mercoledì 4 novembre 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

QUANDO L'OROLOGIO NON SUONÒ

Un tempo per ogni cosa, Davide Calì, Isabella Labate
Kite 2020
 

ILLUSTRATI PER GRANDI (dai 10 anni)
 
"Da sempre la casa di Edgar era piena di orologi. Il loro tic tac riempiva l’aria delle sue giornate. Gli orologi erano regolati tutti, precisamente, sulla medesima ora. La pendola nella sala batteva le ore, ogni ora.
L’orologio a cucù, nel corridoio, faceva lo stesso. Il vecchio orologio di metallo sopra al camino faceva, anche lui, lo stesso. In questo modo, in qualunque punto della casa si trovasse, Edgar sapeva sempre, precisamente, che ora fosse. Edgar aveva anche sette orologi che battevano le ore, una sola volta ciascuno."
 
La sua giornata è scandita con precisione assoluta, dalla sveglia alle sette fino al momento di regolare tutti gli orologi, a quattordici ore esatte di distanza: le nove di sera.
Edgar è un uomo preciso e abitudinario. Indossa una sola cravatta, esce tutti i giorni alle due per una breve passeggiata, non frequenta nessuno, ma telefona a sua madre tutti i giorni alle quattro... Beve sempre lo stesso numero di tazze di tè senza zucchero, legge per quindici minuti il giornale, ma non fa i cruciverba né legge le barzellette. Niente spesa né cinema. Mai un viaggio.
La sua giornata è scandita con regolarità esatta dai suoi orologi che ticchettano all'unisono. 
 

E tutto questo non lo fa perché ossessionato dall'ordine, ma per una precisa scelta consapevole. A lui piace così.
Fino al giorno in cui uno dei suoi orologi non suona come dovuto alle 17 per il suo tè. Il meccanismo si è rotto. La riparazione si rivela più complessa del previsto, perché richiede un viaggio oltreoceano dove quei vecchi orologi sono ancora in circolazione.
Il dilemma è: avere un prezioso orologio rotto o attraversare mezzo mondo per farlo riparare? C'è un tempo per ogni cosa...


Misurare il tempo. Se ne potrebbe parlare per ore, giorni, mesi, anni.
La necessità biologica di sapersi orientare nello spazio e nel tempo credo che lasci indifferenti solo i sassi. L'enormità della questione non può essere neanche scalfita qui e ora. Tuttavia, ragionare sulla storia di un ometto che della misurazione cronometrica del tempo ne ha fatto uno stile di vita, mi pare affrontabile e soprattutto degna di nota. E, per di più, nel suo essere allusiva in più punti al ben noto Phileas Fogg apre, come in Verne, un doppio scenario: misurare il mondo e la realtà come fa Fogg o come fa Passpartout?
 

Se si sta a guardare e sentire quello che Edgar, l'ometto, compie nel corso del tempo, possono succedere due cose. O ci si sente soffocare da tanta regolarità, come era successo a Passpartout,  fino al momento in cui optò per un impiego tranquillo, o ci si accomoda in quella scansione ordinata e se ne trae un confortevole senso di sicurezza, come aveva fatto Phileas Fogg, fino a un momento prima di accettare la scommessa. 
Lasciamo indietro Verne e torniamo a Calì che con grande onestà chiarisce che il suo Edgar lo fa per scelta. Come tutti coloro che dall'abitudine traggono un qualche conforto. Tra questi annovererei la categoria umana dei bambini (e dei maggiordomi?).
Magari senza esagerare.
La questione che Calì con tanta chiarezza mette sul foglio è interessante e offre diversi spunti di ragionamento. Uno per tutti può essere il titolo stesso che in modo assertivo dice che c'è un tempo per ogni cosa. E non credo si limiti ad alludere solo alle abitudini di Edgar - un tempo per il tè, un tempo per la passeggiata - ma anche e soprattutto voglia dare spazio all'idea che c'è un tempo in cui ci facciamo vincolare dalle routine perché ci piace sentirci al sicuro, ma ci deve essere anche un tempo in cui siamo noi a dettare l'agenda.
Scavalcare l'abitudine, guardare oltre il consueto orizzonte, presenta necessariamente delle incognite, crea disorientamento, tuttavia offre opportunità che altrimenti andrebbero perse.
 

La lingua chiara, affilata ed esatta di Calì trova una sua eco nelle tavole di Isabella Labate. Precisa all'inverosimile, come la conosciamo da sempre, gongolante e puntuale, al pari del suo protagonista Edgar, nei suoi dettagliati disegni. Eppure, sebbene in una cornice rassicurante dove tutto è molto riconoscibile come se fosse uno scatto fotografico, Isabella Labate si prende alcune libertà narrative. 
Non importa quanti lettori potranno riconoscere Piccadilly, il Chrysler o la Trump Tower, o apprezzare la porcellana cinese o gli orologi da tavolo a smalto cloisonné, di sicuro queste immagini lavoreranno 'in remoto' alla costruzione di un gusto estetico sempre più affinato nei confronti del bello. 
 

Al contrario sarei abbastanza sicura che invece dai suoi lettori vengano subito assunte tutte quelle suggestioni quasi subliminali che mette, per fare un esempio, nelle sue prospettive distorte a cannocchiale, a segnare appunto la svolta nella vita al chiuso di Edgar (che se quel ponte del piroscafo lo percorri tutto, a New York ci arrivi anche a piedi). Oppure ancora nei risguardi di fine libro dove la circolarità dei quadranti (nei risguarid iniziali) è stata abilmente sostituita da un catalogo di oggetti che del cerchio declinano il profilo in modo molto più vario e potenzialmente più piacevole.
 

 
Se fossi un'insegnante, magari di arte ma anche no, porterei questo libro in classe e, dopo averlo letto e discusso, assegnerei a ciascuno una illustrazione con l'intento di studiarne ogni dettaglio per rintracciarne eventuali modelli o riferimenti iconografici. Verrebbero fuori un mucchio di belle sorprese.
Se fossi.
 
Carla

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