Un tempo il mondo era di chi dormiva più a lungo,
perché chi più dormiva più sognava.
E i sogni erano la sola materia di cui era fatto il cosmo.
Fin dal titolo, questo albo dichiara di porsi in contrasto con la vulgata di valori e credenze che sembrano andare per la maggiore. Nonostante la scienza ribadisca che il sonno sia un momento importantissimo per la costruzione del cervello, siamo culturalmente più propensi a pensarlo come tempo perduto, inattivo, una stasi contraria alla produttività frenetica a cui tutto, nel mondo occidentale, viene ricondotto. Persino l’infanzia.
Un tempo il mondo era di chi dormiva più a lungo è un'affermazione che in primo luogo sconcerta o quanto meno incuriosisce proprio per come pone una distanza con i valori attuali e pervasivi di efficienza e produttività, anteponendogli i sogni, intesi come materiale per la fabbricazione del reale.
I sonni lunghissimi e potenti di cui qui si narra sono infatti necessari per sognare. E ogni sonno corrisponde a una cosmogonia privata, in cui il mondo esiste internamente, tanto più intero quanto più lungo è il sonno. Alcuni affermano che il signore del creato fosse l’Orso bianco, altri che fosse il Ghiro, re del letargo. Altri ancora attribuiscono la genesi del tutto alla Pecora della Mesopotamia, che non ha mai aperto gli occhi.
Non l’uomo, quindi, come consueto ideatore di ogni cosa, ma una pluralità di animali, ognuno produttore di materia onirica specifica, ognuno con il proprio verso, in cui è possibile muoversi e incontrarsi. Ed è proprio qui, in questo guazzabuglio, che appare l’uomo. Dopo aver preso forma nel sogno di un gorilla, l’uomo passeggia nei sogni degli altri animali e inizia a produrre i propri suoni, dando forma alla parola e alla seduzione che dal linguaggio deriva. È qui, nel sogno degli animali, che un bel giorno l’uomo si spazientisce, forse per noia, forse intuendo l’esistenza di un altrove. Non ricevendo risposte soddisfacenti, l’uomo urla e il suo urlo interrompe fatalmente il sogno degli altri animali.
L’enigmatico testo di Massimo D’Anolfi emerge dal complesso ed enciclopedico docu-film Bestiari Erbari Lapidari, di cui Massimo D’Anolfi è regista assieme a Martina Parenti. Si tratta di un'esplorazione in tre atti del regno animale, vegetale e minerale. Mondi accanto ai quali spesso camminiamo senza essere in grado di prenderli interamente in considerazione. Supportato dalle tavole dinamiche e altrettanto evocative di Giulia Pastorino, D’Anolfi si avvicina e ci avvicina a una riflessione sull’interdipendenza tra immaginazione e realtà, definendo la prima come materia primigenia da cui tutto il resto deriverebbe in seconda battuta.
Viene anche detto in modo chiaro nella dedica:
Sogno e poesia muovono, malgrado le apparenze, il mondo. Non smettete di crederci e continuate a sognarlo”.
Si pensa allora all’albo Le terre immaginate (Il libro delle Terre immaginate - L'ippocampo Edizioni), che tanto efficacemente racconta il passaggio dalle concezioni filosofiche delle terre che hanno preceduto le scoperte scientifiche e oggettive; si pensa ai sogni e alle intuizioni che hanno preceduto e precedono la strutturazione di ogni conquista tecnologica; si pensa a quella voce che ci tende come lance fin dall’infanzia e che ci si augura sempre possa trasformarsi e trasformarci in realtà. Si pensa a quel luogo impalpabile collocato all’interno di ognuno, in cui le cose esistono prima di esistere.
Si pensa anche a come l’immaginazione possa essere invasiva e infestante, tornando al giorno in cui il primo film della saga di Harry Potter si è portato via tutti i singoli maghetti che avevano albergato nella fantasia di ogni singolo lettore; si pensa a come ogni sogno strappato al sonno e condotto nel reale comporti la perdita di tutti gli altri, ridefinendo il contorno sfumato di concezioni mai del tutto coincidenti, dotandole magari di nomi, struttura, consistenza.
Perché questo accadde, quando l’uomo uscì dai sogni iniziando a vivere con gli occhi aperti:
...il mondo smise di esistere per come lo avevano sognato la Tigre, la Volpe, la Zebra, la Giraffa, il Rinoceronte l’Ippopotamo, il Gufo, l’Orso, il Cavallo, il Cane, l’Elefante, il Maiale, l’Aquila, la Formica, la Balena e tutti gli altri animali…
Molti sono i ribaltamenti messi in atto nell’albo per questionare se non addirittura scardinare il pensiero comune che l’umano sia il solo a sognare e che solo per questo abbia il predominio anche nell’immaginazione. Del sonno abbiamo già detto, ma che dire degli animali come creatori, oppure del fatto che l’uomo non sia scaturigine di invenzione e invenzioni ma anello di un processo onirico sognato dal gorilla? Pure aprire gli occhi viene inteso come una soglia oltre la quale avviene la perdita di innumerevoli mondi interiori. Questo è il costo del risveglio: una realtà che appare più oscura del sogno stesso.
Cambiare prospettiva, conferire dignità a sogni di cui nulla si conosce e con cui è impossibile interferire, percepire come reali tutti i mondi potenziali ancora senza collocazione: questa pare essere l’unica strada per poter sperare in qualcosa di non ancora conosciuto. Tornare a sognare diventa nell’albo un atto di ribellione silenzioso e necessario, l’unica alternativa alla vera morte per tutti gli animali sconosciuti e senza nome. E forse questo è il dono misterioso e controcorrente che viene condotto al termine dell’albo: l’esortazione ad abbandonare il controllo esclusivo di quello spazio futuro che è deputato alla visione. E se gli animali non ancora nomenclati sono per l’autore gli insetti e in generale quelle parti dei regni naturali che non sono state sufficientemente esplorate, si intravede per chi legge la possibilità di confidare in quelle categorie subalterne, fortunosamente ai margini della visione precisa e cosciente dell’uomo, per la nascita di qualcosa di nuovo.
Un sogno non ancora sognato, oppure sognato, ma non da noi…
Giorgia
“Un tempo il mondo era di chi dormiva più a lungo”, Massimo D’Anolfi, Giulia Pastorino, Terre di Mezzo 2026
“Bestiari Erbari Lapidari” regia Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, 2024
“Il libro delle terre immaginate”, Guillaume Duprat, L’ippocampo 2012






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