mercoledì 12 ottobre 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


DI POLLINE NON SA: NON È UNA FARFALLA.

Ultimo venne il verme, Nicola Cinquetti, Franco Matticchio
Bompiani 2016


NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni)

"L'orso prese il libro tra le labbra, con cura, come una madre che raccolga un cucciolo ferito, e lo portò nella sua tana. Era tempo di mettersi in letargo, e tutto era pronto là dentro, per la lunga dormita.
Quell'inverno l'orso bruno dormì poco. C'era una fessura che mandava un filo di luce nella sua grotta e lui passò i giorni a leggere il libro e le notti ad aspettare il chiarore dell'alba per ricominciare."

Lui, l'orso, prima non sapeva nemmeno cosa fosse un libro. Vedendolo per la prima volta, perduto forse da un bambino o da una bambina, con le pagine che sventolavano con il vento, pensò fosse una farfalla. Non sapeva di polline, però.
L'incontro, e questo è cosa certa, tra questo orso e il libro è fatale.
Io, come l'orso, quando ho incontrato questa farfalla che non sa di polline, ho fatto come lui: son rimasta fulminata e non ho smesso più di leggerlo.
Cinquantasei favole, che però hanno il tono e la lunghezza di una fiaba, di una storietta. Favole decisamente 'anomale' perché alla consueta morale conclusiva spesso si sostituisce un finale inaspettato, pieno di meraviglia; alla brevità dell'apologo si sostituisce un ritmo pacato; alla prevedibilità della morale consolidata si sostituisce una visione spesso capovolta di centottanta gradi; alla concretezza delle situazioni si sostituisce una visione fortemente immaginifica; all'esigenza di insegnamento si sostituisce il guizzo dell'ironia.


Per questa serie di motivi: il piacere per una narrazione misurata, i capovolgimenti di prospettiva, la cifra fiabesca e meravigliosa, i colpi di teatro fulminanti, a cui si aggiungono una vena poetica e una purezza e scorrevolezza di linguaggio non consuete, e ovviamente per la miriade di spunti di riflessione su grandi e piccole domande della vita, fanno sì che questo piccolo libro diventi un livre de chevet a tutti gli effetti.


Fin dalla sua veste grafica, esso denuncia l'intento di essere un libro di lettura per persone che nei libri cercano qualcosa che non si esaurisca in un soffio, ma piuttosto che si insinui lentamente e che inesorabilmente radichi nella mente del proprio lettore o della propria lettrice.
È un tascabile a tutti gli effetti, almeno per dimensioni (ha la misura di un breviario), ma nello stesso tempo nella sua rilegatura rigida si conserva e preserva la preziosità dell'interno. Sulla sovraccoperta bianca compare un disegno a matita di Matticchio che ha, come spesso accade, la solennità di una forma leggibile e nota, ma nel contempo il guizzo dell'ironica reinterpretazione della stessa. In questo caso un teschio shakesperiano è attraversato nelle orbite vuote da un verme - quello che arriva per ultimo, appunto - che ammicca un sorriso e un colpetto di coda.
Sottile, nella sua ironia, Matticchio 'cavalca' lo spunto offerto dal titolo di Cinquetti (che a sua volta rende omaggio a Calvino) e ne dà una lettura ancora più filosofica, se possibile, laddove il verme è davvero l'ultimo che arriva a chiudere e a cancellare del tutto la nostra esistenza terrena.
Il riferimento calviniano, comunque, non si esaurisce nel titolo, ma si presenta con prepotenza nell'equilibrio delle narrazioni che si ispirano all'idea di esattezza e di leggerezza, esposte in due delle più belle sue Lezioni americane


Il grande lavoro di limatura del testo cui Calvino sottopose la sua trascrizione delle Fiabe italiane, qui ha fatto scuola. Nello stesso tempo, sembra mutuarsi da Calvino anche quella capacità di immaginare scenari che capovolgono la visione della realtà con una scioltezza rara.
Aver definito prima le 'favole' di Cinquetti come storiette ha il preciso e dichiarato scopo di assimilarle alle ben più note Storiette di Luigi Malerba o alle riflessioni delle Galline pensierose che, come queste, guizzano nei finali in altrettanti colpi di teatro che spiazzano chi legge e lo lasciano lì a ridere o a pensare, in entrambi i casi comunque, intensamente. Non sarà un caso che Calvino, di nuovo lui, definisce Le galline pensierose la risultante tra il leggero umorismo del nonsense e la vertigine metafisica degli apologhi zen...


All'editore Bompiani va il merito di aver saputo creare una perfetta sintonia di vedute tra il Cinquetti filosofo e il Mattichio surreale. Ci si rammarica che su 56 racconti, solo alcuni diano una propria e originale lettura dei fatti narrati attraverso l'illustrazione, rigorosamente in bianco e nero. Però immediatamente dopo si intuisce che forse questa parsimonia è dovuta, almeno in parte, al desiderio di non cadere nella didascalia, ma di mantenere quel tono di 'non detto' che conosciamo di Matticchio. E quindi ce ne facciamo una ragione, seppure con la sensazione di non essere sazi. Come dire, di Matticchio non ce n'è mai abbastanza...


Si fa fatica a creare una propria classifica interna tra le cinquantasei 'favole' perché colpiscono l'immaginario per motivi anche molto diversi tra loro.
Per migliore idea originale andrebbe premiato: Il prima e il dopo.
Per miglior omaggio a Rodari andrebbe premiato: Il bambino di traverso.


Per miglior risata finale andrebbe premiato: Tre volte bau.


Per miglior valore poetico andrebbe premiato: Il giardino segreto.
Per migliore nonsense andrebbe premiato: Sette per trette.

Ora a voi.

Carla


Noterella al margine: mi chiedo perché un libro del genere solo in pochi lo abbiano notato.  Le librerie, in imbarazzo, non lo hanno a scaffale o non sanno dove collocarlo. 
Meriterebbe pile di copie da mettere nelle mani di piccoli e grandi... Non occorre essere orsi per accorgersene.

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