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lunedì 24 agosto 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)


COSE BUONE E GIUSTE

Il custode delle fiabe, Christine Schneider, Hervé Pinel 
(trad. Germana Raimondi) 
orecchio acerbo 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni) 

"Mi presento: sono il custode di questo libro e voglio mettere subito le cose in chiaro. 
Se non volete guai, cara lettrice, caro lettore, guardatemi dritto negli occhi. 
Prima di tutto, è severamente vietato fare le orecchie alle pagine. 
Poi, non vi azzardate a strapparne neanche una. 
Infine, su questo libro gli scarabocchi non sono autorizzati. 
Spero di essermi spiegato. 
Bene, muoviamoci. 
Nella speranza che durante la mia assenza tutto sia rimasto in ordine." 

Fatti i primi passi, nel libro che il custode del libro medesimo, in giacchetta e cappello, sta attraversando, niente è più come ci si aspetterebbe che fosse. 
Va da sé! 
Complice il lungo tempo trascorso a pagine chiuse, le fiabe del volume hanno subito considerevoli cambiamenti: il porcellino architetto ha fatto i suoi schizzi a penna su una pagina illustrata, per la precisione, si dovrebbe trattare di un'incisione settecentesca. Per questo viene messo in castigo. 
Ma fortunatamente almeno la pagina con i protagonisti di Frozen (!) ha un manto nevoso ancora immacolato e il guardiano, in piedi al di qua della pagina, se ne compiace, anche se avverte il lettore di non toccarla con le dita sudicie... 
Quando poi si affaccia davanti alla fiaba di Biancaneve - lei è al tavolo a preparare un buon manicaretto per i nani - scopre che sta cucinando un succulento sformato di indivia e besciamella, altro che cimici del bosco... 
Cappuccetto Rosso si è persa; i due restanti porcellini vagano nel nulla perché senza il terzo, in castigo, la loro fiaba si è bloccata. 


Circostanza questa che ha fatto imbestialire il lupo che ha appena preso a unghiate, taglienti come lo Stanley di Lucio Fontana, l'immagine di un nebbioso castello sulla rocca... 
I nani, invece, sono fuggiti da Biancaneve - ignari forse dello sformato che li attende - per liberarsi dal giogo del faticoso lavoro in miniera e impiegarsi finalmente come nani da giardino, all'aria aperta. 
La Bella Addormentata, anche lei, è fuori posto e il povero guardiano trasecola: lei sta andando a bere un tè alla casa modernissima del porcellino architetto, che - furbo - non ha previsto nessun camino di accesso per il lupo. Esploso è anche "il laboratorio" della strega di Biancaneve che - pare - non si sia limitata a fare un incantesimo a tempo  da offrire alla ingenua fanciulla. 
Ma adesso è davvero troppo! E' letteralmente fuori dai gangheri quel poveretto in cilindro e marsina quando, ai piedi di un albero seduti in chiacchiere, incontra Biancaneve (avrà lasciato sulla tavola il suo sformato, visto che loro erano in ritardo?), la Bella Addormentata (delusa che un porcellino non è un buon partito come lo è un principe), il Lupo (temporaneamente disoccupato, senza casetta di mattoni e senza Cappuccetto smarrita) e anche il Cacciatore, anch'egli al momento a riposo, senza nessuno da salvare. 
Tutti e quattro seduti intorno al loro Déjeuner sur l’herbe... 
E non finisce qui! 

Partiamo da qui, da Éduard Manet. Ispirazione assoluta per chiunque abbia deciso di disegnare, dipingere, illustrare un qualsiasi pic-nic. A partire dallo stesso Claude Monet che solo qualche anno dopo emulava il maestro...


Perché Hervé Pinel decide di citare il famoso dipinto impressionista? Addirittura nei gesti del cacciatore e anche un po' in quello di Biancaneve... Lo fa perché in tal modo sa di tenere desto non solo l'immaginario dei bambini, ma anche quello degli adulti che con loro leggono il libro. E questa è cosa buona e giusta. 
Punteggiare il percorso narrativo - tanto il testo quanto le figure - di allusioni, citazioni, riferimenti dedicati ai grandi non fa altro che confermare che la lettura di un albo è un esercizio che dovrebbe prevedere di default la condivisione tra bambini e grandi. 


Questo vale anche per la miriade di altre strizzatine d'occhio che l'ineffabile coppia Schneider/Pinel fa al lettore adulto: a partire dalla citazione dello Zio Sam e del suo sguardo perentorio con il suo dito puntato verso l'osservatore (disegnato per la prima volta da James Montgomery Flagg e pieno di emuli almeno quanto Manet), al non richiesto riferimento a una veduta settecentesca scarabocchiata, ai tagli sulla tela, al riferimento al dottor Frankenstein... E via andare. 
Che questi due siano dei magnifici quanto sapienti autori di albi illustrati, non credo vada dimostrato...
Per i soli tre pubblicati in Italia, il fatto è incontrovertibile: In punta di piedi (orecchio acerbo, 2019), Una giornata al museo (Il castoro, 2023) e ora Il custode delle fiabe (orecchio acerbo 2025). 
Non solo sono in grado di parlare a tutti i loro lettori, grandi o piccoli che siano, ma lo fanno ricorrendo a strategie sicure. 
È cosa buona e giusta che qui, per esempio, li chiamino dentro la storia, senza possibilità di rifiuto, fin dalla prima pagina, rivolgendosi loro in un dialogo diretto oppure, come succede in In punta di piedi, mettendo in rima, sonorizzando il testo e giocando parecchio con le figure. 
E ancora. È un'altra cosa buona e giusta che ci sia un gioco interno che si moltiplica sull'equivoco, come in In punta di piedi, ridicolizzando qualcuno con la connivenza dei lettori. Chi ha il libro in mano vede cose di cui i due nonni protagonisti sono totalmente all'oscuro: vede che i veri demolitori di casa non sono i loro animaletti da compagnia, ma i due bambini stessi. E questo fa ridere, molto ridere! 
Qui, nel Custode delle fiabe, succede qualcosa di molto simile: quel povero Custode che dovrebbe rappresentare l'autorità è preso in giro da tutti, ma proprio tutti, lettori compresi! E questo fa di nuovo ridere, molto ridere! 


Il ribaltamento delle situazioni (ossia per esempio un testo che va da una parte e l'immagine dall'altra) oppure il ribaltamento dei ruoli e il caos che ne deriva (ossia l'insubordinazione dei protagonisti oppure l'anormalità di avere un elefante e una tigre in casa e non un gattino) è una bella garanzia di successo. Inoltre, lì i bambini - Clara e Bernardo - sono allo stesso tempo soggetto e oggetto di una grande presa in giro mentre i lettori sono onniscienti. 
Qui l'autorevole Custode non riesce a riportare ordine nel caos e i bambini lettori non potranno che gioire nel vedere un grande autorevole che annaspa, goffo. 
Penultima garanzia di successo: è il dialogo sempre ironico, che tiene insieme immagini e testo. 
Là, due attempati signori perbene che hanno come animali domestici una tigre, un elefante, un pappagallo gigante, uno scimpanzé, una giraffa e un boa e non vedono proprio i loro nipoti nottambuli e affamati. 
Qui, altrettanto, un guazzabuglio fiabesco in grado di mettere insieme Frozen con Ungerer, passando per le fiabe classiche, ironizza sul concetto di ordine, canone e autorità. 
Ultima garanzia di successo: la capriola finale. 
Che qui come lì, ed è ancora una volta cosa buona e giusta, è meglio non rivelare. 


Carla

mercoledì 29 aprile 2026

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

 IL FRAMMENTO E L’INTERO 


In una notte che va immaginata lunga e buia il giusto per diventare interminabile e quindi una notte adatta a propositi immani e vertiginosi, Marione decide che è necessario mettere ordine, e ciò che necessita il suo intervento è nientemeno che il mondo. 
Non sopportando più che le cose stiano messe così a casaccio, assieme e senza distinzione, ammassate e adiacenti, confuse, mescolate, presenti tutte nello stesso momento, Marione affronta il nuovo giorno ben deciso a separare ciò che la natura ha unito, spostare quello che la storia ha sparpagliato nello stesso luogo, raggruppare per categorie del tutto nuove e quello che consuetudine e tradizione hanno accostato. Passare in rassegna ogni forma, colore e funzione, ridisporre in bell’ordine e sicuramente migliore i monumenti e i palazzi, le scatole e i barattoli del supermercato: nulla sfugge al suo ardore. 


La realtà, per come si presenta ovvero composita, molteplice, stratificata, si ribella alla volontà di Marione, così come anche gli amici e la moglie. Eppure lui, perfezionista o magari semplicemente sognatore, magari anche visionario, ingaggia una lotta che da subito si mostra impari. Separare il bianco dal nero, la schiuma bianca del mare dalle rocce scure, le parole piane dalle sdrucciole, i numeri pari da quelli dispari, i sostantivi e gli aggettivi, fino ad arrivare alle lettere dell’alfabeto, in una furia che ben presto oltrepassa i limiti del reale, intaccando sogni e immaginazione. Marione allora mentre dorme sogna ancora di separare: l’ossigeno dall’idrogeno, l’inchiostro dalla carta stampata, l’acqua dalla terra, il cacio dai maccheroni. 


Questo albo mette in scena la contraddizione tra l’atto generalmente percepito come virtuoso del riordinare e la tendenza della realtà a disgregarsi per mezzo di una invincibile entropia: diversamente da quello che si potrebbe presumere, però, la catalogazione parossistica praticata da Marione, la sua vertiginosa vocazione alla frammentazione, delirante e scomposta, intacca ogni cosa senza soluzione di continuità senza tuttavia portare il sollievo che si è soliti attribuire all’ordine, come se il suo sforzo fosse un’intrusione superflua e dannosa, il cui prezzo da pagare è piuttosto alto. Ogni cosa del mondo infatti - ogni struttura astratta o concreta, ogni essere vivente, ogni oggetto, materiale, persino ogni elemento - presenta questa tendenza insopprimibile alla suddivisione fino all’ultima particella atomica. 
Lungi dal portare alcuna chiarezza, il proposito di Marione racconta una dissoluzione che si approssima ad essere definitiva per come evita accuratamente di individuare alcuna strada per tornare dal singolo frammento all’esperienza quotidiana. 


Ed è proprio qui il punto di contatto con un albo illustrato in cui deve aver agito una analoga brama di scomposizione e ordine – stessa notte buia e lunghissima, forse…-. Il risultato dello svizzero Ursus Wehrli, però, va in direzione decisamente diversa, anzi, diametralmente opposta. Innanzitutto il contesto di osservazione. Se ne L’ordine del mondo l’ambito in cui agisce lo sguardo di Marione è la realtà, in Arte a soqquadro, l’indagine si sviluppa in relazione all’opera d’arte pittorica. 
La struttura è cristallina: nella pagina di sinistra un quadro riprodotto nella sua interezza; nella facciata opposta, lo stesso quadro, ma scomposto e suddiviso nei suoi elementi costitutivi per mezzo di criteri ispirati dal quadro stesso.


Forse perché l’opera d’arte è già frutto di una sintesi in cui dal pittore è stato esercitato un controllo, forse perché il riordino formale proposto non perde mai il suo carattere giocoso e ironico, la suddivisione in schegge e frammenti ha il potere di rendere più acuto e sensibile lo sguardo, imponendo quasi di individuare il frammento nel tutto per tornare ogni volta a riconsiderare il tutto e l’intero alla luce di quell’unico frammento, preso eccezionalmente in considerazione nella sua separatezza, nella sua unicità.
E forse proprio perché ad essere manipolata non è la realtà - ribelle e spontanea - ma una composizione frutto della mente umana, sembra quasi che la riduzione a frammenti non sia un vero e proprio riordinare, ma piuttosto un intervento deliberato di scompaginazione, un'esplorazione mossa dal desiderio di conoscenza. 
La tensione ambigua tra ordine e disordine è rilevabile anche nel titolo: se dell’edizione tedesca, Kunst aufräumen, si fa riferimento preciso – attraverso il verbo aufräumen, che tiene insieme il concetto di stanza e di spazio chiuso - all’atto di muoversi in una stanza vissuta per riordinarla, nell’edizione italiana appare la meravigliosa parola “soqquadro” che ha il potere, espresso tra il delizioso indotto del gioco di parole e l’immaginario che le doppie q di scolastica memoria fanno scaturire, di evocare uno spazio chiuso in cui è già intervenuta una qualche azione che tutto ha spostato. 


Ad affiancare questi due albi e gli sguardi dei loro autori viene in effetti da chiedersi cosa sia effettivamente, questo desiderio di mettere le cose a posto, ma ancor di più cosa comporti stare a contatto con il disordine: forse, si tratta di respirare la sottile e pervasiva entropia con la sua brutta abitudine di disperdere ogni cosa, oppure significa entrare in una più profonda relazione con ciò che è il frammento minimo, quello che a saperci stare accanto dice cose meravigliose sull’intero. 


Giorgia

“L’ordine del mondo”, Luigi Malerba, Elisabetta Frau, Uovonero edizioni 2026 
 “L’arte a soqquadro”, Ursus Wherli, Il Castoro 2008

 

venerdì 10 gennaio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NESSUNO E' PERFETTO 

Il magico potere del disordine, Einat Tsarfati (trad. Maria Laura Capobianco) 
Il Castoro 2024 


ILLUSTRATI 

"Il disordine ha molti volti. Può essere gretto ed esibizionista, ma anche astratto e incommensurabile. Non posso giurare sul mio onore che tutti i dati contenuti in queste pagine siano corretti al 100% né che talvolta io non mi sia persa nella grettezza generale, arrendendomi alla marea trascinante del caos. Insomma: questo libro ti aiuterà a essere meno disordinato o disordinata, e nemmeno ci troverai i concetti esposti con metodo e rigore, ma forse dopo averlo letto capirai che sei in buona compagnia." 

Questa è l'unica pagina di un libro che ne ha più di duecento, che non si può considerare illustrata. Si tratta di una piccola nota introduttiva in cui l'autrice si autodenuncia come disordinata, mette in fila una serie di ragionamenti sulla questione disordine e sulla percezione che ogni essere umano ne ha, ovvero quanto ritenga sé stesso ordinato o disordinato. Racconta anche della doppia perdita del manoscritto come a voler testimoniare che mettere in ordine il disordine non è stata proprio una passeggiata di salute... 
Per smentire subito la percezione di avere per le mani un libro disordinato, basterà scorrere l'indice iniziale in cui fanno bella mostra di sé i nove capitoli che lo compongono. Ognuno di questi si accenderà per fare luce su distinte tematiche, per poi ridursi in cenere. Con cadenza regolare. Li elenco per dare onore al merito di un lavoro ordinato di un'artista che si definisce disordinata... 
1 - Perché il disordine è un problema? 
2 - Sei una persona disordinata? 
3 - Definire il disordine 
4 - Gestire il disordine, o: conosci il tuo nemico 
5 - Fare ordine senza diventare ordinati 
6 - Le Genti Ordinate 
7 - I vantaggi evolutivi del disordine 
8 - L'arte della resa 
9 - La salvezza 
Se li si leggono in sequenza si percepisce immediatamente il senso finale dell'intero ragionamento: il disordine è necessario e come tale va capito, accettato e, se possibile, anche utilizzato e messo a frutto. L'unico atteggiamento sensato è quello di saperne cogliere le potenzialità, come pure di imparare a conviverci, oppure imparare a convivere con i rari ortodossi di ordine o disordine senza fare troppe storie. Perché si sa, a questo mondo nessuno è perfetto. 

Come sempre le cose che arrivano da Einat Tsarfati si distinguono per un guizzo di genio e di follia. E anche questa volta, in questo bel librone, l'evento si ripete, puntuale. 


Partiamo dal titolo. In ogni lingua in cui il libro è stato tradotto, le soluzioni sono diverse. Dall'inglese e spagnolo: I'm a mess/Soy un desastre, passando per il francese Je suis bordelique, al tedesco, Ordentlich durcheinander, ossia Ordinatamente disordinati. 
Tuttavia credo che il titolo dell'edizione italiana vinca il premio per raffinatezza. 
A parte quella E fuori posto, si tratta infatti di una sottile parodia di un altro libro che anni fa aveva spopolato, creando molte false speranze nei suoi lettori, almeno in quelli disordinati: Il magico potere del riordino, di autrice giapponese, che aveva un sottotitolo molto promettente... 
E siamo solo alla copertina. 

Appena entriamo in medias res, che in una traduzione libera si potrebbe pensare voglia dire "in mezzo alle cose", cogliamo la rara capacità della Tsarfati di mettere in figura tutto quello che le parole non potrebbero dire, se non a costo di scrivere un libro di mille pagine. 
A prescindere dall'originalità di prospettiva che caratterizza sempre i suoi libri, mi pare che qui - molto più che altrove - Tsarfati applichi al meglio i suoi criteri che la guidano nella visual communication. 
Si percepiscono con molta chiarezza due cose.


La prima, attraverso immagini, simboli e poche, pochissime parole lei è in grado di trasmettere significati ben complessi. E' in grado di far ridere e ragionare il proprio pubblico, attraverso singole figure: una su tutte la scatola di fiammiferi che attraversa l'intero libro. 
Questa sua capacità di tenere sempre alta l'attenzione del lettore è semplicemente magnifica. Mai una volta che si riveli scontata, prevedibile. Al contrario è capace di toccare corde profonde, oppure di sollecitare fantasie, disegnando oggetti che nell'immaginario sono lì sepolti e che brillano nel tornare a galla, improvvisamente e inaspettatamente. 
Utilizza qui tutto il suo know how di graphic designer e di illustratrice pura. 
Ogni pagina è visivamente e letterariamente una sorpresa, un salto verso soluzioni di impaginazione ogni volta diverse, attraversate da un sense of humor degno delle migliori radici di Tsarfati: un capolavoro il test e i paradossi, elencati stanza per stanza: il paradosso del frigorifero, per citarne uno...


Vediamo parole che alludono a precise strategie per sconfiggere il disordine che corrono lungo i margini per lasciare posto a una mappa ideale della propria abitazione, pagine che paiono strappate da un manuale di storia dell'arte in cui si elencano le singole tipologie delle Genti ordinate. 


Oppure strappate da un libro di fisiologia umana, pagine che paiono fumetti ante litteram, per mettere in sequenze le buone pratiche con la ramazza, e altre che sembrano uscite da un fumetto di supereroi con onomatopee esagerate per raccontare un match con uno stendino pieghevole.
 

Si alternano visioni zenitali di ambienti, a immagini frontali, si sfrutta il taglio tra i due piatti della pagina con un gusto senza pari, per separare visivamente e letterariamente l'ordinato dal disordinato. Insomma Tsarfati gioca con tutto, utilizza tutto quello che le viene in mente. 
E i lettori godono sfrenatamente. 


La seconda cosa ha a che fare con i suddetti lettori gaudenti. 
Come spesso capita ai grandi autori - e Einat Tsarfati è certamente nell'olimpo - sanno rivolgersi, colpire e interessare pubblici anche molto diversi. Va da sé che ne godranno tanto quelli che abitano la sponda degli ordinati quanto quelli che vivono sul versante dei disordinati, quanto quelli che sono a metà del guado. 
Ma dirò ancora di più: con cognizione di causa ed esperienza ho visto con i miei occhi che questo libro piace a un novenne, a una quindicenne, a una trentaduenne, a un cinquantenne e a una sessantacinquenne impenitente (per chi non lo avesse capito). 

Carla

lunedì 28 luglio 2014

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


FUORI TUTTO

Mamma in fuga, Arianna Di Genova, Sarah Mazzetti
Biancoenero edizioni 2014


NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)

"Mamma è scappata, non c'è, non c'è più, non ci sarà mai più...È colpa nostra, ci odia, non ci vuole più vedere. L'abbiamo stressata con tutte quelle carte per terra, pantaloni, mutande, accappatoi, quaderni, libri... Sono pentita, papà, ma come faccio ora a dirglielo? È tardi ormai. Ma se tornasse, noi l'aiuteremo sempre, vero?"

Lisa sedici anni e Silvia tredici hanno appena scoperto che la loro madre è scappata di casa. Il loro papà, incredulo, apprende da loro la notizia al momento del suo ritorno a casa. La ragione della fuga è chiara a tutti quelli che hanno sulla coscienza qualcosa da farsi perdonare: Lisa e Silvia non l'hanno mai aiutata nelle sue domenicali furie buttatorie e il padre non ha mai smesso di accumulare oggetti del tutto inutili. Se durante la settimana il disordine si va aggiungendo a quello pregresso, nessuno ha il tempo e la testa di porci rimedio. Ma le cose cambiano la domenica: la madre, come un tornado, gira per le stanze e cerca di eliminare quanto più possibile l'enormità di oggetti accumulati dal padre. Il disordine le blocca il respiro.
Scappare di casa per rifugiarsi dove? Come veri detective, le due sorelle capiscono che quando la madre diceva che sarebbe andata a vivere in una caverna, non scherzava affatto...

Il problema del disordine e quello correlato dell'esubero di oggetti è diffuso.
Solitamente i disordinati e gli accumulatori sono i più piccoli, e i genitori se ne lamentano, cercando di porvi rimedio. Qui la situazione è diversa: si tratta di uno scontro al vertice, tra adulti che hanno abitudini opposte in fatto di gestione degli spazi. In una felice sintesi si potrebbe riassumere che papà è un accumulatore e mamma una buttatutto. Accumulare, ovvero essere capaci di vedere negli oggetti una loro ulteriore vita e chance di utilizzo e quindi non sapersene staccare, è un 'vizio' piuttosto comune. D'altronde anche buttare ogni cosa sembra essere un atteggiamento che ha a che fare con il nostro lato oscuro. Quando poi i due 'vizi' coesistono nella stessa persona i guai sono seri perché si vive una sorta di 'doppia identità' in perenne lotta interiore. Io appartengo a questa categoria di persone. D'istinto accumulo oggetti raccolti qua e là e lo faccio per motivi anche molto diversi, ma sempre irrinunciabili. Ma sono anche colei che si sente soffocare quando vede che gli scaffali della libreria non hanno più un angolo libero per tenere uno spillo e così comincio a buttare con un senso di vertigine interiore che non auguro a nessuno.
I bambini fortunatamente, di solito, appartengono di default al gruppo degli accumulatori, anche se sono stati segnalati alcuni casi rari di bambini ordinatissimi. Ed è per questo che questa storia di Mamma in fuga li farà ridere e riflettere su come si possa intendere il mondo in due modi tanto distanti.

Carla

Noterella al margine. Per non sembrare monotona, vi rimando a quanto scritto a proposito di questa collana nella di poco precedente recensione. Qui però il peso è di poco variato: 31 grammi da mettere in valigia per 8 euro.

lunedì 24 giugno 2013

CORTESIE PER GLI OSPITI (libri preferiti da altri)


TUTTO È PERFETTAMENTE A POSTO NEL GRANDE DISORDINE

Le Grand Désordre, Kitty Crowther
Seuil Jeunesse 2005

 


Il talento di Kitty Crowther, anglo-belga insignita nel 2010 del prestigioso Astrid Lingren Memorial Award (l’Oscar per la letteratura infantile), è speciale. Originale, versatile e calda, questa autrice è capace con pochi tratti di matita e di pastello di “assortire” le coordinate di un microcosmo perfetto e concluso, a cominciare dalle fisionomie vagamente stralunate (ironiche e mai banali) dei suo personaggi. Mi sono domandata se la sordità che l’affligge può spiegare la grande particolarità delle storie che racconta e delle quinte che fanno da sfondo. Mi piace pensare che un disguido – sia pure parziale – di natura abbia contribuito ad alimentare un immaginario tanto singolare e divertente.
Le Grand Désordre (ad ora) è il libro che più amo di Kitty, lo sfoglio spesso e ogni volta colgo qualche nuovo dettaglio. E’ la storia delle storie in un certo senso, perché celebra la vita degli oggetti, muti compagni di viaggio dell’uomo che vivono un’esistenza assai complessa in verità (se solo ci soffermiamo a considerare quanti passaggi di mano, di luogo e di tempo le cose subiscono, emerge una vita segreta piena di risvolti). Emilienne, la protagonista, ne è persino sopraffatta, vivendo in una casa dove gli oggetti sono perennemente fuoriposto, al punto che sembrerebbero animati da spiritelli neri, nasuti, maliziosi e vorticanti. In realtà, se non fosse che la vicina Sylvaine la rimprovera per il grande disordine, Emilienne (sotto lo sguardo sornione e talvolta diabolico dell’inimitabile gatto Daguerréotype) non sentirebbe di dover governare l’anarchia della casa, dove ipotizza addirittura che di notte arrivi la marea a sparpagliare le cose che, pure, talvolta cerca di ordinare. Ma il confronto con la vicina, che pulisce e rassetta con grande lena da mane a sera, la spiazza al punto che decide di darsi da fare consacrando finalmente una giornata al rassetto globale.



Succede però che la prima giornata stabilita per il riordino è tanto luminosa e invitante che Emilienne e Daguerréotype finiscono col fare una lunga passeggiata in campagna, raccogliendo fiori e foglie per l’erbario e dando la caccia alle farfalle. La sera tuttavia, una volta a letto, in compagnia del gatto e di una buona tazza di tisana, un sospiro di troppo rende indispensabile consultare, appunto, il Libro dei Sospiri: se a fine giornata sono stati in numero da sei a otto (come puntualizza il saccente felino) rimandano ad un imperativo categorico, bisogna fare ordine! Il giorno dopo Emilienne ci riprova, manda a spasso il micio e comincia a spolverare con amorevole cura i libri ammonticchiati qua e là. Nel far questo ne rimira la copertina uno ad uno e cosi arriva al primo pomeriggio senza che le sue fatiche abbiano prodotto un risultato soddisfacente. Meglio andare a nuotare nello stagno, riparare dalla pioggia nel capanno di Mitch il pescatore e poi decidere di andarlo a trovare a casa sua, giacchè da sempre Emilienne ne è invaghita e ne prova nostalgia. Sarà proprio Mitch a farla riflettere sul fatto che se da lui tutto sembra abbastanza a posto, forse è perché semplicemente lui ama gli oggetti e la storia che si portano dietro – e qui Kitty fa una deliziosa digressione traendo a pretesto l’avventura di un sasso bianco…



I due giorni seguenti, rinfrancata dalla conversazione amichevole e incoraggiante con Mitch, Emilienne si dà da fare seriamente. Senza più indugi, dà di piglio a cencio, ramazza e battipanni e tira a lucido la casa, disponendo le cose con criterio. Animata da spirito costruttivo, comincia da una poetica e dirimente dichiarazione d’intenti: metterà in una cassa gli oggetti che non ha più voglia di vedere e poi li trasformerà. Le cose rotte, se non sono troppo pesanti, potranno essere appese alla parete, come altrettanti piccoli ricordi. Arrotolerà in punta di dita i pezzi di spago e li riporrà in una scatola divisi per colore, getterà via solo le cose davvero troppo malconce e laverà con lo shampoo i suoi vecchi giocattoli.
Due giornate di lavoro intenso e proficuo la faranno finalmente smettere di sospirare, tutto è pronto per dare una festicciola e coronare gli sforzi, invitati d’onore Mitch e Sylvaine. E qui, prima che la festa cominci, colpo di scena. Poichè la vicina non risponde al suo biglietto d’invito, Emilienne la va a stanare e scopre per caso che in fondo al giardino, dietro una piccola porta dimenticata aperta, Sylvaine ha stipato da sempre in un caos primordiale tutto quanto le impediva di dare l’immagine di grande ordine che regna sovrana dentro casa. Non ha governato la sua barca a dovere dunque, ha solo accumulato una montagna di tristi rifiuti in un luogo nascosto, lasciando che le cose soccombessero sotto una coltre di polvere e ragnatele, anziché occuparsene con criterio. E ora che Emilienne l’ha scoperta, dopo una reazione di rabbia e vergogna, Sylvaine si sente forse liberata… Ora tutti possono festeggiare qualcosa, leggeri e soddisfatti, in un’armonia ritrovata. Ora tutti sanno che quel che conta per non deprimersi è avere la giusta cura delle cose, perché le cose hanno un’anima… ma che non è necessario vivere in un ordine perfetto (perché dopotutto la perfezione non è di questo mondo). 



La ricchezza delle immagini, l’espressività intensa che anima le creature di Kitty (tutte a vario titolo animate) fanno di questo libro una sintesi perfetta d’ironia e di sapienza. Senza mai perdere di vista (e forse partendo proprio da lì) il cono d’ombra della nostra vita dove un po’ di polvere, fatalmente, si annida, dove un sentore di malinconia, inevitabilmente, si sprigiona.

Daniela (Tordi)