lunedì 10 gennaio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

VIVERE LEGGERI

Quella mattina sono partito, Barroux (trad. Maria Pia Secciani)
Edizioni Clichy 2021 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Mi sono detto: 'Ho bisogno di cambiare aria! Forza facciamo i bagagli!' Tre paia di calzini, un coltello svizzero, una scatola di fiammiferi, un kit di pronto soccorso, una macchina fotografica, due rotoli di carta igienica, una mappa, uno spray antizanzare, una racchetta da tennis, un guanto da doccia, un asciugamano, una forchetta, una borsa termica, la crema solare, un cappello, un taccuino e una penna, un paio di occhiali da sole, una tazza, due bottiglie di acqua minerale, un sacco a pelo, un ombrello, un fucile per proteggermi dagli orsi, una saponetta, una tenda un telefono, una sveglia, un maglione pesante, un costume da bagno, tre paia di mutande, un paio di guanti, una sciarpa di lana, una zanzariera, due paia di pantaloni, una corda, un pettine, le pinne, dentifricio e spazzolino. Ho messo la chiave sotto lo zerbino e, senza voltarmi, sono partito, guardando sempre dritto davanti a me." 

Con uno zaino che, come era prevedibile, è molto più grande di lui, si mette in viaggio. Arriva davanti all'oceano e l'acqua è tempestosa e scura, il vento fortissimo gli strappa di mano la mappa. Il primo incontro avviene con un uomo che è seduto all'ombra di un albero e che lo rassicura di essere sulla strada giusta per andare da quella parte. A lui regala la tenda e anche la macchina fotografica non riesce a rimetterla nel bagaglio. Il viaggio continua. 
Il secondo incontro - si guardano dritto negli occhi - è con un orso nella foresta scura attraversata da un fiume. Il fucile che ha tolto dallo zaino, però non lo punta contro l'orso, ma lo dimentica ai piedi di un albero. Il viaggio prosegue. 
E anche nel villaggio assolato scambia tre pezzi del suo bagaglio per un succoso grappolo d'uva. Giorno dopo giorno, passo dopo passo, attraversa il mondo e via via dimentica, regala, scambia tutti gli oggetti che rendevano pesante il suo zaino. Poi, come ha fatto anche Forrest Gump dopo aver corso per 3 anni, 2 mesi, 14 giorni e 16 ore, anche lui si ferma e decide che è arrivato il momento di tornare a casa. Sul fondo del suo zaino, da condividere una manciata di semi e un bel po' di cose da raccontare... 

Breve premessa: Barroux non è uno dei miei autori prediletti, da qui il silenzio sui suoi libri pubblicati in Italia, soprattutto da Clichy. Il tipo di disegno, l'uso del colore, ma soprattutto una qualche subordinazione delle storie raccontate nei confronti dei temi trattati, circostanza questa che più di una volta mi è parso di percepire, sono in sostanza le ragioni che mi hanno tenuta lontano da un autore, che, al contrario, è amatissimo in patria e in ambito internazionale. 
Qui le cose sono andate diversamente. 
Complice forse il tema che mi è particolarmente caro, oppure è dipeso dalla circostanza che personalmente ho sempre sulle spalle uno zaino di ragguardevoli dimensioni che contiene la maggior parte delle cose che potrebbero essermi utili nel corso della giornata: dallo spray contro le zanzare (estate e inverno) al power bank da un chilo, dall'Opinel francese con la punta tonda al coprisella impermeabile, fatto sta che questo libro l'ho guardato e riguardato per mesi, senza mai lasciarlo andare. 


La cosa che colpisce subito è il segno nero, largo, dato con grandi pennellate veloci e il colore dato a rapide campiture di acquerello; mi sembrano, a livello espressivo, molto più efficaci del consueto tratto a china che, come il bagaglio, svanisce strada facendo. Sembra quasi una contaminazione con il Barroux che illustra per i grandi, che lascia dietro i dettagli e la palette di colori consueta. 


Qui c'è una dominante, anzi due, in perfetto contrasto visivo fra loro: il verde che va dal petrolio del mare in tempesta al quasi nero del cielo di New York cui si contrappongono mille diverse varianti di arancione, delle montagne, del deserto, dei grattacieli.


Ma non solo. 
Il tema trattato, ovvero la relazione che abbiamo con gli oggetti e il loro spesso patologico desiderio di possederli e di averli sempre a disposizione, mi è parso altrettanto interessante e in qualche modo più originale e più intrigante rispetto ad argomenti come il peluche per vincere la paura o l'accoglienza di chi è diverso da te. 
Non che queste questioni non abbiano la loro rilevanza, ma è più difficile distinguersi dagli altri millemila libri che ne parlano e affrontare in 32 pagine la complessità della paura e dell'accettazione dell'altro senza cadere in troppo facili soluzioni e stereotipi. 
La questione che Barroux sottopone qui ai suoi lettori in realtà si sdoppia: da una parte c'è la partenza, il viaggio, l'andarsene con il comprensibile desiderio di 'cambiare aria', ma nello stesso tempo si delinea un sentimento molto comune che è quello di portarsi dietro 'la casa'. 


La questione, posta in questi termini, sembra dividere l'intera umanità in due parti, bambini compresi: da un lato coloro che vivono il viaggio come un salutare salto in leggerezza verso l'ignoto, e dall'altro coloro che invece, nonostante la bellezza della novità, patiscono il distacco dall'abitudine e dalla propria comfort zone. 
In passato, mi è capitato di discutere di questo anche con ragazzi e ragazze delle scuole medie e le risposte che mi arrivavano circa la programmazione di un ipotetico viaggio erano le più varie. 
Ma l'acme - che ha avuto anche un esito nei fatti - è stato raggiunto quando ho chiesto loro di preparare una valigia ipotetica e di portarla fisicamente a scuola. 
Si sono visti soprattutto zaini come quelli che Barroux mette sulle spalle del protagonista, e in alcuni sporadici casi bagagli poco più grandi di un beauty-case. 
Nessuno di loro aveva lasciato a casa il cellulare e solo due o tre il loro pupazzo dell'infanzia, o il loro talismano. 
Il tema, dunque, è caldo. 
Barroux si schiera e dà anche qui una sua proposta di soluzione, che vede il protagonista lasciare, cammin facendo, tutto quello che lui considera superfluo, anche se si fa fatica ad ammettere che una macchina fotografica e una tenda possano davvero considerarsi tali. 
Vero è che viaggiare leggeri, ma io direi meglio: vivere leggeri, è più stimolante e vivace che appesantirsi e faticare sotto il peso e il vincolo delle cose che possediamo e che ci rallentano nel cammino. Ne parlo con cognizione di causa.


La questione è: quante sono le persone che davvero ci credono e lo praticano? In un emisfero in cui possedere è spesso sinonimo di esistere, una riflessione del genere va davvero in controtendenza. Per questo portare i bambini, fin da piccoli, a ragionarci sopra, è cosa buona e giusta. 
Dopo un viaggio, presentarsi al mondo solo con un pugnetto di semi e tanti bei ricordi da raccontare e nient'altro (neanche una foto!) è una rarità, ma parrebbe essere forse la scelta vincente. 


Soprattutto per chi crede nella fertili novità che può riservare il futuro. 

Carla

venerdì 7 gennaio 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

I SEGRETI DI ACQUAMORTA


Ritorna la coppia di scrittori, composta da Fabio Geda e da Marco Magnone, già coautori della serie ‘Berlin’, con un nuovo ciclo di romanzi per ragazzi. ‘I segreti di Acquamorta’, ambientato sulle rive di un lago prossimo a Milano.
Protagonisti sono quattro ragazzi: Edoardo, Nadia, Rachele e Liaqat; hanno perso da poco un amico, Orfeo, di poco più grande, e ne continuano le battaglie in difesa dei più deboli e contro le ingiustizie.
Li affianca il vecchio maestro delle elementari, Leone, l’unico, fra gli adulti, disposto ad ascoltarli. Il modo con cui si manifesta la presenza di Orfeo è abbastanza inquietante; si tratta di improvvise visioni, che spesso forniscono indizi su delitti appena commessi.
In questo primo episodio, uscito per i tipi della Mondadori l’autunno scorso con il sottotitolo ‘Delitto al lago’, le indagini dei ragazzi riguardano la scomparsa di una giovane donna, che poi verrà ritrovata morta. Procedendo un po’ a tentoni, i ragazzi riescono almeno in parte a scoprire che la vittima stava con tutta probabilità indagando sulle attività della ditta per cui lavorava, ditta che guarda caso è implicata in un traffico di rifiuti tossici.
Sarà un cliché, ma il tema è decisamente attuale, e qui si sceglie una via narrativa ‘facile’, che possa avvicinare i più giovani alle diverse tematiche ambientali.
Le indagini proseguono fino a smascherare la ditta per cui lavorava la vittima: in una cava vicino alle sorgenti di un fiume, i criminali interravano tonnellate di rifiuti di vario genere, fra cui sostanze tossiche, in grado di inquinare le falde acquifere.
Per fortuna ci sono i nostri eroi, che riescono a smascherare le attività clandestine di questa ditta.
Come in importanti precedenti, Brian Selznick per intenderci, una parte della narrazione, le visioni, sono affidate alle illustrazioni tenebrose di Marta Bertello.
Si tratta, dunque di romanzi brevi, è già uscito anche il secondo, destinati ad avere un certo riscontro fra i giovani lettori: narrazione veloce, colpi di scena, indagini serrate e quel pizzico di sovrannaturale che rende la situazione più misteriosa. L’atmosfera un po’ dark, le pagine riquadrate in nero, le illustrazioni sulla gamma dei grigi, sicuramente sono in grado di attirare lettrici e lettori in cerca di mistero. Ma non c’è solo l’abilità dei due autori, esperti nella narrativa di ‘genere’, a rendere questa serie interessante: c’è una galleria di personaggi non banali, dal ragazzino più gracile che si allena per diventare un pugile, la ragazzina, figlia dei nomadi che gestiscono il parco dei divertimenti, divisa fra due culture. La ricostruzione d’ambiente mescola riferimenti reali a una toponomastica di fantasia, per cui ci si può vagamente orientare, ma senza identificare luoghi precisi. D’altra parte tutta la narrazione utilizza necessariamente l’intreccio di reale e fantastico, fondativo di tutta la storia. E’ anche apprezzabile la cura con cui l’oggetto libro è prodotto, con uno stile che lo rende riconoscibile.
Si tratta di una lettura scorrevole, divertente, adatta anche a lettori e lettrici anche non troppo allenati, a partire dagli undici anni.

Eleonora

“I segreti di Acquamorta. Delitto al lago”, F. Geda e M. Magnone, Mondadori 2021




mercoledì 5 gennaio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA SCIMMIA E BECKETT

La scimmia che si era persa, Luca Tortolini, Simone Rea 
Il castoro, 2021 

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"C'era una volta una scimmia che si era persa. Non si sapeva bene dove. Non si sapeva bene neanche come. Era una scimmia che si era persa. E bisognava assolutamente ritrovarla. Allora andarono a cercarla. Ma ovunque andassero la scimmia non c'era." 

L'urgenza di ritrovare la scimmia che si era persa era anche dettata dal fatto che proprio quella sera avrebbe avuto luogo IL GRANDE SPETTACOLO DELLA SCIMMIA, e senza di lei, sarebbe stato un bel guaio. C'erano già un sacco di biglietti venduti e così si sparse ancora di più la voce della sua scomparsa e tutti, ma proprio tutti, si misero in cerca. 
All'ora di inizio, il teatro era gremito, ma della scimmia nessuna traccia. Davanti al pubblico spazientito una voce annunciò che lo spettacolo non avrebbe avuto luogo perché la scimmia non c'era. 


Tutti, tranne una bimbetta paziente, se ne andarono molto seccati, oppure delusi, qualcuno era triste, per l'accaduto. Di lì a poco la scimmia però comparve sul palco del teatro vuoto, a parte la bimbetta sulla sedia in fondo. Per lei fece un bellissimo spettacolo, forse il migliore e lei applaudì felicissima, ma chiese anche alla scimmia di ripetere il giorno dopo lo stesso spettacolo perché lei ci avrebbe portato un suo amico a vederlo. 
La scimmia promise. 
All'indomani, all'ora esatta dello spettacolo, il teatro era di nuovo gremito, c'erano anche la bimbetta e il suo amico, ma della scimmia nessuna traccia. Ma una volta uscito il pubblico furibondo, solo due spettatori, anzi tre, si godettero la meraviglia, che - è cosa nota - solo pochi sanno vederla. 

E a proposito di meraviglia.
Una delle meraviglie che gli albi illustrati possono generare sta nella relazione che tiene insieme le parole e le immagini. Nella quasi infinita gamma di rapporto tra i due sistemi comunicativi si misura la differenza tra un albo e un libro con le figure, ossia quel particolare tipo di libro in cui le immagini si limitano a essere pure e semplici traduzioni visive della lingua testuale. 
La meraviglia, in questo caso, è quasi del tutto circoscritta alla qualità del disegno. Il che non è poco, ma attiene quasi esclusivamente all'estetica. E con certezza gerarchizza i due codici espressivi. 
Quando invece la lingua testuale ha la capacità di dire, o meglio, di non dire, il disegno si insinua e poi si espande e si gonfia a saturare tutto lo spazio che le parole non occupano. 
Per fare in modo che questo accada, quando sono due i progetti creativi distinti che collaborano su un unico libro, da una parte chi scrive il testo e dall'altra chi lo illustra, è necessaria una certa dimestichezza con il rispetto dello spazio altrui e la generosità. In altre parole, chi scrive deve saper creare un ambiente, quella che Shaun Tan in altri contesti chiama 'architettura leggera', e anche saper tacere al momento opportuno, facendo esercizio di modestia. Mentre chi disegna deve saper riconoscere quell'atmosfera data e accomodarcisi: un po' come andare a una festa con un abito adatto, senza perdere la propria identità.


L'ambiente che Tortolini crea è quello di una attesa quasi senza esito e di un sotteso senso dell'assurdo. Rispetto alla regola Beckettiana, qui la scimmia-Godot arriva, ma l'atmosfera della commedia dell'assurdo resiste imperterrita, in quel continuo cercare senza cercare e quindi anche senza voler trovare. 
Simone Rea, in questa atmosfera, ci si accomoda felicemente a tal punto da disegnare la scimmia anche nelle pagine in cui tutti la stanno cercando, senza vederla. 


L'architettura leggera di Luca Tortolini è insita nel grande mistero che attraversa tutta la storia e nella grande domanda finale. Ma non solo e ci torniamo subito. 
Emerge anche nel grande silenzio del testo circa i personaggi della storia: gli unici definiti sono la scimmia e la bambina (e il suo amico), su cui Simone Rea non ha alternative, a parte quella di antropomorfizzare il primate, mettergli infradito e maglioni a collo alto. Il resto del pubblico - e non si tratta di poca cosa - è principalmente nella testa di Simone Rea che costruisce un altro dei suoi bestiari magnifici (qui a matita) e lo fa agire in un contesto botanico degno di nota e che a me personalmente ricorda l'amatissima natura 'disegnata a memoria' della Crowther. 


All'illustratore è data carta bianca sulla costruzione delle tavole, singole o su doppia pagina, a lui la scelta dei colori e delle loro dominanze che, trattandosi di Rea, costituiscono un codice espressivo ulteriore. 


Luca Tortolini mette sulla pagina il grande mistero di questa attesa per qualcuno che non c'è perché si è perso, e Simone Rea ne approfitta e la declina a suo modo, facendoci capire che la scimmia non sembra particolarmente sperduta, quanto piuttosto consapevole di andarsene in vacanza. E non da sola. Quindi Simone Rea introduce qualcun altro su cui Luca Tortolini non aveva speso nemmeno un rigo. E questo gli permette di espandere la storia in una direzione inaspettata, forse anche per Tortolini stesso. Ed ecco la meraviglia. 
E ancora. Il regalo che il testo fa a tutti i lettori e all'illustratore, primo fra tutti i lettori: la grande domanda finale. 
Generosi sono i libri che finiscono con un quesito o con un immaginifico chissà. E bravo è quell'illustratore che in questa atmosfera di incertezza si accomoda, dando una sua personalissima risposta che ha il pregio da un lato di rimettere tutto in ordine, ossia di rassicurare gli animi di tutti coloro che sanno che le promesse vanno mantenute, ma nello stesso tempo dall'altro accende la meraviglia con luminose presenze che sconfinano nell'ombra e nel mistero di un bosco. 


Una buona storia non si deve fermare. 

 Carla

lunedì 3 gennaio 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IN FUGA


L’ultimo romanzo di Pam Smy, che ci aveva stupito con ‘Thornhill’, non ripercorre, qui, né la scelta stilistica delle due storie parallele, né l’inquietudine di una cupa storia di fantasmi, anche se questi ultimi, a un certo punto, compaiono anche in ‘Il nascondiglio’.
Il lato oscuro del romanzo, uscito pochi mesi fa per i tipi di Uovonero, non risiede nell’immaginario, ma in una concretissima storia di violenza familiare.
Il protagonista è Billy, ragazzino introverso, che vive con la mamma e il suo compagno; l’uomo, dai modi inizialmente affabili, costringe madre e figlio all’interno di una rete di controllo ossessivo, riversando poi sulla donna periodiche inesorabili violenze. Nulla è concesso ai due: nessuna vita sociale, nessuno svago, solo una vita maniacalmente ordinata.
Billy ha cercato di adeguarsi a questa vita. Cancellando ogni traccia della sua adolescenza. Il racconto della sua sofferenza è custodito in alcuni quaderni, opportunamente nascosti dietro i volumi di Harry Potter nella sua libreria.
Per il ragazzo è arrivato il momento di scappare: ha pianificato con cura la sua fuga, individuando in un bunker incuneato nelle mura di cinta di un vecchio cimitero un rifugio adatto ad accoglierlo, almeno per qualche giorno. Viene però sorpreso da un vecchio che si prende cura delle vecchie tombe; manterrà il segreto di Billy in cambio del suo aiuto nel lavoro. Billy acconsente, rassicurato dalla presenza del vecchio, mentre, a casa, la sua scomparsa ha dato origine ad una grande trasformazione. La madre, finalmente, trova la forza di denunciare il compagno e di accettare l’aiuto delle tante persone da cui si era isolata.


I preparativi del vecchio riguardano il due novembre, data della commemorazione dei defunti: in questa occasione, i fantasmi delle persone lì sepolte escono alla luce per incontrare nuovamente chi li ha amati e giace anch’esso in una tomba. Una sorta di festa in cui le madri possono ricongiungersi con i figli, le mogli con i mariti. Tutt’altro che presenze inquietanti, questi fantasmi costituiscono una storia nella storia, apparentemente sconnessa e che solo nel finale costruisce tutti i nessi necessari a giustificarne la presenza.
Anche in questo caso, Pam Smy è autrice dei testi e delle immagini, prestate ad una storia che non ripropone le atmosfere gotiche di ‘Thurnhill’, ma affronta in modo equilibrato il tema drammatico della violenza contro le donne. Così come, nella parte del romanzo dedicata alla storia familiare del vecchio, la malinconica descrizione dei preparativi per sistemare tutte le tombe, come fosse annunciata una grande festa, indulge ad atmosfere più fantastiche e consolatorie.
Le immagini con cui l’autrice introduce il tema della separazione fra vivi e morti, il rimpianto, la solitudine, la lontananza, non hanno la funzione narrativa, che invece era presente in Thornhill. Descrivono, suggeriscono, interpretano il testo, che alterna momenti cupi ed altri di relativa serenità.
Messo da parte il paragone con ‘Thornhill’, resta un romanzo che tratta con delicatezza il tema difficile della violenza sulle donne, anche se, come spesso accade ai ‘libri a tema’, si finisce col piegare la trama alle esigenze didascaliche di un racconto a tesi.
Si tratta comunque di una buona lettura, adatta a ragazzi e ragazze maturi, dai dodici anni in poi.

Eleonora

“Il nascondiglio’,P. Smy, Uovonero 2021




venerdì 31 dicembre 2021

ECCEZION FATTA!

 I NOSTRI FUOCHI D'ARTIFICIO 

CHE SPARIAMO NELL'ETERE 
PER FARE LUCE
PER FARE RUMORE 
PER FARE MERAVIGLIA 
 
Il meglio di... un anno di libri, un anno di ragionamenti,   
un anno di recensioni su Lettura candita.  
Per ogni libro, il nostro perché
(BUM!) 


Luglio 2021



perché

Imperdibile. Per svariate ragioni. La prima e la più evidente è la qualità della scrittura, che noi apprezziamo attraverso una traduzione impeccabile.
La seconda è il tono impresso alla narrazione: una leggerezza che prende forza dall'ironia e dalla comicità, a tratti surreale, ma nel contempo da una evidente partecipazione emotiva di chi scrive, nei confronti di tutti i suoi personaggi e riguardo alla questione di fondo. In una modalità di sospensione di giudizio, tutta nordica. Neanche un cedimento per tutte le trecento pagine.
La terza ragione che lo rende speciale è l'intreccio narrativo: anche qui nessuna debolezza, al contrario una tensione forte che sostiene la lettura. Un plot fitto fitto di fatti che si susseguono e si incastrano ad arte l'uno dopo l'altro, creando nella storia in sé una robusta rete di avvenimenti che sono la base solida su cui poggiano i piedi, loro, i personaggi. Questi, e credo sia la qualità migliore del libro, costituiscono una galleria molto varia di caratteri umani. Tutti a loro modo unici.



perché

Karol Ruth Silverstein ha una penna felice, la lettura scorre via veloce senza eccessi di enfasi, ma al contrario con meritevole leggerezza, fornendoci un realistico ritratto del mondo giovanile. Sono convinta che tante ragazze e ragazzi leggerebbero con piacere questo romanzo, che racconta la loro vita senza compiacimenti. Ma non so quante mamme e zie regalerebbero una storia così, con un argomento così difficile e con un linguaggio colorito, in cui il turpiloquio non è un’inutile volgarità, ma l’espressione di uno stato d’animo, di una effettiva impotenza di fronte ad un cambiamento così radicale.
Per questo, consiglio caldamente la lettura a ragazze e ragazzi dai quattordici anni in poi e la consiglio anche a quegli adulti che vogliano capire un po’ di più il mondo degli/delle adolescenti.


                                                Agosto 2021



perché

Il contrappunto, ovvero quel preciso rapporto dialogico tra testo e immagine costruito sulla distanza più che sull'assonanza, è evidente fin dal principio. Quello che vediamo e quello che sentiamo sembrano in apparenza armonici, mentre invece - proprio giocando sull'ambiguità costruita su un raffinatissimo montaggio di immagini - a lungo andare si separano, creando uno iato, che è il 'segreto' cui si alludeva prima. Un dettaglio fondamentale, a una prima lettura, tende a sfuggire, perché Smith, come ogni bravo regista, guida il nostro sguardo altrove, dove vuole lui.



perché 

Questo è un esempio di quel καλὸς καὶ ἀγαθός che rappresenta la filosofia sottesa all’opera di Renzo Piano: un bello che è buono, l’estetica unita all’etica. Il ‘bello’ che non è negato agli ultimi, alle periferie, ai paesi molto meno ricchi del nostro.
 Sono molte le riflessioni sul lavoro dell’architetto, del costruttore, contenute in questo libro ampiamente illustrato da Tommaso Vidus Rosin: il rapporto con il territorio, la scelta dei materiali, le soluzioni ardite anche quando sembrano irrealizzabili, la ricerca costante di armonia e misura, le cui idee erano così presenti nella cultura greca classica.
Sicuramente, proprio per le molte implicazioni concettuali, non è una lettura facilissima, ma può essere uno spunto interessante, stimolante per ragazzi e ragazze curiosi e attratti in particolare dalle tematiche della bellezza, dell’ambiente, delle città, magari in chiave ecologica. Parliamo quindi di ragazzi e ragazze dai dodici anni in su, possibilmente affiancati da genitori e insegnanti illuminati.

Settembre 2021



perché

A me che arrivo buona ultima su questo libro restano da fare solo due cose.
La prima: gioire che finalmente anche i bambini italiani possano avere questa meraviglia per le mani, una meraviglia piena di senso raccontata con parole e disegni di una chiarezza disarmante. Una storia che ruota intorno a un fatterello, ma che ha la potenza di un testo di filosofia morale. Sulle ragioni perché ci abbia messo quasi ottant'anni ad attraversare l'oceano, è meglio tacere. Gioisco della traduzione e della scelta del titolo che saggiamente slitta di poco rispetto all'originale, del fatto che nella copertina e nel frontespizio, come nella prima edizione americana, il nome di Ruth Krauss sia poco più grande di quello di Crockett Johnson.
La seconda: sostenere che i disegni e i testi possono essere considerati un canone, i primi per come sono distribuiti sulla pagina, per la loro estrema sintesi di segno e colore e nel contempo per la loro forte comunicabilità espressiva, piccoli dettagli nei gesti che si amplificano nel vissuto di ciascuno: quella mano interlocutoria della mamma, cui fa eco un testo possibilista, quella mano perentoria del fratello, cui fa eco un testo lapidario. 



perché

I testi sono di una chiarezza cristallina, nella loro semplicità e precisione, e sono accompagnati dalle belle immagini di Gioia Marchegiani, dettagliate quanto è necessario, ma anche evocative entrando nel testo per esprimere quello che il testo non può dire: che questo microcosmo non solo è importante, è anche pieno di bellezza.
L’immagine forse più evocativa è quella che domina la copertina, in cui la struttura evanescente di un alchechengi è resa in tutta la sua fragilità.
Credo che questo volume sia una delle migliori uscite della notevole collana PiNO, che Topipittori dedica alla divulgazione, ma anche una delle migliori uscite, in campo no-fiction, di quest’anno.

Ottobre 2021



perché

una recensione di una signora che si firma Valeria e che conclude le 10 righe di motivi per cui NON leggere il libro di Stark, con l'affermazione perentoria che il libro andrebbe ritirato.
Per amor di giustizia, ma anche per un po' di competenza (esperienza?) in questo ambito, diventa non solo utile, ma anche necessario sostenere da qui, che tutte le motivazioni che lei adduce come negative, andrebbero invece considerate come ragioni forti per leggerlo, farlo leggere e diffonderlo nell'aria con gli altoparlanti nei cortili delle scuole.




perché

Le illustrazioni di Gapaillard sono dettagliatissime, sia nella parte architettonica che in quella naturalistica, richiamando, in alcuni momenti, le stampe di Piranesi. Ma non c’è in queste immagini solo la precisione descrittiva dell’ambiente in cui si svolge il racconto: c’è il senso di stupore, c’è il grottesco delle figure umane asservite al dogma, c’è la disperazione di una rovina inarrestabile.

Novembre 2021



perché

Con Munari, con Iela Mari, con Carle, ma soprattutto con Ungerer, ma anche forse con Folon, con Delessert, Goffin condivide un percorso formativo comune. 
La loro esperienza di graphic designer li tiene insieme e gli permette di avere uno sguardo particolare e in qualche modo diverso da quello che può essere quello di un illustratore puro. 
Il grafico non teme la solitudine degli oggetti sulle pagine e non teme di concentrare lo sguardo su una forma singola, grande e solitaria. 
Un grafico affida al profilo dell'oggetto la sua forza comunicativa. Affida il dialogo con il lettore non tanto alla narrazione quanto piuttosto alla purezza del segno che deve colpire all'istante per leggibilità. 



perché

È un romanzo che apre numerose questioni: sul ruolo che abbiamo avuto e abbiamo nella biosfera dell’unico pianeta che abbiamo, su cosa sia vero coraggio, talvolta il non fare sarebbe meglio del fare, ma non siamo capaci di fermarci. Siamo ancora quel piccolo caparbio cacciatore, che non può vedere a cosa porterà uccidere tanti mammut, che non può pensare il futuro?
Non è un romanzo ‘facile’, nonostante sia avvincente, sostenuto dal ritmo dei colpi di scena, delle battute di caccia, delle svolte narrative, delle delusioni e dei tradimenti che portano il protagonista alla solitudine; è, al contrario, spiazzante, molto più denso di quanto potrebbe apparire a dare una scorsa alla trama. Un romanzo utile ad aprire questioni, direi quasi necessario, per diventare grandi.

Dicembre 2021

La traversata degli animali, Vincent Cuvellier, Brice Postma Uzel 


perché

Un grande libro, pieno di cose belle, che va letto e riletto, guardato e riguardato. 
Ha contemporaneamente il tono della favola con una sua morale non dichiarata, ma anche quello del racconto filosofico. Talvolta arriva anche la meraviglia del testo poetico. Però è anche una storia che racconta un'avventura, e nello stesso tempo sembra un testo per una breve pièce di teatro (da leggere per forza ad alta voce) e, come se non bastasse, è anche pieno di ironia e sapienza, ma è anche un'esperienza visiva che, tavola dopo tavola, ripete echi che arrivano da lontano, ma che sono parte di un immaginario estetico che in qualche modo ci appartiene.

 

perché

‘L’esercito degli schiaccianoci’ è un romanzo notevole, intenso, drammatico senza mai superare la misura dell’orrore che la guerra comporta. C’è una componente magica, ma vive sotto traccia, è una delle spiegazioni possibili degli avvenimenti; c’è la sacrosanta esigenza di trovare un lieto fine anche quando le circostanze lo impedirebbero ed è questo il pensiero di un bambino che vuole essere rassicurato che il brutto momento passerà. C’è l’ottimismo stupito di un momento di tregua prima che la guerra, quella vera, incrudelisca ulteriormente, producendo quei milioni di morti che descrivono i libri di storia. Ma c’è, sopra tutto, la consapevolezza che l’orrore della guerra, con le sue leggi spietate, non può essere cancellato dai canti natalizi che si levano dalle trincee o dall’apparizione di un angelo.

giovedì 30 dicembre 2021

ECCEZION FATTA!

  I NOSTRI FUOCHI D'ARTIFICIO 

CHE SPARIAMO NELL'ETERE 
PER FARE LUCE
PER FARE RUMORE 
PER FARE MERAVIGLIA 
 
Il meglio di... un anno di libri, un anno di ragionamenti,   
un anno di recensioni su Lettura candita.  
Per ogni libro, il nostro perché
(BUM!) 


Gennaio  2021



perché

Niente migranti, qui sono anime in viaggio. Questo modo di inquadrare la questione è frutto di una evidente 'abitudine' a leggere oltre la realtà dei fatti, a darne un contorno e una definizione inaspettati, a coglierne il senso profondo, a volare un po' più in alto del consueto rasoterra.
Volare alto significa anche essere capaci di rendere il più universale possibile le vicende dei singoli protagonisti. Vuol dire anche aver 'masticato e digerito' con maturità le questioni; in questo caso la storia personale di Angela Tognolini ha aiutato. Tuttavia, senza una profonda sensibilità e capacità di elaborazione, questo libro avrebbe potuto essere tutt'altro.
Questa angolazione, frutto di una diretta esperienza trasformata in buona letteratura, nei fatti, incolla le singole storie e i personaggi al nostro sentire, inevitabilmente.Ed è empatia.



perché 

Questo romanzo della Rosoff ha non pochi punti di forza: la descrizione dell’ambiguità dei sentimenti, della confusione adolescenziale è rappresentata con estrema semplicità e naturalezza: il conflitto fra pulsioni irrefrenabili e consapevolezza di sé e dell’altro emerge chiarissimo nella protagonista, attratta da Kit, ma nello stesso tempo consapevole di essere una pedina nel gioco perverso del ragazzo. La seduzione è un gioco di sguardi, di inviti e di ritrosie, qui però privi di innocenza. La stessa ambivalenza sessuale, che nell’adolescenza rientra nella confusa ricerca dell’identità, è tratteggiata con sensibilità e intelligenza: la protagonista potrebbe benissimo essere un ragazzo: non ci sono descrizioni fisiche, né passaggi in cui questo sia chiaro, così come il finale svela come Kit sappia giocare con la seduzione a prescindere dall’oggetto del desiderio. 

                                                          febbraio  2021



perché

Rari sono quei libri che invece si pongono in modo maturo, intelligente, e sanno restituire la complessità della questione e, nel contempo, sono in grado di solleticare il pensiero del giovane lettore. 
Tra questi rari, L'ospite. Rari, fortunatamente, non unici.




perché

Il viaggio è un grande tema, legato spesso alla crescita e alla scoperta di sé; qui è anche la scoperta di un territorio, evidentemente molto amato, di cui si enumerano le piante, gli alberi, gli uccelli, gli insetti: dare un nome alle cose è dargli dignità e vita, è riconoscerne l’importanza, è vederle davvero per la prima volta. Da qui anche l’importanza della lingua, l’attenzione alla precisione dei dettagli, l’uso di immagini e metafore che danno vita anche al più banale dei suoni, al più comune animale.
Baccalario in questo riesce a mantenere un registro fra il realistico e il fantastico, a trasmettere alla lettrice e al lettore la magia della scoperta del mondo. Il viaggio di Billy è anche un omaggio alla vita del nonno e di chi ha vissuto la straordinaria stagione degli anni Sessanta e Settanta, con i miti, gli eccessi, le rivoluzioni che quegli anni hanno portato.
Billy è un personaggio ben disegnato, un ragazzino che si porta sulle spalle il peso delle assenze degli adulti: la madre mai conosciuta, il padre travolto dai propri problemi, il nonno lontano. Eppure ha imparato a cavarsela, ha imparato a gestire i momenti difficili con l’esercizio della enumerazione, degli elenchi mentali che acquietano le sue ansie.
A caldo, mi viene da dire che questa è la prova migliore di Baccalario, un romanzo che i ragazzi leggeranno come un’avventura appassionante, ma che sarà apprezzato anche da chi, come me, può girarsi a guardare gli anni passati e riconoscersi qua e là nel ritratto di un’epoca.

                                                  marzo  2021



perché

La bellezza del libro è sotto gli occhi di tutti. 
La prima cosa che colpisce è la qualità del disegno. Una linea chiara, pochissimi colori, il marrone dei capibara e del cane, il rosso del tetto dei bargigli e dei cappelli dei cacciatori. Il resto è la matita, sapientissima, di Alfredo Soderguit, uruguaiano, che ha al suo attivo più di 50 libri illustrati e un film d'animazione, Anina, pluripremiato anche quello.
Immediatamente dopo arriva un testo che è essenziale, si potrebbe definire addirittura lapidario. 



perché

La realizzazione richiama la pittura su tavola, con diversi strati di fondo, che traspaiono nell’ultima stesura, dando una profondità inconsueta all’immagine, uno spessore, giocando, nello stesso tempo, sui richiami cromatici fra fondi e oggetto in primo piano; basti guardare l’immagine del cane, in cui le ombre, tratteggiate con un colore freddo, alla Cezanne, sono tratte dal verde dello sfondo, mentre il rosa carne e il rosso fungono da lumeggiature.
I fondi scuri sono quelli che più direttamente richiamano lo stile delle nature morte, con il soggetto esposto con un contrasto cromatico forte: la pera intera e la pera a metà, il limone, il baccello di piselli aperto e chiuso, sono tutti realizzati così.
Grande tecnica, quindi, al servizio di una sorta di repertorio naturalistico messo a disposizione di osservatori e osservatrici curiosi.

aprile 2021



perché

Oliver Jeffers in una delle sue maggiori eccellenze.
Su una fitta rete di riferimenti costruisce una storia che assume all'istante il carattere archetipico della favola e inizia come una fiaba. La favola d'altronde ha il merito, nonché il compito, di parlare una lingua universale e di farlo con poche ma esatte parole. Non sono forse questi alcuni degli elementi utili, ovvero necessari, per creare un albo illustrato? Brevità, chiarezza e senso?
E questo è un fatto.
 riferimenti, che i lettori più piccoli non hanno neanche bisogno di cogliere, sono invece fondamentali per tutti coloro che apprezzano e studiano questo autore, riconoscendogli un talento fuori dal comune e un pensiero di spessore.



perché

Regina Giménez è un’artista affermata, con uno stile pittorico molto definito, che si sposa perfettamente con le necessità esplicative di un libro di divulgazione.
Il suo universo è geometrico, richiama alcune opere di Kandinskij, laddove il gioco dei cerchi di diverse dimensioni costruisce lo spazio. Qui propone le sue immagini con le necessarie imperfezioni, i tratti a matita che traspaiono, senza mai perdere in precisione. Si potrebbe a lungo filosofare sul rapporto fra arte e scienza, rapporto sempre vitale e che qui trova una bella esternazione. Ma quello che è più importante, qui, è che questo linguaggio, che risponde alle necessità di equilibrio di forme e di colori, è perfettamente funzionale alla missione che si è data: spiegare l’Universo ai bambini, per quel poco che ne sappiamo. Realizzando un piccolo miracolo: essere perfettamente fruibile dai bambini, anche alle prime armi nell’affrontare il Cosmo, ma, nello stesso tempo, essere un’apprezzabile prova d’artista.
maggio 2021



perché

Ci sono autori che meritano un tempo diverso. Un tempo che si possa distinguere, possa essere percepito come 'altro' rispetto a quello consueto.
Tellegen e Cneut, due passioni che condivido con l'editrice, sono tra questi.
Un tempo che forse sono loro stessi a suggerire, o per meglio dire, a rendere necessario. Un tempo denso. Un tempo lungo abbastanza per godersi, tavola dopo tavola, la botanica di Cneut e il bestiario di Tellegen. Per farsi attraversare dalle scelte cromatiche dell'uno e dall'immaginazione dell'altro.
E da qui, la prima ragione per averlo 'covato' un bel po'.
È sotto gli occhi e nelle orecchie di tutti che Toon Tellegen e Carll Cneut parlino lingue affini, condividendo una comune radice culturale. I Paesi Bassi, regione di grandi filosofi e pensatori e di immensi pittori e incisori, nederlandese l'uno e belga l'altro dimostrano in questo libro perfetta conoscenza del grande passato che li tiene insieme e che rende armonici i loro rispettivi linguaggi espressivi, i loro rispettivi immaginari.
Entrambi capaci di creare mondi alternativi alla quotidianità, e tutto sommato anche parecchio diversi, rispetto alla consuetudine cui ci hanno abituato i libri per l'infanzia. 



perché

Singolare, dunque, l’attualità di questo romanzo, anche al di là del suo contesto specifico; è un romanzo imperfetto, con un ricorso in alcuni punti eccessivo a metafore e paragoni; ma è una storia molto viva, vicina alla sensibilità di giovani lettori elettrici, dai dodici anni in poi, scritta con uno stile diretto, esplicito, e con un grande ritmo narrativo.
Vale la pena leggerlo.

giugno 2021



perché

La cosa che colpisce di più in questo buon romanzo è l'abilità della Nicholls di essere credibile, pur nell'apparente assurdità dell'intera vicenda.
Il piacere che spesso la buona letteratura genera nei propri lettori, ovvero la c.d. sospensione dell'incredulità: lo so che non è vero ma ci voglio credere, qui è diffuso e capillare.
In primo luogo, la situazione di partenza: tre fratelli che vivono da soli, sotto la tutela del maggiore, è già un bell'avvio, narrativamente parlando. Di fatto, nella vita di questi ragazzini ora non c'è nessun adulto di riferimento: padri andati o morti, madre fatta fuori da un cancro, nonni affettuosi, ma anziani e in una casa di riposo, zia Grace anaffettiva e basata in Australia, cugina Jo troppo occupata, zio Evan gretto e meschino, al limite della perfidia: di certo il peggiore. Se tutto questo può sembrare effettivamente un buon inizio per un romanzo di fine Ottocento, nel 2021 potrebbe sembrare inverosimile, e anche un po' stucchevole. E invece questo non succede. Perché nella voce narrante, quella di Holly, c'è talmente tanta verità che il lettore, pagina dopo pagina, le va dietro. E basta. I singoli personaggi che, attraverso gli occhi di Holly, anche il lettore vede riga dopo riga, assumono spessore e credibilità nel loro essere la risultante di un complesso intreccio tra bene e male, tra difetti e pregi, tra debolezze e forza. Esattamente come accade nella realtà: qui nessuno è buonissimo o cattivissimo, ma tutti si muovono in quella zona intermedia che appartiene alla finitezza umana. Holly sa vedere i difetti, le manie, le fragilità, i limiti, ma anche le aspirazioni, le sensibilità e in generale i sogni di ciascuno.



perché

Su questo mondo, segreto e affascinante, si svolge il racconto di questo bel libro, sintesi equilibrata di informazione e di ricerca estetica, che piacerà sicuramente a bambine e bambini curiosi a partire dai 7 anni, ma anche agli estimatori dei libri illustrati.


[continua]