IL DONO SPECIALE DI NORMAN
Storiedichi Edizioni 2026
ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)
"Willie era orgoglioso di essere un tordo dei boschi.
Tuttavia voleva anche essere sé stesso.
Era stufo delle lezioncine quotidiane del padre e di dover essere per forza come tutti gli altri tordi dei boschi.
Alla fine non ne poté più: volò via, raggiunse un bosco vicino, e mise su casa da solo."
La mamma di Willie andò a cercarlo per assicurarsi che stesse bene, che avesse cibo a sufficienza, ma siccome era una mamma americana non provò neanche a convincerlo a tornare a casa. Voleva che lui si trovasse da solo la propria strada, il proprio talento.
A casa, effettivamente, con i due fratelli maggiori non si trovava granché: loro erano "scalmanati" e non avevano i suoi piedi a papera che lo rendevano unico nella sua goffaggine. Anche il padre era un po' troppo saccente per i suoi gusti, con quelle continue "lezioncine" che ogni giorno gli impartiva...
Da solo nel bosco, Willie era felicissimo e si interrogava, svolazzando da un albero all'altro, quale sarebbe stato il suo talento, il suo destino. E mentre era lì che ci pensava, udì il suono melodioso di un flauto. Quella della signorina Polly, la bibliotecaria. Su quelle note Willie improvvisò il suo canto. Melodioso, con le consuete sei note dei tordi, alle quali aggiunse gorgheggi nati dall'improvvisazione.
Ecco fatto. Con questo suo dono unico, sarebbe diventato un grandissimo e celebre cantante.
E così fu. Più o meno.
Chi sia Norman Rockwell non credo vada spiegato qui. Quale fu il suo talento, così come fu quello di Willie, è cosa stranota. Almeno per tutti coloro che si sono occupati a vario titolo di illustrazione.
Ma nel Dono speciale di Willie è successo qualcosa di diverso rispetto alla sua consueta attività di illustratore di copertine di riviste. Qui si è misurato con una storia. Non solo l'ha illustrata, ma l'ha anche concepita. Anche se nelle diverse stesure è stata più volte rimaneggiata, quella che compare nell'edizione italiana, pubblicata da Storiedichi, parrebbe essere quella più vicina alla sua originale, ossia quella che aveva proposto alla rivista McCall's che nel 1967 la pubblicò, rielaborata dalla redazione. Una seconda versione, rielaborata e ampliata dalla moglie di allora, fu pubblicata nel 1969. Infine nel 1994, in occasione del suo centenario, venne data alle stampe questa versione, per celebrare ancora una volta, se possibile, il suo grande talento.
Questo unicum nella smagliante carriera di Rockwell può diventare oggetto di riflessione in due direzioni diverse.
Da una parte, non ci si può esimere dal celebrare l'evento, ossia il grande Rockwell che 'sconfina' in un campo che non è il suo consueto (e quindi ci sta tutto il clamore per l'insolito exploit) e dall'altro su che cosa sia davvero un libro illustrato, che lo si chiami albo o libro a figure, poca differenza fa in questo caso.
La cosa che lascia perplessi, almeno che ha lasciato perplessa me, è l'obiettiva mancanza di dimestichezza di un gigante come Rockwell nell'inventare una storia e insieme nell'illustrarla.
Nessuno stupore: lui faceva un altro mestiere.
Lui ha ritratto l'America, la sua gente, i suoi bambini, e lo ha fatto in quello che è stato definito, correttamente, realismo romantico, e nel farlo in quel modo l'ha resa indimenticabile. E questo lo ha fatto fino alla fine da gigante quale era. S'intende.
Non si tratta di un problema legato alla lunghezza del testo, che potrebbe essere considerata oggi un'anomalia. Al contrario, è assolutamente nella norma per grandi illustratori prestati all'editoria per i più piccoli che si sono presi tutto lo spazio che hanno voluto per raccontare. E nel dirlo penso proprio a William Steig, anche lui come Rockwell assoluto gigante delle copertine delle riviste (Nel suo caso militò per tutta la sua carriera tra le fila del New Yorker, mentre Rockwell al Saturday Evening Post). Quindi non è lì che si annida il suo impaccio.
Ma piuttosto nella difficoltà di mettere insieme in modo equilibrato e armonico, in un fluire narrativo, entrambi i codici, ossia entrambi i linguaggi - parole e immagini - che hanno, per forza di cose, ritmi e tempi differenti.
In altre parole: da un lato il racconto a parole, seppure non un guizzo particolarmente geniale, nella piacevole traduzione di Chiara Carminati è specchio dei tempi in cui è nato. Ci sta che abbia una sua vena retorica e moraleggiante. Non è ancora lì il problema. Peraltro insospettisce la sua storia editoriale, così come ci viene raccontata: tutti hanno sentito il bisogno di 'rimetterci le mani' almeno un po'... ma questa forse è pura illazione.
Il problema nasce nel momento in cui, accanto al racconto, il genio di Rockwell decide di illustrarlo.
Da artista abituato a sparare il suo colpo unico - una copertina, un manifesto, un quadro - concentra il suo portato narrativo in un'immagine per volta.
Che cosa succede nel leggere Il dono speciale di Willie (a propo', perché non tradurre in italiano il titolo così come era in originale - Willie was different - e quindi non cedere al politicamente corretto?)?
Si legge il testo e poi si guardano le figure, o viceversa, ed entrambe si illustrano a vicenda.
Né da una parte né dall'altra si aggiunge un cincino di non detto.
L'albo illustrato è un oggetto ben più complesso.
Quindi abbiamo un testo carino, tenero e ben tradotto, e dall'altra - anche nel senso più letterale del termine - abbiamo una galleria di magnifici disegni, dipinti di Rockwell. Uno più bello dell'altro, almeno le tavole a colori, quelle a piena pagina. A parte i rari disegni in bianco e nero, che ha aggiunto perché il testo si era allungato con la riscrittura di sua moglie, che condividono lo spazio con il testo, solo in due casi capita che le parole condividano lo stesso foglio con il disegno.
Tavola a colori da un lato e testo nella pagina accanto: sono connesse perché l'una illustra ciò che l'altra dice.
Per rimanere tra giganti e per rimanere in quegli anni, Where the Wild Things are è di un pugnetto di anni precedente...
Il respiro dell'albo illustrato è tutt'altra cosa, o no?
Carla
Noterella al margine. Non credo di essere la sola ad aver notato tra il tordo dei boschi e il signor Norman Rockwell una somiglianza strepitosa: e questo sì che è un dettaglio che illumina il suo genio!





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