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mercoledì 16 settembre 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

NESSUNO SA PIÙ CHE GIORNO È, 
EPPURE CI SI ORIENTA LO STESSO 

Dopo aver sfogliato questo albo non riuscivo a smettere di farmi domande. 
Dopo una prima rapida lettura ero rimasta perplessa, quasi abbagliata e in bilico tra la meraviglia e il disappunto. 
Non avevo capito bene cosa mi fosse piaciuto, non avevo afferrato immediatamente la storia, non avevo chiaro quale fosse l’argomento o il pretesto narrativo. Nemmeno avrei potuto dire, così su due piedi, il soggetto delle illustrazioni. Sentivo di essere di fronte a qualcosa di notevole ma non ne ero sicura, e nonostante ne fossi attratta non trovavo delle motivazioni consistenti per sceglierlo tra gli altri. Ho lasciato che passasse il tempo necessario per accorgermi che non smettevo di ragionarci su, e alla fine ho capito che era proprio l’assenza di apparenti motivazioni il motivo per cui è necessario leggere questo poetico albo. 


È importante parlare di Josette perché è un albo che fa qualcosa di raro: non insegna, non porta un messaggio esplicito, non suggerisce un comportamento migliore di un altro, non fa nessuna morale. È un albo inutile, si potrebbe dire. E, in un’epoca in cui tutto deve avere uno scopo ed essere immediatamente fruibile, beh: essere inutili è un enorme segno di distinzione. Proprio in questo aggettivo si incontrano infatti la mancanza di uno scopo programmatico e la libertà d'uso: nessuna istruzione, nessuna direzione imposta. Come il migliore dei giocattoli, Josette ha punti di rottura e screpolature per eliminare il timore di poterlo rompere. Ha vuoti e punti di appoggio su cui potersi arrampicare. Ha colori vibranti e forme mutevoli. È, insomma, un dispositivo di innesco perfetto: il racconto di un fatto specifico e personale che diventa un gradino per avvicinarsi a qualcosa di più intimo e personale.


Prendiamo le immagini: sono loro ad arrivare per prime. Luminose, tenui, alternano le soffici sfumature aranciate di una ricca palette tardo estiva a tinte più forti e invernali. Sono macchie giustapposte che si organizzano fortunosamente attorno a una struttura. Sono frammenti e texture sospese nel bianco della pagina che si assumono il rischio di risultare sconnesse e di non immediata lettura. Sono rilevazioni di luce e colore che si affollano attorno a un preciso punto prospettico senza perdere mai in delicatezza. Le illustrazioni di Josette suggeriscono una situazione, dei personaggi e contemporaneamente ne ostacolano la rilevazione, rifuggendo giocosamente il racconto immediato, palese e manifesto. Sembra un po’ di stare sull’orlo di un sogno, quasi in grado di afferrare e comprendere, ma anche lontanissimi dal capire, e questa pare essere una dichiarazione programmatica della modalità in cui l’autrice decide di raccontare le storie: partendo da frammenti da prendere in considerazione singolarmente prima di arrivare alla comprensione del tutto. 


Anche il titolo in copertina e il testo si comportano così: singole lettere, piccole frasi, esclamazioni, domande e risposte che si contrappongono dagli estremi di una pagina al margine dell’altra, alternando la comprensibilità e l’enigma. Un gioco raffinato e sottile che rinuncia all’esplicitazione diretta per prediligere l’esperienza esplorativa della lettura. Una manciata di caratteri, un'ombreggiatura, un nome, nessuna indicazione diretta: illustrazioni e testo lavorano assieme senza spianare la strada completamente, anzi, quasi rendendo tridimensionale lo spazio percettivo necessario alla comprensione. 


La storia è semplice: Angèle e Clément sono a casa di Josette. È estate, fa caldo e c’è luce fino a tardi. I bambini si domandano cosa sia il freddo, cercando di recuperare nella memoria le temperature dell’inverno. Improvvisamente Josette si sveglia e sale in soffitta senza dire una parola, per tornare con quello che è necessario all’allestimento di quanto più lontano esiste dall’estate: un albero di Natale e i suoi addobbi. Se c’era una volontà precisa di raccontare il rapporto tra l’infanzia e la vecchiaia, o il proposito di onorare la memoria di una donna realmente esistita, se c’è quindi un significato, un insegnamento, questo rimane sapientemente celato nelle radici dell’opera, e non trapela mai in modo esplicito. 


Clarisse Lochmann decide di non dare spazio ad alcuna finalità evidente, e preferisce evocare. Pur dotato di una regia precisa, tutto il materiale narrativo prima di essere compreso può essere messo al servizio dell'interpretazione del lettore. Esattamente come al risveglio, le gambe e le braccia dei bambini, le loro teste, i gesti con cui si rivolgono e con cui si muovono verso Josette, Josette stessa e le forme degli oggetti si imprimono sulla retina senza rivelarsi immediatamente, mantenendo lettura dopo lettura questa consistenza cangiante. Le illustrazioni di Lochmann impongono una diversa scansione del tempo di lettura. I lettori sperimentano direttamente quella percezione parziale che è comune in bambini e anziani: abbandonati i sistemi organizzativi degli adulti produttivi ed efficienti, scardinata la scansione dei giorni e delle stagioni, ribaltata la percezione del freddo e del caldo, nessuno sa più che giorno è, eppure ci si orienta lo stesso. 


Giorgia

 “Josette”, Clarisse Lochmann (traduzione di Elena Balzano), Edizioni Piuma 2026

mercoledì 22 ottobre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

UNA QUIETA CHIOCCIOLINA 


C’è una piccola collana che si coltiva un posticino molto particolare sugli scaffali delle librerie. Si chiama I notturni, è edito da Edizioni Piuma e no, non sono i notturni di Chopin, gli amabili brani cantabili, quelli che raccoglie. Questi notturni prendono il lato appunto ‘oscuro’ della notte e lo allargano con il solo potere delle parole, immaginando storie paurose, ambientandole in luoghi tenebrosi, con personaggi insoliti. 
Sono piccoli perché occorre leggerli in solitudine, lasciarsi trasportare da fantasmi, maledizioni, oscure morti. Sono neri, come la notte, le copertine hanno nella parte bassa un occhio che ti scruta, muto. Ancora più in basso due triangoli trafitti da una linea: nella simbologia alchemica il triangolo che ha il vertice in alto significa Aria, mentre l’altro rappresentato, col vertice verso il basso, rappresenta la Terra. È dunque subito chiaro l’ambito in cui si muovono i testi proposti: quello del romanzo gotico, che si spinge fino all’horror, che ha come grandi vati Edgar Allan Poe e Lovecraft. I libri sono avvolti in un cofanetto a tre ante, che abbraccia il libro: sotto il libro che pare diventare ancora più piccolo una volta spogliato, un taccuino nero anch’esso, ma da riempire con parole immagini suggestioni. 
La quarta di copertina è nel cofanetto. 
Nel caso di Eppur si muove, scritto da Laura Marinelli e illustrato da Giulia Ferla, la storia che si narra è quella di Mariano, un bambino di otto anni nato con una minuscola malformazione della mano destra: il bambino, infatti, ha sei dita in quella mano, undici in tutto. Che numero strano, dispari. Il mignolo è fonte di vergogna per il piccolo protagonista, che vive con la madre, donna di servizio presso un conte, a Napoli. Mariano e la madre convivono con questo mignolo strano, che pare viva di vita propria, che anticipa gli stati d’animo del bambino dimenandosi, sfuggendo al controllo. Lo tengono nascosto, consolati solo dal fatto che non sia la sinistra, la mano del diavolo, a essere malformata. Mariano gironzola tra la cucina del conte e la grande sala dove si accolgono gli ospiti e lì conosce Clementina, nipote del conte, sua coetanea, che diventerà grande amica del bambino. Intorno a Mariano aleggia il pregiudizio fin dalla nascita che percepiamo pagina dopo pagina e che esplode nel momento in cui Clementina scompare. 
Capro espiatorio per eccellenza, Mariano ha nel proprio corpo le prove di appartenere al Male. 
Il piccolo romanzo in realtà è scritto su un doppio binario: solo dopo i primi capitoli si capisce che il racconto è scritto di proprio pugno da un Mariano ventenne, disperato ancora dalla scomparsa misteriosa di Clementina. 
La scrittura di Laura Marinelli non è piana: è come l’andamento del libro, che passa dalla lingua italiana al dialetto napoletano, che cambia piani temporali, che saltella nelle menti dei personaggi. Piano piano tesse una narrazione che inevitabilmente porta al momento catartico, in cui tutto esploderà? In cui tutto sarà chiaro? In cui finalmente si saprà? Di certo le caratteristiche gotiche del romanzo sono quasi da manuale: fantasmi, prelati oscuri, vecchi castelli, crocefissi capovolti improvvisamente. 
In tutto questo un solo animale abita i luoghi con saggia postura: le chiocciole, che portano una casa su di sé, che paiono così inermi, così vulnerabili e lente, ma. 
Il libro è abilmente illustrato da Giulia Ferla, le cui illustrazioni accompagnano in modo composto il testo, emergendo solo a fine capitolo e aggiungendo quel giusto all’atmosfera orrorifica del racconto. 
Era da tanto tempo che non leggevo un horror e nel farlo ho pensato che è bello leggere sul bordo tra vita, morte, passaggi, superstizioni. Che è proprio vero quello che si dice che tanta morte chiama tanta vita, come alla fine scopre Mariano. 
Ho anche pensato che occorra ridare vita a questo genere amato e richiesto da ragazzini e ragazzine, qui i lettori ideali sono gli undicenni,  e questa piccola collana ha questo grande obiettivo e merita tutto lo spazio possibile. 
Nel centro della custodia, se si tolgono completamente il libro e il taccuino, c’è una curiosa annotazione sull’origine della chiocciola che usiamo quotidianamente quando mandiamo le mail. 
È una quieta e tenera chiocciola? O nasconde dell’altro? 
Forse occorre sfogliare i codici miniati del Trecento per capirlo. 

Valentina 

"Eppur si muove", di Laura Marinelli, ill. Giulia Ferla, Edizioni Piuma