Ancora una volta Stefania Camilli – direttrice editoriale di Vànvere edizioni – tira fuori una chicca dal passato. Pubblicato per la prima volta a Parigi da Delpire éditeur nel 1967, poi in Italia da Il Saggiatore nel 1969, Cowboy è un libro che si fa subito notare. Intanto perché è grande: 44 centimetri di altezza per 30 di larghezza. Poi per il titolo che occupa tutto lo spazio della copertina: caratteri cubitali in giallo, arancione e blu carta da zucchero; elegantissima. Se cerchi il nome dell’autore dei testi o delle immagini, non lo trovi manco nel colophon.
E quindi lo apri e il frontespizio ti conferma che sì, è proprio uno strano libro: si chiama AttiBum e ti parla dandoti del tu.
Allora cominciamo.
La storia: la voce è quella di Tornado Jack che è un cowboy, e si presenta. “My name is Jack. Tornado Jack” e già siamo in uno stile epico. “È così che mi chiamano tutti e ne sono fiero, perché corro come il vento. L’importante, per noi, è riuscire a farsi un nome. E non è mica facile, sapete? Ma quando ci riesci, allora il West è tuo”.
Subito ti sembra di rivedere il personaggio di un film western, seduto in un saloon mezzo ubriaco a vantarsi di improbabili e solitarie avventure. Ma ci vuole poco a verificare che con il prototipo del pistolero solitario (criminale, sceriffo o cacciatore di taglie che sia) il nostro cowboy non c’entra proprio nulla e ancor meno c’entra con l’eterna guerra contro gli indiani. Tutto quello che ci viene in mente pensando agli innumerevoli film sul Far West che ci scorrono puntuali davanti agli occhi, con il nostro cowboy non c’entra proprio niente. Tornado Jack è un cowboy vero, un guardiano di bestiame, uno che raduna le mandrie per trasferirle da un capo all’altro del Vecchio West. E qui capisci che tutto il cinema che abbiamo visto ci ha propinato cowboy inesistenti, dal baraccone del teatro itinerante di Buffalo Bill al cinema degli spaghetti western. Il vero cowboy lo abbiamo tra queste pagine. Ci racconta del suo lavoro, delle sue giornate, delle mandrie, dei tornei, di quella volta che spostarono quella mandria di cinquemila capi e Jim la Iena, ladro di bestiame, li attaccò. Racconta del senso di libertà di una vita in territori sterminati in sella a cavalli veloci e affezionati.
E poi le illustrazioni. Bellissime incisioni su legno realizzate da Frederic Sackrider Remington, artista americano di fine ‘800, considerato uno dei cantori del Far West e apprezzato anche da Fabrizio De André che scelse uno dei suoi dipinti per la copertina de L’indiano.
Scene vivide che celebrano una natura maestosa, un mondo selvaggio e sterminato attraversato da uomini a cavallo, carovane e bufali.
Come ci viene detto nel frontespizio, con le illustrazioni possiamo farci ciò che vogliamo. Ed ecco allora qualche istruzione in più:
“Cosa ci vuole per divertirsi con AttiBum? Occhi e mani, matite colorate, forbici, acquarelli, pennarelli, ma soprattutto la voglia di usare i colori come più ti piace (e se sbagli non importa…perché sbagliando s’impara). Noi abbiamo colorato la prima illustrazione per mostrarti come si fa. Tu puoi copiarla, puoi seguire i consigli che ti diamo nel testo scritto in piccolo, ma puoi anche fare l’esatto contrario e andrà bene lo stesso, perché l’importante è che tu usi i colori seguendo la tua ispirazione”.
Dunque massima libertà oppure, se si vuole, si possono seguire le brevi note alle illustrazioni dove, come in un copione teatrale, le didascalie descrivono le atmosfere:
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| “Il paesaggio è aperto e profondo, sotto l’immensità di un cielo che l’alba tinge di rosa. Le montagne in lontananza sembrano quasi azzurre, sullo sfondo di una pianura gialla e bruna. In primo piano, l’acqua forma piccoli gorghi fangosi, dal colore rossastro. Bisogna far risaltare il grembiule di cuoio del cowboy, e i cavalli dovrebbero avere colori diversi: dal bianco al marrone e al nero.” |
“Quando ho scoperto questo libro, mi è sembrato di incontrare il mio editore gemello. Cowboy sembra essere fatto apposta per il catalogo di Vànvere!” mi dice Stefania Camilli mostrandomi Cowboy nel suo affollatissimo stand della Fiera di Bologna.
In effetti, nel catalogo di Vànvere i grandi formati non mancano e diversi sono i titoli che possono trasformarsi o anche disfarsi tra le mani di chi li acquista. Si pensi ai grandi formati di Guido Scarabottolo, dal Manifesto segreto a Viva il mondo!, tutti pensati per essere ritagliati e ricostruiti a piacimento, o anche a Il mondo di Gabri di Gabriella Giandelli, dove puoi vestire una bambolina con le più diverse mise da ritagliare.
Insomma, trattasi di un diverso concetto di autorialità.
Gli AttiBum di Delpire éditeur - così come quelli poi pubblicati da Il Saggiatore - furono diversi, forse una decina scarsa, e davvero speriamo che Vànvere possa riproporceli tutti.
Patrizia
“Cowboy”, trad. a cura della redazione, Vànvere edizioni 2026


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