lunedì 6 aprile 2026

ECCEZION FATTA! (gli amici immaginati da altri...)

Poi ne sono arrivati altri... 
Questi otto - e più - sono gli amici immaginati di altrettante otto persone che con me hanno condiviso da tre anni a questa parte, in una piccola e gagliarda libreria di Pisa, chiacchiere piacevoli intorno alla buona letteratura per l'infanzia... 
Alcuni degli amici immaginati di queste otto persone, come è capitato anche ai miei, ora abitano solo in biblioteca per lasciare che nelle librerie abitino i più giovani. Ma gli amici immaginati, come quelli immaginari, non sono sempre lì. E non basta desiderarli, perché compaiano. Occorre sempre una bella storia dentro cui trovarli e solo in questo modo si può seguirli per un po', il tempo di farci amicizia. Può succedere che gli amici di carta ritornino. A ogni nuova storia, si rinnova il piacere di incontrarli proprio come succede con quelli in carne e ossa: in vacanza, o al parco, o nel cortile di scuola. Gli amici immaginati, che siano raccontati a parole o disegnati, la prima volta li troviamo quasi per caso, ma poi succede che li andiamo proprio a cercare, perché senza di loro si sta peggio! Si riapre il libro, si rilegge la storia e tutto ricomincia. Proprio perché sono immaginati, possono essere di tanti tipi. Alcuni sono creature umane, con difetti e pregi che conosciamo, con desideri e paure che proviamo anche noi. Alcuni sono altissimi, altri minuscoli. Possono esser pelosi o piumati e hanno un numero variabile di zampe o di ali. Spesso hanno il dono della parola e comunque sanno sempre come farsi capire. Tutti loro hanno per noi un "qualcosa" che li rende speciali, e rende indimenticabile il tempo passato assieme, volendo loro un gran bene. 

Carla 

IRRIDUCIBILE! 



Tricorno è un bambino e come si può esserlo a dispetto di un mondo che non ti vede? 
La prima storia di Tricorno racconta di una progressiva sparizione, il bambino si restringe ma nessuno di fatto se ne accorge e nonostante lui cerchi di farlo notare, gli adulti non danno assolutamente peso alle sue parole. Tricorno si rimpicciolisce e il mondo intorno si regge su una serie di dialoghi assolutamente vuoti che girano intorno a questioni quotidiane futili che però sembrano assorbire interamente l’interesse di ogni adulto. 
Tutte le storie sono scritte in modo contrappuntistico, ossia su due piani che si lambiscono ma non si toccano mai. Il mondo di Tricorno e quello del padre e della madre proseguono in un ritmo e in una comunicazione estranei l’uno all’altro. 
Una distanza che sembra irriducibile. 
Da un lato un bambino quasi rassegnato e intento a trovare il modo di vivere e godere della sua infanzia a dispetto di chi non lo vede, dall’altro due genitori che hanno costruito la loro vita sulla convinzione assoluta di aver adempiuto a tutti i doveri previsti dal loro ruolo e che non sono per questo disposti a compiere sforzi di sorta. Due voci che non si sentono, due lingue che si parlano addosso senza riuscire a comunicare. Un silenzio subito quello del bambino, voluto, sebbene non consapevolmente, l’altro. 
Tricorno però è un bambino e come tale possiede ancora un patrimonio di suoni e parole che possono alimentarsi e crescere anche al di fuori di una relazione asfittica. Scopre, e noi con lui, di avere risorse inaspettate e la fortuna gioca spesso dalla sua parte, come a ricompensarlo della povertà spirituale che lo circonda e del destino di relazioni sbiadite che gli è stato assegnato. 
Se il mondo che lo respinge ha costruito un sistema di valori unicamente monetari, allora Tricorno troverà il modo per avere quelle stesse monete bypassando ogni logica di impegno e sacrificio, di fatto svelando il volto vero e fallace di quella costruzione ideologica. E la stessa dinamica del desiderio sarà mostrata in tutta la sua nudità, come rincorsa vana, ricerca di una chimera che il presente non consente neanche più di immaginare e ambire. 
Perché Tricorno è una sorta di mio amico immaginato? 
Perché riesce a trovare delle strategie di sopravvivenza comunque efficaci, Tricorno è un personaggio letterario, risultato di una scrittura sapiente e mai debordante, che si tiene su un equilibrio di parti molto sottile e che non sfora mai nell’atteggiamento accusatorio o celebrativo. Eppure è tutto lì davanti ai nostri occhi, e di Tricorno possiamo ridere, conservando dentro di noi la tristezza di qualche ricordo che comunque ci appartiene e che quegli episodi tracciati con sapiente ironia sono riusciti a far riemergere. 

Teodosia

Tricorno si restringe di Florence Parry Heide, illustrazioni di Edward Gorey, Bompiani 2021 
Il tesoro di Tricorno di Florence Parry Heide, illustrazioni di Edward Gorey, Bompiani 2022 
Il desiderio di Tricorno di Florence Parry Heide, illustrazioni di Edward Gorey, Bompiani 2023

venerdì 3 aprile 2026

ECCEZION FATTA! (gli amici immaginati di altri...)

Poi ne sono arrivati altri...
Questi otto - e più - sono gli amici immaginati di altrettante otto persone che con me hanno condiviso da tre anni a questa parte, in una piccola e gagliarda libreria di Pisa, chiacchiere piacevoli intorno alla buona letteratura per l'infanzia... 
Alcuni degli amici immaginati di queste otto persone, come è capitato anche ai miei, ora abitano solo in biblioteca per lasciare che nelle librerie abitino i più giovani. Ma gli amici immaginati, come quelli immaginari, non sono sempre lì. E non basta desiderarli, perché compaiano. Occorre sempre una bella storia dentro cui trovarli e solo in questo modo si può seguirli per un po', il tempo di farci amicizia. Può succedere che gli amici di carta ritornino. A ogni nuova storia, si rinnova il piacere di incontrarli proprio come succede con quelli in carne e ossa: in vacanza, o al parco, o nel cortile di scuola. Gli amici immaginati, che siano raccontati a parole o disegnati, la prima volta li troviamo quasi per caso, ma poi succede che li andiamo proprio a cercare, perché senza di loro si sta peggio! Si riapre il libro, si rilegge la storia e tutto ricomincia. Proprio perché sono immaginati, possono essere di tanti tipi. Alcuni sono creature umane, con difetti e pregi che conosciamo, con desideri e paure che proviamo anche noi. Alcuni sono altissimi, altri minuscoli. Possono esser pelosi o piumati e hanno un numero variabile di zampe o di ali. Spesso hanno il dono della parola e comunque sanno sempre come farsi capire. Tutti loro hanno per noi un "qualcosa" che li rende speciali, e rende indimenticabile il tempo passato assieme, volendo loro un gran bene. 

Carla

DUE E' MEGLIO CHE UNO...


La mia amica immaginata in realtà sono due: un’anatra zoppa e una gallina cieca. Sono particolarmente affezionata a tutte e due e non riesco a scinderle perché si completano a vicenda, le percepisco come un corpo unico, l’una non può fare a meno dell’altra, nonostante bugie, tradimenti e rivalse. 
Forse perché anch’io mi sento un mix di queste adorabili pennute: una prudente fino alla vigliaccheria e l'altra intraprendente fino all’incoscienza. Ma è evidente che l’autore sta parlando di noi, come in tutti gli altri suoi libri, senza dare giudizi, con comprensione e simpatia. 
L'anatra vorrebbe condividere con qualcuno la sua scorta di arachidi, ma chi potrà mai raggiungerla, dato che lei preferisce il proprio cortile buio e desolato, a qualsiasi altro e non ha nessuna intenzione di uscirne? 
Fortunatamente per lei un giorno entra nel suo cortile una gallina cieca che è il suo esatto contrario: spavalda, con poco tatto, determinata nell’esaudire il suo desiderio segreto, a tutti i costi: essere felice e comandare tutti a bacchetta!
L'anatra, nonostante le sue paure, si dimostra disponibile e generosa nei confronti della gallina, anche se quest’ultima si dimostra piuttosto rude nei suoi confronti. Ma l’anatra non vuole certo rinunciare a questa amica tanto desiderata, e quindi non vuole perderla. 
Alla fine l’anatra, che c’era sembrata “deprimente come uno straccio”, si dimostrerà molto astuta a salvare, ma anche a superare le sue paure e i desideri della gallina. 
“Sai cosa mi dà fastidio di te?” “Cosa?” “Niente”. 
Purtroppo, però, l’anatra, in un’altra avventura, non si comporterà da vera amica, appena incapperà in altre anatre come lei, e rinnegherà la gallina, pur di accattivarsi l’approvazione delle sue simili; ma mal gliene incorrerà. 
La gallina, invece, se la caverà egregiamente, assurgendo addirittura agli onori della ribalta. Si sorride e ci si commuove ad ogni pagina, parteggiando ora per l’una ora per l’altra, fino alla fine, quando tra spiegazioni, lacrime, pentimenti, confessioni, si comprenderà che l’amicizia sarà sempre il bene che va salvaguardato a ogni costo. 

Barbara Z.

L’anatra zoppa e la gallina cieca, Hulrich Hub, Jörg Mühle (trad. Bérénice Capatti) Rizzoli 2021 
Vietati i tuffi a bomba, Hulrich Hub, Jörg Mühle (trad. Bérénice Capatti) Rizzoli 2024




mercoledì 1 aprile 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

DOVE SONO QUANDO NON SEI CON ME 

A e B sono amici. Un’oca e un riccio, per l’esattezza. Giocano, litigano e fanno pace. Passano molto tempo assieme, come ogni coppia di amici che si rispetti: si vedono ogni mattina, fanno colazione e chiacchierano, si scambiano qualche opinione, qualche osservazione sullo stato delle cose, qualche sorriso e qualche nostalgia. Poi, come accade a tutti gli amici, si allontanano in direzioni opposte, per vivere, ognuno per suo conto, la propria giornata. 

 
Dell’osmosi tra il mondo esterno e quel luogo privilegiato che è l’amicizia viene solitamente analizzata la direzione che dal fuori conduce al dentro: l’amicizia è una ritirata sicura, un’officina dove si scambiano idee, valori e sentimenti sperimentati altrove; dove si abbassano le difese, si condividono valori e piacevolezze in una prossimità che è fisica, intellettuale e sentimentale esclusiva, e intendo: caratterizzante e impossibile da sperimentare altrove. Meno indagata invece è la relazione che intercorre tra il calore del fuoco degli affetti elettivi e tutto quello che ci circonda e forse è a questa domanda a cui cerca di rispondere Sara Donati con la delicata vicenda narrata in questo albo: qual è il rapporto tra il nostro intimo star bene attorno al fuoco amicale e tutto quello che sta fuori di esso? In che modo agiamo per il bene della comunità coltivando quella pozza di luce e calore che sono le relazioni intime più profonde? Come si connettono la presenza e l’assenza, come divengono tessuto per il benessere comune?  


L’albo procede alternando illustrazioni calde e dotate di testo, in cui A e B sono presenti assieme, a narrazioni senza parole, vignette leggere, quasi appena schizzate in punta di penna. Ecco allora la giornata di A, il riccio: dopo aver salutato B, l’oca, si avventura controvento. Poco dopo A recupera gli occhiali di una lontra che si protegge dal vento con una sciarpa dorata. Qui, perdiamo le tracce di A per seguire le vicende di personaggi che appaiono per pochi attimi, in cui la silenziosa protagonista è una sciarpa dorata: ecco la lontra che aiuta le formiche ad attraversare il fiume - la sciarpa trasformata in ponte - ecco gli uccellini prendere la sciarpa per farci un nido, ecco la sciarpa cadere dal nido per atterrare fortuitamente davanti alla tana dell’oca, come se fosse quella la sua originaria e più naturale destinazione. Ormai è sera, e nulla è più bello di una sorpresa morbida e gialla . 


C’è un luogo dell’amicizia che è fatto di presenza: essere insieme nello stesso luogo e nello stesso tempo. Ma lo stesso legame esiste quando ci si muove in direzioni opposte e contrarie. Esiste dunque un luogo dell’amicizia in cui non si sta assieme, dove però l’assenza è ben lungi dall’essere vuota e ammalata di solitudine, dove il legame prende strade diverse ma persiste, quasi dotato di una persistenza capace di dilatare smisuratamente quel luogo e quel tempo. A e B fanno ancora colazione assieme, chiacchierano e condividono una desiderata prossimità, anche se non sono dello stesso umore. Come in ogni storia che si rispetti, ora seguiremo B, l’oca, avventurarsi sulla propria strada. Vedremo i suoi gesti propagare e diffondersi come cerchi nell’acqua. B scomparirà dalla scena, ma le sue energie caricate, allenate e messe in moto dalla colazione con A, continueranno a muoversi in sua assenza. Contrassegnato dal nastrino rosso, qualcosa che ha preso il via da B, sviluppato nell’intimità specialissima tra A e B, procederà per suo conto, fino ad approdare davanti alla tana del riccio, sua legittima destinazione, sotto forma di un mazzetto di shanghai; e il riccio si sa, va matto per le sorprese, specialmente quando sono appuntite e misteriose. 


La struttura ibrida di questo albo conferisce sostanza ulteriore al territorio in cui si muove la storia: confortato dai colori e dalla presenza delle parole, l’occhio cade nelle sole immagini come si cade sul marciapiede dopo il calore di un caldo caffè sorbito alla presenza rassicurante di chi – amico – ci capisce appieno. Attoniti e sufficientemente impreparati, si sta al cospetto dell’immagine in solitaria, costretti a scattare dalla passività rassicurante del testo ad una più attiva interpretazione immaginativa. Sospesi in questo limbo la riflessione innescata dalla storia si allarga sul mezzo comunicativo dell’albo e delle sue componenti fino ad arrivare a riflessioni sul linguaggio stesso. Dove sta infatti il significato, quando non ancora verbalizzato?  


L’idea esplosiva di questo albo sta tutta qui, nel riuscire a raccontare quella particolare energia che si sviluppa tra due entità amiche e i suoi effetti in assenza delle stesse entità. A e B ogni giorno insieme si dipana quasi come una struttura matematica per svelare come, l’assenza – di un personaggio, del testo, - non sia mai neutra, ma al contrario sviluppi reciprocità e interdipendenza che è essa stessa sostanza. 
A e B non a caso non hanno un vero nome: nella manifestazione esteriore della storia, sono un’oca e un riccio, ma essi stanno uno all’altro come fattori di una relazione specifica e potrebbero essere qualsiasi cosa, elementi tra cui si instaura un legame elettivo speciale capace di propagarsi ben oltre la relazione primaria. Una riflessione condotta in modo non didascalico capace di sostare nei territori indefiniti dell’intuizione e interrogarsi dove siamo davvero, quando non siamo con le persone amiche che ci rendono, intrinsecamente, quello che siamo.


Giorgia


 “A e B ogni giorno insieme”, Sara Donati, Terre di Mezzo Editore 2026 

lunedì 30 marzo 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

KANT e TOPOLINO

Il sogno del gigante, Jon Fosse, Akin Düzakin (trad. Eva Valvo) 
Iperborea 2026 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Mi chiamo Kristoffer. Ho otto anni e faccio la terza. La sera quando vado a letto, spesso rimango sveglio a pensare. Quando non penso, spesso leggo Topolino. 
Adesso penso. Sento mio padre muoversi in soggiorno. Se viene in camera so già che mi dirà di mettermi a dormire, perché domani devo andare a scuola, dirà. E io gli risponderò che prima voglio leggere un po’ di Topolino. D’accordo, dirà lui, ma tra poco devo mettermi a dormire, altrimenti domani sarò troppo stanco a scuola. 
Mi chiamo Kristoffer e ho otto anni. Stavo giusto pensando all’universo. L’universo è una cosa che non capisco." 

Urge la presenza di papà, perché pensare all'universo - come diceva anche Charlie Brown - schiaccia sempre un po'. 
La questione che preoccupa Kristoffer è complessa e altamente speculativa: l'universo ha una fine? E cosa c'è al di là dell'universo? Il niente? Eh già, ma cosa è il niente? E se invece l'universo una fine non ce l'ha, come è possibile pensarlo, poterlo immaginare? 
Pensare una cosa e il suo contrario è dunque possibile. E la cosa fa paura. 
Urge la presenza di papà. 
E se da qualche parte nell'universo c'è un gigante così grande che nessuno può vederlo e che ognuno di noi esiste solo nel sogno di questo gigante? E se lui si sveglia, che fine facciamo tutti noi, che esistiamo solo nei suoi sogni? 
Anche questa idea fa paura. 
Urge la presenza di papà. 
La paura di questo bambino nasce proprio da questo suo non capire. 
Le cose che non si capiscono fanno paura. 
Urge la presenza di papà. 
"Papà!" "Sì, Kristoffer, che c'è?

In questo dialogo tra padre e figlio, alle soglie della notte, si mettono giù un bel po' di questioni di carattere filosofico e nello stesso tempo le si incornicia in un pezzettino di vita vera. 


Sulle pagine c'è un bambino che si interroga nel momento in cui capita a tutti di lasciar correre i pensieri - prima di addormentarsi. 
Lui è lì sdraiato nel suo letto, con una lucina accesa, un giornalino di Topolino sulla pancia e guarda nel vuoto. E quel vuoto si riempie di universo e di giganti e di domande... 
Nella camera accanto c'è invece un papà seduto in poltrona che legge un libro. 
Chiamato, interpellato, risponde. 
Il suo ruolo è quello di provare a ragionare con quel bambino senza mai perdere di vista il suo obiettivo: domani c'è scuola e non ci possiamo permettere una notte di ragionamenti sui massimi sistemi...


Questo è per dire che il "quadro" di questa storia è altrettanto interessante quanto la sua "cornice". 
La cornice deve la sua bellezza all'intensità emotiva e all'onestà intellettuale di quel padre. Dietro di loro c'è Jon Fosse, ovviamente. Queste due caratteristiche fanno di Jon Fosse uno scrittore da non perdere di vista. 
Colpisce la sua capacità di raccontare, qui riassunta in poco più di una frase, un'abilità, per la verità tutta infantile: quella di saper passare da Topolino ai massimi sistemi con un semplice switch. 
Bel colpo! 
E altrettanto colpisce la capacità di profilare il padre che ogni bambino si meriterebbe: onesto nelle risposte, capace di restituire con parole semplici il profilo di una grande questione: la relatività delle cose, la finitezza del pensiero umano di fronte alle molteplici possibilità, l'impossibilità di avere risposte per ogni domanda... Questo è già parte del quadro. 


Alle domande filosofiche che il bambino si pone lui risponde con affetto e con una frase che non ci si aspetterebbe, ma che invece pare essere l'unica accettabile e comprensibile: "pensarci non serve a niente, perché comunque non puoi capirlo... Ci sono tante cose che non si possono capire." (E comunque domani devi andare a scuola...) 
Quindi anche la paura dell'essere nel sogno del gigante si sbriciola perché la cosa che conta non è essere nel sogno di qualcuno, ma essere lì assieme a chiacchierarne, e del sogno e del gigante. (E comunque domani devi andare a scuola...) 


Avere immaginazione è cosa buona e giusta, al pari di saper tenere i piedi nella realtà. 
Si tratta di un percorso da grandi equilibristi: mettersi su un filo ad alta quota, ma avere sempre chiara la percezione che passa attraverso le piante dei nostri piedi sul cavo sospeso. 

Carla

Noterella al margine. Un post a sé meriterebbero le immagini. Rendere visivamente un testo così complesso senza cadere nella didascalia, nell'ovvio o nell'oscuro ha il sapore della grande sfida. 
Vinta, anche questa.

venerdì 27 marzo 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

PICCOLA È GRANDE 

Grande e piccola
, Arianna Squilloni, Raquel Catalina (trad. Elena Rolla) 
Kalandraka Italia 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Una mattina, all'improvviso, Natalia ebbe la sensazione che la città stesse diventando troppo grande, enorme. Senza quasi rendersene conto, aveva iniziato a rimpicciolire. Non era una sua supposizione, stava davvero diventando sempre più piccola. 
 Il mondo visto dal basso le riservava scoperte sorprendenti, ma... 
vivere era una impresa sempre più difficile. Per questo, al calar della sera, si sentiva esausta. E fu così che..." 

... Che se ne tornò da dove era venuta, Ossia ritornò - a novant'anni - nella sua casetta in campagna, che un giorno le era sembrata davvero troppo stretta e piccola per lei, E da lì era andata via per girare il mondo, per vivere in città e fare tante cose appassionanti, prima fra tutte dipingere quadri... Nella sua vecchia casetta il suo diventare sempre più piccola non si interruppe, ma lei comunque riuscì a trovare un suo modo gradevole di passare il tempo. 
Certo, il suo rimpicciolire fino a non essere più visibile agli occhi degli altri presentava qualche effetto collaterale, ma anche alcuni aspetti davvero interessanti. 
E così quando anche per lei la solitudine cominciò a diventare un peso, fu un bene essere impercettibile alla vista, ma molto accogliente nei fatti... 
Questa è la sua meravigliosa storia. Ma anche la storia di chi è arrivato dopo di lei. 

Essere piccoli e grandi è un concetto che non si può esaurire con semplicità, limitandosi a farne una questione di dimensioni e di tempo che passa. 
No no. C'è molto di più dietro. 
Per intenderci, si può essere piccoli e grandi allo stesso tempo. 


Arianna Squilloni ne è un esempio: è piccola, davvero una delle donne più minute che l'editoria per l'infanzia abbia prodotto. È minuta anche nella voce. E delicata nei modi. Eppure. 
Pur piccola, è una grande editora e spesso e volentieri è anche una grande escritora
E ancora. La sua casa editrice, A buen paso, che lei si è cucita addosso nel corso degli anni, è una minuscola fabbrica di libri grandissimi. 
Dunque per la proprietà transitiva, si potrebbe dire che anche la signora Natalia, nonostante fisicamente si stia rimpicciolendo, umanamente dimostra di essere una gran persona. 
Il suo mutarsi da piccola a grande e poi di nuovo piccola, fino a diventare delle dimensioni di un piccolo insetto che si infila nelle tasche della camicia o passeggia indisturbata tra i vasi di fiori e che la sera sussurra ninne nanne a chi ha tanto bisogno di riposo, si può leggere come enorme metafora dell'esistenza. E anche di più: dell'esistenza che supera l'esistenza stessa.


Natalia cresce e ha tutta l'energia per dare un senso alla sua vita: nel mondo si guarda intorno, coltiva le sue passioni, vive una vita che è piena... ma poi arriva un altro tempo in cui la sua grandezza, forza ed energia si trasformano di nuovo in una piccolezza che la rende sempre più delicata e fragile. Ma il suo animo è ancora grande.
Questo è il tempo di passare il testimone, di farsi così piccola da diventare invisibile ai più, ma di non sparire mai del tutto! 
Natalia, come capita a tutte le grandi persone, trova un modo per farlo: mette la propria voce nella testa di chi verrà dopo di lei. 
Meravigliosa idea. 
Così l'ha anche considerata Raquel Catalina - che ha appena visto il Bologna Ragazzi Award con Ingravida - alla quale la minuscola ma grande Arianna Squilloni l'ha proposta. 
Squilloni e Catalina hanno già lavorato assieme ed è piuttosto evidente il fatto che abbiano voci che si accordano bene reciprocamente. A tal punto che, è la stessa Catalina a dichiararlo, entrambe non hanno esitato a rimodellare il proprio lavoro su quello dell'altra. 


Mi viene da supporre che l'infinità di "cose appassionanti" cui allude il testo di Arianna si trasformino nella passione artistica che i disegni di Raquel ci mostrano e che quindi due pagine dopo il testo di Arianna ne prenda atto e lo confermi anche a parole. 
In mezzo agli albi da sempre, va da sé che Arianna Squilloni nella sua scrittura lasci grande margine di azione alle matite di Raquel Catalina che, a sua volta, si prende l'incarico di dare una forma plastica a Natalia. 
Non una operazione semplice, perché di Natalia noi dovremo vedere la sua intera esistenza: da ragazza a vecchina curva: il suo lento quasi sparire.


La soluzione visuale che Raquel Catalina ha scelto per seguire questa trasformazione è un piccolo gioiello in sé. 
Fidatevi del parere di una che di canizie ne sa parecchio... 

Carla 

Noterella al margine: Questo libro ha vinto il Premio Internazionale Compostela nel 2025. E il caso vuole che, nella giuria giudicante, ci fosse - tra gli altri, il grande Pep Carrió, quello di Pietras Negras.

mercoledì 25 marzo 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LO SGUARDO CHE PARLA 


Sabato 21 marzo, primo giorno di primavera, abbiamo ospitato in libreria Virginia Clericetti per la presentazione dell’albo Il più grande spettacolo che ha illustrato per Orecchio Acerbo, sui testi di Luigi Dal Cin. 
Virginia abita qui vicino a noi, e ci siamo conosciute in libreria. L’avevamo già ospitata per il suo debutto come illustratrice, sempre con Orecchio Acerbo, con il libro Di cosa hai paura? con il testo di Carola Susani. 
Il dialogo di sabato è parso interessante non solo per fare un focus sul lavoro di Virginia, e su questo nuovo albo in particolare, ma soprattutto sul rapporto tra immagine e testo, piedistallo su cui si innalza l’essenza stessa degli albi. 
Il più grande spettacolo racconta di un uomo che pare vivere su una panchina, raccontato con gli occhi di una bambina che tutti i giorni lo vede durante il suo tragitto verso scuola: suo papà lo definisce ‘invisibile’. Da questa invisibilità la bambina comincia a fantasticare: e se l’uomo fosse un giocoliere, un clown, un mago? Perché solo i maghi sanno rendersi invisibili.


Quando incontro un’illustratrice di un albo, le mie riletture del libro sono in funzione delle domande che il libro mi porge e pongo maggiore attenzione sul rapporto tra la storia narrata con le parole e quella narrata con le immagini. 
La prima evidenza è stata lampante: Virginia aveva creato un suo proprio mondo immaginifico che dialoga perfettamente con un testo ricco di riferimenti a oggetti (le bottiglie abbandonate sotto la panchina) o a situazioni (l’uomo come protagonista di uno spettacolo). 
Leggere il testo di un albo senza guardare le immagini è un esercizio molto interessante da fare. 
Quindi la mia prima domanda è stata proprio qual era stata la sua reazione alla ricezione del testo. 
Spaventata, risponde onestamente Virginia. E le credo. L’argomento molto delicato unito alla suggestione evocata dalle parole riguardo al mondo dello spettacolo avrebbe potuto far inciampare chiunque nello stereotipo. Ma non lei. 
Ha cominciato subito a ragionarci cercando di lavorare su piani non scontati. Ci ha raccontato che è stato importante per lei un libro che leggeva coi suoi fratelli da bambina Il Clown di Dio di Tomie de Paola (Jaka Book) da cui ha preso ispirazione. 
Il primo lavoro difficile che ci ha raccontato è stato quello legato all’invisibilità. L’uomo c’è, ma non c’è. Virginia ci ha raccontato di come abbia attinto questa suggestione da alcune performance fatte durante il lockdown in cui alcuni bambini erano dipinti come gli sfondi di fronte a cui stavano. 
La seconda difficoltà è stata dettata dalla presenza nel testo di oggetti, come per esempio le bottiglie. Come farle diventare qualcosa d’altro, di magico, di spettacolare? 
Farle diventare stelle. 
Noto che il suo uso ritmico della scansione delle tavole è impressionante e generoso. Utilizza più volte tavole tagliate orizzontalmente e verticalmente a dare ritmo, a segnare un tempo che è sempre un tempo altro: tempo dell’immaginazione della bambina, tempo della magia che ferma e allunga e gioca. 


A queste tavole spezzate si alternano tavole a tutta pagina, larghe, ariose, spaziose, aperte. Spiazzanti a volte. 
Una terza caratteristica che amo molto del lavoro di Virginia è lo ‘sguardo in camera’. Ben presente nella copertina del suo primo albo, si manifesta anche in questo, chiaramente nella prima doppia pagina del libro. 


In questa pagina lo sguardo della bambina aggancia il lettore, portandolo subito dentro la storia e in qualche modo facendolo aderire alla figura dell’uomo invisibile. Lo sguardo della piccola è esattamente quello dei bambini che guardano e che mentre guardano domandano con tutto il corpo. Che precisione, che esattezza. 
Ce ne sono molti di sguardi rivolti a noi lettori in questo libro, anche se il più bello, il più forte è quello della doppia pagina di spettatori. 
Tra la pagina di sinistra e quella di destra passano pochi secondi (di nuovo il tempo dilatato), ma allo stesso tempo leggiamo distanza e continuità, come si vede dai passaggi curati tra una tavola e l’altra, disegnati appunto in continuità. 
Mentre parlo con Virginia del libro, alzo lo sguardo e ritrovo almeno la metà delle persone rappresentate in queste pagine. Il suo mondo familiare, intimo, di vicinanza è lì. Mi guarda dal libro e dalla realtà. 


Ultime due notazioni. 
Le pagine finali portano il libro ancora più lontano. Virginia dice che gliele ha donate Fausta Orecchio, le ha detto continua la storia che hai iniziato con le tue illustrazioni e lei lo ha fatto in modo magistrale. Non ve le racconto perché le dovete vedere dal libro: sono tre doppie pagine che di nuovo si chiudono con uno sguardo potente. 
Ho detto a Virginia che mi ricordano il lavoro di Anthony Browne, mi parevano quasi un omaggio e lei ha confermato il suo amore nei confronti dell’autore britannico. 
Ultima ultimissima cosa. 
A un certo punto del libro c’è una pagina diversa dalle altre, in cui il nostro uomo invisibile lancia con bravura estrema le bottiglie in aria, passeggiando lungo un cerchio. Si chiama fenachistoscopio e Virginia lo ha riproposto ai fortunati che dopo la presentazione si sono fermati per il laboratorio. 
Se si fa ruotare e ci si pone davanti allo specchio, vedremo l’uomo fare il suo spettacolo. 


Le illustrazioni di Virginia sono matite colorate su fondo a olio. 
Per le illustrazioni degli spettatori ci ha messo circa 50 ore: le ho chiesto quante ore ci aveva messo perché si vede che è un lavoro immane. E non sempre i lettori ne sono consapevoli. 
La sua capacità di costruire mondi a partire da un testo di altri è sbalorditiva: lei riesce sempre ad aggiungere, al di là del valore estetico, ulteriore senso a quel libro, a quella storia. 
E quegli sguardi diretti al lettore si impiantano nel cuore. 

Valentina 

Il più grande spettacolo, Luigi Dal Cin e Virginia Clericetti, Orecchio Acerbo 2026

lunedì 23 marzo 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL SABATO NEL VILLAGGIO

Piedras Negras
, María José Ferrada, Pep Carrió
(trad. Giuseppe Sofo) 
Raum Italic 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA 

"Pedro 
 quello del bar 

Era il proprietario del bar. 
Originario di Santes e annoiato dalla vita, aveva chiesto all'autista di lasciarlo all'ultima fermata del tragitto. E del mondo, se possibile, E così era arrivato a Piedras Negras. In valigia aveva messo due abiti (che qui non gli sarebbero serviti a nulla), una foto di Estela (di cui non voleva ricordarsi) e una borsa con le mazzette di banconote che aveva ereditato dopo la morte di suo zio Rigoberto, farmacista, vedovo e senza figli. E anche un libro di Lesta de Lemito. 
La distanza, come era prevedibile, non curò il mal d'amore...." 

La sua seconda opzione erano i superalcolici. 
Ed essendo lui uno molto generoso di indole, appena arrivato in paese invitò tutti a bere. L'ubriacatura generale durò parecchio. E quando finì, accadde quello che succede sempre in questi casi: tutti si volevano reciprocamente un gran bene: persino il prete, Efraín fu visto avvinghiarsi un po' troppo alla signora Fernández. 
Quando poi fu il momento di tornare a casa, Pedro si rese conto di due cose molto importanti. La prima: ora aveva un sacco di nuovi amici e la seconda: capì con molta chiarezza di avere una vera e propria vocazione per il bene comune. Entrambe le circostanze fecero sì che - con i pochi soldi rimasti dell'eredità - costruisse lui stesso un bar a Piedras Negras che chiamò Il tempo. 


Questa è la sua storia che si intreccia con quella del fantasma Rigoberto, del prete Efraín, di Gael il falegname, segretamente innamorato di Lina, la triste che la signora Pirita un tempo ascoltava con rassegnata pazienza. Ma adesso non più. 


Quarantadue pagine che racchiudono in sé un intero villaggio, ovvero i suoi abitanti. Si tratta di una ventina di ritratti, tra cui quello dei gemelli Marcos e Mateo e dei fratelli non gemelli, Igor e Juan che come obiettivo hanno solo quello di uccidere la loro sorella Pirita che gli ha fregato l'eredità della zia milionaria Esmeralda, con un pretesto che non sta in piedi. 
Questa ventina di ritratti sono stati scritti magistralmente da María José Ferrada, ascoltando le voci della ventina di facce di sasso che Pep Carrió ha composto nel tempo e che, un bel giorno, hanno cominciato a parlagli... 
Piedras Negras è un piccolo oggetto perfetto in ogni sua parte. 
Dalla bellezza del testo, alla bellezza delle figure, passando alla bellezza di come insieme queste due parti sono state composte per arrivare a una bella forma di libro. 
Sta in una tasca, lo si legge in un'ora e mezza senza avere mai voglia di alzare lo sguardo per pensare ad altro. Al contrario, la cosa che succede è proprio quella di pensarci e ripensarci in continuazione e di tessere legami, di cogliere nessi, di partecipare, seppure come testimoni muti, delle vite degli altri. Di quegli altri. E di godere di quello status mentale che solo la buona letteratura ti dà: farti essere lì, in mezzo a loro, in mezzo al racconto. 
Probabilmente l'alchimia che lo fa succedere sta proprio nell'idea di creare un micro mondo, una minuscola comunità che agisce in senso sociale. Una cellula dalle dimensioni talmente ridotte che la visione totale è possibile. Si conoscono i ventuno personaggi, si apprendono i loro ruoli all'interno del villaggio e quindi è quasi naturale seguirli, spiarli, nelle loro reciproche relazioni, nelle loro idiosincrasie, difetti o pregi. 
Di ognuno si conosce l'aspetto, attraverso la magnifica galleria di facce realizzate da quel genio di Carrió e anche i tratti principali del carattere, che - è ovvio - hanno una loro precisa corrispondenza fisionomica. Rigoberto, il fantasma del defunto farmacista, ha un volto scheletrico, così come i due gemelli si rassomigliano quasi come due gocce d'acqua. 


Lina ha il volto scavato dalle tristezze al contrario della rubizza panettiera Pola, donna che aveva la capacità di coniugare la saggezza popolare alla psicologia e all'attualità: insomma, una panettiera che sa i fatti di tutti e che li smercia insieme alle pagnotte di segale. 


Il prete Efraín è pallido, uno dei pochi sassi bianchi i cui occhi con grandi occhiaie grigie sovrastano un naso di sasso altrettanto slavato. 
Gran finale. Prima dei due sassi ritratto di Pep e María José, c'è quello dell'ultimo a entrare in scena: un outsider. Si tratta di Teodoro, il regista che, nel finale appunto, sta lì a tirare le fila di tutto. Lui, per professione, fa quel che sa fare, ossia mette tutti questi singoli personaggi assieme, li fa agire, ognuno nel proprio ruolo e, sotto un cielo con tutte le sue stelle quel che ne esce fuori è un film, che, tutti sono concordi, non "è niente male". 
Gran libro, davvero. 

Carla

venerdì 20 marzo 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SOLO DI NOTTE

Solo una notte, Andrea Antinori 
Corraini Edizioni 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Grazie anche a Manuel Marsol e Maria Chiara Di Giorgio, i cui libri sono stati indispensabili per realizzare il mio" 

Queste sono le poche parole che compaiono in questo libro e sono una dedica affettuosa a due grandi illustratori e amici. Magari inconsapevolmente (anche se quella torcia noturna...) ma un debito lo contrae anche con Flashlight di Lizi Boyd del 2014 (poi tradotto in Italia, Terre di mezzo, come Giochi di luce nel 2016)
La storia raccontata solo per immagini è presto detta: si tratta di un'escursione che un ometto fa nell'arco di 24 ore, o giù di lì. 
Parte con il suo zaino e il suo bastone una mattina. Il sole rosso splende nel cielo. Lui si incammina lungo un sentiero di montagna tra boschi e fungaie. Attraversa un fiume su un lungo ponte sospeso. Sotto di lui i salmoni saltano e gli orsi si procacciano il cibo. 


Arriva in vetta che il sole sta calando, continua sul suo sentiero in discesa e quando arriva l'imbrunire, si accampa. Monta la sua tenda canadese - una tenda rossa - in una radura. Fa un fuoco, mangia un panino e quando il fuoco si è consumato si infila in tenda per dormire... 
Quello che succede intorno a questa tenda da questo momento in poi ha dell'incredibile... 

Il libro vince nel 2023 il Premio Internazionale di Illustrazione Bologna Children's Book Fair e Fundación SM e quindi dalla stessa Fundación viene pubblicato in Spagna nel 2024. 
In Italia arriva nel 2026 ed è pubblicato da Corraini che è uno degli editori di riferimento di Andrea Antinori. 
Se c'è una bella distanza tra il modo di disegnare di Mariachiara Di Giorgio e Antinori, per quanto concerne Marsol i punti di contatto a livello visivo sembrano più facili a trovarsi. 
Primo fra tutti è l'omino.


Per chi ricorda Yokai (Fulgencio Pimentel, 2017, Manuel Marsol e Manuela Chica ai testi e Marsol da solo alle matite), libro geniale che ha avuto tante edizioni per il mondo - dalla Francia alla Corea del Sud, passando per l'Olanda - ma che in Italia non è stato pubblicato, sarà facile imbastire un legame tra l'omino in cima al monte e quello di Yokai, così come anche i due giganti, quello di Antinori e quello di Marsol (O tempo do gigante, Orfeu Negro 2015, Manuel Marsol e Manuela Chica) condividono la tenerezza, ma anche un po' l'iconografia 'pelosa' e soprattutto l'habitat, in mezzo agli abeti, come li potrebbero disegnare dei bambini. 


Ma a parte tutta questa fitta rete di legami, il libro di Antinori, come spesso quelli di Marsol o di Di Giorgio, dimostra quella magnifica capacità nel cavalcare l'immaginazione e darle tutta la briglia e tutto lo spazio di cui ha bisogno per correre e scatenarsi. Essere capaci di far vedere con tanta naturalezza l'impossibile, senza mai perdere il controllo non è da tutti. 
Andrea Antinori qui si diverte parecchio. 


Come vuole il canone di storie di questo genere - solo per citare due cardini, Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak oppure La notte di Wolf Erlbruch, si parte da un dato di realtà a cui si resta di fatto agganciati fino alla fine, ma a un certo punto da questa realtà ci si stacca e si decolla. E solo a fine libro si riatterra non lontano da dove si era partiti: di nuovo nella realtà. 
Felicemente e sani e salvi si torna a casa tra le cose conosciute. In questo senso anche MVSEUM - di nuovo Marsol su sceneggiatura di Javier Sáez-Castán, è emblematico. 
La notte, nella maggior parte dei casi, è l'habitat naturale per dar spazio all'immaginazione. A patto che non si cada nel tranello del sogno: vero spauracchio di tutti i buoni scrittori di storie per bambini... 
Così come non sognava il Max di Sendak, altrettanto non dormiva il Fons di Erlbruch. 
Anche se l'omino di Antinori si ritira nella sua canadese rossa (esce solo in mezzo alla notte per una pipì urgente) e quindi non può dirsi obiettivamente testimone di ciò che gli accade intorno, tuttavia neanche per un secondo siamo portati a credere che la fantasmagoria che avviene là intorno non sia reale.
 

Quel tempo e quello spazio non appartengono alla realtà, ma sono comunque lì a testimoniare la loro presenza. E la loro verità. E il divertimento sta proprio in questo. 
Come in un film di Hitchcock o comunque in un film di suspense, i lettori sono i testimoni consapevoli di quello che sta capitando a un protagonista inconsapevole. 
In un thriller si trema, in un libro per bambini si ride a crepapelle. 


Ed è esattamente quello che accade in questo bel libro. 

Carla

mercoledì 18 marzo 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL SOGNO ECOLOGISTA DI TIMOTHÉE


La prima volta che mi ha abbracciato eravamo sospesi a centoventi metri da terra e avevamo quindici uomini armati alle calcagna. Forse è per questo che per molto tempo non ho potuto avvicinarmi a lei senza avere un senso di vertigine. Oggi scrivo il suo nome in cima a quest'ultimo quadernetto stropicciato che mi resta. Fa freddo. Il fuoco non migliora la situazione. Non so come faccia a non gelare l'inchiostro della mia penna stilo. Quanto a questa storia, non ho abbastanza pagine per farne un romanzo. Bastano giusto per lasciare una traccia, la traccia blu di chi ha cambiato la mia vita e avrebbe potuto cambiare il mondo. Celeste. 

Un incipit laconico e secco dal tono definitivo, che ci dà la sensazione che il tempo, come le pagine di quell’ultimo quaderno, stia per finire. Un incipit che ci fa entrare nella storia dalla fine (o quasi) per poi, con un flashback lungo quanto tutto il racconto, riportarci al presente. 
Dello scrivano narratore non sapremo mai il nome ma sapremo presto che ha 14 anni, che già a sei anni e mezzo aveva giurato a se stesso di non innamorarsi mai più (!) e che da allora, a parte andare a scuola, se ne sta a casa a disegnare carte geografiche del mondo intero sulle pareti della sua immensa casa. Niente altro. 
Nel frattempo si va a definire il contesto: una casa gigantesca e vuota, una madre che lavora ai piani alti di !ndustry – la più grande fabbrica del Paese – e che il ragazzo vede solo ogni 14 giorni nella sala d'aspetto del suo ufficio. 
Poi la città: torri di vetro di centinaia di piani per i ricchi e torri di mattoni di centinaia di piani per i poveri. La circolazione all'aria aperta è riservata al traffico motorizzato. Ascensori, corridoi e immensi centri commerciali dal nome !ntencity tra un palazzo e l'altro sono lo spazio di movimento per i pedoni. Benvenuti nel mondo di domani. 
Luogo e tempo sono sospesi in un mondo grigio e super inquinato abitato da vite isolate. A parte i pochi dialoghi con l’amico Bris, quello che si sente è un gran silenzio rotto solo dal monologo del narratore: una sorta di costante nostalgia aleggia tra le pagine. 
Succede però che la promessa di non cedere mai più ai travagli dell’amore non sarà mantenuta quando un giorno arriverà Celeste, una ragazzina che si presenta in classe per restarci un solo giorno e non tornarvi mai più. L’impellente desiderio di ritrovarla spingerà il ragazzo a cercarla seguendo l’unica traccia che lei ha lasciato: l'indirizzo della sua abitazione, all'ultimo piano di una torre-garage. Una volta ritrovata Celeste però, cominciano i guai e la storia prende un ritmo diverso: la ragazza è affetta da una strana malattia, una malattia che ha a che fare con l’inquinamento del pianeta e che deve rimanere nascosta al resto del mondo poiché metterebbe in questione l’intero sistema sociale. Una squadra di solerti medici farà sparire la ragazza nelle stanze di un ospedale super controllato. L’unica soluzione sarà quella di rapire Celeste e fuggire lontano affidando all’amico Bris il compito di svelare a tutti la causa di quella strana infermità. 
Se il nostro eroe riuscirà nell’impresa, non sarà qui svelato per lasciare a chi leggerà questa breve storia il gusto di un’avventura dall’esito inatteso. 
Possiamo dire però che vi ritroviamo un elemento di continuità con le altre storie di De Fombelle: la ricerca e la fuga. In un'intervista ai ragazzi e alle ragazze del festiva Mare di Libri, l’autore afferma: "Io utilizzo due motori: un motore posteriore, la fuga, e un motore anteriore, la conquista. Con questi due motori, io mi sento in sella ad una Lamborghini."
A parer mio però, nel caso di questa storia, non si tratta della migliore Lamborghini sulla quale De Fombelle ci abbia fatto viaggiare: l’esigenza di affrontare una precisa tematica, in questo caso quella ambientale, segna pesantemente l'esito della storia. In qualche modo lo riconosce lo stesso autore che nella citata intervista afferma: "L’idea che ha portato a questo libro è una piccolissima idea, un’idea minuscola, che diceva semplicemente: se il pianeta fosse una persona, avremmo voglia di salvarla? Tante volte le storie cominciano così, con un’idea infinitesimale, che poi si ispessisce, si sviluppa, fino a diventare un romanzo. È vero che nel romanzo di cui si parla, il messaggio era un po’ più pesante da portare, era preminente: ho creato, poi, la storia per trasmettere quel messaggio. Realizzo ora, rispondendovi, che è la sola volta che per me è andata così: con un messaggio e il problema di come trasmetterlo, con quale busta inviarlo ai lettori." 
Céleste, ma planète è stato pubblicato in Francia nel 2009 e arriva in Italia prima con l’edizione di San Paolo nel 2010 con il titolo Tu sei il mio mondo e ora, con Mondadori per la collana Ossigeno, con il titolo Il mio mondo è Celeste. 

Patrizia 

"Il mio mondo è Celeste", Timothée De Fombelle, trad. di Maria Bastanzetti, Mondadori 2026 
"Elevarsi vertiginosamente al di sopra del quotidiano: questa è la letteratura", intervista a Timothée De Fombelle, Rimini, Mare di Libri 2015 

lunedì 16 marzo 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA STUPIDERA 
per Sergio  O

Il libro dal futuro, Mac Barnett, Shawn Harris (trad. Sara Ragusa) 
Terre di Mezzo 2026

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Questo libro viene dal futuro. 
Qui nel futuro sono cambiate tantissime cose. 
Nel futuro il sole si chiama LUNA e la Luna si chiama SOLE 
Il giorno si chiama NOTTE e la notte si chiama GIORNO 
Le banane si chiamano MELE 
E le mele?" 

Nel futuro molte cose sono diverse, ma è soprattutto il linguaggio ad aver preso un'altra strada da quella che nel presente conosciamo. 
Per esempio: continuano a esistere i nasi, ma si chiamano FUNGHI. 
E se qualcuno ci starnutisce davanti facendo il suono di sempre, ovvero ECCIU', non si deve rispondere educatamente: Salute!, ma Scusami, Susan! 
E quando andiamo in un supermercato, lo chiamiamo Bolly Bolly Buu Buu. Visto che nel futuro anche i numeri sono cambiati, per cui all'uno corrisponde un fantastiliardo, se si volesse comprare una banana si dovrebbe chiedere alla commessa un fantastiliardo di mele... 
E se la si volesse ringraziare? beh, in quel caso occorrerà metterle un bel pesce sulla testa. 
Tutto chiaro? 

Questo libro corre pericolosamente sul filo di un crinale: nello stesso preciso istante, se si guarda da una parte si vede chiaro il colpo di genio, dall'altra, invece, si vede la spensierata scemenza diffusa. 


Su detto stretto spartiacque si può camminare a lungo, ma poi forse occorre decidere da che parte volgere lo sguardo per proseguire. 
E ancora: ci si potrebbe interrogare quanto di una scemenza si nasconda nei colpi di genio e viceversa. E come spesso accade dagli errori, dalle cose fatte senza testa nascono per guizzo delle idee brillanti che ti salvano la pelle. O no?
E ancora, a voler esagerare, se Il libro dal futuro fosse contemporaneamente tutte e due le cose? 
E lo fosse per scelta degli autori? 
Argomenti a favore del colpo di genio: difficilmente Mac Barnett sbaglia un tiro. Anche se alcune storie sono decisamente più felici di altre, il livello complessivo è sempre molto alto. 
Argomenti a favore dell'allegra baggianata: il fatto che dietro questo libro ci sia un gioco, e quindi come tutti i giochi, esso prevede anche una necessaria dose di spensierata scemenza. 
Si possono mettere in elenco alcune riflessioni. 
1. chiama affabilmente dentro i propri lettori... 
2. ma con loro è perentorio.
 

3. è molto chiaro con i propri lettori... 
4. ma di loro si prende anche gioco. 
5. è un meccanismo perfetto dal punto di vista della sua architettura, ossia quella di un albo illustrato... 
6. ma è anche capace di trasmettere intorno a sé una meravigliosa confusione. 
7. è per scelta spiazzante con i propri lettori... 
8. ma è anche capace di rassicurarli. Alla fine.

Per pubblica ammissione di Mac Barnett (https://lookingatpicturebooks.com/) il libro nasce dal desiderio di creare una storia che preveda la condivisione tra grandi e piccoli e che quindi necessiti di una lettura ad alta voce da parte di un adulto con dei bambini davanti (intorno o sopra). 
Appresa questa circostanza, si rafforza nella testa l'idea che il libro sia contemporaneamente le due cose dette all'inizio: un colpo di genio e una allegra baggianata. 
L'idea di chiamare dentro i propri lettori (punto 1) funziona magnificamente se il libro viene letto ad alta voce. 
Barnett va dritto come un treno, e scrive con tono assertivo e perentorio (punto 2): "Questo libro viene dal futuro. Qui nel futuro sono cambiate tantissime cose." Va da sé che la chiave è in quell'avverbio di luogo. Qui e non lì, si badi bene. 
E così con SOLE tre letterine si dà al lettore (sia il piccolo sia l'adulto) una precisa indicazione sulla provenienza della voce narrante. E gli si dice anche con molta chiarezza che è agli abitanti del passato (ossia del presente) che si sta rivolgendo. 
Così, per magia, in sole 12 parole (nella traduzione di Sara Ragusa) ci siamo già dentro "con tutte le scarpe" (punto 1). 
Il testo prosegue con adamantina chiarezza per 4 pagine, ossia due doppie facciate (double page spread, per gli snob), che è meglio di 2 sole (punto 3 e punto 5): nel futuro i nomi delle cose sono quelli dei loro contrari, da come li si conoscono nel presente (punto 7). 


In perfetta simmetria, nella prima doppia si apprende che il sole si chiama luna e la luna si chiama sole. Nelle successive si rinforza il concetto. 
E a proposito di rinforzo, il vero colpo di genio visivo sta nelle targhette rosse Dymo (qui gli adulti gongoleranno) che sono lì a dirci che le cose stanno davvero così (punto 3). Sono lì come targhette nelle cornici di molte grandi opere più antiche oppure in quelle didascalie che sono al lato e che attestano si tratti di un autentico Renoir, di un vero Canaletto, di un capolavoro di Anish Kapoor. 
Ma poi il testo, dopo il funzionale silenzio del giro di pagina (punto 5), sterza bruscamente (punto 4) e quello che sembrava una regola, non lo è più. 
Altro piccolo colpo di genio andrebbe menzionato per come Shawn Harris risolva visivamente un testo che in queste due pagine è obiettivamente scivoloso come una parete di vetro... (punto 5). 
Il gioco tra lettore e voce narrante riprende e si consolida, con le solite sterzate (punti 2, 3 e 4). E si stabilisce finalmente anche a parole ciò che si supponeva: ossia che la voce narrante proprio al suo lettore stia parlando (punto 1). La "faccia di frappè" dell'edizione italiana si distacca da quella inglese che è "faccia di formaggio", chissà se in onore di una delle letture cardine del giovane Barnett (The Stinky Cheese Man...), ma le troppe cose da raccontare costringono la voce a sorvolare... 
A questo punto i nomi diversi tra futuro e presente sono parecchi, e sono sempre più folli e assurdi. 
Il gioco si fa interessante e l'intreccio si infittisce e diventa racconto di un fatto: una spesa al supermercato. 


A questo punto si può supporre che la "stupidera" si sia impadronita del tutto di chi legge e di chi ascolta, anche in nome dell'aumentata confusione generale (punto 6 e punto 7). 
E per finire, si arriva al punto 8, ossia a quello che il testo, nonostante il punto 7, non può permettersi di dire per non scivolare nel didascalico, ma che una testa mediamente pensante percepisce... 
Taccio, ognuno provi per sé e si esprima, eventualmente su un'etichetta Dymo.

Carla