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mercoledì 7 ottobre 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

PIEGARSI PER VEDERE 

Da qualche parte ho letto che il numero più lungo che si possa immaginare non si sviluppa verso la grandezza, non serve a misurare universi ed estensioni stellari, ma va nella direzione opposta, verso il piccolo, e serve a definire lo spazio occupato dalle componenti minime della materia e le loro successive ulteriori frammentazioni. Se l’infinito esiste, a quanto pare, sta letteralmente nelle nostre tasche. 
Non so da quale fonte avrò mai ricavato questa informazione controintuitiva, ma anche se fosse fallace ben si adatterebbe a descrivere il meccanismo immaginativo innescato da questo albo. 
L’albo C’è una cosa in ogni cosa pare muoversi proprio in questa direzione, ridefinendo lentamente l’estensione dei concetti apparentemente opposti di dentro e fuori, rendendoli prima porosi, poi attraversabili e infine comodamente abitabili, proprio come sanno fare i bambini e, tra loro, il piccolo protagonista della storia raccontata. 


C’è una cosa in ogni cosa è un’osservazione semplice che si allinea all’attitudine all’osservazione dell’infanzia, epoca in cui l’intuito per il mistero e l’esperienza per la materialità contingente del quotidiano sono fittamente connessi. L’attività di frugare, aprire, spigolare sul fondo dei bauli e dei cassetti è qualcosa che ben si addice alle piccole mani e alle piccole dita dei bambini che prima o poi si trovano impegnati nelle loro esplorazioni di stanze, mobili, vecchi abiti, angoli e cantucci troppo bassi da raggiungere, in cui spesso capita di scovare frammenti minimi, frantumaglie e oggetti di ogni tipo. Questi reperti, talvolta lontani dal momento in cui erano veramente utili, assumono al cospetto dei piccoli una seconda vita. L’immaginazione senza condizionamenti si trova spinta in una direzione nuova, che questo albo coglie in maniera delicatissima, restituendola intatta all’occhio adulto. 
Le cose che stanno dentro alle altre cose divengono scalini che, mentre scendono, offrono molteplici occasioni di meraviglia che corrispondono ad altrettante occasioni di percepire l’estensione dello spazio che esiste – apparentemente inerte – dentro alle cose, evidenziando infine l’irrilevanza della misura oggettiva a dispetto di quella percettiva. È qui che lavora l’albo, su una soglia che chiede di piegarsi per poter guardare. 


Una busta contiene altre buste, una cartella contiene i libri e un astuccio a sua volta contiene penne e matite. Un palazzo tiene in sé molti appartamenti e in ogni appartamento ci stanno le stanze, e nelle stanze mobili con dentro oggetti e vestiti, e persone. Queste ultime a loro volta contengono organi e materia biologica, un cuore, un fegato delle ossa e anche un cervello e dentro il cervello di ognuno ci sono i pensieri e le emozioni e ricordi, e in quei ricordi altre persone, altre case e altri mondi, in ognuno dei quali è possibile ripescare una borsa che contiene una busta, con dentro altre buste… 
Il gioco intellettuale scatenato dall’approccio delicato e poetico dell’albo si trasforma facilmente in una discesa a precipizio in profondità immaginative vertiginose, che sono reali e inarrivabili, come dimostra la capriola fantastica a cui ci dispone la stanza buia di quel buio che sta dentro a ogni cosa.


Anche i luoghi diventano teatro di suggestioni, suggerimenti per una possibile traiettoria dove direzionare uno sguardo. Per trovare qualcosa che non sta manifesto, ma dietro una superficie che lo cela e lo contiene. La discesa verso il dentro rivela la possibilità di aprire, spalancare e andare, e il concetto di interno viene completamente stravolto con una prospettiva inversamente proporzionale alle promesse date. Cosa c’è di più piccolo di una conchiglia, di una spirale che si avvolge su se stessa? Cosa c’è di più piccolo di un neurone, cosa meno percorribile delle sinapsi e degli assoni? Eppure è lì che sta la memoria, lì dentro che si spalanca l’immaginazione: un sole ricordato non è meno vero di quello che splende in cielo. 


Lo spazio indagato dal protagonista della storia si allarga man mano che vi si introduce, perché è entrando che si rivelano le componenti, è entrando che l’apparente e semplice uniformità – di un oggetto, di un concetto – si disfa. Allora la riflessione si estende, allargandosi anche grazie alle immagini che dialogano con qualcosa che sta fuori, oltre il margine. La gamba di un animale, il braccio di un adulto che strattona il bambino che, se non è già intento in un'indagine, è pronto ad immergervisi. Ci siamo anche noi, fuori dalla pagina, reclinati e ripiegati sui particolari delle illustrazioni per meglio mettere a fuoco, da fuori la pagina, cosa ci stia dentro, sulla carta, nella storia. 
Ricordate: è qui che lavora l’albo, sulla soglia: bisogna piegarsi per poter guardare, farsi piccoli, nuovamente, per riuscire a vedere. 


Giorgia

 “C’è una cosa in ogni cosa” Lorenzo Coltellacci, Marta Lonardi, Raum Italic 2026

mercoledì 27 maggio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

RIBALTARE L'IMPERATIVO
 
Una serie di scatti fotografici. Un riquadro di asfalto con la sua texture granulosa, una fuga tra le mattonelle di pavé, lussureggiante di piccole erbe verdissime. Una piccola cannuccia di succo di frutta. 
E poi un pezzetto di carta, cucchiaini di plastica, confezioni di cartoncino collassate di cui è impossibile stabilire la provenienza. Lo stecchino di legno di un ghiacciolo. Proseguendo nell’osservazione, ci si accorge che tra le immagini che si susseguono esiste uno scarto e che sia necessario guardare meglio. Perché questo albo suggerisce un esercizio di osservazione, questionando non solo cosa significhi guardare ma anche e soprattutto cosa significhi immaginare e trasformare partendo dall’osservazione.


La linea di mezzeria è un manto innevato sovrastato da un cielo plumbeo e granuloso. La cannuccia si piega come zampina di insetto, e la carta, sdrucita fino alla frantumazione, è un piccolo animale bianco, rosso e blu. 
Lontano dalla tematizzazione di certi albi illustrati – in primis vengono in mente quelli di Tana Hoban che insistono sulle forme, sulle lettere e sui colori, il grande e il piccolo, i numeri… - gli scatti di Francesca Crisafulli, alternati alle sue successive elaborazioni grafiche, raccontano e trasmettono un atteggiamento libero e creativo nei confronti di quello in cui ci si imbatte quando si sta con il naso per terra. 
Si tratta di un'osservazione che rigenera il criterio con cui definiamo osservabile qualcosa approdando a una visione senza pregiudizi, più esplorativa, esercitata verso il basso, dove stanno le cose minime e senza valore, le cose cadute, o quelle buttate via. 


 Di recente ho fatto un cammino, una cosa piuttosto impegnativa, su sentieri con un fondo di sassi, acqua, molto fango. Per procedere senza cadere era necessario monitorare meticolosamente il percorso, tenere gli occhi incollati ai tappeti di foglie, alle cortecce, ai rivoli. A un certo punto qualcuno ha esclamato che bisognava alzare lo sguardo, perché a furia di stare attenti al sentiero ci si stava perdendo il panorama. Questa affermazione, che conteneva una certa urgenza, mi ha fatto molto riflettere. Personalmente, al di là della situazione contingente, sono sempre molto attenta all’immediato circondario percorso dai miei piedi. 
Mi sono quindi chiesta il perché di questa dicotomia tra guardare in basso e guardare in alto e nello specifico perché il guardare in basso fosse considerato una perdita.


Per questo, ho trovato esplosivo l’albo e su questo mi voglio soffermare: sul punto di vista necessario per squadrare il terreno, sulla postura corporea, sulla relazione tra occhio e spazio che viene a crearsi quando camminando ci si guarda i piedi e si rilevano i colori del selciato, le forme dei tombini, i tratteggi e le texture che si susseguono mentre ci spostiamo. 
Certo: guardare in alto, lontano, il panorama, finanche il cielo ha delle indubbie accezioni positive, ma ci dispone sempre a un certo assoggettamento, una supinità di proporzioni che diventa anche impotenza di sguardo. Soprattutto poi se si è bambini, ovvero osservatori piccoli e prossimi al terreno, e nel “panorama” non rientrano solo case e palazzi e porzioni di colline tra essi, ma anche i mobili e le stanze: da questa altezza - che è anche sociale - rapportarsi allo spazio aperto comporta difficoltà di inquadramento o di individuazione di una cornice. Una riduzione che può essere annichilente non solo in merito alla percezione di sé, ma anche riguardo alle proprie possibilità di reinvenzione. 


Guardare verso il basso favorisce uno sguardo che nei confronti del mondo non è possibile avere, a meno che non si sia in aereo accanto al finestrino, o non si disponga di un drone. Si tratta dello sguardo a perpendicolo, che domina le cose e le squadra dall’alto, assoggettandole, ovvero mettendole a disposizione come oggetto dell’osservare. 
È quella che io chiamo la prospettiva di Dio, intrinsecamente generativa: piegati verso il pavimento si ha immediatamente la percezione di un’inquadratura – la naturale gittata dell’occhio – e questo favorisce la libertà di agire al riguardo. La trasformazione, si diceva appunto, e la fantasia. Da questa prospettiva, davvero – come dice Quarenghi – il mondo è un foglio grande sul quale camminare, e lo sguardo portato in giro da piccoli piedi uno strumento di indipendenza per riformulare la natura delle cose, non solo inseguendo il proprio corpo impegnato nel cammino, ma anche il proprio pensiero impegnato a connettere, immaginare e trasfigurare, dotato per una volta di gigantesco potere di revisione del reale. 


In definitiva, alla fine dell’esperienza di lettura lo stesso titolo, Guarda dove metti i piedi, vede ribaltata la propria natura: da imperativo che spesso ha il sapore di consiglio piovuto dall’alto, magari anche vagamente minaccioso - e che comunque contiene il concetto di controllo volto a schivare minacce e pericoli, prevenendo così ogni occasione di inciampare e cadere – eccolo ampliato a suggerimento gentile e divertito, volto a normalizzare un atteggiamento proattivo e trasformativo. 
Come nei libri migliori, si esce per strada con uno sguardo nuovo, uno sguardo poetico capace di individuare micromondi e bellezza.
Uno sguardo poetico che è anche politico, perché come ci rapportiamo alle cose parla anche di come ci rapportiamo al mondo e alle minutaglie che contiene. 

Giorgia

 “Guarda dove metti i piedi”, Francesca Crisafulli, Giusi Quarenghi, Topipittori 2026

mercoledì 29 aprile 2026

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

 IL FRAMMENTO E L’INTERO 


In una notte che va immaginata lunga e buia il giusto per diventare interminabile e quindi una notte adatta a propositi immani e vertiginosi, Marione decide che è necessario mettere ordine, e ciò che necessita il suo intervento è nientemeno che il mondo. 
Non sopportando più che le cose stiano messe così a casaccio, assieme e senza distinzione, ammassate e adiacenti, confuse, mescolate, presenti tutte nello stesso momento, Marione affronta il nuovo giorno ben deciso a separare ciò che la natura ha unito, spostare quello che la storia ha sparpagliato nello stesso luogo, raggruppare per categorie del tutto nuove e quello che consuetudine e tradizione hanno accostato. Passare in rassegna ogni forma, colore e funzione, ridisporre in bell’ordine e sicuramente migliore i monumenti e i palazzi, le scatole e i barattoli del supermercato: nulla sfugge al suo ardore. 


La realtà, per come si presenta ovvero composita, molteplice, stratificata, si ribella alla volontà di Marione, così come anche gli amici e la moglie. Eppure lui, perfezionista o magari semplicemente sognatore, magari anche visionario, ingaggia una lotta che da subito si mostra impari. Separare il bianco dal nero, la schiuma bianca del mare dalle rocce scure, le parole piane dalle sdrucciole, i numeri pari da quelli dispari, i sostantivi e gli aggettivi, fino ad arrivare alle lettere dell’alfabeto, in una furia che ben presto oltrepassa i limiti del reale, intaccando sogni e immaginazione. Marione allora mentre dorme sogna ancora di separare: l’ossigeno dall’idrogeno, l’inchiostro dalla carta stampata, l’acqua dalla terra, il cacio dai maccheroni. 


Questo albo mette in scena la contraddizione tra l’atto generalmente percepito come virtuoso del riordinare e la tendenza della realtà a disgregarsi per mezzo di una invincibile entropia: diversamente da quello che si potrebbe presumere, però, la catalogazione parossistica praticata da Marione, la sua vertiginosa vocazione alla frammentazione, delirante e scomposta, intacca ogni cosa senza soluzione di continuità senza tuttavia portare il sollievo che si è soliti attribuire all’ordine, come se il suo sforzo fosse un’intrusione superflua e dannosa, il cui prezzo da pagare è piuttosto alto. Ogni cosa del mondo infatti - ogni struttura astratta o concreta, ogni essere vivente, ogni oggetto, materiale, persino ogni elemento - presenta questa tendenza insopprimibile alla suddivisione fino all’ultima particella atomica. 
Lungi dal portare alcuna chiarezza, il proposito di Marione racconta una dissoluzione che si approssima ad essere definitiva per come evita accuratamente di individuare alcuna strada per tornare dal singolo frammento all’esperienza quotidiana. 


Ed è proprio qui il punto di contatto con un albo illustrato in cui deve aver agito una analoga brama di scomposizione e ordine – stessa notte buia e lunghissima, forse…-. Il risultato dello svizzero Ursus Wehrli, però, va in direzione decisamente diversa, anzi, diametralmente opposta. Innanzitutto il contesto di osservazione. Se ne L’ordine del mondo l’ambito in cui agisce lo sguardo di Marione è la realtà, in Arte a soqquadro, l’indagine si sviluppa in relazione all’opera d’arte pittorica. 
La struttura è cristallina: nella pagina di sinistra un quadro riprodotto nella sua interezza; nella facciata opposta, lo stesso quadro, ma scomposto e suddiviso nei suoi elementi costitutivi per mezzo di criteri ispirati dal quadro stesso.


Forse perché l’opera d’arte è già frutto di una sintesi in cui dal pittore è stato esercitato un controllo, forse perché il riordino formale proposto non perde mai il suo carattere giocoso e ironico, la suddivisione in schegge e frammenti ha il potere di rendere più acuto e sensibile lo sguardo, imponendo quasi di individuare il frammento nel tutto per tornare ogni volta a riconsiderare il tutto e l’intero alla luce di quell’unico frammento, preso eccezionalmente in considerazione nella sua separatezza, nella sua unicità.
E forse proprio perché ad essere manipolata non è la realtà - ribelle e spontanea - ma una composizione frutto della mente umana, sembra quasi che la riduzione a frammenti non sia un vero e proprio riordinare, ma piuttosto un intervento deliberato di scompaginazione, un'esplorazione mossa dal desiderio di conoscenza. 
La tensione ambigua tra ordine e disordine è rilevabile anche nel titolo: se dell’edizione tedesca, Kunst aufräumen, si fa riferimento preciso – attraverso il verbo aufräumen, che tiene insieme il concetto di stanza e di spazio chiuso - all’atto di muoversi in una stanza vissuta per riordinarla, nell’edizione italiana appare la meravigliosa parola “soqquadro” che ha il potere, espresso tra il delizioso indotto del gioco di parole e l’immaginario che le doppie q di scolastica memoria fanno scaturire, di evocare uno spazio chiuso in cui è già intervenuta una qualche azione che tutto ha spostato. 


Ad affiancare questi due albi e gli sguardi dei loro autori viene in effetti da chiedersi cosa sia effettivamente, questo desiderio di mettere le cose a posto, ma ancor di più cosa comporti stare a contatto con il disordine: forse, si tratta di respirare la sottile e pervasiva entropia con la sua brutta abitudine di disperdere ogni cosa, oppure significa entrare in una più profonda relazione con ciò che è il frammento minimo, quello che a saperci stare accanto dice cose meravigliose sull’intero. 


Giorgia

“L’ordine del mondo”, Luigi Malerba, Elisabetta Frau, Uovonero edizioni 2026 
 “L’arte a soqquadro”, Ursus Wherli, Il Castoro 2008