mercoledì 28 gennaio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

TRA DUE MONDI 


Un albo illustrato? 
Un racconto in versi? 
Una poesia lunga? 
Per bambini? 
Per adulti? 
Quando un libro entra in libreria e fai fatica a collocarlo nelle categorie note, è già interessante di per sé stesso e sicuramente le luci, in lontananza di Elis Wilk, se dovessi trovargli un genere sarebbe proprio quello dell’inclassificabilità. 
Ho grandissimo rispetto e reverenza per tutto ciò che sfugge a una definizione granitica, si tratti di oggetti o esseri animati, ed è con questo atteggiamento che cercherò di mettere in parole le impressioni che questo libro mi ha suscitato, senza pensare troppo su che scaffale metterlo. 
Il libro è raccontato da una bambina di età indefinita, che descrive il trasloco della sua famiglia dalla città alla campagna. 
Questa la trama. 
Ma come spesso accade nelle cose dell’infanzia, è proprio negli anfratti degli avvenimenti più ordinari che si nascondono i veri tesori. 


La prima cosa che salta all’occhio è l’aspetto superficiale, esteriore: è un libro in versi dove subito appare chiaro quanto la parte illustrativa si imponga al lettore con la stessa forza della parte scritta, anzi l’illustrazione a volte sovrasta la scena e accade che sia la parola a tentare di correre appresso alle immagini. 
Per quanto il testo sia in versi, è strutturato in piccoli capitoli, ognuno dei quali apre a una scena diversa, che attinge un po’ dal prima e getta un sasso per la scena successiva. Ogni capitolo a sua volta è accolto da tre versi solitari, degli haiku verrebbe da dire, ma senza averne quella precisione geometrica esatta. Che la geometria non è di questo libro. 
La prima parte è tutta di sensi: vedere (colori sfumati, la notte nera), ascoltare (passi dei gatti, tremolii della notte), toccare (lumache, anguille), sentirsi parte di qualcosa di più grande, quella cosa che non ha una definizione. 
Dopo le prime pagine, già succede qualcosa di inaspettato, prima nelle parole: 

Le acque del fiume si gonfiano, torride e minacciose. 
Trasportano enormi tronchi d’albero 
 sradicati dal vento. 
 Sembrano coccodrilli 
 nel Rio delle Amazzoni. 

 Poi nelle illustrazioni: 


Il cambio di vita, di ambiente e di paesaggi della piccola protagonista, attiva un mondo completamente altro: l’Amazzonia, gli indiani d’America. Quello stare nell’avventura: le passeggiate nell’erba alta, il guado di un fiume a cavallo, la scoperta del maestoso albero cavo portano lontano. Lei è completamente lì e completamente altrove, la grande magia dell’ubiquità bambina: essere su un sentiero francese e nello stesso tempo su un tracciato della prateria americana. Questo essere altrove Elis Wilk non lo immagina solo come spazio fisico, la sua protagonista diventa anche il suo paesaggio, diventando anche lei animaletto selvaggio. 


Cavalca, le sue braccia diventano il terreno su cui far camminare lumache, si stende a terra sulla paglia, si mette gatti in testa, lei e il mondo sono una cosa sola. 
E in questa unione scopre anche l’efferatezza, vede della selvatichezza anche nel suo aspetto più terribile, inesorabile: 

Papà dice che è la vita. 
Beh, se questa è la vita, 
credo sia molto ingiusta! 

Negli ultimi tre capitoli la bambina torna a volgere lo sguardo sugli umani e quindi su di sé. Nasce una sorellina, una piccola principessa. Le vuole bene, ma vuole che sparisca e di nuovo in questa doppiezza cerca un appiglio: si dice certo potrebbe sparire e io sarei la paladina che a cavallo la ritrova. La doppiezza, me ne accorgo nel penultimo capitolo, è in effetti il filo rosso che tiene insieme il tutto: città/campagna, selvatichezza/civiltà, amore/odio. La bambina rivela di avere una gemella, a lei identica.


Anche qui lei è tirata da due opposti: è come avere una migliore amica che non si sopporta, scrive Wilk, dice la bambina. A volte è come essere un serpente a due teste, prigione? Possibilità? 
Trovo molto bello questo gioco in bilico sempre tra due possibilità: essere qui/essere altrove, essere me/essere qualcun altro. Come una performance acrobatica. 
Il corpo è la chiave di lettura di questo albo. La piccola protagonista è nel mondo con tutta se stessa, dai pensieri al corpo, fino all’ultima minuscola sua cellula. Vive nella dialettica degli opposti, e a volte non trova risposte, forse perché non pone domande. Sta, osserva, vive. 
L’unione la trova alla fine: 

Un giorno, in classe, 
abbiamo potuto cambiare nome. 
Io ho scelto Gaia, il nome di una dea. 
Si è aperto uno spazio, 
di avverabile e di misteri. 

Nello spazio tra ciò che può accadere e ciò di cui niente si sa, sta l’infanzia. 
Esattamente lì, proprio sì. 

Valentina 

“le luci, in lontananza” di Elis Wilk, trad. Valentina De Pasca, 
Animamundi edizioni 2025 


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