venerdì 6 gennaio 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


A CACCIA DELL'ORSO
Mio padre è un orso polare, Michael Morpurgo, Felicita Sala
(trad. Alessandra Valtieri)
Lapis 2016


NARRATIVA PER MEDI (dagli 8 anni)

"Terry mi ignorò e andò dritto a pagina ventisette. 'La regina delle nevi' lesse a voce alta, 'un adattamento - o qualcosa del genere - del famoso racconto di Hans Andersen, messo in scena dalla Young Vic Company'. C'era una grande fotografia in bianco e nero che prendeva mezza pagina - una foto di due orsi polari dall'aspetto feroce, con la bocca spalancata e i denti scoperti, pronti ad avventarsi su due bambini, un maschio e una femmina, che avevano un'aria terrorizzata."

Terry, il fratello maggiore del bambino di cinque anni che sta raccontando la storia, con la torcia sotto le coperte indica l'orso a sinistra in quella foto di giornale e dice secco: 'quello è nostro padre. Il nostro vero padre. Il suo nome è Peter Van Diemen, ma tutto questo deve rimanere un segreto.'
Tutti in quella famiglia conoscono la verità, soprattutto i grandi, è ovvio, ma la madre di Terry e Andrew e il suo secondo marito, Douglas, non amano parlarne.
Al contrario, i due ragazzini, sono inevitabilmente attratti dal mistero fatto di silenzi e omissioni degli adulti e quindi non mollano la presa.
Le cose, racconta il piccolo Andrew come le ha sapute ben oltre i suoi cinque anni, sono andate più o meno così: Peter Van Diemen era soldato a Baghdad quando qualcosa accadde nel cuore della loro madre: si innamorò di un altro uomo, e quando Peter tornò dalla guerra provò a riconquistare il suo amore, ma senza successo. Molto educatamente i due si dissero addio e Douglas diventò di lì a poco il nuovo padre - a detta della madre, l'unico padre di Terry e Andrew. Il cognome Van Diemen però rimase a testimoniare questa paternità 'originaria'.
Nel frattempo, nella scatola da scarpe che contiene i tesori di questi due fratelli, è arrivata quella rivista di teatro in cui Peter Van Diemen fa bella mostra di sé in abiti da orso.
Da lì, con un pizzico di buona sorte, il passo è breve per arrivare a lui.
Grazie alla sua determinazione, Terry riesce ad arrivare nel camerino, sfuggendo per qualche minuto alla sorveglianza della zia che, ignara di tutto, li ha condotti in quel teatro. Al piccolo Andrew rimane la magra consolazione di leggere le due righe scritte dall'orso polare sul programma di scena.
La fortuna è strana, però, cova sotto la cenere, e quando meno te lo aspetti ti si ripresenta davanti. Questa volta sotto forma di programma televisivo natalizio, va in onda Grandi speranze di Dickens e l'evaso Magwitch è di nuovo il babbo orso polare.
È vero: anche un papà che non c'è, può, in qualche modo esserci. E se Andrew, a cinque anni, aveva mancato la sua occasione con La regina delle nevi, venticinque anni dopo non mancò quella con Falstaff.

"This story is a tissue of truth - mostly. As with many of my stories, I have woven truths together and made from them a truth stranger than fiction. My father was a polar bear - honestly."
Così apre la prima versione di questo racconto di Michael Morpurgo, nell'edizione originale (Of Lions and unicorns, Harper and Collins, 2013). E, come spesso accade, nelle prime tre righe di un racconto ben fatto, ci si può nascondere la chiave di tutto ciò che segue.
Personalmente non credo che la finzione sia sempre più debole del racconto della realtà, ma so per esperienza che la forza della realtà, fosse anche costituita di solo un piccolo dettaglio, può rappresentare solide fondamenta per un racconto di finzione di più di cinquecento pagine.
Ed è questo che accade anche qui, anche se le pagine sono solo una sessantina.
La potenza e la bellezza di Mio padre è un orso polare sta proprio in quell'intento di tenere assieme tanti fili di verità, intrecciandoli per farli diventare una verità che per bizzarria supera qualsiasi finzione.


Gioca Morpurgo con la doppia identità del suo padre naturale, così come fa anche Felicita Sala, tra la figura e la sua ombra. E questo crea una intrinseca ironia che dal titolo in poi 'sdrammatizza' sulla serietà del tema, ovvero quello di non aver mai conosciuto il proprio padre e, più in generale, di dover fare i conti con il proprio passato.
Nessuno può, o deve, sapere quali siano i fili di verità di questa storia, ma sono sotto gli occhi tutti i punti in cui il racconto tocca vertici di tensione emotiva che lo rendono una storia struggente e, a mio parere, di grande autenticità.
Provo ad elencare i miei che, però, non è detto corrispondano a quelli di altri lettori o lettrici.
Il primo: la relazione forte di complicità, ma anche di subalternità, attraverso gli anni, tra fratelli. Un'intesa così robusta che non è in grado di essere scalfita da altri affetti importanti, come per esempio quello nei confronti della propria madre.


Il secondo: la mitizzazione di un personaggio cruciale nella vita di ogni essere umano, che lo si voglia a o meno: il proprio padre. Il racconto dal tono epico di quel bambino a teatro di fronte all'orso polare interpretato da Peter Van Diemen ne è testimonianza, come pure lo sono le poche frasi finali di quel medesimo bambino ora diventato uomo, ugualmente piene di tenerezza.


Il terzo: l'ammissione della propria impotenza di fronte a un evento di grande importanza, ovvero l'incontro tanto sognato con il proprio genitore. E l'amarezza che accompagna anche a distanza di anni, nel ricordo di una occasione perduta.
Il quarto: la constatazione, ancora una volta, della distanza che intercorre (e io correggerei che deve intercorrere) tra il mondo dei grandi e il mondo dell'infanzia. La diversa lettura della realtà che hanno i due fratelli rispetto a quella degli adulti fa scuola.


Con questi fili di verità si intreccia il disegno di Felicita Sala. Attente e sensibili alla forte carica emotiva di questo racconto, le sue matite sanno cogliere appieno il tono della narrazione, ne rispettano il tono 'familiare' quasi di confessione tra amici.
Illuminano gli stati d'animo di quei due ragazzini in cerca di padre, sanciscono le direzioni diverse che hanno preso le vite di mamma e papà, 


attestano la distanza, il silenzio, tra i figli e la madre. Ma soprattutto costruiscono i due incontri nel camerino di un teatro con un assoluto rispetto della grande emozione che è palpabile nelle spalle dei protagonisti, nel gioco di sguardi diretti, senza dimenticare la testa dell'orso appoggiata, oppure nei due visi che si incontrano attraverso lo specchio. 
 


Brava, davvero brava. E bravo anche chi l'ha voluta per dare forma al racconto di Morpurgo.

Carla

Noterella al margine. Prendetevi 25 minuti di tempo e ascoltate la lettura del racconto dalla voce di Michael Morpurgo in persona e converrete che sia una storia che ad alta voce acquista all'istante quel tono colloquiale e nello stesso tempo meraviglioso e quasi epico che è proprio del tempo dell'infanzia.





mercoledì 4 gennaio 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


NIDO DI VESPE


Dedico queste poche righe al piccolo Filippo, che giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, lotta per continuare a vivere.

Kenneth Oppel è un prolifico autore, vincitore, in America e in Canada, dove è nato, di numerosi premi letterari; in Italia è stato tradotto poco e quindi il nuovo romanzo, Il Nido, ce lo fa vedere quasi come un outsider.
Quarta di copertina e le illustrazioni, in rigorose tonalità di grigio, di Jon Klassen fanno subito pensare a qualcosa di misterioso e inquietante.
E l'inquietudine abbonda, in questo interessante romanzo dedicato alle giovani lettrici e lettori a partire dai dodici anni. Ma c'è molto di più.
Per necessità di sintesi, potrei dire che la narrazione utilizza due registri: la descrizione di una situazione drammatica, vissuta dalla famiglia del protagonista, Steve. E, d'altro lato, l'interpretazione onirica che quest'ultimo dà agli eventi.


Steve è un dodicenne pieno di ossessioni e fobie: per gestirle, ha costruito, insieme al suo terapeuta, dei rituali che hanno il potere di tranquillizzarlo; ma di notte, le paure attendono in fondo al letto che lui precipiti nel sonno e nel sogno, zona franca in cui tutto è possibile e mondi diversi si fondono; per difendersi, Steve si avvolge nelle coperte, come fossero una sorta di nido.
In famiglia è arrivato un nuovo fratellino, Theo, che purtroppo ha una malformazione genetica che lo costringe a lottare strenuamente per sopravvivere. Tutta l'attenzione dei genitori è rivolta a lui, mentre Steve si sente trascurato. In un pomeriggio estivo in cui i genitori sono all'ospedale ad assistere Theo, Steve viene punto da una strana vespa, e si palesa, così, la sua allergia. Ma quello che è più importante è che le vespe, e per l'esattezza la loro regina, da quel momento entrano di prepotenza nei suoi sogni: la regina, che gli appare avvolta nella luce, gli promette di salvare il fratellino, a patto che lui acconsenta esplicitamente a quello che si accinge a fare con il suo immenso sciame ronzante.
Steve non immagina quale possa essere il prezzo di questo patto onirico e così acconsente.
Nella vita reale, un grande e minaccioso nido di vespe sta crescendo vicino a una grondaia; nei sogni del ragazzino si svolge un'epica lotta, in cui è aiutato dall'evanescente Signor Nessuno, per impedire alle vespe di prendersi il bambino 'imperfetto'.


La vicenda è appassionante, lettori e lettrici sono portati a fare il tifo per questo ragazzino così fragile e pauroso, costretto però ad affrontare le sue peggiori paure per salvare il fratellino. Steve è un anti-eroe, è un ragazzino che ancora non ha lasciato l'infanzia, con tutto il suo 'pensiero magico', ma nello stesso tempo sa prendere decisioni, affrontare pericoli, anche suo malgrado. Chi legge resta nel dubbio: i sogni di Steve sono davvero il territorio in cui si incontrano mondi diversi, o sono solo le sue elaborazioni fantastiche di una situazione insostenibile. E quanto può essere seducente e ambigua la proposta della regina delle vespe, che promette una guarigione miracolosa o forse uno scambio fra un bambino 'imperfetto' e il suo simulacro, privo di difetti.
In questo passaggio, in questa attrazione verso il 'male', vedo echi di uno dei capolavori di Gaiman, Coraline.
La morale, pienamente condivisibile, ci vede tutti e tutte avvolti nelle nostre imperfezioni, sinonimo, spesso sgradito, di umanità. Non c'è modo di sfuggire a esse, sono quelle che fanno di noi quello che siano. Correggibili, modificabili, ma intrinseche alla nostra natura.
Accettare questo, accettare i propri e altrui limiti contribuisce a diventare grandi.
E poi il nido, simbolo dell'infanzia più tenera, luogo di protezione e nello stesso tempo, minacciosa prigione.
Come si può capire, è un testo che consente diversi livelli di lettura, ma che tiene in ogni caso inchiodati alla pagina.

Eleonora

“Il nido”, K. Oppel con le illustrazioni di J. Klassen, Rizzoli 2016




martedì 3 gennaio 2017

ECCEZION FATTA!

Settembre 2016

 

perché:
"E' quasi un'ovvietà dire che i libri di Eva Ibbotson siano bei libri, ma questo in particolare, pubblicato postumo, si distingue per saper infondere nei lettori e nelle lettrici un senso di appagamento diffuso. Fin dalle prime pagine in cui ci si trova catapultati come se nulla fosse, in uno scenario piuttosto inverosimile, si partecipa con trasporto al percorso educativo dei piccoli da parte di Lady Agata. Ci si intenerisce per le abitudini che prendono i piccoli, ma nello stesso tempo, senza parere, ci si trova di fronte a un modello pedagogico che dovrebbe far ragionare piccoli e grandi."
 
 
 
  
perché:
"Di ciascun animale viene rappresentata la collocazione geografica, la dimensione e l'appartenenza a questo o quel genere; ma il pezzo forte sta nella descrizione delle sue modalità di alimentazione: del formichiere, ad esempio, viene descritta l'efficacissima lingua, che riesce ad insinuarsi nei formicai, acchiappando un numero altissimo di formiche, senza per altro distruggere l'intera costruzione. Seguono le schede relative a numerosi predatori, più o meno feroci, dai piranha ai coccodrilli, dai 'vampiri' alle megattere. La scelta dei diversi soggetti risponde sia ai criteri sopra ricordati, di rappresentatività di un ecosistema o di un altro, ma ovviamente anche alla particolarità delle diverse modalità di alimentazione: la bocca del fenicottero, che funziona come una pompa, o la bocca di una stella marina, sono sicuramente esempi che possono colpire la fantasia dei giovani lettori."
 
Ottobre 2016
 
 
perché:
"L'autore, che immagino animato da grande senso dell'umorismo, gioca con il lettore, confidando nella consuetudine di iniziare la lettura partendo dal titolo e poi a seguire. Per capire la storia, o per darne una diversa interpretazione, bisogna tornare indietro e chiedersi che ci stanno a fare lì un uomo, un bambino e un carretto pieno di forme di giallo formaggio. Già questo mescolamento di carte vale tutto il libro, ma non basta; è magistrale il personaggio dello scoiattolo, ansioso e preoccupato oltre ogni dire dalle conseguenze delle sue azioni; nemmeno per un momento si ferma a pensare cosa sia realmente quella cosa tonda, è la luna e basta, e qualcuno sicuramente la vorrà indietro e se la prenderà con lo scoiattolo se non la troverà al suo posto."

 
 
 
perché:
"Fin dalla sua veste grafica, esso denuncia l'intento di essere un libro di lettura per persone che nei libri cercano qualcosa che non si esaurisca in un soffio, ma piuttosto che si insinui lentamente e che inesorabilmente radichi nella mente del proprio lettore o della propria lettrice.
È un tascabile a tutti gli effetti, almeno per dimensioni (ha la misura di un breviario), ma nello stesso tempo nella sua rilegatura rigida si conserva e preserva la preziosità dell'interno. Sulla sovraccoperta bianca compare un disegno a matita di Matticchio che ha, come spesso accade, la solennità di una forma leggibile e nota, ma nel contempo il guizzo dell'ironica reinterpretazione della stessa. In questo caso un teschio shakesperiano è attraversato nelle orbite vuote da un verme - quello che arriva per ultimo, appunto - che ammicca un sorriso e un colpetto di coda.
Sottile, nella sua ironia, Matticchio 'cavalca' lo spunto offerto dal titolo di Cinquetti (che a sua volta rende omaggio a Calvino) e ne dà una lettura ancora più filosofica, se possibile, laddove il verme è davvero l'ultimo che arriva a chiudere e a cancellare del tutto la nostra esistenza terrena."
 
Novembre 2016
 
 
 
perché:
"Un'idea originale, stimolante, nuova proveniente dalla poliedrica Teresa Porcella: una collana di narrativa che ha come filo conduttore il racconto di quei passaggi decisivi, nella storia e nella cultura, che modificano in modo radicale lo stato di cose presente. Rivoluzioni. L'intento è spiegarle alle ragazze e ai ragazzi di oggi con l'aiuto di valenti scrittori e disegnatori.
Il primo titolo, La Formula esatta della Rivoluzione, Libri Volanti-Istos edizioni, è frutto del lavoro di Marcello Fois, Alberto Masala e Otto Gabos, un terzetto di autori sardi che con grande intelligenza raccontano le vicende di Lavoisier, il padre della chimica moderna, durante la Rivoluzione Francese."
 
"Klassen è così. Voglio il mio cappello!, Questo non è il mio cappello, Toh! Un cappello sono tre capolavori equivalenti.
Dal punto di vista strettamente formale, i tre albi di Klassen sono meccanismi perfetti che dimostrano, in crescendo, una sua straordinaria capacità di manipolazione dell'oggetto albo illustrato.
Nel primo aveva lavorato sul lettering del testo, dimostrando di saper piegare a suo uso e consumo il colore e la grafica di cui si impasta un albo illustrato e aveva nel contempo dimostrato al mondo che lui sapeva utilizzare lo spazio della pagina come contenitore ideale di sentimenti ed emozioni, sdraiando il grande orso nella disperazione, sedendolo su uno sfondo rosso nel momento della presa di coscienza, facendolo correre a ritroso sulla pagina nel suo ripercorrere indietro lo spazio, ma soprattutto il tempo, nella fase di riscatto. Nel secondo aveva saputo far dialogare testo e immagine con un gioco sapiente di continua smentita da parte del secondo nel confronti del primo. In Non è il mio cappello infinitesimi gesti rendono il racconto a parole semplicemente deflagrante. E ora nel terzo libro, che suona davvero come un inno alla bontà dopo due libri che erano stati inno alla cattiveria, si assapora il gusto che ha la redenzione finale."
 
Dicembre 2016 
 
 
 
perché:
"Se dovessi riassumere il senso di questo romanzo, userei tre parole: frontiera, ferocia, lealtà [...]
 Le immagini di Quarello rendono perfettamente tutto questo: il gelo dei territori canadesi, la fatica indicibile dei cani da slitta, la durezza della vita disperata dei cercatori d'oro. Su tutti i personaggi, non può che emergere Buck, grande, maestoso, indomabile. Ogni immagine sottolinea la durezza, la forza, la bellezza dei paesaggi incontaminati.
E', ovviamente, una visione epica, è avventura. Ma questa è davvero una di quelle storie che restano nel cuore."

perché:
"Che dire? E' Lane Smith con la sua designer di fiducia (l'ha anche sposata) Molly Leach. Un altro suo libro che lascia il segno per sensibilità narrativa, per capacità di lettura dell'infanzia, per originalità di prospettiva, per accuratezza linguistica, per dimestichezza con l'ironia.
In una intervista, con grande onestà, Lane Smith evita di fare dichiarazioni di intenti a proposito del libro. Spetta a chi legge trovare nessi, riferimenti, significati. Lui si trincera dietro il fatto che si tratta semplicemente di un libro su molti animali. Naturalmente non è solo questo. Ne riconosce, tuttavia, il merito di stimolare la discussione, in particolare su due punti fondamentali di una narrazione: l'inizio e la fine. Entrambi lasciati nell'ambiguità che permette chiavi di lettura molteplici. Quel bambino da dove arriva? Cosa trova in fondo alla sua strada? E, di conseguenza, cosa va cercando nel mezzo?"
 
                                        fine
 

lunedì 2 gennaio 2017

ECCEZION FATTA!

Maggio 2016


perché:
"Raccontare che per raggiungere un risultato occorre impegnarsi duramente (per poi magari, non arrivarci neanche mai).
E quindi raccontare il proprio limite, la propria sconfitta per manifesta 'piccolezza', tutto questo può essere terreno di discussione con bambini e bambine che lo vivono sulla loro pelle quasi quotidianamente. E che bel terreno per farlo: una giungla di Rosseau sullo sfondo in cui i piccoli (più piccoli e meno piccoli) agiscono in un mondo che sembra tutto loro."



Il Piccolo Regno. Una storia d'estate, Wu Ming 4, Bompiani 2016 


perché:
"è un romanzo esemplare. Racconta, come pochi sanno fare, quel passaggio cruciale, quel momento preciso, magari proprio quell'estate, in cui un evento particolare sancisce la fine di una stagione della vita.

Prima di quel momento, la Gente Bassa, i bambini, hanno vissuto nel loro Regno, fatto di piccole e grandi avventure, di segreti, di patti inviolabili, di un linguaggio vicino al mondo animale, di luoghi proibiti alla Gente Alta, gli adulti, che sorvegliano da lontano lo svolgersi del racconto dei piccoli."
 
 
Giugno 2016
perché:
"È impossibile resistere alla chimica perfetta che tiene insieme questi due personaggi così diversi tra loro, eppure così complementari. Sono come due pezzi di puzzle: uno ha un profilo 'sporgente' con un ego esuberante e l'altro un profilo 'cavo', dato dalle timidezze, che si rivela sempre accogliente per il primo.
L'incastro tra i due, alla fine di ogni storiellina (sono sette in totale), è perfetto.
Forse è per questo invisibile quid, un flusso osmotico tra l'uno e l'altro, che la loro amicizia non teme scossoni e anche se arriva al limite estremo, trova sempre una buona ragione per ricomporsi." 
 
 
perché:
"E' un romanzo dalle diverse valenze, scritto con grande naturalezza e un grande gusto per l'avventura: prende il lettore o la lettrice desiderosi di immergersi in una storia appassionante, ma nello stesso tempo avvicina i più giovani alle atmosfere di un'epoca nemmeno troppo lontana, che ha ispirato scrittori e registi di Hollywood.
Mi sembra davvero una bella prova d'autore."
 
 
 Luglio 2016
 
 
perché: 
"Un libro prezioso, per imparare e imparare a fare, due momenti che dovrebbero andare di pari passo; un ulteriore sviluppo di quell'approccio attivo all'arte e al sapere che si era già visto nella precedente collana, dedicata proprio all'arte dei maestri.
Di libri che fossero dei manuali per naturalisti se ne erano già visti, magari provvisti di un piccolo kit per la cattura, vogliamo sperare incruenta, degli insetti; quello che è sicuramente nuovo e stimolante è coniugare arte e scienza."

 
perché:
" Biagio, il pulcino mascherato, rappresenta forse la miglior sintesi di quello che secondo Ponti è il pensiero, il modo di leggere il mondo, di un bambino o di una bambina.
Se partiamo da questo ultimo punto, direi nodale, per capire a fondo i libri di Ponti, non possiamo non soffermarci su un particolare essenziale: la maschera che Biagio indossa. È lui stesso -in una rarissima, forse unica, intervista rilasciata in occasione del libro celebrativo dei 20 anni di carriera di Ponti (uscito solo in Francia per L'ecole des loisirs nel 2006), che ci svela una chiave importante per capire il senso di quella maschera: c'est le poussin qui met le masque qui devient Blaise. Lo sospettavo: dunque non esiste un unico Biagio, ma ogni pulcino che la indossa è Biagio per un po'!"
 
Agosto 2016
 

perché:
"la vita canina raccontata in prima persona dai protagonisti a quattro zampe consente al giovane lettore di vedere le cose da un altro punto di vista e la presenza anarchica, con tutta la sua carica liberatoria, degli amici pelosi acquisisce tutta un'altra valenza. Il mondo ad altezza del naso di un cane ha un ordine di valori diverso, che è bene capire prima di essere travolti dalle improvvisazioni del nostro compagno di strada."
 
perché: 
"Il carattere di eccezionalità di questo libro si ritrova in diversi aspetti.
Provo a elencarli in ordine crescente di importanza.
Il primo è la sua lunghezza e il suo rapporto tra testo e immagine, laddove il primo si prende la libertà di un respiro più ampio: è un albo di quasi 50 pagine.
Il secondo sta nel 'dream team' che lo ha concepito: Eoin Colfer e Oliver Jeffers. Due giganti che duettano alla pari in un'intesa assoluta, che forse deriva da una consolidata amicizia o, più probabilmente, da una radice di pensiero e sentire comune che è l'Irlanda. A questo si aggiunga il terzo grande calibro che è la traduttrice dell'edizione italiana, Chiara Carminati, che si rivela voce perfetta nell'aver saputo cogliere la leggerezza e la poesia con cui i due irlandesi raccontano il senso ultimo dell'essere amici, veri o immaginati che siano." 
[continua] 
 

domenica 1 gennaio 2017

ECCEZION FATTA!

I NOSTRI FUOCHI D'ARTIFICIO 
CHE SPARIAMO NELL'ETERE 
PER FARE LUCE
PER FARE RUMORE 
PER FARE MERAVIGLIA 
E PER FARE FESTA


Il meglio di...
un anno di libri, un anno di ragionamenti,  
un anno di recensioni su Lettura candita
Per ogni libro, il nostro perché

(BUM!)



Gennaio 2016

perché:
"Troppo crudele? Troppo esplicito? Troppo politicamente scorretto per i bambini nostrani? Eppure il suo segno appare nel solco di autori molto amati, come Solotareff, in ogni caso pienamente in quella tradizione francese che è una costante presenza nel panorama degli albi illustrati tradotti in Italia. Ma, anche nel disegno, con un quid che lo rende 'pericoloso' e 'dissacrante' agli occhi dei più tradizionalisti. Tuttavia, sebbene anche il disegno prenda direzioni inaspettate, come per esempio quel bel sedere a cuore che corona l'ultima tavola di questo libro, sono piuttosto convinta che la remora che ci ha privato di Mets finora dipenda principalmente da cosa scrive e da come lo scrive.


perché:
"Più è contenuto il segno e più il segno ha contenuto.
Dov'è lo zoo? si muove nella medesima direzione. Nulla di esornativo e di superfluo, solo poco rosso e molto nero, distribuiti tra disegno e testo,una sequenza ordinata e ripetuta di quest'ultimo, quasi un ritornello, un ordine altrettanto preciso nella disposizione degli animali nella pagina di sinistra che vanno accumulandosi fino ad arrivare a riempire quasi del tutto lo specchio della pagina conclusiva con il gufo sul ramo
A seguire, il colpo di teatro finale, preannunciato in verità già dalla copertina e nei risguardi, in cui il rosso entra con prepotenza e il nero pieno si stempera nei toni acquarellati di grigio.
Il vero colpo di coda finale, tuttavia, arriva ancora dopo. Gli animali sono spariti, forse hanno fatto propria la lezione del gufo o forse hanno tristemente e semplicemente abbandonato la ribalta. Al loro posto è comparsa la frase che segna la svolta, ovvero lo scarto che un pensiero divergente genera sul lettore intelligente."

Febbraio 2016

perché: 
"Man mano che ci si avvicina al momento clou della narrazione, il tono perde la sua leggerezza e l'aura di beata incoscienza che permea i primi capitoli. E si finisce col chiedersi come dei bravi ragazzi possano diventare dei piccoli mostri. Salvo poi redimersi, perché siamo pur sempre in un libro per ragazzi. E' sicuramente la parte più originale ed incisiva di tutto il racconto, con la descrizione precisa del meccanismo mentale che porta un gruppo di persone ad avere comportamenti che i singoli non avrebbero mai.
Bella materia di riflessione, descritta in modo non moralistico, al contrario molto aderente alla realtà psicologica dei gruppi di ragazze o ragazzi: l'esclusione e l'inclusione, il farsi trascinare in situazioni sbagliate, il senso di colpa e, perché no?, la presa di coscienza, che può essere il passaggio al diventare grandi."


perché:
"Bello, intelligente, poetico.
La prima cosa che colpisce è la cura formale che gli ha dedicato Amy Nielander, al suo primo albo. La sua formazione da designer affiora in ogni dettaglio: centinaia di coccinelle, disegnate con precisione assoluta, tanto che ognuna di esse ha sul foglio l'esatta misura reale. Il secondo elemento è il punto di osservazione, zenitale rispetto alla pagina. Tutte disegnate in scala 1:1, le coccinelle creano una macchia di colore che attraversa il foglio, che da questo viene 'mangiata', per poi ricomparire in forme geometriche che, come in una stop motion, ricordano le figure stupefacenti che fanno gli stormi di storni nei cieli delle città o le riprese dall'elicottero che sorvola le grandi maratone.
L'effetto visivo è stupefacente e permette all'occhio di 'muoversi' da una visione d'insieme, che altro non è che una forma geometrica multicolore costruita da molti puntini diversi, coleotteri come pixel, a una visione del dettaglio in cui ogni livrea raffigura caso a sé (d'altronde le coccinelle si suddividono in più di 6000 specie diverse).
L'intelligenza, suo secondo pregio, risiede ovviamente nelle idee che il libro contiene. Per prima cosa l'effetto sorpresa che esso crea nel lettore quando dal piano 'narrativo', ovvero dal racconto senza parole di una gara tra piccoli insetti, si passa ad un linguaggio che si occupa della forma. Della forma del libro in sé."

 Marzo 2016
perché:
"Quest'opera di Selznick, forse la più bella, è tante cose contemporaneamente, che meriterebbero tutte di essere approfondite: è un atto d'amore nei confronti del teatro, della sua storia, delle sue leggende; è un atto d'amore nei confronti della città di Londra e delle sue memorie; è un'apologia dell'amore, capace di sopravvivere al tempo e alle ingiurie della malattia. Un amore comunque declinato, fatto di condivisione profonda, di sogni comuni e di grande generosità.
Questo romanzo vale più di decine di storie 'politicamente corrette', volte a rappresentare le diverse facce dell'amore. Più di tutto valgono le testimonianze di vita, talvolta più sorprendenti di qualsiasi invenzione."

perché:
"Irresistibile e necessario. Per vari motivi. Il primo, il più evidente, il disegno dell'architettura e degli interni. Protagonista discreta ma sempre presente, una cittadina del Nord Europa con le sue case viste da fuori e viste da dentro (veri volumi che contengono il quotidiano), probabilmente case di un quartiere popolare, ritratte in alcune giornate con il cielo terso attraversato da una luce tagliente. La luce è infatti la seconda grande protagonista, come testimonia una storia a lei totalmente dedicata. Terzo elemento è il tono che attraversa il racconto: un tono che, già notato, è spiazzante. In una trama costruita sulla assoluta quotidianità, sulla più ovvia normalità, si inseriscono vere e proprie scosse di follia: fulmini a ciel sereno. E' la libertà fatta pensiero che poi diventa narrazione."

 Aprile 2016
"Ci pare di poter cogliere un senso ulteriore che tutta la storia ha in sé. Questo continuo fraintendimento di parole tra gli adulti e il bambino che attraversa l'intera vicenda in cerca di una cena per suo padre non è solo un esercizio di stile, ma piuttosto una spia di una diffusa incomprensione, forse vera e propria incomunicabilità tra i due mondi. Un continuo e ripetuto errore di 'ricezione' che tanto mi ricorda Rodari quando, sul diretto Capranica-Viterbo, raccontava di un uomo vecchio con un orecchio acerbo, che serviva a facilitare una comunicazione tra grandi e piccoli. 
Il cerchio potrebbe chiudersi qui.   
Così facendo, però, non si metterebbe in luce la qualità altissima del disegno, il raffinato gioco finale che fa chiudere in bonaccia la altrimenti turbinosa vicenda. 
Con il crescere della forza del vento, è l'immagine stessa a deformarsi. Prospettive di visione sempre più ardite, con lesine, punteruoli e trincetti che si inclinano sul fondo della pagina, tessuti che si alzano o che si incollano ai corpi, giocattoli che fluttuano, viali alberati che diventano gallerie del vento in cui è impossibile non decollare..."


perché: 
"Possiamo divertirci un mondo con Il libro degli insetti, raffinata produzione inglese firmata da Yuval Zommer e pubblicata in Italia da Electa Kids: serissime tavole, affollate da insetti ed altri invertebrati, che descrivono in estrema sintesi api, formiche, farfalle, blatte, coccinelle, ma non dimenticando altri abitatori del microcosmo come ragni, lumache e lombrichi.
Le descrizioni sono chiare e precise, l'autore si è avvalso della consulenza scientifica di Barbara Taylor, le schede contengono i dati essenziali, ma sopra tutto c'è la qualità dell'illustrazione, precisa senza essere pedante, l'impaginazione movimentata, che impedisce la noia, la presenza del gioco, con un piccolo cerca & trova sparpagliato fra le pagine, che incentiva le già sviluppate capacità di osservazione dei nostri pargoli. Sarà un libro sicuramente apprezzato dai piccoli scienziati/e a partire dai sette anni, ma può essere utilizzato anche prima."
[continua]