EPPURE CI SI ORIENTA LO STESSO
Clarisse Lochmann decide di non dare spazio ad alcuna finalità evidente, e preferisce evocare. Pur dotato di una regia precisa, tutto il materiale narrativo prima di essere compreso può essere messo al servizio dell'interpretazione del lettore. Esattamente come al risveglio, le gambe e le braccia dei bambini, le loro teste, i gesti con cui si rivolgono e con cui si muovono verso Josette, Josette stessa e le forme degli oggetti si imprimono sulla retina senza rivelarsi immediatamente, mantenendo lettura dopo lettura questa consistenza cangiante. Le illustrazioni di Lochmann impongono una diversa scansione del tempo di lettura. I lettori sperimentano direttamente quella percezione parziale che è comune in bambini e anziani: abbandonati i sistemi organizzativi degli adulti produttivi ed efficienti, scardinata la scansione dei giorni e delle stagioni, ribaltata la percezione del freddo e del caldo, nessuno sa più che giorno è, eppure ci si orienta lo stesso.
Dopo aver sfogliato questo albo non riuscivo a smettere di farmi domande.
Dopo una prima rapida lettura ero rimasta perplessa, quasi abbagliata e in bilico tra la meraviglia e il disappunto.
Non avevo capito bene cosa mi fosse piaciuto, non avevo afferrato immediatamente la storia, non avevo chiaro quale fosse l’argomento o il pretesto narrativo. Nemmeno avrei potuto dire, così su due piedi, il soggetto delle illustrazioni. Sentivo di essere di fronte a qualcosa di notevole ma non ne ero sicura, e nonostante ne fossi attratta non trovavo delle motivazioni consistenti per sceglierlo tra gli altri. Ho lasciato che passasse il tempo necessario per accorgermi che non smettevo di ragionarci su, e alla fine ho capito che era proprio l’assenza di apparenti motivazioni il motivo per cui è necessario leggere questo poetico albo.
È importante parlare di Josette perché è un albo che fa qualcosa di raro: non insegna, non porta un messaggio esplicito, non suggerisce un comportamento migliore di un altro, non fa nessuna morale. È un albo inutile, si potrebbe dire. E, in un’epoca in cui tutto deve avere uno scopo ed essere immediatamente fruibile, beh: essere inutili è un enorme segno di distinzione. Proprio in questo aggettivo si incontrano infatti la mancanza di uno scopo programmatico e la libertà d'uso: nessuna istruzione, nessuna direzione imposta. Come il migliore dei giocattoli, Josette ha punti di rottura e screpolature per eliminare il timore di poterlo rompere. Ha vuoti e punti di appoggio su cui potersi arrampicare.
Ha colori vibranti e forme mutevoli. È, insomma, un dispositivo di innesco perfetto: il racconto di un fatto specifico e personale che diventa un gradino per avvicinarsi a qualcosa di più intimo e personale.
Prendiamo le immagini: sono loro ad arrivare per prime.
Luminose, tenui, alternano le soffici sfumature aranciate di una ricca palette tardo estiva a tinte più forti e invernali. Sono macchie giustapposte che si organizzano fortunosamente attorno a una struttura. Sono frammenti e texture sospese nel bianco della pagina che si assumono il rischio di risultare sconnesse e di non immediata lettura. Sono rilevazioni di luce e colore che si affollano attorno a un preciso punto prospettico senza perdere mai in delicatezza. Le illustrazioni di Josette suggeriscono una situazione, dei personaggi e contemporaneamente ne ostacolano la rilevazione, rifuggendo giocosamente il racconto immediato, palese e manifesto. Sembra un po’ di stare sull’orlo di un sogno, quasi in grado di afferrare e comprendere, ma anche lontanissimi dal capire, e questa pare essere una dichiarazione programmatica della modalità in cui l’autrice decide di raccontare le storie: partendo da frammenti da prendere in considerazione singolarmente prima di arrivare alla comprensione del tutto.
Anche il titolo in copertina e il testo si comportano così: singole lettere, piccole frasi, esclamazioni, domande e risposte che si contrappongono dagli estremi di una pagina al margine dell’altra, alternando la comprensibilità e l’enigma. Un gioco raffinato e sottile che rinuncia all’esplicitazione diretta per prediligere l’esperienza esplorativa della lettura. Una manciata di caratteri, un'ombreggiatura, un nome, nessuna indicazione diretta: illustrazioni e testo lavorano assieme senza spianare la strada completamente, anzi, quasi rendendo tridimensionale lo spazio percettivo necessario alla comprensione.
La storia è semplice: Angèle e Clément sono a casa di Josette. È estate, fa caldo e c’è luce fino a tardi. I bambini si domandano cosa sia il freddo, cercando di recuperare nella memoria le temperature dell’inverno. Improvvisamente Josette si sveglia e sale in soffitta senza dire una parola, per tornare con quello che è necessario all’allestimento di quanto più lontano esiste dall’estate: un albero di Natale e i suoi addobbi. Se c’era una volontà precisa di raccontare il rapporto tra l’infanzia e la vecchiaia, o il proposito di onorare la memoria di una donna realmente esistita, se c’è quindi un significato, un insegnamento, questo rimane sapientemente celato nelle radici dell’opera, e non trapela mai in modo esplicito.
Clarisse Lochmann decide di non dare spazio ad alcuna finalità evidente, e preferisce evocare. Pur dotato di una regia precisa, tutto il materiale narrativo prima di essere compreso può essere messo al servizio dell'interpretazione del lettore. Esattamente come al risveglio, le gambe e le braccia dei bambini, le loro teste, i gesti con cui si rivolgono e con cui si muovono verso Josette, Josette stessa e le forme degli oggetti si imprimono sulla retina senza rivelarsi immediatamente, mantenendo lettura dopo lettura questa consistenza cangiante. Le illustrazioni di Lochmann impongono una diversa scansione del tempo di lettura. I lettori sperimentano direttamente quella percezione parziale che è comune in bambini e anziani: abbandonati i sistemi organizzativi degli adulti produttivi ed efficienti, scardinata la scansione dei giorni e delle stagioni, ribaltata la percezione del freddo e del caldo, nessuno sa più che giorno è, eppure ci si orienta lo stesso.
Giorgia
“Josette”, Clarisse Lochmann (traduzione di Elena Balzano), Edizioni Piuma 2026






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