venerdì 9 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

VEDO DUNQUE SONO

Quello che non vedo
, Daniela Pareschi 
Il Barbagianni Editore 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)  

"QUANDO osservo i dettagli, 
VEDO il piccolo nel grande.
 QUANDO noto i cambiamenti 
VEDO il tempo. 
 QUANDO mi volto 
VEDO altre cose .
 QUANDO uso l'immaginazione 
VEDO il futuro." 

Se in mano un bambino tiene una foglia raccolta da terra, nel notarne il dettaglio è possibile che si accorga che le sue venature assomigliano al reticolo di strade di una mappa stradale che disegna in scala uno spicchio di città. E su una mappa di città potrebbe succedere di cogliere un dettaglio, e quel dettaglio potrebbe proprio essere il bambino di prima che ha raccolto quella foglia, camminando lungo quella strada... 


Se un bambino si sdraia accanto a una piantina e per otto ore ne controlla la crescita, potrebbe capitare di vederne i piccoli cambiamenti dovuti alla sua crescita. Ma se quella piantina è di agave c'è il rischio che quel bambino si annoi moltissimo perché l'agave cresce lentissima: può raggiungere i 2 metri di altezza in soli 30 anni. È il suo fiore che invece è rapidissimo: proprio perché è l'unico che l'agave fa in tutta la sua vita, è ricco di semi e cresce fino a raggiungere i 4 metri di altezza in soli 4 mesi. 
Potrebbe sembrare una banalità se considero la frase in senso letterale quando mi volto vedo altre cose, ma se io a questa frase cerco di dare un senso che non sia solo letterale, allora non dico una banalità, ma una grande verità. E magari noto anche che il sole un po' rassomiglia a una enorme pallina da tennis. 
E ancora. Se quel solito bambino che raccoglie le foglie per strada, che si sdraia accanto alle piante per vederle crescere e guardare il tempo che scorre. Ecco, se lui, dopo aver lanciato la pallina al cane e poi essere rientrato a casa, si mette dietro i vetri della finestra, vede la luna piena e una moschina che gli ronza intorno. Se lui, con una squadra, ne stima le misure (non della mosca che comunque è ancora lì), ma della luna, potrebbe anche decidere di buttare giù un progetto per un razzo, un vero e proprio modellino da ritagliare e poi incollare e da spedire nello spazio. E se così fosse, il suo piccolo razzo potrebbe decollare a breve e dimostrare a tutti che con l'aiuto dell'immaginazione è possibile progettare il futuro, magari anche solo il proprio. E sarebbe già un bel po'. 

Il libro funziona così: a guardarlo ha un ritmo molto regolare perché ogni doppia pagina accoglie a sinistra testo e disegni, verrebbe da dire quasi bozzetti per tenere insieme un concetto, mentre a destra c'è invece la grande tavola. Sorta di epifania di ciò che a sinistra sta andando a costruirsi. 


Il libro funziona così, perché così aveva funzionato anche il suo fratello maggiore, ossia Animali bellissimi. E perché, verrebbe naturale aggiungere, così funziona la testa di Daniela Pareschi. 
La testa di Daniela Pareschi, credo, che funzioni così: le piace comporre le cose secondo schemi che non siano convenzionali, che non sono routinari. 
Al contrario le piace dare attenzione a qualcosa che fino a un attimo prima era di lato. Le piace partire da punti di vista differenti. Nel ricomporre questo qualcosa secondo inaspettate modalità, non può fare a meno di coglierne il lato ironico. Ma Daniela Pareschi è anche una donna che ama l'ordine, almeno quello mentale. Infatti ha organizzato questi due libri secondo una griglia, uno schema preciso e coerente, in modo che il lettore possa coglierne la struttura e, pagina dopo pagina, possa accomodarcisi dentro. 
Tutto questo lo avevamo visto accadere per la prima volta in Animali bellissimi, dove creature di specie anche molto lontane avevano tra loro punti di contatto incontrovertibili. 
Cosa hanno in comune un levriero afgano e un leone, a parte la lapalissiana evidenza di essere due quadrupedi e due mammiferi? Risposta: la loro smodata crescita di capelli, ossia di peli. 
Ecco. Qualcosa di simile capita anche qui. Ma in chiave più filosofica, se mi si passa l'aggettivo impegnativo. 
Lievemente meno felice del fratello maggiore, almeno a livello di qualità del disegno, tuttavia anche in Quello che non vedo si riconferma l'efficacia della scelta di prospettiva di osservazione della realtà. 
Prospettiva che anche questa volta stupisce il lettore. E spesso stupisce anche la scelta di come dare forma visiva a un testo non sempre facile. In questo senso, mi paiono interessanti alcune soluzioni trovate per ragionare su concetti che potevano essere banalizzati dall'immagine o peggio potevano annodarsi sul testo e invece guizzano felici per originalità di scelta iconografica. 


La parte per il tutto: Quando unisco i punti, vedo l'insieme oppure Quando osservo i segni vedo il passato o ancora Quando mi perdo vedo altre strade. 
Tiriamo le somme. 
Ancora una volta lo sguardo e il pensiero di Daniela Pareschi va esplorando il vasto e inaspettato territorio della possibilità. Con questo suo gusto di guardare le cose sempre un po' di traverso, qui il suo immaginario si confronta e ragiona più sulle idee che sulle forme in sé. 
Verrebbe da dire che il libro per intero ruoti intorno a due concetti davvero importanti. 


Da un lato suggerisce l'atto importante e profondo del vedere. Dall'altro, suggerisce l'atto altrettanto importante e necessario perché quel vedere non sia solo percezione ma diventi comprensione e si riempia di senso: fermarsi. 

Carla

mercoledì 7 maggio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

TOPO DI CITTÀ, RAGAZZO DI CAMPAGNA


Elwyn Brooks White era un tipo particolare. Lavorava al The New Yorker come redattore e nel 1945 decide di scrivere un libro per bambini che a una prima lettura aveva destato qualche preoccupazione all’editore, il titolo era Stuart Little – Le avventure di un topolino coraggioso. 
Questo è l’incipit del libro: 
“Quando la moglie del signor Federico Little mise al mondo il suo secondo figlio, tutti notarono che non era più grosso di un topo. E in verità di un topo aveva molte caratteristiche: non più alto di cinque centimetri, ne possedeva il naso aguzzo, la coda, i baffetti e le maniere timide e piacenti.” 
Si può ben capire cosa avesse fatto saltare sulla sedia l’editore, il quale cercò di convincere White a cambiare questo inizio brusco, che insomma forse non era cosa socialmente accettabile che un’amabile e benestante signora newyorkese facesse nascere un topo. Insomma, certe cose non si fanno. 
White allora lavorò un po’ di cesello sulle prime righe, tolse due parole là due parole qua e ricompose la frase in modo più sfumato, ma rimanendo ben saldo sulle origini del piccolo protagonista. 
D’altro canto, per decenni il suo manuale di grammatica fu usato da tutte le scuole di scrittura degli Stati uniti: diciamo che White sapeva come usare le parole. Addirittura uno dei più grandi scrittori americani, Kurt Vonnegut, disse che White era uno dei più ammirevoli litterally stylish che gli Stati Uniti avessero prodotto. 
Stuart Little, come si evince dall’incipit, racconta la vita di un piccolo topino educato di città: un topino colto, un po’ maniacale nella cura della sua persona e delle cose, vagamente nevrotico, amante dell’avventura, incapace di stare fermo, curioso, spiritoso, romantico, insomma un vero topino newyorkese. 
Le prime avventure di Stuart sono molto ordinarie direi, ossia sono esattamente quel tipo di avventure che se io fossi stata la madre del topino gli avrei senz’altro fatto provare: per esempio riprendere un anello caduto nel tubo di scarico della vasca da bagno, oppure far funzionare quel martelletto del pianoforte al momento giusto nel modo giusto, infilando il proprio figlioletto tra le corde. 
Ma per un giovane topo avventuroso, queste sono sciocchezze e così Stuart si concentra su Central Park dove finalmente può salire a bordo di un veliero (giocattolo) e salpare verso il mare (il laghetto) in burrasca. 
Ma la vera avventura si presenta con un’uccellina di nome Margalo. La descrizione del primo incontro con Stuart ci dà l’idea della grande capacità narrativa di White, tanto elogiata da Vonnegut:
“Il mio nome è Margalo – rispose l’uccellina con una voce morbida e musicale – Vengo da dolci pasture tenere, da campi folti di grano zecchino, da boschi ricchi di capelvenere, da prati sparsi di cardo turchino; vengo da valli con acque chiare, amo la vita e adoro fischiare.” 
Ma Margalo a New York è solo di passaggio e così un giorno vola verso nord. Questo dà l’occasione al nostro topino per nuove avventure: con un’auto nuova fiammante (una macchinina, sempre giocattolo) andrà finalmente alla scoperta del mondo. 
E. B. White amava molto New York, le era riconoscente, ma era anche un ragazzo di campagna, adorava gli animali, era un tipo timido e riflessivo. Queste due sue anime di riversano perfettamente in Stuart. Penso anzi che lui volesse avere di Stuart la sfrontatezza unita alla più franca gentilezza. Appena Stuart vede qualcuno in difficoltà, senza nemmeno pensarci, si ferma e chiede e ascolta, quasi che le sue fattezze e la sua statura (poco più di cinque centimetri, ripete orgoglioso) non segnassero una differenza col mondo. 
Stuart intende vivere al massimo, occupare ogni secondo: si innamora senza pregiudizi di qualsiasi forma di essere vivente, aiuta grandi omoni seduti a bordo strada, affronta onde gigantesche di laghetti in apparenza placidi. Ma Stuart sa anche fermarsi e gustarsi il momento, come quando, giunto in un placido villaggio all’ombra degli olmi, si ferma a gustarsi un bicchiere di salsapariglia, in un brano narrativo di una bellezza cristallina. 
Stuart è un (piccolo) paradosso, è un bambino cresciuto in fretta – si sa che l’infanzia dei topini dura un zic – in un mondo di adulti alti che però del mondo sanno molto poco. E la dimostrazione della sua precoce saggezza la dimostrerà tutta nel suo breve lavoro di supplenza in una scuola elementare. Con uno stile elegante ma semplice, con una cesellatura magistrale sulle parole, White ci racconta del piccolo Stuart che affronta tutte le avventure in cui sulla carta dovrebbe uscire perdente, come un vero eroe, ma senza l’arroganza che a volte accompagna i vincenti. Lui non si accorge di essere uno di loro, tanto è impegnato a vivere, a guardare, a risolvere i problemi, ad amare. 
Libro perfetto dai 9 anni in poi.

Valentina


"Stuart Little – Le avventure di un topolino coraggioso”, E.B. White, ill. Garth Williams, trad. Dino Segre, Nord Sud Edizioni, 2025

lunedì 5 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CLICK!

Abbi coraggio!, Britta Teckentrup (trad. Sante Bandirali) 
Uovonero 2025 


POESIA ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"È troppa la paura 
mi blocca, mi circonda, 
è qui, mi paralizza, 
è forte, è profonda. 
È buio questo posto 
non so che cosa fare: 
restare qui non posso 
ma non so dove andare.
Non so cosa mi aspetta. 
Mi stringe nel suo morso 
quest'ansia che ha la forma 
di un gigantesco orso."

Bambinetta che cammina in un bosco. Al principio, si china a guardare il terreno. Ma quando l'intrico dei rami si fa più fitto, lei - che vediamo in trasparenza tra il fitto degli alberi - si ferma e ascolta. 


Sa di non potersi fermare, ma non sa che strada pigliare. E questa è la sua paura che cresce. Accelera il passo perché è proprio quella paura che le fa credere ci sia un orso alle sue spalle. La paura è come l'orso: c'è davvero. 
Se ne percepisce l'ombra che entra in scena e poi incombe sulla fuga di quella piccolina. Lei continua a correre, fino ad arrivare a una radura, dove, con le mani tra i capelli, disperata, non sa che in direzione andare: persino la sua ombra sembra confondersi e voler tornare indietro. E poi il buio delle immagini e solo parole in un crescendo di paura: 

annaspo, farfuglio, barcollo, oscillo... 
indugio, tentenno, arranco, vacillo. 

Il buio sta scendendo, nel bosco che si fa più rado c'è la luna piena che lo illumina. Lo rischiara a sufficienza perché la bambina trovi il coraggio di invertire la rotta, ossia fermarsi e girarsi verso il grande muso dell'orso. L'incitazione dell'animale - o forse della paura stessa - la rassicura e la cosa giusta che la bambina fa è quella di guardare l'orso negli occhi. Che forse vuol proprio dire fermarsi e guardare la paura per far arrivare il coraggio... 

E due! Il mondo è rosso - che usciva nel 2022 - aveva delle qualità così evidenti, almeno per me, che non poteva passare inosservato. E infatti non è successo. 
Le cose che all'epoca parevano convincenti erano almeno tre: la capacità di Teckentrup di usare colore, luce (ovvero ombra) e forme in movimento per creare in chi legge un ulteriore movimento, ma emotivo. 


La sua seconda abilità stava nell'uso calibrato al grammo del peso delle parole. Cesellate sulla pagina, senza sbavature. Laddove l'immagine accelerava, altrettanto battente si faceva la parola che, in alcuni momenti topici, aveva la forza di prendersi tutta la scena. 


Tutto corrisponde, anche in questo secondo libro. 
Il terzo valore ha a che fare con la questione sollevata. Lì era la rabbia qui è la paura! 
Quindi - confermate anche in questo secondo libro qualità e sapienza nell'organizzare le immagini sul foglio, qui come lì ci sono pagine di solo testo che hanno bisogno di lasciare per un momento da parte le suggestioni visive - mi pare davvero importante e condivisibile il lavoro fatto sul nucleo di senso che Britta Teckentrup mette nelle mani dei suoi lettori. 
Come anche per il libro precedente, la questione "paura" è spinosa e piena di rischi di far precipitare tutto entro i confini di una delle innumerevoli soluzioni consolatorie che si propinano ai bambini. 


Il fatto di rappresentare la questione attraverso un modo tanto leale e trasparente, pur usando una delle metafore più consuete, il bosco e il suo più grande abitante, l'orso, già questo mi parrebbe un buon motivo per festeggiare. 
Mi spiego: nelle misurate parole di Britta Teckentrup il bosco rimane bosco, non si incattivisce e non si trasforma per terrorizzare la bambina e anche l'orso fa l'orso, ossia la insegue. 
Ed è proprio qui che si sente il click, l'interruttore che accende la luce sul pensiero di chi scrive: bimba, attenta, che quell'orso mi sa che è la tua paura! 
E se così è, la cosa che ti può capitare potrebbe essere quella che stai per vedere: smettere di scappare, girarsi e guardarlo l'orso, o guardarla negli occhi la paura. Ed è proprio lì che arriva quella sensazione che ogni persona dovrebbe aver sperimentato almeno una volta nella vita: la forza del coraggio, o meglio ancora la forza del coraggio di aver avuto paura. 
A guardarsi dentro, giovani o vecchi che si sia, mi sento di sostenere che le cose vanno esattamente così come ci vengono raccontate in Abbi coraggio!
Fuor di metafora, non c'è una sola parola, un solo passaggio in cui ciascuno di noi, non possa riconoscere proprie esperienze trascorse. 
La paura fa correre, ma non si può correre sempre (alcuni lo fanno) e quindi tocca fermarsi, girarsi e affrontare il problema. E nel preciso momento in cui questo accade, da paurosi si diventa coraggiosi. 


Non credo sia banale, la cosa. Ragionare che coraggio e paura stanno in un unico pacchetto è - a mio avviso - una grande verità. Come pure sostenere, fin dal titolo, che la chiave non sta nel non aver paura, ma nel trovare da qualche parte un briciolo di coraggio per fermare la corsa. 
In tutta onestà, nessun coraggioso può dire di sé di non essere mai stato anche un fifone. Capito il meccanismo, il resto viene da sé. 
Provare per credere. 

Carla 

Noterella al margine. Per quel che può valere, io ho fatto un gioco con me stessa: ho provato a ricordarmi una mia paura e ho provato a vedere, verso dopo verso, se mi ci potevo vedere dentro a quel crescendo di ansia e poi terrore. E tutto corrispondeva alla perfezione. E poi, mi sono anche vista fermarmi, nel momento in cui ho guardato "il mio orso" negli occhi. Ed è allora che la paura si è ammansita, lasciando spazio a un coraggio che mi son trovata in mano. E così sono andata avanti. 


Perché non giocarci anche con dei bambini?

venerdì 2 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA MISSIONE DEI NONNI 

Nonnamatta e la missione detective, Moni Nilsson, Anna Fiske 
(trad. Laura Cangemi) 
Iperborea 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Nonnamatta gira ed esce dal cortile. Io mi tengo stretto a lei. Forte. 
In meno di un minuto siamo al parco giochi, che esiste ancora. Niente incendi in vista. Corro verso la sabbiera. Nella buca c'è la scatola di fiammiferi, o meglio, quel che ne rimane. È bruciata quasi tutta.. 'Giocare con il fuoco è pericoloso' dice seria Nonnamatta, 'anche se siete stati furbi a mettere la scatola in una buca, visto che la sabbia non brucia. Però avreste potuto farvi molto male. Sai quanto sono dolorose le ustioni?' 
Scuoto la testa e sento che stanno tornando le lacrime." 

Tutto è cominciato quando Tarzan e il suo amico Toro, con una scatola di fiammiferi appena rubata in cucina non si sa perché, vanno al parco giochi e si sfidano a tenere con coraggio il fiammifero accesso in mano. Ma da sfida nasce sfida, quindi quei due decidono di fare una 'bomba', ossia erba secca nella scatolina semivuota dei fiammiferi, interrata di pochi centimetri nella sabbiera, poi con un fiammifero superstite accensione di detta scatoletta che dovrebbe - a detta di Toro - esplodere e saltare in aria come un razzo... ma proprio in quel momento passa di lì il padre di un loro compagno di classe che li spedisce all'istante verso il cancello della scuola. 'Dovreste essere a scuola!' Nessuna possibilità di vedere l'esplosione, accidenti. L'ansia che dal loro giochetto possa sprigionarsi un incendio di dimensioni importanti fa il resto. Genera in Tarzan un mal di pancia senza pari che richiede l'arrivo immediato di Nonnamatta. 
A lei confessa il misfatto e, a cavallo di un motone (lo Stregaexpress),insieme vanno a controllare che il parco giochi sia salvo. 
Il mal di pancia è passato, niente ospedale dunque, ma neanche il ritorno a scuola. 
Nonna e nipote si sono ritagliati una giornata tutta loro, con l'intento comune di inventarsi qualcosa di bello. 
Dado alla mano, chi tira su il numero più alto decide il da farsi: Nonnamatta tre, Tarzan cinque! Evvai! 


Questo è il racconto di quel giorno. 

Come già è stato detto, nei libri di Nonnamatta ne succede di ogni. 
E anche in queste 150 pagine si passa dal pedinamento di una bambina apparentemente in grave pericolo, alla discesa da un balcone con una corda. Tutto quello che la fervida immaginazione di un ragazzino potrebbe pensare possa stare tra questi due eventi è probabile che sia venuto in mente anche a Moni Nilsson e che quindi lo troviate scritto sulle pagine di questo suo libro. 
Ma a parte il ritmo incalzante e il pensiero che davvero deve muoversi dentro la testa del lettore un po' come capita a una pallina in un flipper, forse val la pena tirare alcune conclusioni di tipo più generale sul tipo di rapporto che può legare un piccolo a un vecchio (qui in particolare, se diamo retta a Anna Fiske, davvero grinzoso e molliccio al limite del cadente). 


Diciamo che del mutuo soccorso si è già detto, ma ora mi pare che della naturale intesa che spesso si instaura tra vecchi e bambini, nella fattispecie tra nonni e nipoti, in questo libro tra le righe si trovi una delle ragioni, forse la principale. 
In verità la cosa mi è apparsa chiara discutendone con Susie Morgenstern, a proposito delle sue nonne e dei suoi nipoti. E tanto in Moni Nillson quanto nella mente di Susie Morgenstern, la cosa ha a che fare con i ruoli e con l'imparare a starci dentro. Susie Morgenstern, se guarda indietro alla sua attività di giovane madre educante, vede i tantissimi errori fatti, dovuti forse all'inesperienza o, ancora di più, alla responsabilità educativa che come madre si sentiva di dover esercitare. E via a far sbagli su sbagli. Poi si impara. Si impara anche che dagli errori qualcosa di buono si ricava sempre. Nonnamatta ha molto chiaro in testa che tra una madre e una nonna la grande differenza sta nel fatto che una madre non può sottrarsi alla responsabilità di insegnare come volare ai propri figli... 

"Una mamma deve potersi arrabbiare, e a me qualche volta succede ancora, se fanno cretinate. Diciamo che fa parte del lavoro di mamma. Però, per quanto ci provi, con i miei nipoti non riesco ad arrabbiarmi, Lascio che lo facciano i loro genitori." 

Mentre a una nonna sono richieste proprio nuove occasioni di volo da far sperimentare. Ed è in questa prospettiva che Moni Nilsson, in fondo alla sua rocambolesca storia, scrive
 
"La vita consiste nel giocare più che si può e tenere gli occhi aperti in modo da cogliere al volo le avventure che stanno lì ad aspettare. Nonnamatta si avvicina alla corda ancora appesa al balcone. Le viene un brivido nella pancia al pensiero di cosa sarebbe potuto succedere se Tarzan avesse perso la presa. Scuote la testa per mandarlo via. Sono pensieri che non portano a niente di buono. I bambini devono mettere alla prova le ali. Come farebbero, se no, a imparare a lanciarsi nel vuoto attaccati alla liane, a imparare a volare da soli?" 

Ecco a cosa servono i nonni. 
In una sola giornata con lei Tarzan ha imparato moltissimo. 
La più importante di tutte: il coraggio di sfidare sé stesso. 


Dal calarsi da un balcone fino ad assaggiare le lasagne di Fatima, o entrare nella squadra di pallone, Tarzan è stato davvero molto coraggioso, e presto di Nonnamatta non avrà più bisogno. 
E lei lo sa, ed è per questo che se la gode, finché dura.
Proprio come dev'essere. 

 Carla

mercoledì 30 aprile 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA DIPARTITA DEL BOSCO

I bambini che vivono nella foresta sono tre: Maggan, lo Sbirro e Trim. Magicamente, le loro volontà coincidono con i moti silenziosi della foresta e del cielo. Del resto, sono loro a decidere. Circondati dagli alberi, con i piedi a mollo nelle pozze d’acqua, sono loro che fanno piovere, loro a stabilire il vento e la nuvolosità variabile. Concedono alle foglie la possibilità di ingiallire e agli aghi di pino di cadere; grazie a loro il sole splende, e i legnetti si dispongono di traverso sui sentieri.  


Un bel giorno però, dai tronchi spuntano minuscole gambine e tra le chiome si vocifera di una vacanza, a quanto pare su un’isola, in mezzo al lago. Senza troppe spiegazioni, dopo un frettoloso saluto, betulle e pini se ne vanno, e pure i pioppi tremuli spariscono, spaventati a morte da un malevolo cespuglio di rovo. A nulla valgono le decisioni dei tre abitanti: il loro chiedere a gran voce di restare rimane sospeso a mezz’aria, senza più nessuno ad accoglierlo. 


Negli albi di Eva Lindström le grandi questioni esistenziali prendono posto con naturalezza nella quotidianità dei protagonisti. L’ingenuità e lo stupore con cui essi le maneggiano non sono però presentate come manifestazioni di debolezza o ostacolo per una comprensione razionale delle cose. Anzi, nel racconto l’atto stesso di capire viene depotenziato, e gli viene preferita appunto la capacità di restare in ascolto, di soffermarsi di fronte al mistero, per quanto disorientante possa sembrare. 


Si dice che al momento dell’ideazione di questo albo Lindström fosse mossa dalla necessità di catturare e restituire l’emozione che si prova di fronte alle cose che scompaiono inaspettatamente. Uno sgomento che si impara a gestire nei primi anni di vita, quando sperimentiamo che le cose continuano a esistere anche se non sono davanti ai nostri occhi. Uno sgomento che però non perde il suo potere perturbante, poiché se è vero e lampante che un bambino che si nasconde è pur sempre vivo e vegeto dietro a un divano o che la mamma che esce dalla porta lo fa per andare a lavorare e tornerà a sera, qualcosa dell’antico sconcerto rimane e risuona in noi più forte di qualsiasi normalità appresa. 


Con la dipartita del bosco e l’uscita degli alberi dalla rassicurante cornice della pagina, Lindström decreta l’esistenza di un desiderabile altrove, invisibile sì, ma non per questo inesistente, e porta questa alterità direttamente in dialogo con chi nella pagina è rimasto. Con la dipartita del bosco si allenta tutta la costruzione di senso che Trim, lo Sbirro e Maggan chiamano, con una certa protervia, casa. Scomparsi gli alberi, a Maggan, lo Sbirro e Trim non rimane che continuare il gioco con quello che hanno, ma nonostante questo darsi da fare si accorgono che tra loro e il paesaggio che li contiene qualcosa dell’antica, magica – e forse un po’ forzata- corrispondenza si è inceppato. Guarda un po’, il freddo arriva senza essere stato evocato, e pure le nuvole e il vento, insensibili a qualsiasi comando, si rivelano per quello che sono: entità distinte, indipendenti, a volte contrarie. 


Per tirare avanti, Trim, lo Sbirro e Maggan bruciano gli scarti nel fusto di legno in cortile, fanno amicizia con una piccola uccellina che non ha fatto in tempo a raggiungere lo stormo, sistemano il terreno, aggiustano quello che deve essere aggiustato, rastrellano, si danno da fare con i legnetti. Trovano insomma uno spazio di azione per abitare quello speciale silenzio che sembra essere calato su di loro da che gli alberi si sono dileguati. E quando finalmente arriva una nuova stagione, quella in cui, una mattina presto, pini e betulle ritornano e tutto sembra tornare al suo posto, devono fare i conti con una nuova assenza: non solo mancano i pioppi, i delicati pioppi tremuli e dorati, ma mancano anche le parole per nominare. Per entrambe le cose, pare non esserci nulla di meglio che disporsi in fiduciosa attesa.


Se questo albo sembra voler raccontare il rapporto di interdipendenza tra uomo e natura, lo fa involontariamente. Certo, le assonanze con l’attuale crisi climatica sono fortissime: la natura si palesa come un vero e proprio personaggio della storia e reclama qualcosa per sé, ed emblematiche sono sia l’impotenza dei protagonisti al cospetto degli elementi meteorologici sia la presenza dell’edificio sempre sullo sfondo, con porte e finestre aperte, a evocare che la terra è la nostra unica casa… Eppure, la posta in gioco è forse più coraggiosa e profonda: raccontare come si entra in dialogo con quello che non vediamo e non sappiamo, quello che non è in nostro controllo, quello che sta fuori dalla cornice di dominio del tangibile, quello per cui non abbiamo (ancora) parole ma che non per questo non esiste. Mettere momentaneamente da parte la razionalità in favore di un diverso tipo di relazione. 


Se nella prima parte del racconto i protagonisti stabiliscono una primitiva, istintiva relazione di causa effetto tra quello che accade e la loro volontà, nella dimensione dell’attesa, quando gli alberi non ci sono (o meglio: ora che gli alberi sono altrove…) tocca loro compensare utilizzando sensibilità e immaginazione. Non accade quasi nulla, nelle tavole iridescenti che Lindström dedica a questa attonita e inestimabile resa: soffia il vento e Maggan, lo Sbirro e Trim aspettano, aspettano fino a quando il vento decide di calare, aspettano fino a quando gli alberi decidono di tornare, fino a quando la volontà di capire e spiegare si placa. Allora forse non aspettano più. Semplicemente stanno, dandoci le spalle, per osservare con noi. 


Solo allora tornano i pioppi, i tremuli pioppi dorati, dalle foglie cangianti come cangiante e ineffabile è il significato. I bambini che vivono nella foresta sono tre. Non sono loro a decidere, ma l’uccellina dice che è arrivata l’estate, e loro, che hanno imparato ad ascoltare, non hanno nulla di meglio da aggiungere. 


Giorgia 

“La foresta”, Eva Lindström, (trad. Laura Cangemi) Camelozampa, 2025

lunedì 28 aprile 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UNA BELLA FESTA, INSIEME

Oggi la parola è meraviglia
, Chiara Carminati, Vittoria Facchini, 
Bernard Friot, Susie Morgenstern 
Pension Lepic 2025 

POESIA 

"CORRISPONDENZE POETICHE Quando qualcosa diventa un'abitudine, spesso ci si dimentica com'è nata. Da parte mia, posso solo dire che c'è un rito che sancisce l'inizio di ogni giornata: scrivere una poesia e mandarla a Susie. O ricevere una poesia da Susie e risponderle. Per noi è anche un gioco: chi sarà il più poeticamente mattiniero? E come sarà interpretata la parola del giorno, proposta di volta in volta dall'uno o dall'altra? È un'abitudine, ma è anche molto di più: è uno spazio di libertà, un laboratorio di ricerca. C'è libertà perché sappiamo che il giudizio dell'altro sarà benevolo e perché le regole importano poco... e in fondo importa poco anche la poesia: ognuno va dove lo portano le parole, i suoni, le immagini, i ritmi o l'emozione. Ma si tratta anche di un laboratorio: che sia corta o lunga, con o senza struttura, più o meno seria, la poesia si inventa continuamente forme nuove. Certamente non tutti gli esperimenti riescono bene. Ma tutti sono poesia, perché tutti nascono dalla volontà di esplorare lo straordinario potere delle parole, che uniscono e disfano, collegano e oppongono , feriscono e confortano. Corrispondenza poetica, così chiamiamo il rito che inaugura ogni nostra giornata. Ma in verità ha un altro nome, che ogni nostro scambio cerca di reinventare: amicizia. 
E un'amicizia è ancora più forte quando sa aprirsi agli ospiti, come una bella festa da condividere..." 

Ecco, una bella festa da condividere. 
In fondo, fare un libro è un po' anche questo: costruire qualcosa di bello assieme e, se ci si riesce, festeggiare tutti, lettori compresi. 
Partiamo da qui. 
Da questa frase che si legge - quasi in conclusione - nelle righe che Bernard Friot ha scritto per spiegare la nascita di Oggi la parola è meraviglia. 
Friot ci dice anche che, alla corrispondenza tra lui e Susie Morgenstern, si è aggiunta "in corsa" anche Chiara Carminati, con nuove parole e nuovi versi, da sommare a quelli che viaggiavano dalla mail di Susie a quella di Bernard e viceversa. 
Come regalo da offrire a quella loro festa ancora "privata", oltre alle parole e ai versi, Chiara Carminati porta in dono l'idea geniale di non prevedere nessuna traduzione. In tal modo si sarebbe conservato intatto l'equilibrio perfetto fra le voci di ciascuno di loro. 


Come accade sempre alle feste, o quando si fa un libro assieme, più si è più cresce la possibilità che venga bello e che il divertimento aumenti. 
Così, alle voci di Susie Morgenstern e di Bernard Friot, e in un secondo momento quella di Chiara Carminati, si aggiunge quella di un editore, Pension Lepic, che dà il suo fondamentale contributo in quattro mosse: decide di pubblicare un libro del genere, lo dà da illustrare a Vittoria Facchini, lo dà a Daniele Fior di Locomoctavia audiolibri perché ne curi l'aspetto sonoro, ossia renda possibile al lettore l'ascolto delle voci dei tre autori, e ne affida il progetto grafico a Fausta Orecchio di orecchio acerbo, che prende molto sul serio l'idea di costruire qualcosa di bello con tutti loro. E lo fa. 


Il risultato, la bella festa da condividere anche con i lettori, è un libro piccolo, pieno di blu, in cui in 125 pagine si alternano trenta parole diverse, ognuna delle quali declinata in tre lingue da tre poeti in tre direzioni tra loro anche molto lontane. Tre voci che leggono novanta poesie e per ciascuna parola, almeno una tavola - a matita, penna e pennello intinto nel blu. A tenere tutto assieme, il lavoro della grafica che silenziosamente sceglie colori, forme, formati, corpi, font e restituisce un oggetto in cui al pregio si aggiunge pregio. Ma, tra tutto questo, lei decide di insinuare anche un divertente e divertito gioco visuale. Vedere per capire. D'altronde se festa deve essere, tutti devono contribuire alla buona riuscita e al piacere di festeggiare assieme. 
Parliamo delle poesie. È sempre molto frustrante parlare di poesia. Andrebbe letta e basta. Tuttavia forse ha senso segnalare un paio di cose interessanti. 


La prima: la grande differenza tra i toni e quindi i ritmi dei tre. 
Il lungo respiro di Friot, il ritmo battente di Morgenstern e il gioco imprevedibile di Carminati. 
La seconda: parlando dei versi di Chiara Carminati (mi sembra di poterla capire meglio degli altri due), accade ancora una volta che lei giochi non solo con il senso delle parole, ma con il loro suono, per esempio usando i diversi significati di una stessa parola, per creare senso ulteriore e meraviglia, stupore aggiuntivo: 
INSIEME 
non amo le poesie fatte da soli 
che splendono potenti nella notte. 
Preferisco quelle delle stelle 
che nel buio indicano le rotte. 

Oppure: 
RIPETERE 
stagnola stagnola stagnola stagnola 
se ripeti molte volte una parola 
fobia fobia fobia fobia fobia fobia 
la sua anima di senso vola via 
e ti resta vivo in bocca come un grillo 
spillo spillo spillo spillo spillo spillo... 

E qui non posso non notare che tutti e tre si divertono spesso e volentieri a tamburellare su un medesimo suono, a elaborare liste, elenchi... 
Appunto, leggere per credere alla parola Repeat di Susie Morgenstern e Répétér di Bernard Friot. 
E ancora in Between di Susie Morgenstern il suo battere regolare su questa parola e altrettanto il suo esatto volare tra due contrari, ci consegna, alla fine del gioco, senza parere, una grande verità. BETWEEN 
Between black and white, there's all that grey 
In this murky grey we find our way 
Between truth and lies 
Between doubt and tries 
Between despair and hope 
Between yes and nope.... 


Per quel che può valere, le mie tre preferite per ciascuno dei tre:
Peut-être,  Journal, Caché; Girare, Meraviglia, Vicini; Frame, Notebook, Between. 
A libro letto, tutti e cinque, mi sentirei di aggiungere anche Facchini e Orecchio con le forme - delle parole dette e scritte, delle immagini e dei segni -  hanno messo in essere un grande e magnifico gioco. 
E adesso, a giocarci, tocca a noi! 

Carla

Noterella al margine. Un gioco nel loro grande gioco delle parole potrebbe essere: trovare quella lettera che, mutatasi - gaglioffa - in un'altra, ha fatto sì che un'apertura si trasformasse in una primavera... 
Per trovarla è necessario avere il libro e passare per un QRcode. Il mistero si infittisce.

venerdì 25 aprile 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA MEMORIA VIVA, VIVA LA MEMORIA

Il falco e la stella, Fabrizio Altieri 
Equilibri 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"In quel momento l'uomo si risvegliò e prese per il bavero Falco. I suoi occhi erano vivissimi, come solo gli occhi di chi sta per morire possono esserlo. 
'Livio Boschi!' esclamò. 
Falco per la sorpresa stava per cadere all'indietro, ma l'inglese lo trattenne. Rivo era balzato in piedi e l'uomo, vedendogli il coltello in mano, capì quali intenzioni avesse. Accennò al paracadute: 'Potete prenderlo, ma in cambio dovete fare una cosa'. Parlava bene l'italiano, con solo un lieve accento inglese. Senza lasciare il bavero di Falco, con la mano libera prese un cilindro di acciaio che aveva legato al fianco. 
'Portatelo a Boschi', disse, e lo porse a Falco. Lui lo prese senza quasi rendersi conto e lo guardò. 
'Cos'è?' chiese Rivo, ma l'inglese cadde all'indietro trascinandosi Falco. Era morto con la mano ancora aggrappata al bavero del ragazzo."Falco. Era molto con la mano ancora aggrappata al bavero del ragazzo." 

Un ufficiale inglese che si è paracadutato sulle colline dell'Appennino emiliano per consegnare un importante messaggio al capo della brigata partigiana di quelle parti. Il paracadute non si apre come dovrebbe e lui precipita, ma prima di morire, raggiunto dai due ragazzi che hanno assistito alla scena, lo consegna a uno di loro. 
Comincia così, un po' per caso, con il desiderio di raggiungere quel paracadute per poi rivenderlo a borsa nera come seta per abiti, l'avventura partigiana di Falco e Rivo. Fino a quel giorno per loro la guerra era intorno, ma finora non li aveva coinvolti in prima persona. Li aveva lasciati stare. 
Ma l'entrare in contatto con altri ragazzi loro coetanei, vedere dove e come vivono in clandestinità le loro giornate, la loro guerra, conoscere insomma i partigiani di Livio Boschi, nome di battaglia Gordon, cambia la loro esistenza. E diventa Resistenza. 
Falco - e dietro di lui anche il disincantato Rivo, figlio di Dante il comunista - smettono di stare ai margini della Storia e fanno la loro prima e autentica scelta di campo. 
Questa è la loro storia personale (un po' presa dal vero e un po' no), avventure, prove di coraggio, primi amori, lutti in famiglia, musica, tanta musica, che si intreccia con la Storia (vera), ossia quella che racconta di come nel '45 l'esercito britannico combatté al fianco della Resistenza per liberare l'Italia dal nazifascismo.
Ne Il Falco e la Stella ci sono uomini e donne che si sono trovati a combattere, fianco a fianco, in una unica lotta per la liberazione. 

La chiave di questa storia sta proprio in quel "fianco a fianco", ossia nella grande prova di reciproca fiducia che ha tenuto assieme un 'esercito' molto eterogeneo ma coeso nel nome di un valore superiore a qualsiasi altro obiettivo politico che muove nazioni ed eserciti: l'umanità delle persone. Il sentirsi compagni, fratelli e sorelle. 
Son meno di tre pagine, a libro finito, in cui Fabrizio Altieri riprende la parola e racconta, con parole importanti e pesate, l'origine del libro e le radici autentiche, accurate nei confronti delle fonti, e quelle letterarie di questa bella storia. Appartenere a quella generazione che la guerra, ma ancora di più la Resistenza, se la è sentita raccontare da chi, ragazzo o ragazza in quegli anni, l'ha vissuta o se l'è vista passare davanti agli occhi, aiuta. 
Anche a chi abbia più di cinquant'anni, storie del genere risultano interessanti e importanti: anche per loro, è naturale riconoscerne e quindi percepirne lo spessore e la complessità. Molti tra loro temono il rischio reale che essa sia trascurata o non capita, o peggio, dimenticata. 
Ma se di anni ne hai una decina o poco più? Se non hai a disposizione un bisnonno che ti racconta e ti chiama dentro fatti realmente accaduti? 
Ecco, in quel caso entrano in gioco scrittori capaci che della materia dei fatti sappiano impadronirsene e sappiano restituirla in forma di buon romanzo. 
Questo è quello che è successo qui. 
Ingredienti imprescindibili, a mio avviso, sono: la buona scrittura; la sapiente capacità di costruire una buona storia (qui intorno a un fatto realmente successo), ossia una trama credibile che sia nel contempo onesta e avvincente; il calibrato dosaggio di elementi, diciamo così, universali che siano in grado di toccare le anime di lettori di età diverse. 
Partiamo dalla buona scrittura. 
In tutta onestà la cosa che mi ha soprattutto colpito, generando in me di volta in volta nuova aspettativa, è la puntualità con cui, a ogni fine di capitolo, con relativo cambio di scenario, Fabrizio Altieri si presenta sempre preparato a un exploit, anche semplici frasi ma di sicura presa ed effetto, che puntuali stanno lì pronte a stupirti e a tenerti attaccato alla pagina. 
Un infallibile incentivo ad andare avanti. 
La capacità di costruire una trama avvincente e onesta intellettualmente è segno - non solo di buon mestiere - ma anche di talento autentico. 
Se si leggono le note finali in cui si è sentita l'esigenza da parte dell'autore di passare al setaccio l'intera storia per distinguere il vero dall'inventato, si può ricostruire a posteriori il grande lavoro di incastro dei vari pezzi che tengono su con onore l'intera struttura, fatta di Storia e di storia. Quella stessa capacità immaginativa che un buon architetto, o un buon regista, deve avere nel progettare un corpo che nel tempo e nello spazio abbia un suo senso, una sua armonia, una sua bellezza. 
A ogni capitolo cambiano le prospettive, i personaggi si avvicendano nel loro sparire dalla scena o rientrarci, proprio come a teatro. 
E infine, gli elementi universali. 
Rispetto a questi, mi verrebbe istintivo tacere, perché ognuno possa trovare i propri, senza essere guidato da una lettura che è, al contrario, molto personale. 
L'unica cosa che mi sentirei di sottolineare è questa: in ogni buona storia, ci sono. 
E questa decisamente lo è.

 Carla

mercoledì 23 aprile 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

NESSUNA STREGONERIA, SOLO LETTERE E PAROLE. 

“Consegnò tali ricordi alla febbre. Offrì in dono l’oblio per avere in cambio una via d’uscita, una via per sopravvivere. 
E quando la febbre scese, quando alla fine si risvegliò nel mondo reale, portò con sé un’unica cosa: il suo nome. 
Beatrice.” 
 

Una bambina viene ritrovata raggomitolata da Fratello Edik, accanto alla capra Answelica nel fienile di un monastero. 
La capra in questione non è una qualunque, è temuta infatti da tutti i monaci dell’Ordine delle Cronache del Cordoglio per le sue violente testate e non viene abbattuta solo per il sospetto che il suo fantasma possa essere più pericoloso dell’animale in carne e ossa. Lo stupore di Fratello Edik è quindi grande quando si accorge che la capra protegge quella bambina che si rivela subito in pessime condizioni. Il suo nome è Beatrice e, a parte questo, non ricorda niente altro. 


Fratello Edik decide di accogliere la bambina e di camuffarla da monaco rasandole i capelli e coprendola con un saio. La verità sulla bambina si svelerà progressivamente e, a lui come a tutti i monaci timorosi, risulterà chiaro che potrebbe trattarsi di quella bambina che, secondo una profezia contenuta nelle Cronache del Cordoglio e che si è rivelata allo stesso monaco, sarà l’artefice di un grande cambiamento che porterà allo spodestamento dell’attuale re. 
Un racconto ambientato in un medioevo non precisato, in un periodo di tempo lontano in cui alle bambine era proibito imparare a leggere e a scrivere (invece Beatrice stranamente dimostra di possedere queste competenze) e in cui alle profezie veniva accordata grande importanza. 
Al centro di questo romanzo ci sono soprattutto due elementi: la parola e l’amore. A loro volta poi fortemente correlati. 
Le parole sono quelle lapidarie di una profezia che per quanto si voglia contestare e giudicare inattendibile, creano una tensione sottile ma resistente che si dipana lungo tutta la storia. Quelle parole affiancano anche quelle di un’altra storia, quella che Beatrice racconta al brigante e poi al re, la storia di una sirena con la coda ingioiellata, la stessa storia che ritorna come una promessa fatta a Fratello Edik e rimasta in sospeso. E ancora, quel racconto che ha i toni di una fiaba è poi incarnato dalla voce della bambina che in questo modo riesce a ritrovare la madre, il cui destino era rimasto sconosciuto.
La parola (l’incanto della storia) viene proposta come antidoto a un mondo che si è piegato alla barbarie e all’ignoranza. Beatrice rappresenta la vita che si rivela pian piano e solo grazie all’amore, quello di una capra a dir poco singolare, di un monaco sensibile alla bellezza e poco considerato dal resto dell’Ordine, di un ragazzino destinato a una vita di stenti e di un re che ha rinunciato alla propria corona.
I personaggi di questo romanzo costituiscono un gruppo assortito di reietti (per destino o per scelta) che hanno però intravisto in Beatrice una grande luce e per questo sono disposti ad accompagnarla nel viaggio che dovrebbe riportarla a casa, che si rivela molto complesso perché deve passare per prima cosa proprio dal luogo dal quale si fugge: ossia il castello di quel re che la insegue e che vorrebbe vederla morta. 
Beatrice non sa cosa potrà ricavare da questo incontro, ma sa bene che deve incrociare lo sguardo di quell’uomo che ha ucciso i suoi fratelli, non è la profezia a muovere i suoi passi, ma un destino che la chiama e che ha a che fare più con la sua dimensione umana e morale. 
Beatrice avrebbe voluto dire a quell’uomo: 
“Avete ucciso i miei fratelli. Avete cercato di ammazzarmi, ma avete fallito. 
Ora sono dinnanzi a voi. Avete fallito.” 
Ma non lo disse. Invece Beatrice aprì la bocca e disse soltanto: “C’era una volta”. 
C’era una volta.” 
Come affrontare a mani nude un uomo che si è fatto artefice di morte? Beatrice non lo sa, ma quando arriva quel momento non sa fare altro che raccontare. 


La profezia come parola nutrita di una sostanza che non può che essere l’amore, come dire che le storie se non affondano nell’animo di chi le genera e racconta sono destinate a essere lettera morta. Quelle stesse lettere, invece possono rivelare una grandissima potenza se sono sostanziate da uno slancio autentico che muove la stessa vita. Beatrice ha imparato le lettere e le parole, le ha a sua volta insegnate al giovane Jack Dory per il quale sono diventate la chiave di accesso al mondo, rispetto al quale era avido di conoscenza. 
Di questo romanzo è difficile non amare la scrittura, prima ancora che la storia, quello stile narrativo caratterizzato a parole sempre molto misurate, periodo brevi come incisi, spesso anche ripetuti a sottolineare la pregnanza di quelle singole parole e la necessità di sceglierne senza abusarne. Anche i capitoli sono brevi e, sebbene quella narrata sia un’avventura che comporta spostamenti, viaggi, cambi di compagnia e di scenario, il ritmo non è mai concitato e la scrittura ha sempre un respiro ampio e disteso. 
Questo modo di scrivere permette di assistere allo spiegamento della storia come se fosse in un grande quadro, come se si disponesse in ampiezza più che nella linearità di un percorso. In questo grande affresco, le avventure raccontate hanno il sapore di un racconto incastonato in un’epoca sospesa e non collocabile cronologicamente. Qui, come in altri scritti di Kate DiCamillo, il contesto storico è solamente evocato nei suoi aspetti noti che contribuiscono a comporre un immaginario funzionale alla storia. La conclusione dichiara apertamente che la vicenda potrebbe essere ambientata anche in un tempo che deve ancora venire, potremmo addirittura parlare allora di un romanzo distopico, più che vagamente storico. Le iniziali miniate di ogni capitolo rimandano alle scritture realizzate dai monaci amanuensi, ma la scelta di utilizzarle sembra rimandare ancora una volta al valore delle lettere come forma di conoscenza e al contempo di contemplazione e godimento del bello. Non a caso è Fratello Edik ad avere il compito di realizzarle, quell’uomo dotato di un occhio ballerino che gli conferisce forse la capacità di vedere la bellezza ovunque. Meritano una menzione le illustrazioni che, sebbene in bianco e nero, arricchiscono ulteriormente il piacere della lettura. Sono di Sophie Blackall, autrice di fama internazionale e vincitrice per ben due volte della prestigiosa Caldecott Medal. Il suo tratto elegante e morbido restituisce luoghi silvestri dal sapore magico che non mancano però mai di sobrietà, così come gli elementi decorativi all’inizio di ogni capitolo impreziosiscono le pagine senza risultare mai stucchevoli. 
Un romanzo che saprà deliziare bambine e bambini a partire dai 10 anni. 

Teodosia

"La profezia di Beatrice", Kate DiCamillo, illustrazioni di Sophie Blackall, traduzione di Anna Patrucco Becchi, San Paolo 2024 


martedì 22 aprile 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

VARCARE LA PORTA

Max e Nigel
, Antonio Manzini
Sellerio 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni) 

"Non ho seguito una parola della lezione di matematica, e neanche quella dopo di inglese. La ricreazione la passiamo seduti al banco controllati da Italia, che è la collaboratrice scolastica del piano. Cinque settimane così e diventiamo pazzi. A malapena si può chiacchierare col vicino di banco. Me lo sogno di scambiare due parole con Roberto Tardioli o Wheng Chen che stanno due file dopo di me. Di guardare Tiziana, Lorella e sperare...ma sperare che? Se solo provano a parlarmi divento rosso e non riesco più a spiccicare parola. È già successo e hanno riso di me. Guardo Cecere e Marinelli. Cecere scarabocchia fogli. Marinelli fa il duro, ha un coltellino e ci incide il piano del banco. Solo perché ha un fratello di 14 anni. Altrimenti varrebbe poco o niente." 

Breve antefatto. 
In quella I media è appena successa una cosa: sul lato posteriore della lavagna qualcuno ha disegnato un maiale e sotto ha aggiunto Corini maiale. Corini Anna, colpevole di avere un naso schiacciato, diventa per questo bersaglio dei peggiori. La prof si arrabbia, chiama il preside e lui chiede al colpevole di uscire allo scoperto: silenzio in aula. Sentenza emessa: 5 settimane senza ricreazione.
Fine dell'antefatto. 
A raccontare è Max Pagani, di nonno irlandese, amico per la pelle di Nigel, keniota, con la testa piena di dred. 
La famiglia di Max è piccolissima: vive con sua madre, che fa la segretaria e si ammazza di lavoro. C'è saltuariamente anche un padre, separato, che si affaccia ogni 2 o 3 settimane. Non è proprio la sua passione, al momento. 
La famiglia di Nigel al contrario è numerosissima: 5 fratelli e 2 sorelle più madre e padre: tutti arrivano dal Kenya. 
Loro due sono inseparabili, cosa che gli fa vincere il soprannome di Maxibon. 
Con loro, in tutte le loro chiacchiere e spesso anche nelle loro uscite, ci sono anche Roberto e Wheng, cosa che gli fa vincere un altro soprannome: i 4 desperados. In perenne adorazione delle ragazzine della classe e non solo, perennemente respinti, questi quattro fanno squadra di fronte alle durezze di quell'età. E soprattutto passano parecchio tempo assieme, perché il resto del mondo pare ignorarli o, peggio, prenderli di mira. 
Queste le loro avventure, talune investigative, almeno un paio, e altre con fini diversi. 
Un pugnetto di undicenni in azione. 

La cosa strana dentro cui mi è capitato di inciampare alla fiera di Bologna è stata questa: con una mia amica non riuscivamo a trovarci nel grande padiglione 29, così alzo lo sguardo e le dico: sono davanti allo stand di Sellerio, 1 B/4. Lì per lì non ci penso e poi mi dico: che cosa ci fa Sellerio alla BCBF? 
La risposta è questo libro, numero uno di una nuova collana (il numero 2 è di Andrea Camilleri: Guardie e ladri, ma non l'ho letto), che si intitola La memoria dei ragazzi. 
Anche Sellerio, il magnifico Sellerio, sente la necessità di entrare nel rutilante mondo dell'editoria per ragazzi. 
La porta è sempre aperta, o forse sarebbe più giusto dire, spalancata, vista l'espansione del settore... 
E l'accesso attraverso quella porta, non lo si nega a nessuno. Men che meno a un editore così tanto interessante, così tanto raffinato, così tanto... tanto. 
In perfetto stile Sellerio escono piccoli libri - il formato è identico ai piccoli Sellerio blu, che costituiscono l'immaginario di ciascuno di noi, quando sentiamo il nome Sellerio, e occupano interi ripiani di librerie. Persino la carta ha la medesima qualità dei libri che appartengono a genitori e nonni. 
La grafica non cambia di molto, ma si movimenta e colora, tenendo conto che si rivolge appunto ai figli e ai nipoti di quelli che hanno comprato e letto i magnifici libri blu. Dei piccoli disegni in bianco e nero qui e lì, che non spostano nulla, ma stanno lì a dimostrare che non si sta tenendo in mano un Sellerio da grandi. 
L'altra costante sembrerebbero essere gli autori, almeno le prime due uscite pescano nel loro catalogo: Manzini e Camilleri. 
Il nome della collana, La memoria dei ragazzi, anch'essa si congiunge in modo diretto con il nome della collana dei libri blu, La memoria. 
Ecco. Ed è proprio questa parola "ragazzi" che mi fa riflettere. 
Scrivere per ragazzi. Scrivere per adulti. 
Col tempo e la militanza e con l'aiuto di altre belle teste che hanno scritto libri illuminanti in proposito, sono arrivata a concludere che scrivere buone storie per bambini non sia diverso, e men che meno più facile, che scrivere buone storie per adulti. 
Non è detto che se hai scritto buone storie da grandi, tu sappia farlo con eguale efficacia, scrivendo per bambini. 
Senza lungaggini, rimanderei ai 10 punti + 1 che emergono dalla lettura di un libro che di questo si occupa, La porta segreta. 
Tuttavia, in estrema sintesi, mi sentirei di ribadire che l'impegno e lo sforzo, la cura, l'onestà, il rispetto dell'intelligenza di chi ci legge dovranno essere spesi in egual misura. 
E qui, nella fattispecie, tali impegno e sforzo ecc ecc. andrebbero pretesi per la collana Memoria, tanto quanto per quella Memoria dei ragazzi. 
Anzi, possibilmente, lo sforzo dovrebbe essere maggiore perché un grande che scrive per un grande sa a chi si rivolge, mentre un grande che si rivolge a un piccolo, non può saperlo. 
Almeno non fino in fondo. 
E poi arrivano le domande sull'adulto che scrive per ragazzi: sarà capace, nel farlo, di silenziarsi e, in quanto adulto, astenersi dal dare ai suoi piccoli lettori buoni consigli sulla vita e su come viverla? 
Sarà capace di scegliere di mettere nelle sue storie quegli argomenti, quelle questioni che sono di fatto universali, e lo sono a tal punto da non lasciarci mai, neanche da grandi o da vecchi? 
Sarà capace di non cadere negli stereotipi o in una sua idea preconcetta di cosa sia essere piccoli in crescita? 
Sarà capace di non scimmiottare infanzie e adolescenze solo per blandire i propri lettori? 
O altrimenti, sarà capace di scriverne con cognizione di causa, ovvero premurandosi di verificare la propria onestà nell'attingere alla propria di infanzia/adolescenza e quindi volerne raccontare un po'? 
Ecco. Sarà capace? 
E dunque: è condizione sufficiente essere scrittore di fama per intraprendere, così come ha fatto con i grandi, una serie di racconti per ragazzi, che abbiano un vago gusto di quello che tanto era piaciuto alle madri e ai padri di detti ragazzi? 
No, non lo è. 

Carla