La questione è spinosa e vecchia quasi quanto il mondo: quanto gli umani possono a buon diritto considerarsi più intelligenti degli animali e quindi possono sentirsi e comportarsi come razza superiore e vincente?
Nella sua introduzione Christopher Lloyd è molto chiaro su questo.
La storia dell'evoluzione ci dice che per molto tempo l'umanità ha considerato l'ambiente che la circondava, animali compresi, qualcosa di cui avere timore e rispetto, qualcosa su cui il dominio era molto limitato.
Con lo scorrere del tempo però l'uomo ha dimostrato una grande capacità di piegare l'ambiente a suo uso e consumo, di fatto prendendo le distanze dal mondo animale, e più in generale di tutta la natura circostante, anzi addirittura piegando quest'ultima e servendosene per la propria sopravvivenza.
Coltivare la terra, costruire arnesi per difendersi e per attaccare, cacciare e allevare animali per usarli poi come cibo, costruire rifugi sempre più complessi per proteggersi dai pericoli e dalle condizioni avverse del mondo circostante sono tutte cose che hanno accreditato, almeno per alcuni, la falsa consapevolezza che l'uomo fosse in grado di dominare l'ambiente. E con questo si è pensato che l'essere arrivati a questo traguardo, di fatto, sancisse la superiorità della razza umana rispetto a tutte le altre creature.
Molte popolazioni invece hanno continuato a nutrire un sacro rispetto e timore nei confronti delle altre specie e della natura in generale. Ma la stragrande maggioranza dei popoli ha fatto suo il credo che l'uomo è più intelligente di un animale; l'uomo è più abile di un animale; l'uomo è più sensibile di un animale; l'uomo è più potente di un animale.
Questo libro racconta qualcosa di molto diverso: l'uomo assomiglia e ha doti paragonabili a quelle di moltissime altre creature viventi, più di quanto vada in giro a millantare: da quelle piccolissime, come le termiti "ingegnere", ad alcune ben più imponenti di lui, come i capodogli "telegrafisti".
Diviso in macro contenitori - l'organizzazione sociale, la sfera emotiva e l'intelligenza - si declinano poi in competenze e attitudini che condividiamo: il linguaggio, per esempio, oppure il lavoro di squadra per costruire, nutrirsi, difendersi. O ancora, riguardo alle emozioni, si citano casi di gioco per il puro divertimento o di autentico dolore, quantificabile attraverso il tasso di cortisolo che sale o scende, esattamente come capita a noi per una perdita.
Ma è sull'intelligenza - quello per cui pensiamo di distinguerci da chi agisce per puro istinto - che le sorprese sono le più interessanti.
La prima riguarda i polli. In uno dei libri più interessanti che abbia letto di recente, Il pulcino di Kant, Vallortigara ribadisce ancora una volta la complessità di pensiero dimostrata dai polli.
Christopher Lloyd si allinea e dedica una pagina alla capacità dell'animale, che erroneamente è simbolo di stupidità, di comunicare in modo efficace con la prole o con i propri simili.
Al contrario, la furbizia dei corvi è fatto noto.
Nel libro La mente del corvo, pubblicato nella magnifica collana di Adelphi dedicata alle scienze e all'etologia, Animalia, oppure nell'altrettanto bel libro di Britta Teckentrup di nuovo a questi uccelli dedicato, si citano vari episodi di complessi ragionamenti fatti dai corvi, compreso quello cui Lloyd fa riferimento, ovvero l'arte di farsi rompere i gusci lasciandoli precipitare davanti ai semafori, per poi mangiarsi il contenuto al successivo semaforo che scatta sul rosso.
Ma l'esempio di ingegnosità più interessante e - per paradosso - più confrontabile con quella umana lo si deve a una muffa.
Studiata a lungo in laboratorio, Physarum polycephalum, un organismo monocellulare, ha dimostrato di sapersi muovere nello spazio circostante in cerca di cibo, seguendo i percorsi migliori e più efficaci.
Gli scienziati - giapponesi ovviamente - hanno disposto i fiocchi d'avena (il cibo ambito dalla muffa) secondo uno schema che ricordava molto la rete dei punti nevralgici sotto il profilo del traffico della città di Tokyo.
Ebbene, la muffa si è "diramata" verso l'avena nel modo per lei più efficace ed economico e la rete di collegamento tra i vari fiocchi era molto simile a quella della metropolitana della città.
Con un'unica differenza, lo studio del piano della metro di Tokyo è durato anni, mentre per raggiungere un risultato analogo, Physarum polycephalum ci ha messo 26 ore...
Minuto più minuto meno.
Carla
Umanimali, Christopher Lloyd, Mark Ruffle (traduzione Anita Taroni)
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