare, osservare meglio, recuperare, ricostruire, compensare utilizzando una memoria a cui non si ricorre consapevolmente ma che è sempre a disposizione per rendere tridimensionale l’esperienza del mondo: i suoni che abbiamo ascoltato, quelli che ci hanno attraversato senza che ce ne siamo accorti, le mille voci del mondo che ci avvolgono incessantemente, le loro caratteristiche qualitative, estetiche, emotive… 



SDENG BUM SPLASH! ribalta la gerarchia consueta e fa dell’immagine un vettore capace di sviluppare una abilità di ascolto rinnovata, improvvisamente pronta a captare tutto il flusso informativo che, anche nelle illustrazioni e nelle figure, costantemente investe le nostre orecchie e a cui spesso, proprio per la sua onnipresenza a 360 gradi, è difficile prestare la dovuta attenzione. Questo albo chiede tempo per consentire l’emersione della memoria sonora e farne conoscenza, chiede tempo affinché ci si accorga che quella che sembra una semplice esperienza di lettura è in realtà una nuova capacità di ascolto, una esperienza che non si esaurisce tra le pagine, ma continua fuori, nella realtà, con la recuperata consapevolezza di una percezione sonora improvvisamente riattivata…



E se è vero come è vero che la capienza dell’ascolto è fatta dall’ascoltatore, allora dopo la lettura di questi albi il mondo intorno a noi sarà più grande. E ora ditemi…avete poi provato a guardare quel video? 

Giorgia

 “L’uccellino fa…” Soledad Bravi, (trad. Federica Rocca), Babalibri 2005
“Sdeng Bum, Splash! Il grande libro dei rumori” Benjamin Gottwald, Terre di mezzo 2022


lunedì 2 dicembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TANTO RUMORE PER NULLA 

Il Natale sono io!, Olivier Tallec (trad. Tommaso Gurrieri) 
Edizioni Clichy 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Abele l'abete pensa che non vorrebbe crescere qui, all'ombra di centinaia di alberi sinistri, che lo terrorizzano. 
Ha ambizioni un po' diverse dal diventare un armadio. 
E tra l'altro non gli piacciono quei mobili commerciali, costruiti in serie. 
Lui sogna luci e colori. Se solo potesse sentire i suoi rami piegarsi sotto il peso degli addobbi e avere un'enorme stella in cima alla testa... 
Perché Abele ha un unico sogno: diventare un albero di Natale." 

Parafrasando il motto di Luigi XIV, l'etat c'est moi (!), questo piccolo abete, di nome Abele (!) cerca di dare una svolta alla sua carriera di albero: di certo non ha le fisique du role e nemmeno la predisposizione d'animo per diventare un mobile componibile Ikea. Non è neppure credibile che voglia finire come fiammifero, o peggio ancora come bara... 
Abele sogna altro. Già si vede con lucine, decorazioni laccate, una stella sulla testa e nastri colorati che pendono dai suoi rametti, essere il centro dell'attenzione durante la festa più importante dell'anno, almeno nel mondo occidentale... 
Questo suo progetto cozza con la circostanza di essere piantato in un terreno in mezzo a tanti altri abeti come lui. Spostarsi potrebbe sembrare un problema oggettivo, visto che lui è albero, ma in verità con un buon lavoro di scavo delle proprie giovani radici con i rami più lunghi e più bassi, anche quel vincolo si supera. 
Il problema, semmai, viene dopo, quando il natale gli sfreccia letteralmente sotto gli aghi... 

Ho giurato a me stessa che non avrei scritto una riga su libri esplicitamente natalizi prima dell'arrivo di dicembre. Lo considero immorale. 
Questo albo che dell'intero circo natalizio mette a fuoco un solo aspetto, il desiderio di un abete sognatore, è un altro di quei preziosi racconti che Tallec offre ai suoi numerosi e affezionati estimatori. 


A parte lo sguardo affettuoso che dimostra nei confronti dell'abete Abele (!), a parte la qualità del disegno,Tallec fa succedere un altro paio di cose interessanti, anzi tre: da una parte piega la realtà a suo uso e consumo, dall'altro mette fra le righe un suo preciso punto di vista sul natale e sul modo frettoloso e meccanico in cui lo celebriamo, ma accende anche una lucina sulla questione dell'autodeterminazione (di un abete). Cose, queste che mi paiono interessanti a prescindere. Terza cosa: Tallec, come molti altri buoni autori di storie per bambini, non disdegna affatto il piacere di rivolgersi anche ai grandi, quando scrive e disegna. 
Qui come altrove si percepisce la sua volontà di parlare (complice anche il suo sapido traduttore), sia ai suoi lettori sotto il metro e quaranta sia a quelli sopra detta misura. 
Credo dipenda dal fatto che Tallec, come molti altri, quando scrive, scrive. Punto. Non pensando troppo ossessivamente all'età dei propri lettori. 
Torniamo al punto uno: piegare la realtà verso l'assurdo. A parte il gioco di dare a ciascun abete naso e occhi - l'antropomorfizzazione è cosa diffusa nelle illustrazioni dei libri per bambini - Tallec fa un passetto in più. 


Concede ad Abele un know-how non comune per un abete: quello di sradicarsi, come se nulla fosse. L'idea di crescere in mezzo ai suoi simili già adulti, con un futuro prestabilito, proprio non gli piace, quindi Tallec gli affida il superpotere di sradicarsi e di camminare, e poi di correre verso il suo nuovo destino. Perché questa è un po' la questione che attraversa l'intero racconto... In questo scarto totalmente assurdo però non perde l'occasione di disegnare le cose come "dovrebbero essere", ovvero se si osservano le gambette di Abele si noterà un certo irsutismo, dato dalle piccole radicette, ora all'aria. 
Tacerò sulla pallina rossa, e il suo ruolo di oggetto transizionale. 
Il secondo pregio del libro sta appunto nelle due questioni intorno a cui il racconto ruota. La prima ragiona sulle aspettative personali. In questo caso, contrariamente all'abete di Andersen, Abele riesce nel suo obiettivo, con la complicità del suo illustratore, tuttavia la cosa che gli preme è poter scegliere di non crescere come un pollo di batteria, ma godersi il suo momento di unicità e celebrità. 


A onor del vero, con l'abete di Andersen condivide anche un certo senso di insoddisfazione. 
L'abete di Tallec, nello specifico, è molto deluso nei confronti del tanto decantato natale. Tanto rumore per nulla! 
Tuttavia, rispetto al suo più famoso predecessore, il finale che lo aspetta è molto meno lacrimevole. 
 A meno che non si tratti di lacrime dal troppo ridere. 

Carla

venerdì 29 novembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN CORPICINO FORZUTO

Qualcuno mi aspetta dietro la neve, Timothée De Fombelle, Thomas Campi
(trad. Maria Bastanzetti) 
Terre di Mezzo 2024 


 NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"La maggior parte delle rondini non conosce nient'altro dell'umanità, delle sue tragedie e della sua bellezza, che queste minuscole sagome, laggiù in basso, che si credono grandi sulla terra ma non superano il più piccolo dei loro alberi. 
Perché non bisogna idealizzare gli uccelli. Al di là della passione del volo che dà vita alla loro anima e alla loro poesia, le rondini si occupano unicamente di sé stesse. Ci sono solo tre punti cardinali nel minuscolo triangolo della loro testa: il nido, i piccoli, la sopravvivenza. 
Gloria, lei non aveva niente di tutto ciò." 

E infatti in quella vigilia di Natale lei non era al caldo con le altre sulla linea dell'Equatore. No, lei stava volando in direzione opposta e contraria. Verso Nord: Francia. Come le altre, che lo fanno ogni autunno e ogni primavera ma in senso inverso, a guidarla c'era l'istinto e non altro. 
Sotto di lei c'è anche qualcun altro che sta viaggiando in direzione Nord, Inghilterra. Un furgoncino della ditta Pepino & Schultz, gelati italiani. 


Un messaggio laconico sul telefono di chi ne è alla guida lo informa che la consegna è stata annullata. 
In cielo c'è Gloria, la rondine. E sotto di lei c'è Freddy D'Angelo, il fattorino che sta trasportando, in quella nevosa vigilia di Natale, gelati di qualità. 
Freddy, francese nonostante quel cognome, lavora da più di trent'anni per Pepino & Schultz, famosa ditta, ora in disarmo. Ha appena saputo che la sua consegna è rinviata a dopo Natale. Ormai è notte, fa freddo e casa non è lontana: l'unica cosa da fare e arrivarci, mettere in garage il furgoncino, e cenare. 
Da solo, come sempre. 
Gloria, la rondine, invece è lì che vola. Stremata, infreddolita, ma caparbia. 
Lei si è guadagnata questo nome - di solito le rondini non hanno nome - perché anni prima, abbagliata dalla lucentezza di un vetro, ci si era schiantata contro e un ragazzino l'aveva trovata e salvata. In fin di vita, lui l'aveva raccolta e curata, mettendola in una scatola del latte Gloria, che per tutto il tempo fu il suo nido sicuro. 
Questa è la storia di questa rondine che vola contro corrente, di questo trasportatore solitario e anche di qualcun altro. E del loro magnifico incontro. 

Capita, di solito nel tempo che precede il natale, che un libro di piccolo formato, contenente un unico racconto di un grande autore, mi commuova fino alle lacrime. 
Ben inteso la commozione non è solo da imputare al tema dei racconti che contengono, quanto anche alla loro perfetta bellezza. 
Nel 2022 fu la volta di Morris di Bart Moeyaert.
Nel 2024 è Timothée De Fombelle a colpire nel profondo. 
Grande costruttore di trame, nei suoi libri lunghi, da Vango a Alma del vento, passando per Tobia, qui decide di costruire un minuscolo meccanismo narrativo, assolutamente perfetto. Non un granello in più, o fuori posto. Tutto torna con matematica esattezza. 
Non un giochino, ma un corpicino forzuto e sodo come un romanzo. 
E come succede? 
E' un po' un paradosso: quella bella lingua universale, alla quale De Fombelle ci ha abituato, qui è centellinata. E' il silenzio, a parlare. Sono così tante le cose non dette che però baluginano tra le parole, che il lettore che nei libri va cercando qualcosa che non sa, qualcosa che non sta in evidenza sul piatto della pagina, qui ha di che saziarsi. 
A parte i due fili narrativi, quello che racconta della rondine e quello che racconta del corriere, a parte 'la quadratura del cerchio finale' su cui si può solo tacere, sono molti altri quelli che illuminano con lo scopo di dare quella profondità di visione, che un buon libro deve avere con sé. Per essere ancora più chiari forse ha senso entrare nel merito, almeno in due casi, quello di Freddy D'Angelo e quello di Gloria. Anche i loro nomi hanno un senso...
 

Chi sia quell'omino, quale la sua storia, lo si apprende in due modi, entrambi efficaci. Da un lato, le magnifiche tavole di Thomas Campi: quel camioncino Citroën tenuto bene nonostante l'età che attraversa le Alpi e sbuca dalle gallerie; la gran nevicata nella cittadina sulla A26; la casa in penombra; il garage tutto ordinato, illuminato con la torcia; un primissimo piano - l'unico. 
E dall'altra una sequenza di piccoli dettagli che De Fombelle semina qui e là: una musicassetta di Frank Sinatra, sempre la stessa per molte stagioni; la guerriglia intorno al Tunnel; il neon della cucina di casa che sfarfalla; gli incontri, venti minuti al massimo, con Emilia, la donna del deposito di gelati a Genova, abbracciata al suo quaderno; e poi il cameriere francese in un caffè londinese, le canne da pesca, gli ami del dodici; la cassetta degli attrezzi sul sedile... 


Chi sia quella rondine, lo si apprende negli stessi due modi, entrambi efficaci: Thomas Campi con le sue panoramiche dall'alto: un mare di sabbia, un mare in tempesta, uno scuro e uno chiaro, ma entrambi abitati. Sono i luoghi che la rondine sorvola. 
Dall'altro, ancora dettagli, accenni. Campi di battaglia, edifici bruciati e cortei nuziali; una manica della camicia, la sinistra, cucita; la porta di un garage che si chiude... 


Et voilà. 

Carla