Non leggo molti romanzi dedicati all’infanzia, lo devo ammettere.
Essenzialmente mi trovo più a mio agio con la complessità che scaturisce dal magico mix dei diversi mezzi espressivi possibili nell’albo.
Eppure, davanti a Ofelia alla deriva mi sono fermata. Forse il nome della protagonista – che subito mi rimandava alla celebre omonima shakespeariana – forse la presenza dell’onda spumeggiante (anche qui, richiami…) forse per l’illustrazione nell’insieme così dinamica e allo stesso tempo accogliente.
La storia di Ofelia alla deriva è classificabile nel genere del romanzo d’avventura, nel più classico dei sensi: c’è una protagonista che, vuoi non vuoi, a causa di strani eventi viene trascinata lontano durante una tempesta. C’è un naufragio, un’isola deserta su cui imparare a sopravvivere, nuovi amici e nemici, e salvatori, genitori e parentele amicali di vario grado che si adoperano per ritrovare la piccola dispersa e riportarla a casa. Ma se è vero come è vero che il romanzo classico assomiglia ad un contratto, in cui ad una premessa corrisponde una certa quantità di osservazioni che conducono via via ad una serie di risoluzioni, è vero anche che il modo con cui si attraversa questa struttura fa tutta la differenza. In un romanzo per bambini la questione è ancora più nevralgica, perché spesso – vuoi perché le storie vengono spesso fraintese e ridotte a strumenti di educazione, vuoi perché l’inesperienza degli interlocutori richiama la prosa a una semplicità un po’ eccessiva – il contratto si mostra, togliendo molto piacere alla traversata.
Innanzitutto il lessico, che non cede mai alla tentazione di semplificarsi per diventare immediatamente comprensibile. Tutt’altro: forte di una precisa caratterizzazione del contesto – porto, barche, mare, navigazione – l’autrice si pregia di chiamare le cose del mare con il loro nome, esattamente come farebbero i pescatori. Certo: alla fine del romanzo c’è un glossario, ma non se ne sente mai il bisogno di una definizione precisa, perché il filo della vicenda è forte e ben teso e altrettanto forte è la considerazione riposta nella capacità dell’interlocutore di individuarlo.
Poi ci sono i personaggi, che vengono messi in scena con la stessa fiducia. Rocke, Ratto e la mamma di Ofelia vengono descritti per quello che sono: spelacchiati animali che devono barcamenarsi in una vita al margine della città, che non offre certezze che non siano la capacità di arrangiarsi e una certa solidità delle relazioni. Anche del papà di Ofelia, Pinky, nulla viene nascosto, non le ferite sulle gambe, non la povertà, non l’insufficienza di certi sentimenti. Certo: molto è possibile quando le dinamiche delle relazioni vengono ammortizzate da sembianze animali, ma qui a salvare il lettore è soprattutto la capacità di Frida Nilsson di dominare tutta la narrazione con precisione e delicatezza, nel nome di una grande e palpabile considerazione delle competenze intellettuali ed emotive del lettore bambino.
Ci sono i temi: ci sono l’amore e la fine dell’amore, l’amicizia e le alleanze. Ci sono il rischio, la paura, la malattia, l’incuria. Ci sono la spiritualità e la morte. C’è un dio che ha l’aspetto di un gambero e un padre che ruba un motoscafo e imbroglia la polizia per non farsi beccare e che si distrae dal salvataggio della figlia scrivendo versi d’amore per la sua ex moglie. Ci sono barche che non dovrebbero galleggiare ma che vengono messe in mare lo stesso. La complessità non viene assoggettata a un’idea di infanzia minore, il timbro del linguaggio non viene impoverito mai, l’intelligenza del pubblico di arrivo mai vezzeggiata. Anche le illustrazioni, infine, confermano questo atteggiamento, chiudendo in bellezza: sono precise, ricche di particolari, ma non sono mai stucchevoli.
Il punto forte del romanzo, però, è a mio parere ancora un altro.
Negli albi e in generale nella letteratura per l’infanzia è piuttosto in uso che la scena, l’attenzione, lo sguardo siano concentrati sul protagonista. Al netto di eventuali allusioni ad un mondo oltre la pagina, sarà molto probabile che per tutto il tempo passato tra le pagine seguiremo le vicende di chi abbiamo incontrato nelle prime pagine, presenziando e compartecipando a molti dei momenti nevralgici della sua vicenda al punto da non riuscire ad immaginare una vita del personaggio che ci prescinda.
Ebbene, in Ofelia alla deriva Frida Nilsson si concede una lacuna.
Per alcuni capitoli non sappiamo nulla della piccola protagonista. Una volta che Ofelia prende in mano il suo destino e salpa per tornare a casa dall’isoletta in cui si è arenata, per una ventina di pagine la perdiamo di vista. Con le gesta della madre e del padre e di quelli che a riva la attendono, il narratore ci obbliga a staccarci da Ofelia per un numero di capitoli sufficiente a far cambiare il baricentro della nostra attenzione. Apparentemente, nulla di eccezionale.
Se non fosse che la scelta narrativa di non parlare della protagonista proprio quando questa decide di salvarsi da sola riflette non solo una precisa idea d’infanzia, ma anche un’idea della funzione generatrice della letteratura e un’idea di lettore capace di tollerare zone di opacità e di pazientare prima di capire.
Ofelia, allontanata dal fulcro della scena, per una manciata di pagine è veramente sola, in quel vuoto sublime che la strappa dalla scena per restituirla al mistero delle azioni e delle scelte agite in autonomia. Scelte e azioni che il lettore non conoscerà mai. Nel frattempo, emergono dalle pagine il carattere e le istanze dei genitori: il timore per la figlia, certo, ma anche, ingarbugliati come solo nella realtà, la compresenza di questo con altri sentimenti: la speranza, la riflessione a proposito dei propri errori, la paura, i nuovi progetti, nuove alleanze. Anche gli adulti si sentiranno compresi e nominati.
Proprio perché l’infanzia e la persona piccola sono tenute in altissima considerazione, Nilsson è capace di immaginarle altrove o anche, addirittura, di non pensarle affatto. E proprio per ragioni di analoga stima, noi lettori non sapremo mai come Ofelia sia tornata a casa, quali difficoltà avrà incontrato, quali bellezze avrà visto. Frida Nilsson non lo dice. Ma è proprio nei capitoli in cui la piccola volpina non è presente che la sua figura – e allora anche la nostra – diventa intera.
Giorgia
“Ofelia alla deriva” Frida Nilsson, Maria Nilsson Thore, (traduzione di Laura Cangemi), Lupoguido 2026
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