per Sergio O
Il libro dal futuro, Mac Barnett, Shawn Harris (trad. Sara Ragusa)
Terre di Mezzo 2026
ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)
"Questo libro viene dal futuro.
Qui nel futuro sono cambiate tantissime cose.
Nel futuro il sole si chiama LUNA e la Luna si chiama SOLE
Il giorno si chiama NOTTE e la notte si chiama GIORNO
Le banane si chiamano MELE
E le mele?"
Nel futuro molte cose sono diverse, ma è soprattutto il linguaggio ad aver preso un'altra strada da quella che nel presente conosciamo.
Per esempio: continuano a esistere i nasi, ma si chiamano FUNGHI.
E se qualcuno ci starnutisce davanti facendo il suono di sempre, ovvero ECCIU', non si deve rispondere educatamente: Salute!, ma Scusami, Susan!
E quando andiamo in un supermercato, lo chiamiamo Bolly Bolly Buu Buu. Visto che nel futuro anche i numeri sono cambiati, per cui all'uno corrisponde un fantastiliardo, se si volesse comprare una banana si dovrebbe chiedere alla commessa un fantastiliardo di mele...
E se la si volesse ringraziare? beh, in quel caso occorrerà metterle un bel pesce sulla testa.
Tutto chiaro?
Questo libro corre pericolosamente sul filo di un crinale: nello stesso preciso istante, se si guarda da una parte si vede chiaro il colpo di genio, dall'altra, invece, si vede la spensierata scemenza diffusa.
Su detto stretto spartiacque si può camminare a lungo, ma poi forse occorre decidere da che parte volgere lo sguardo per proseguire.
E ancora: ci si potrebbe interrogare quanto di una scemenza si nasconda nei colpi di genio e viceversa. E come spesso accade dagli errori, dalle cose fatte senza testa nascono per guizzo delle idee brillanti che ti salvano la pelle. O no?
E ancora, a voler esagerare, se Il libro dal futuro fosse contemporaneamente tutte e due le cose?
E lo fosse per scelta degli autori?
Argomenti a favore del colpo di genio: difficilmente Mac Barnett sbaglia un tiro. Anche se alcune storie sono decisamente più felici di altre, il livello complessivo è sempre molto alto.
Argomenti a favore dell'allegra baggianata: il fatto che dietro questo libro ci sia un gioco, e quindi come tutti i giochi, esso prevede anche una necessaria dose di spensierata scemenza.
Si possono mettere in elenco alcune riflessioni.
1. chiama affabilmente dentro i propri lettori...
2. ma con loro è perentorio.
3. è molto chiaro con i propri lettori...
4. ma di loro si prende anche gioco.
5. è un meccanismo perfetto dal punto di vista della sua architettura, ossia quella di un albo illustrato...
6. ma è anche capace di trasmettere intorno a sé una meravigliosa confusione.
7. è per scelta spiazzante con i propri lettori...
8. ma è anche capace di rassicurarli. Alla fine.
Per pubblica ammissione di Mac Barnett (https://lookingatpicturebooks.com/) il libro nasce dal desiderio di creare una storia che preveda la condivisione tra grandi e piccoli e che quindi necessiti di una lettura ad alta voce da parte di un adulto con dei bambini davanti (intorno o sopra).
Appresa questa circostanza, si rafforza nella testa l'idea che il libro sia contemporaneamente le due cose dette all'inizio: un colpo di genio e una allegra baggianata.
L'idea di chiamare dentro i propri lettori (punto 1) funziona magnificamente se il libro viene letto ad alta voce.
Barnett va dritto come un treno, e scrive con tono assertivo e perentorio (punto 2): "Questo libro viene dal futuro. Qui nel futuro sono cambiate tantissime cose."
Va da sé che la chiave è in quell'avverbio di luogo. Qui e non lì, si badi bene.
E così con SOLE tre letterine si dà al lettore (sia il piccolo sia l'adulto) una precisa indicazione sulla provenienza della voce narrante. E gli si dice anche con molta chiarezza che è agli abitanti del passato (ossia del presente) che si sta rivolgendo.
Così, per magia, in sole 12 parole (nella traduzione di Sara Ragusa) ci siamo già dentro "con tutte le scarpe" (punto 1).
Il testo prosegue con adamantina chiarezza per 4 pagine, ossia due doppie facciate (double page spread, per gli snob), che è meglio di 2 sole (punto 3 e punto 5): nel futuro i nomi delle cose sono quelli dei loro contrari, da come li si conoscono nel presente (punto 7).
In perfetta simmetria, nella prima doppia si apprende che il sole si chiama luna e la luna si chiama sole. Nelle successive si rinforza il concetto.
E a proposito di rinforzo, il vero colpo di genio visivo sta nelle targhette rosse Dymo (qui gli adulti gongoleranno) che sono lì a dirci che le cose stanno davvero così (punto 3). Sono lì come targhette nelle cornici di molte grandi opere più antiche oppure in quelle didascalie che sono al lato e che attestano si tratti di un autentico Renoir, di un vero Canaletto, di un capolavoro di Anish Kapoor.
Ma poi il testo, dopo il funzionale silenzio del giro di pagina (punto 5), sterza bruscamente (punto 4) e quello che sembrava una regola, non lo è più.
Altro piccolo colpo di genio andrebbe menzionato per come Shawn Harris risolva visivamente un testo che in queste due pagine è obiettivamente scivoloso come una parete di vetro... (punto 5).
Il gioco tra lettore e voce narrante riprende e si consolida, con le solite sterzate (punti 2, 3 e 4).
E si stabilisce finalmente anche a parole ciò che si supponeva: ossia che la voce narrante proprio al suo lettore stia parlando (punto 1). La "faccia di frappè" dell'edizione italiana si distacca da quella inglese che è "faccia di formaggio", chissà se in onore di una delle letture cardine del giovane Barnett (The Stinky Cheese Man...), ma le troppe cose da raccontare costringono la voce a sorvolare...
A questo punto i nomi diversi tra futuro e presente sono parecchi, e sono sempre più folli e assurdi.
Il gioco si fa interessante e l'intreccio si infittisce e diventa racconto di un fatto: una spesa al supermercato.
A questo punto si può supporre che la "stupidera" si sia impadronita del tutto di chi legge e di chi ascolta, anche in nome dell'aumentata confusione generale (punto 6 e punto 7).
E per finire, si arriva al punto 8, ossia a quello che il testo, nonostante il punto 7, non può permettersi di dire per non scivolare nel didascalico, ma che una testa mediamente pensante percepisce...
Taccio, ognuno provi per sé e si esprima, eventualmente su un'etichetta Dymo.
Carla





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