domenica 15 marzo 2020


IL BISCOTTO ZERO

Questa storia nasce a Cipro, in un tempo disteso. E precisamente in un supermercato di Nicosia davanti allo scaffale dei biscotti.
La marca, lo dico per i cultori, è Mr. Grand.
La prima scatola è stata comprata e mangiata direttamente sul posto, la seconda è stata importata in Italia. Ed essendo un pezzo unico, è stato ricoverato, per un tempo che è parso a tutti interminabile, nel cassetto delle riserve alimentari.
Poi una sera più buia delle altre la scatola è stata aperta. 


Con la consapevolezza che ogni morso avrebbe contribuito a estinguerne il sapore e dopo un pochino anche il ricordo, è stato elaborato un piano d'attacco per sanarne la futura mancanza, del tutto prevedibile da lì a poco.
I biscotti andavano riprodotti in laboratorio.
Il piano era restareacasa con l'intento di scongiurarne la scomparsa definitiva. 
All'esame dettagliato dei pochi elementi in possesso, ovvero la scatola, si è stabilita l'impossibilità dell'acquisto in rete.
Introvabili, come molti altri oggetti, al momento. 
Quindi si è passati alla fase due, ovvero l'analisi della voce συστατικά (ingredienti) sulla scatola: un blocco di 20 righe tutto scritto a corpo 1 e rigorosamente in greco. Manco fosse cinese...Impossibile isolarli, neanche al microscopio.
Cambio di strategia.
Le misure di contrasto si sono indirizzate altrove, ovvero alla fonte di ogni sapere: la rete. Dopo un'accurata ricerca su fronti linguistici anche differenti di ricette di biscotti, cookies, biscuits, galletas, Kekse che contenessero almeno due degli ingredienti principali - avena e miele - perché immortalati artisticamente sulla confezione di cui sopra, i risultati non sono stati soddisfacenti quanto si sarebbe auspicato. 
Era un biscotto unico, apparentemente.
Cambio di strategia.
Considerata la fortunata e recente realizzazione dei biscotti TATE's provenienti dagli USA e riprodotti anch'essi su ricetta originale del libro TATE's, e considerata la loro straordinaria bontà, e considerata la loro somiglianza con i biscotti ciprioti si è pensato di procedere in modo del tutto empirico, ovvero sostituendo alcuni ingredienti dei TATE's originali con il miele e l'avena di quelli ciprioti. 
L'infaticabile lavoro di calibrare le singole componenti ha comportato ben 4 diversi protocolli, durante i quali si alzavano o abbassavano, anche in modo impercettibile (si è reso necessario l'acquisto di una bilancia di precisione da laboratorio), le percentuali degli ingredienti.


In tutte queste 4 successive procedure si avevano a disposizione solo 2 esemplari di biscotti ciprioti - tenuti rigorosamente al riparo, in una sorta di quarantena - che costituivano il biscotto zero, da cui tutto era partito.
In conclusione, ma si può parlare davvero di fine?, si è arrivati a un risultato che può considerarsi la versione più vicina al biscotto zero.
O almeno così a me piace pensarla: il biscotto uno.


Questo è dunque un biscotto inventato, nato in un tempo lento, solitario e piuttosto silenzioso. Un biscotto che è fatto di quattro ingredienti principali, avena, miele, determinazione e speranza. Per questo si chiama (sono la madre, decido io): il celafaremo.

Ingredienti:
90 gr di farina d'avena
30 gr. di farina 00
100 gr. di burro freddo
60 gr. di zucchero di canna
75 gr. di zucchero
1 uovo
50 gr. di fiocchi d'avena tritati
40 gr. di miele
6 gr. di sale
7 gr. di lievito

Accendete il forno a 160°.
Mettete in una terrina le due farine, il sale e il lievito e mescolate con cura. Montate nel frullatore il burro a tocchetti con i due tipi di zucchero finché non otterrete una crema, aggiungete l'uovo sbattuto e mettete il composto con le farine quindi aggiungete il miele e i fiocchi d'avena che avrete preventivamente frullato e ridotto in polvere grossolana.
Il composto che otterrete è molto morbido e non manovrabile con le mani. Quindi usate due cucchiaini per fare delle palline, mucchietti informi, di impasto che disporrete a distanza di almeno 4 dita le une dalle altre sul foglio di carta forno, steso sulla leccarda.
Infornate e fate cuocere per circa 16/18 minuti (i mucchietti si saranno abbassati tanto da prendere la forma di cookies sottili) finché non raggiungono un bel color biscotto.
Sfornate i celafaremo e muoveteli solo da freddi; sono molto delicati da caldi e molto croccanti da freddi.
Celafarete.

carla

venerdì 13 marzo 2020

FAMMI UNA DOMANDA!


NASI DA RECORD


Bocche, occhi e ora nasi specialissimi, di cui molti animali sono dotati e che sono l’oggetto del nuovo originale repertorio zoologico da titolo ‘Zoodorato. Come sentono gli animali’, di Emmanuelle Figueras e Claire De Gastold, pubblicato da L’Ippocampo.
Si tratta quindi di un repertorio naturalistico che mostra alcune delle particolarità animali, dal punto di vista delle capacità olfattive: alcuni esempi sono noti, come l’abilità degli elefanti o dei cani, ma chi potrebbe attribuire un olfatto da record ad una chiocciola? O chi può conoscere i ‘gusti’ delle diverse specie di zanzare, che possono essere attratte, ad esempio, da odori provenienti da questa o quella parte del nostro corpo, come i piedi o le orecchie?
L’uso dell’olfatto può essere molteplice: dal riconoscimento individuale fra mamma e cucciolo, per esempio nelle pecore, o l’appartenenza ad un gruppo, le api di un alveare come un branco di lupi, l’odorato svolge una serie di funzioni fondamentali relative alla ricerca del cibo, al riconoscimento degli appartenenti alla stessa specie o allo stesso gruppo, la formazione delle coppie, l’individuazione dei percorsi da compiere, la marcatura dei territori. Insomma molti diversi aspetti importanti, che le specie animali affrontano in modo talvolta stravaganti, come il kiwi, dotato di un paio di narici proprio sulla punta del becco, che gli permettono di individuare sotto terra le sue prede, insetti e lombrichi.


Le curiosità sono tante, spiegate però con precisione e usando un terminologia adeguata; non c’è, insomma, la riduzione della variabilità animale ad una mera casistica di stranezze, o la sottolineatura comica per coinvolgere maggiormente lettori e lettrici, a discapito, ovviamente, della qualità dell’informazione che si sta fornendo.
L’immagine svolge una parte importante sia per illustrare i diversi animali che per svelarne i segreti, utilizzando il classico strumento dell’aletta che, alzata, mostra i segreti dei diversi animali. L’uso delle alette è spesso considerato, così come altri strumenti di cartotecnica, come tipici dei libri dedicati ai più piccoli, ma non è sempre così, basti pensare a ‘Zoottica’ o a ‘Il libro delle Terre immaginate’. Qui hanno proprio la funzione esplicativa, di rendere evidente quello che non si vede immediatamente. 


L’immagine domina la pagina, il testo è relegato a fondo pagina o in riquadri contornati da un bordo nero forse un po’ troppo evidente, e si muove fra realismo ed ironia, suggestioni e divertimento, sfruttando, di volta in volta, le caratteristiche di ciascuna specie.
E’ un libro quindi, che, a livelli diversi, può essere apprezzato da lettrici e lettori dai sette anni in poi, riuscendo interessante anche ai più grandicelli. Ed è, come spesso i libri di questo editore, curato in ogni aspetto, a partire dalla traduzione, per finire con la riproduzione delle immagini, l’impaginazione, la qualità della carta.

Eleonora

“Zoodorato. Come sentono gli animali”, E. Figueras e C. De Gastold, L’Ippocampo 2020


mercoledì 11 marzo 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


CHONI, CHANNA, NECHUNIA E GLI ALTRI

Un invito fatale. Una storia dal Talmud, Shoham Smith, Einat Tsarfati
(trad. Shulim Vogelmann)
Giuntina 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Un uomo ricco chiamò il suo servo e gli disse: Servo! La prossima settimana darò una cena. Vai a invitare tutti i miei amici, anche i semplici conoscenti.
Il panettiere. Il venditore di stoffe. Il lattaio. Il medico. Il venditore di vasi. Il falegname. Il vinaio. Gli addetti alle terme che mi insaponano la schiena. Il calzolaio. Il casaro. E anche Nehorai, Iochai, Nitai, Shammai, Dostai, Yakov Ben Levì, Ishmael ben Azai, Gamliel Ben Nethanel, Shimon Ben Uziel, Yochanan Bar Yonathan, Choni, Channa, Nechunia, Chalafta Ben Prachaia, Yehuda Bar Akashia, Eleazar Ben Meir. Farò vedere a tutti chi è l’uomo più ricco in città!"


Stava per dimenticarsi il suo carissimo amico Kamtza. Ora l'elenco pare davvero completo. Lo affida al suo servo che però fa un grave errore. Il primo, ma non l'ultimo. Sbaglia un nome importante (non si stenta a crederlo) e così invece di recapitarlo al caro Kamtza lo consegna all'inviso Bar Kamtza. Costui, dopo un primo momento di stupore, immagina che il gesto sia dovuto a un tentativo di riappacificazione quindi non solo decide di andare alla cena, ma ci va con le migliori intenzioni e un regalo più alto di lui. Sulla soglia della ricca casa, l'uomo ricco non crede ai suoi occhi, vedendoselo davanti. Infuriato, lo caccia. Ma Bar Kamtza indugia. Vorrebbe davvero fare la pace e si offre, per restare, di pagare la sua quota. L'uomo ricco, punto nell'orgoglio, rifiuta e anche tutti i presenti non prendono in alcun modo le parti né dell'uno né dell'altro.
Stallo. Bar Kamtza insiste, ma l'uomo ricco non molla e lo fa rotolare giù per le scale, rimandandolo indietro.
Per Bar Kamtza è rabbia vera e doppia: nei confronti dell'uomo ricco per il modo con cui lo ha trattato e nei confronti dei suoi invitati che non sono stati capaci di prendere le sue difese. La rabbia porta spesso con sé la vendetta. Anche in questo caso.

Raccontato da una nonna, in una sorta di storia-cornice, con l'intento di tener buoni i propri nipoti litigiosi, questo racconto che arriva dal Talmud, più che dare risposte, genera domande.
E questo è già di per sé un bene.


La prima grande questione ruota intorno alla capacità o volontà che ha ognuno di perdonare l'altro. E poi in nome di che lo si vuole fare? Ragionare su quanto questo possa costare in termini di orgoglio e giudizi altrui. Tra Bar Kamtza e l'uomo ricco, prendiamo immediatamente le parti del primo. Il secondo è un uomo tracotante, fino all'ultimo respiro. E' facile schierarsi, eppure. Eppure.
La lunga serie di invitati che assiste in silenzio al dialogo tra i due, non si pronuncia. Ed ecco la seconda questione che il libro pone. Tu da che parte stai? E quali sono le ragioni che ti fanno pendere da un lato piuttosto che dall'altro? La dozzina di personaggi rigorosamente in silenzio dà espressione al pensiero ad altrettante diverse posizioni, secondo una gamma di sfumature che metterebbero in crisi anche un filosofo.
E terza, ma non ultima, questione si pone riguardo alla scelta finale del Bar Kamtza ferito, nell'orgoglio e nel corpo. E anche di questo se ne potrebbe parlare per intere mezze ore.
A chiudere la questione delle questioni è la nonna stessa che, rivolgendosi ai nipoti ex belligeranti, esige da loro una morale.
Ecco. Mettere in mano il Talmud - seppure raccontato con l'acume e la leggerezza del fumetto da Shoham Smith - a Einat Tsarfati, significa necessariamente dargli un brio pop del tutto inaspettato.
E' così che si affaccia l'altro grande pregio di questo libro, l'aver affidato l'illustrazione a un'artista così originale e folle. Non solo è stata grandiosa l'idea, ma è altrettanto geniale e portentosa la declinazione che la Tsarfati dà all'intera vicenda. A partire dai suoi personaggi stilizzati, cetrioli con occhi naso bocche e gambette e braccina fragili, fino ad arrivare ai raffinati disegni dei decori della festa o della villa, fenicotteri inclusi.


Ironica in mille occasioni - dai villosi toraci che fuoriescono rispettivamente dal telo da bagno dell'uomo ricco e dal pigiamino di Bar Kamtza, fino alle diverse attrazioni della festa, danzatrici del ventre o zucchero filato compreso. 


Meravigliosa la tigre zerbino, vessillo di potere ostentato.
A tutto questo si aggiunge il colpo di genio finale tutto picassiano, allusione figurata di quanto la vendetta con i suoi esiti distruttivi sia portatrice del Male, quello con la M maiuscola.
Raffinata e pop sulla stessa pagina. Ricercata nel pattern (dalle vetrate al pigiama) e in generale dei decori, pop nella scelta dei colori che del contrasto fanno la loro forza. Dal blu profondo della notte, di alcuni fondi, e del magnifico palazzo, all'arancio, al giallo fino al rosa schocking dilagante e dominante: dai fenicotteri alle palme disposte in duplice filar.


Ancora una felice conferma per la Tsarfati che già aveva dimostrato grande stoffa e un bel po' di cose da dire ne I miei vicini.
Ah, Parpar una collana con diverse perle.

Carla

lunedì 9 marzo 2020

FAMMI UNA DOMANDA!


GENI INCOMPRESI


E’ un facile doppio senso, quello che vi sto proponendo: infatti, i libri che vi segnalo parlano di genetica e, in parte, di evoluzione. Argomenti non facili, ma che richiedono una terminologia specialistica e la spiegazione di meccanismi non proprio lineari.
Il più ‘tradizionale’ è ‘Sulle tracce del DNA’, di Claudia Flandoli, autrice di fumetti, ma biologa di formazione, che propone un percorso didattico volto alla comprensione dei misteri della genetica attraverso il linguaggio visivo dei fumetti. C’è una parte narrativa in cui due gemelle affrontano il periglioso viaggio all’interno della cellula per arrivare al nucleo e quindi al DNA, e ci sono parti riassuntive che schematizzano quanto raccontato in precedenza. Il pretesto narrativo non è nuovo, quello di un viaggio all’interno del corpo, in questo caso all’interno dei suoi componenti più piccoli ed essenziali; vengono così descritte parti della cellula, le diverse funzioni che presiedono alla replicazione del DNA, per poi raccontare come le istruzioni contenute nella doppia elica diventino caratteri morfologici.
Si entra molto nel dettaglio e le informazioni, per quanto chiare, sono di una certa complessità. Richiedono quindi un lettore e una lettrice quanto meno delle scuole medie. Sicuramente, la scorrevolezza del testo, l’uso di un linguaggio discorsivo, con una traccia narrativa, aiutano a rendere poco accademico il discorso, senza però perdere in precisione. E’ un esperimento interessante che che appartiene al filone sempre più interessante di una divulgazione non più ‘infantile’, ovvero basata sulla semplificazione, rivolta a ragazze e ragazzi di oggi che hanno a disposizione un mare di informazioni, magari mal assortite.
Se, dunque, questo libro si rivolge direttamente ad un pubblico con un percorso scolastico alle spalle, un’altra collana, questa volta dell’editore Nord-Sud, affronta tematiche analoghe, ma rivolgendosi a lettori bambini: si tratta della collana ‘Futuro genio’, curata da Carlos Pazos, di cui parliamo dei volumi dedicati rispettivamente a ‘Genetica’ vedi qui  ed ‘Evoluzione’ , che ci spiega, ad esempio, come le odierne galline discendano da un certo tipo di dinosauri.


Si tratta di volumetti di piccole dimensioni con poco più di una ventina di pagine, in cui con grandi immagini e testo ridotto si esprimono sinteticamente gli stessi concetti importanti di cui ho parlato prima: la struttura della cellula, il DNA, i cromosomi, le mutazioni, che poi sono al centro dell’esposizione del volumetto dedicato all’evoluzione. Molto della spiegazione è affidato alle immagini, mentre il testo, pur essendo ridotto all’essenziale, non elimina termini specialistici.
Darwin benedirà questi testi che in modo così semplice rendono familiare quei concetti per i quali tanto si è combattuto. La mia unica perplessità riguarda la possibilità di spiegare compiutamente concetti astratti che non hanno una traduzione materiale, in oggetti o esperienze con cui i bambini possono avere a che fare. Immagino, però, che possano diventare utili strumenti nelle mani di insegnanti e genitori volonterosi. Da sperimentare.

Eleonora

“Sulle tracce del Dna”, C. Flandoli, Editoriale Scienza 2020
“Genetica” e “Evoluzione”, C. Pazos, Nord-sud 2019

venerdì 6 marzo 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


BEN FATTO

L'uovo, Britta Teckentrup (trad. Sante Bandirali)
Uovonero 2020


ILLUSTRATI

Un uovo è fragile e robusto al tempo stesso; 
è ordinario e straordinario.
Per il cervello umano, la perfetta continuità della curvatura è la forma più piacevole che esista.
Anche se un uovo può dare un'impressione di fragilità, ha una struttura molto solida."

E questa solidità deriva proprio dalla sua forma. Un po' come succede con l'arco in architettura, entrambi - arco e uovo - sono in grado di sostenere pesi consistenti. Un uovo può non rompersi sotto il peso di un grosso libro, purché messo accuratamente su una delle due estremità. Per la loro bellezza, ma anche per scopi più strettamente scientifici, le uova sono state oggetto di interesse di molti collezionisti, a tal punto che in Gran Bretagna, per evitare che si mettessero in pericolo le diverse specie di uccelli, nel 1954 ne è stato bandito il collezionismo.
Per forma, per colore, per dimensione, per struttura l'uovo rappresenta da sempre un simbolo di perfezione.


Sia che nasca, più grosso e di un bel turchese, nel nido di un pettirosso americano, sia che sia più piccolo e tutto a puntini bruni e quindi appartenga al pettirosso che noi tutti vediamo sui nostri davanzali, l'uovo è portatore di bellezza e di vita.


Dal più piccolo di colibrì al più grande di struzzo, l'uovo è un concentrato di funzionalità. Cambia colore a seconda delle necessità, cambia forma a seconda dell'esigenza di non rotolare troppo con il rischio di frantumarsi da una scogliera. Per non parlare dell'energia vitale di cui è portatore.
Deposte in nidi tra loro anche molto differenti, ma sempre molto funzionali, e quindi accudite con attenzione dai genitori, oppure lasciate in grandi colonie a cavarsela da sé, le uova diventano prole e quindi garanzia di mantenimento della specie. Non solo per gli uccelli, ma anche per gli insetti e i rettili e un paio di altri animali strani.

Probabilmente dipende dal fatto che l'uovo più di qualsiasi altra forma in natura rappresenta la perfezione (ben più del noto cerchio, da cui di solito non nasce nulla), ma è un fatto incontrovertibile che in questo libro non ci sia nulla che non sia al posto giusto.
Come in un uovo ben fatto.
Non suona azzardato dire che anche lui, come l'uovo, ha una sua armonia interna, un suo equilibrio delle parti che lo rende perfetto allo sguardo.


A partire dalla copertina che è un capolavoro di purezza e nello stesso tempo un avviso nei confronti di chi aprirà il libro, per quanto riguarda la particolarissima tecnica che contraddistingue i libri migliori della Teckentrup.
Si tratta di un lento procedimento che alterna la manualità alla tecnica digitale. Dal collage fatto a mano crea dei monotipi, con diverse texture, che poi vengono ritagliati e rielaborati al computer. Quella che superficialmente potrebbe sembrare una banale tecnica di colorazione a spruzzo è invece il frutto di un meticoloso lavoro su colori e carte preziose e sempre diverse. 


Il primo risultato che si ottiene è la superficie vibrante. Si noti l'ombra e la lumeggiatura che danno corpo e la porosità della superficie che è palpabile.
E tutto questo è ancora e solo nella copertina.
Perfetta la sua sensibilità per la gamma cromatica che non pesca mai tra colori che possono considerarsi convenzionali, quanto piuttosto tra le mezze tinte, generalmente ignorate dall'editoria per l'infanzia.
Perfetto sembra anche il tono del testo che dà informazioni con una leggerezza e un lessico di completa accessibilità, pur non cadendo mai nella banalizzazione.
Tutto ciò che viene descritto si serve di una nomenclatura rigorosa, ma trasparente. Esattamente così dovrebbe essere il linguaggio con cui parlare e scrivere all'infanzia.
Tomi Ungerer che, per tutta la vita, ha combattuto per non svilire l'intelligenza dei bambini e che ha fatto vere e proprie crociate contro la banalizzazione del lessico, tuonava dicendo: non fiore, ma nontiscordardimé, non albero, ma frassino, non fucile, ma schioppo, non carretto, ma calesse... E allora ben venga il pigmento al posto del colore, i pori al posto dei buchini, la cuticola al posto della pellicola.
Perfetto nel suo essere ovale è anche il percorso che la Teckentrup fa intorno all'argomento uovo. 
Secondo una sistematicità tutta (anglo-)sassone prima si occupa delle uova in sé - forme e colori, abbinandoci l'animale produttore, sviluppo interno; quindi si allontana da un centro ideale per andare a vedere le singole tipologie di nidi, tempi e modi di cova, per poi ritornare di nuovo sull'uovo, ovvero sulle sue innumerevoli declinazioni nell'ambito delle arti.


Ultima perfezione sta nel formato, ancora una volta coraggiosamente consistente, per non lasciare niente di non detto. E nella carta.
Un formato e un tipo di carta che la Teckentrup, nei suoi libri più interessanti (Alle Wetter, e Worauf Wartest Du?) sembra voler privilegiare.
Un formato e una carta che parrebbe escludere nella manipolazione autonoma mani piccole piccole ma che si offre volentieri a menti grandi grandi.
DA-NON-PER-DE-RE.


Carla




mercoledì 4 marzo 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


FANTASMI DA PAURA


Negli ormai sempre più frequenti ‘ripescaggi’ letterari è capitata anche la scrittrice statunitense Mary Downing Hahn, autrice prolifica e molto apprezzata nel suo paese in particolare per le ‘storie di paura’ destinate ai ragazzi.
Mondadori ora pubblica un suo libro del 1986, ‘Quando Helen verrà a prenderti’, classica storia di fantasmi, che ripercorre con efficacia alcuni topoi del genere.
Già l’inizio preannuncia l’incipiente dramma: una famiglia allargata, una madre con due figli del precedente matrimonio, sposata con un vedovo con una scorbuticissima figlia di nome Heather, vanno a vivere in campagna , prendendo possesso di una vecchia chiesa. Se questo non è di per sé perturbante, lo è avere nei pressi i resti di un vecchio cimitero, fra cui spicca una lastra tombale dedicata ad una bambina, di nome Helen, lì sepolta da più di un secolo. I giorni trascorrono tutt’altro che sereni, con striscianti conflitti in famiglia innescati dalla inquietante Heather, sempre più attratta dal cimitero e da una casa diroccata che sorge lì vicino.
La sorellastra Molly sospetta che ci sia qualcosa di strano: guarda caso la casa diroccata è stata segnata da un tragico incendio in cui sono morti i tre membri di una famiglia, di cui faceva parte la piccola Helen, ora sepolta da sola nel vecchio cimitero.
Anche la madre di Heather è morta in un incendio e le somiglianze non finiscono qui.
Molly, la protagonista che racconta la vicenda in prima persona, comincia a notare eventi inquietanti fino a vedere il fantasma di Helen che parla con la sorellastra. Nessuno, naturalmente, le crede, mentre la piccola Heather continua ad evocare il temibile arrivo della gelida Helen. Fra oscure minacce e presentimenti, in un crescendo prevedibilmente drammatico, la vicenda corre verso la scena finale, in cui tutto si chiarisce, portando pace nelle famiglie dei vivi e dei morti.
Dunque, ci troviamo di fronte ad una storia fondata sul mistero, sulla sottile linea di demarcazione fra realtà ed immaginazione. Ma questo non è un dramma psicologico, è una verace storia di fantasmi, in cui questi svolgono un ruolo fondamentale proprio per il loro essere ‘reali’: dal fantasma senza pace della piccola Helen arrivano non solo sussurri gelidi, ma anche trappole mortali, un lucido progetto per far condividere la propria sorte alla bambina di turno.
Come ogni buona storia di fantasmi, c’è un mistero che va svelato, in cui affonda le radici il presente: lo scioglimento dei nodi che ancorano il fantasma al presente riguarda proprio il passato.
E anche questo rientra nel consueto legame fra colpe passate ed espiazioni fantasmatiche.
Quello che, in tutto questo, regge meno è il finale, che non solo catarticamente consente lo svelamento delle colpe e dei peccati, nel passato come nel presente, ma consente l’immediata ricomposizione di tutti i conflitti, di tutte le incomprensioni. Troppo semplice anche per un lettore o una lettrice poco esperti.
Peccato. Una storia ben costruita, con un solido ritmo e una trama avvincente, cade su un finale che oggi vorremmo più interlocutorio, forse meno assertivo.
E’ comunque una lettura coinvolgente per gli amanti delle storie di paura, da leggersi con le luci ben accese, a partire dagli undici anni.

Eleonora

“Quando Helen verrà a prenderti”, Mondadori 2020


lunedì 2 marzo 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


L'ORSO PLASTICO
La notte in bianco dell'orso polare, Bouke Billiet, Marjolein Pottie
(trad. Laura Pignatti)
LO éditions 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"'Uffa ... non riesco a dormire' dice l'orso bianco. Apre piano piano un occhio per vedere se è vero... e sì, è proprio sveglio.
Rassegnato, si tira su dal letto ed esce di casa, trascinandosi dietro la sua copertina.
Cammina da un po' quando scorge un puntino nero che si muove. È la volpe artica, che si dimentica sempre di incipriarsi il naso prima di andare a caccia.
'Oh Volpe, non riesco a dormire....'


La volpe non riesce proprio a immaginare come possa succedere. Lei dorme sempre benissimo, avvolgendosi nella sua folta coda. Non saprebbe cosa altro consigliargli. L'orso ce la mette tutta, ma la sua codina non è utile per avvolgersi e l'unica cosa che ottiene è un gran giramento di testa. Quando incontra la lepre la domanda è la stessa e la lepre, a pagamento, gli dispensa un altro consiglio inutile. E poi con le sorelle galline che gli parlano di cose impossibili da avere: latte caldo, lenzuola pulite e lucina sul comodino... Per non parlare della marmotta che, ovviamente dorme della grossa e non è di nessun aiuto. 
Nessuno, ma proprio nessuno sa dargli un consiglio utile. 


Lui le prova tutte, ma senza successo. Ormai stremato e con le idee piuttosto confuse, torna a letto e prova a ricordare tutti i diversi consigli che ha raccolto e, nell'enumerarli, magicamente prende sonno.

La cosa che più colpisce di questo libro è tutto quel bianco dell'orso polare e tutto quel nero della notte artica, tutto quel turchese e rosso che saturano il resto.
Immediatamente dopo, colpisce le rotondità del segno di contorno nero che entra in conflitto con la regolarità della copertina che non fa mai una piega.
A seguire colpisce le capacità plastiche dell'orso stesso e quindi della sua disegnatrice che pare molto brava nel disegnare lepri esose e fenicotteri addormentati.
Colpisce anche il fatto che i colori scelti sono di fatto solo quei quattro che però messi insieme sono bellissimi da guardare.
La cosa che colpisce di meno è la storia, dal finale un po' debole. Tuttavia alcune idee divertenti la rendono piacevole per tutto il suo dipanarsi.


A parte il sempre vincente schema a ripetizione di uno stesso frame narrativo - ovvero l'orso che va girando per il polo chiedendo sempre la stessa cosa a diversi abitanti del luogo - che con i bambini più piccoli è garanzia di successo, si possono aggiungere una serie di grazie che la vivacizzano: il non sense dell'occhio che si apre per vedere se si è svegli, la delicatezza dell'orso nei confronti dell'efemera, l'imbattibilità della marmotta, certa idiozia delle galline, il proverbiale mutismo del pesce. 


Cose così.
Ma se è soprattutto merito del disegno il valore del libro, sarà bene vedere un po' più nel dettaglio dove questa forza si esprime. 
Nella capacità di saper disegnare un orso polare e di saperlo fare piuttosto bene, visto che lo vediamo in un buon numero di posture tutte diverse e non necessariamente facili, ma sempre molto plastiche. Alcune sono vere e proprie posizioni da ginnastica posturale, altre sono al limite dell'acrobazia. Per tutte però è fondamentale la relazione con l'insostituibile copertina che di volta in volta diventa mascherina sugli occhi, berretto da notte, panciera, scialle, copertina (sempre troppo corta), tappetino da palestra. Coprotagonista a tutti gli effetti con l'orso insonne, la copertina con i funghi rossi nell'ultima pagina silenziosamente, come solo i disegni sanno fare, si spegne anche lei per fare buio intorno al sonno riconquistato. 


Ma a parte la grazia dell'orso sinuoso e della sua coperta diritta, vanno notate qua e là altre sottigliezze: la neve nel titolo, gli occhi cerchiati, le occhiaie da sonno, le guance con il rossore, le coppe vinte, le ante in prospettiva e la montagna di z che riempiono i risguardi e segnano il profilo dell'orso finalmente addormentato.

Carla


Noterella al margine. Frutto di un soggiorno nella residenza artistica di Björköby che poi è quella bella casetta rossa, che fino a due pagine prima credevamo fosse la residenza dell'orso...

venerdì 28 febbraio 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


LIBRI PER TUTTI


Un gustoso pamphlet dedicato alla letteratura per ragazzi è firmato da Katherine Rundell, nota autrice inglese, per i tipi della Rizzoli; ‘Perché dovresti leggere libri per ragazzi anche se sei vecchio e saggio’ è un titolo che esprime già in sintesi la tesi contenuta nel testo.
La Rundell, con uno stile asciutto e ironico, esplicita quello che in tanti e tante pensiamo, che sia ora, cioè, di accantonare i pregiudizi relativi alla letteratura per bambini e ragazzi, che la relegano in una nicchia di addetti ai lavori e di lettrici e lettori in erba.
Il testo della Rundell non vuole essere e non è un saggio di critica letteraria o di storia della letteratura; propone, viceversa, una serie di argomenti a sostegno dell’idea di fondo, così chiaramente espressa nel titolo. L’argomento più immediato, e facilmente condivisibile, è che un bel libro per ragazzi è un bel libro e non necessita di limitazioni, e questo è immediatamente evidente per il corpus, ricchissimo e articolato, delle fiabe, o per i grandi classici della letteratura per ragazzi, che riletti in età adulta mostrano nuovi tesori. Così come è vero che leggere un albo o un romanzo rivolto ai più giovani dà corpo e voce al bambino o bambina dentro di noi. Ma qui credo che l’autrice colga con acume non tanto l’aspetto più legato al fantastico, all’immaginazione sfrenata: ‘ ..si torna alla letteratura per ragazzi quando si vuol provare incanto, fame e brama di giustizia’. E proprio questo è il punto che mi preme sottolineare: non è certo un lieto fine disneyano quello che ha in mente la Rundell, quanto il nocciolo passionale, l’indignazione, il bisogno di lottare contro le ingiustizie, nella veste di arcigne matrigne o di istitutrici tiranniche. E’ quel furore che non conosce ancora la rassegnazione, il compromesso, la diplomazia, ma che si schiera armi, metaforiche o reali, in pugno contro i potenti, gli usurpatori, i traditori.
Quanto è importante tener viva questa brama, questo furore, per non cadere nell’opportunismo cinico e, in fondo, disperato! Le storie per ragazzi dicono che ce la possiamo giocare, questa nostra difficile partita, che possiamo provarci, che non è ancora detta l’ultima parola.
Ma è anche fame di conoscenza, di trasformazione, di cambiamento. L’immaginazione si oppone allo scetticismo, apre le porte al possibile, consente all’adulto di indossare nuovamente quelle lenti che rendono il mondo straordinario e spaventoso nello stesso tempo.
C’è un aspetto che l’autrice non mette a fuoco in modo particolare ed è la condivisione di queste letture con bambine e bambini, ragazzi e ragazze. Pensiamo di conoscerli e solo quando si esprimono con maggiore consapevolezza ci rendiamo conto, come adulti, di non conoscerli così bene; condividere con loro la noia, l’indignazione, lo stupore, la partecipazione alle vicende di questo o quel personaggio è come entrare in punta di piedi nel loro mondo, tessendo un filo molto resistente, capace di sopravvivere a qualsiasi lontananza.
Per tutto questo e per molte altre ragioni, vorrei che leggessero questo libretto, così denso e divertente, le/gli insegnanti che condividono con me il percorso dei circoli di lettura e quelle mamme coraggiose che hanno colto questa opportunità.

Eleonora

“Perché dovresti leggere libri per ragazzi anceh se sei vecchio e saggio”, K. Rundell, Rizzoli 2020


mercoledì 26 febbraio 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


L'INFANZIA È COME L'ACQUA

La buca, Emma Adbåge (trad. Samanta K. Milton Knowles)
Camelozampa 2020


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Il mio posto preferito di tutta la Buca è la Grande Radice.
Là si può giocare a qualsiasi cosa: a mamma orsa, a capanna, a nascondersi, al negozio...a tutto.
Una delle piccoli radici che spuntano dalla Grande Radice è tutta liscia e lucida. Da quante volte l'abbiamo afferrata per arrampicarci, si è tutta consumata. Come una maniglia.
I grandi odiano la Buca."

La Buca è accanto al giardino di scuola ed è nata quando hanno portato via un gran mucchio di ghiaia. Ora ci sono cresciute le piante e ci sono delle parti in cui c'è una riserva inesauribile di fango giallo. Appena suona la ricreazione tutti vanno alla Buca e non è necessario fare tutti lo stesso gioco.
 

È buona per scivolare, per arrampicarsi. Ma i grandi, le maestre Eva in testa, pensano che sia pericolosa. Da oggi c'è una nuova regola: vietato è entrare nella buca, ma il bordo è ancora lì a disposizione. Il Bordo, con il suo precipizio a un passo, è quasi più bello della buca. Ma i grandi, le maestre, Eva in testa pensano che si pericoloso. Da oggi c'è una novità: è sparita tanto la Buca quanto il suo Bordo. Riempita di terra, ora è una bella spianata piatta. I giochi nel giardino non sono altrettanto divertenti, palloni sgonfi, altalene cigolanti. Noia! Ma a ben guardare dall'altra parte dello spiazzo c'è un mucchio fatto di ghiaia, sabbia e sassi. Fine della noia! È buono per arrampicarsi, per spenzolarsi, per scavare. Il Mucchio è più divertente del Bordo e della Buca messi insieme. E domani si ricomincia.

Due dei criteri che di solito non tradiscono nella scelta di un libro per l'infanzia hanno entrambi a che fare con l'infanzia.
Il primo riguarda direttamente il tipo di infanzia che essi raccontano. Qui vale la legge della memoria, dell'amarcord, della rêverie e dell'osservazione dal vero, il tutto condito con un po' di sensibilità umana.
Il secondo è un po' più ambiguo e riguarda la relazione eventuale tra grandi e piccoli all'interno della storia. 


Questo secondo va un po' spiegato. Statisticamente (vent'anni di letture) i libri dove i grandi sono assenti, o si sono fatti da parte, o fanno sostanzialmente da 'tappezzeria' sono di solito libri ben fatti, che funzionano. A questi vanno aggiunti tutti quei libri che raccontano con onestà l'esistenza di una certa frizione, o contrasto, o distanza di vedute tra grandi e piccoli.
Va da sé che in questi libri l'adulto che scrive lo fa in una modalità non giudicante, onesta appunto, e spesso anche ruvida e scomoda per se stesso e per tutta la categoria di appartenenza.
La buca appartiene a pieno titolo a questa categoria di storie. Ci sono dei ragazzini e delle ragazzine che si creano in assoluta autonomia un loro personale campo di gioco, fatto di niente, ovvero fatto con quello che un pezzo di giardino può offrire: terra, radici scoperte, rami rotti e fango. Poco interessa loro il gioco tradizionale, fatto secondo regole, dondolarsi sull'altalena o dare calci a palloni sgonfi.
E gli adulti dissentono, proibiscono, esercitano tutto il loro potere.
Il risultato qual è? Lo stesso che si ottiene quando si tenta di dire all'acqua dove andare. I bambini e le bambine del Nord, nipoti di Emil e Pippi, come l'acqua vanno piuttosto dritti per la loro strada o sanno trovare una strada alternativa e se un grande diventa un ostacolo, allora occorrerà aggirarlo. 


Ed è esattamente quello che accade qui: i grandi rappresentano l'ottusità di pensiero, la caparbia convinzione di sapere in anticipo come andranno le cose - tutte le volte smentiti dai fatti che i ragazzini e le ragazzine non possono ignorare. L'evidenza viene sistematicamente smentita e alla lecita domanda sul perché delle scelte, i grandi fanno l'ennesima pessima figura, trincerandosi dietro l'odioso quanto inutile 'perché sì' che è tutto meno che una risposta.
Nel frattempo i bambini eleggono di volta in volta il loro campo di azione, dandogli ogni volta dignità e importanza, con quella lettera maiuscola, inequivocabile: la Buca, il Bordo, il Mucchio. 


Brava a raccontare questa gemella di casa Adbåge e a farlo tanto a parole, ben tradotte dalla Milton Knowles, quanto a disegni. Così perfettamente connessi con il panorama della giovane illustrazione svedese che parecchio deve alla Lindström per tipo di inquadratura, per linea chiara, per quella caratteristica distorsione delle figure. Ma, volendo allargare il cerchio, si notano legami con il panorama più ampio scandinavo, da Torseter alla Maijala, attraversato sempre da tanta leggerezza e spontaneità di segno. Brava, bravissima nel lavoro di impaginazione del testo all'interno dell'immagine; brava bravissima nel ritmo e nella libertà di movimento e nella scelta di una dominante cromatica, che può essere a pieno titolo eletta come personaggio a sé: la terra su cui l'infanzia corre e scorre.


Carla