mercoledì 20 dicembre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


 ATTENTI AL PASSERO

Guarda fuori, Silvia Borando
Minibombo 2017


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)

Nevica. Solo un albero spoglio nella notte. L'unica luce è quella di una finestra. Ad essa sono affacciati, ben protetti dal vetro, una bambina dalle trecce rosse e un bambino dai capelli blu. 


Sorridono e poi indicano qualcosa sulla destra nell'arco della loro visuale. Ma non della nostra che stiamo leggendo.
Ed ecco di nuovo il cielo della notte, di nuovo la neve che cade, l'albero spoglio, ma una nuova presenza appare sulla pagina innevata: un uccellino grigio con le ali rosse.
Immobile è lui che ha attirato l'attenzione dei due bambini chiusi in casa. 


Adesso è di nuovo la finestra a essere inquadrata. I due bambini indicano qualcosa che è al di là dei vetri, sulla sinistra. Qualcosa che genera in loro un sorriso.
Di nuovo il cielo notturno, la neve, l'albero spoglio e l'uccellino, ma una nuova presenza appare sulla pagina innevata: tre conigli rosa.
Sono loro che hanno attirato l'attenzione dei due bambini chiusi in casa.
Adesso è di nuovo la finestra a essere inquadrata. I due bambini indicano qualcosa che è al di là dei vetri, davanti a loro. Qualcosa che genera in loro un certo stupore lievemente preoccupato.
Di nuovo il cielo notturno, la neve, l'albero spoglio e l'uccellino, i tre conigli, ma una nuova presenza appare sulla pagina innevata: un gatto che guarda con desiderio l'uccellino.
Il gioco si ripete, perché è di nuovo la finestra a essere inquadrata. Dietro i vetri i bambini sono molto preoccupati...


Con un tratto consueto, semplice, con colori piatti, il nuovo libro di Minibombo gioca, come spesso accade.
Questa volta gioca con il dentro e con il fuori che si alternano con la precisione del pendolo. Prima un fuori buio e nevoso, abitato da animali tra loro non esattamente pacifici, cui segue un dentro luminoso, caldo e abitato da bambinetti espressivi.
La mimica facciale è la seconda chiave del libro. Attraverso gesti minimi, sguardi espressivi, noi lettori siamo messi a parte dello stato d'animo di bambino e bambina. Intuiamo che stiamo assistendo a qualcosa di bello quando li vediamo sorridere; a qualcosa di pericoloso quando li vediamo a bocca spalancata; a qualcosa di rassicurante quando li vediamo esultare. 

Quando però li vediamo sparire, e la finestra è vuota, intuiamo che qualcosa di tremendo deve essere accaduto. Ed infatti così sembrerebbe....o era tutto uno scherzo? Una burla per occupargli il posto al calduccio e lasciar loro all'addiaccio con un palmo di naso.
Ben costruito, perché giocato in assoluto silenzio attraverso un codice di comunicazione insolito: lo sguardo.


Penso a capolavori come Questo non è il mio cappello di Jon Klassen che è raccontato tutto attraverso gli sguardi del grande tonno. La sua potenza ironica nasce nella discrasia tra testo e immagine. Bella idea.
Qui siamo davanti a qualcosa di analogo, anche se costruito più in economia.
Alcune soluzioni mi hanno fatto molto ridere e mi hanno fatto ben sperare che Silvia Borando abbia ritrovato la sua vena più tagliente, quella di Apri la gabbia! per intenderci: la mia preferita.

Carla

Noterella al margine. Massimamente divertente l'uccellino che, nella sua fissità, denuncia di essere un fantoccio, quindi parte di un piano strategico dei protagonisti animali che hanno in progetto di impossessarsi di uno spazio al chiuso a loro di norma interdetto. Per non parlare del coniglio sputato.

lunedì 18 dicembre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


SERVE BEN POCO ALL'ERBA...

Haiku Poesie per quattro stagioni più una, Silvia Geroldi, Serena Viola
Lapis 2017




POESIA

"Salto le foglie
ma solo quelle gialle.
Cioè quasi tutte. [...]

Raccolgo fiori
e li farò seccare.
Belli per sempre. [...]

Sogno battaglie.
È piena di promesse
la prima neve. [...]

Uova azzurrine.
Dentro il mio rosmarino
quattro prìncipi."


Bambini e bambine, un certo numero di cani, un ragno che è fuori, varie farfalle, il sole, la luna, diversi uccellini, molti alberi, rane, carpe e papaveri: sono loro che abitano le pagine di questo libro.
Talvolta le attraversano a gran velocità, come per esempio i cuccioli che giocano con un bastone e una palla o la bambina che salta le foglie o che capriola sul tappetto di casa, sognando sia un prato.


In altri casi sulla pagina si spande l'acqua di un lago di carpe o di rane assenti, oppure è inondata dal mare o dal volo di farfalle spaventate da un taglia erba.
Il più delle volte però il bianco fa da sfondo al rosso dei papaveri, al viola delle viole, al grigio dell'asfalto, al blu di un lago, al verde dei cespugli. Che sono soprattutto grandi macchie di colore.
Quaranta haiku che raccontano lo scorrere del tempo, delle quattro stagioni e della quinta: l'infanzia, la stagione del gioco.


L'haiku, come quasi tutto ciò che ha radici in Giappone, è un oggetto di precisione. Una opera d'arte bonsai, dove la bellezza è racchiusa in una forma minuscola.
Esatto, votato a un preciso ordine interno, l'haiku è un'espressione artistica fatta di delicatezza e attenzione.
Sommamente semplice nella forma e profondo nel contenuto.
Un meccanismo perfetto, ideato per raccontare - in estrema sintesi - le suggestioni del tempo e della natura. O per meglio dire, della relazione tra i due. L'haiku, nei tre versi che lo compongono e nella scansione ritmata di cinque, sette e di nuovo cinque sillabe (in realtà si tratta di more), nasce in Giappone nel XVII secolo con lo scopo di raccontare in un lampo, in sole tre righe, suggestioni, vibrazioni dell'anima. Di un'anima immersa nella natura, compartecipe.


L'elemento che mi pare più intrigante in un haiku, uno dei suoi caratteri peculiari, è quello di contenere in sé, nonostante la concisione che lo distingue, la possibilità di uno scarto di prospettiva.
Per chiarire cosa si intende, spesso appare citato uno degli haiku più noti, quello di Mizuta Samahide, che dice:
Il tetto si è bruciato:
ora
posso vedere la luna.
E proprio riguardo a questo meraviglioso scarto, repentino cambio di prospettiva nel leggere la realtà,mi pare che il libro di Silvia Geroldi e di Serena Viola, contenga elementi di interesse.
Va detto che non tutti gli haiku di questo libro la assecondano, questa 'deviazione' inaspettata, tuttavia quando essa accade al lettore risulta più semplice e naturale spiccare il proprio volo immaginativo.
In questa prospettiva,gli haiku che aprono questa pagina possono essere esemplificativi.


E se ancora vogliamo ragionare di scarto, possiamo notarne un secondo, altrettanto interessante. Quello che esiste tra testo e immagine.
Laddove il testo -suppongo- è il frutto di un lento lavoro di limatura, di perfezionamento, di ponderazione e riflessione, in sostanza è l'esito di un'operazione di cesello della lingua espressiva, il disegno invece è quanto di più immediato, spontaneo, attivo, estemporaneo si possa immaginare.
Parole scelte e misurate, disposte con calma secondo un ordine preciso che si alternano a gesti pittorici forti, improvvisi, agitati, mai definitivi.
Alle asciutte tre righe rispondono macchie di colore dato a larghe pennellate materiche, segni a matita frettolosi e imprecisi.


A una parola che si esprime con parsimonia risponde un disegno abbondante, pirotecnico.
Eppure questi due codici che tra loro sono divisi da un evidente scarto sono quanto di più armonico si possa immaginare.
Perché accade?
Da un lato c'è la convergenza di testo e immagine verso un ritmo che deve essere fulmineo, ma dall'altro credo che la ragione principale sia nel nocciolo più profondo che ogni buon haiku racchiude in sé: in quelle tre righe si assiste al disvelamento di un mondo tutto nuovo.
Non è forse questo uno degli eventi più vivaci e folgoranti cui la nostra mente possa assistere? Evviva i 'fuochi d'artificio' di Serena Viola.


Carla

Noterella al margine. Per rispetto della precisione giapponese e delle menti dei lettori, sarebbe stato bello che nell'introduzione Silvia Geroldi avesse spiegato meglio il canone metrico della sillabazione di un haiku. Da me, perduta, che contavo con le ditina le sillabe, è arrivata in soccorso Chiara Stancati con la sua sinalefe.

domenica 17 dicembre 2017


IL REGALO NEL REGALO

(dal canarino all'elefante)*



Budino di limone

Ci sono molte cose che nascono per caso...e hanno il gusto del regalo.
E a proposito di regali: fare regali al mio vecchio amico Paolo non è sempre facile: ha già molto e quel che non ha ancora, se lo regala da sé, in men che non si dica.
Su una categoria merceologica però ci sono varchi ancora aperti, in cui chi ha desiderio di fargli un regalo può trovare spazio: il cibo.
I carciofini, il pane e, di recente, le scorze di limone candite.
I limoni devono essere quelli amalfitani, non trattati.
Non qui e non ora la ricetta delle scorze, quanto piuttosto una ricetta per utilizzare il succo di quei bei limoni, nudi....

Ingredienti
600 ml di latte
4 cucchiai di maizena
4 cucchiai di acqua fredda
130 gr di zucchero
il succo di due limoni
qualche scorza di limone non trattato

Prendete il latte e portatelo a ebollizione con lo zucchero e le scorze del limone
In un bicchiere sciogliete la maizena con l'acqua fredda.
Spremete i due limoni e filtrate molto bene il succo.
Quando il latte è in ebollizione aggiungete la maizena e girate con una frusta perché non si creino grumi. Togliete dal fuoco e continuate a girare per un po'. Quando è stiepidito aggiungete il succo di limone e mescolate.
Ultimo passaggio: versate attraverso il passino l'intero composto in capienti tazze o ciotole e mettete in frigorifero per almeno tre ore.
Il budino che ne risulterà è rinfrescante, digestivo, perfetto per il dopocena mio e del prof. 

 
Ma anche a merenda.

Carla 

*Crushiform, Colorama, L'ippocampo Ragazzi, 2017



venerdì 15 dicembre 2017

ECCEZION FATTA!


 DI RAGAZZE E DI SCIENZA


In una fiera rinnovata e affollata, si è svolta una piccola tavola rotonda che riguardava il tema, negli ultimi tempi ricorrente, della divulgazione nell'editoria per ragazzi.
Presenti, insieme a me, Claudia Bianchi, Vichi de Marchi, Teresa Porcella e Nadia Terranova.
Ci sono stati alcuni punti su cui si è innescato il dibattito, che provo a sintetizzare così:
  1. L'editoria per ragazzi ha perso attenzione nei confronti della divulgazione scientifica?
  2. Si è davvero innalzato il livello della produzione editoriale e quali sono le sperimentazioni più interessanti?
  3. Esiste una specificità nel rapporto fra scienza e ragazze? Esistono realmente differenze di genere in questo ambito?
Quanto al primo punto, credo sia necessario fare chiarezza. E' un dato di fatto che, rispetto agli anni 80/90, alcune collane siano scomparse, senza essere sostituite da nulla di equivalente: sono scomparse le trattazioni enciclopediche, le grandi collane a volumi monografici, i grandi repertori fotografici, nonché collane minori di editori d'avanguardia come E.Elle. Si è perso soprattutto qualsiasi progetto che avesse una visione d'insieme, mentre alcuni grandi editori si sono accontentati di ristampare all'infinito, con poche modifiche, testi ormai superati; questo spiega perché al momento ci siano così grandi lacune nella trattazione divulgativa. E' come se tutti gli editori si concentrassero sugli argomenti di maggiore fruibilità commerciale, con le debite notevoli eccezioni, a cominciare dall'eroica, e premiata, Editoriale Scienza.
Questo non significa che non ci siano innovazione e sperimentazioni validissime, ma solo che la produzione è a macchia di leopardo, con picchi di elevata qualità e scarsa inventiva per quella produzione 'media' di cui c'è un grandissimo bisogno.

Il punto due. Bisogna fare una premessa: le curiosità dei bambini e delle bambine non hanno limiti, siamo noi adulti spesso a decidere se un argomento 'non è adatto'. Col crescere, gli interessi si definiscono meglio, ma questo non significa che il campo della ricerca potenziale sia limitato. La possibilità di sperimentazione in campo editoriale potrebbe essere enorme, mentre buona parte dell'innovazione riguarda l'uso dell'illustrazione, la funzione delle immagini disegnate; molto apprezzato, ma legato a una fascia d'età limitata, lo sconfinamento verso la narrazione e l'albo illustrato, mentre la pregevole produzione a livello biografico non può sostituire una trattazione più organica in campo storico. Va anche sottolineato che talvolta, proprio in alcuni editori d'avanguardia, siano presenti sciatterie ed errori che sarebbero facilmente evitabili con una maggior cura editoriale. Come lo spieghiamo? L'intelligenza di bambini e bambine andrebbe maggiormente rispettata.

Il punto tre. Allargherei il discorso verso una 'questione sociale' che tendiamo a ignorare. Se date un'occhiata al rapporto 2018 di Save the Children sull'infanzia in Italia, in relazione all'istituzione scolastica, non potete non constatare che si allarga l'area di povertà, soprattutto nel Meridione; nell'indagine Pisa del 2015 si riscontra che un alunno su 4, parliamo di ragazzi di 15 anni, non ha sufficienti competenze matematiche. Sempre secondo questo rapporto un quindicenne su due, appartenente agli strati di popolazione più poveri, non ha sufficienti competenze linguistiche, con un gap enorme rispetto a ragazzi cresciuti in ambiente benestante. E la scuola fatica a contrastare queste differenze.
Questa premessa è necessaria se si vuole inquadrare lo specifico delle bambine e la scienza: dopo venti anni 'regressivi' non possiamo che pagare lo scotto di un parziale arretramento, a livello generale, quindi non nelle famiglie informate, colte e con disponibilità economiche, sul tema delle differenze di genere. C'è, quindi, un sovrapporsi di difficoltà, che riguardano sia il ritardo culturale che investe alcune aree del Paese, sia una certa diffidenza rispetto alle materie scientifiche, che un retaggio 'antico' che considera, anche con il maggior affetto possibile, le ragazze inadatte a svolgere determinati ruoli. Dispiace constatarlo, ma sì, esistono ancora persone che, convinte del proprio pensiero, affermano che l'astronomia è 'troppo astratta per le ragazze'. E se la scuola non riesce a fare il proprio mestiere, chi spingerà le ragazze verso una maggiore competenza tecnica e scientifica? Non bastano, anche se aiutano, le belle biografie di scienziate, non basta l'enfasi sulle bambine ribelli o sulle donne di successo. Ci vuole un grande lavoro che abbracci tutta la società a partire dalla scuola, ma ciascuna di noi, nel proprio ruolo, deve prendere seriamente questo discorso.


Ho assistito con emozione, durante l'ultimo Festival di Internazionale di Ferrara, a un incontro con Angela Davis, leader del movimento nero degli anni Sessanta in America. Lei ci ha detto, con un grande sorriso, che questo è un bel momento per i più giovani. Per lottare. 
Svegliatevi, ragazze. Svegliamoci tutti e tutte.

Eleonora

“Atlante dell'infanzia a rischio. Lettera alla scuola”, Save the Children Italia, Treccani 2017


mercoledì 13 dicembre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


DELLA NOTTE E BASTA

Storie della notte, Kitty Crowther (trad. Lisa Topi)
Topipittori 2017


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Non molto lontano da qui, in mezzo al bosco, viveva la custode della notte.
Ogni sera, prima che facesse buio, suonava il gong.
Dooooonnnng - Dooooooong
'È giunta l'ora di andare a dormire', gridava la custode, 'tutti, grandi e piccini'.
'Aspetta', supplicò il pesce, 'voglio giocare ancora un po''.
'Ti eserciterai domani a saltar fuori dall'acqua'.
Dooooonnnng - Dooooooong"

Ed è così che comincia il primo dei tre racconti che Mamma Orso ha promesso al suo piccolino che le ha detto tre volte ti prego.
La custode della notte, dopo aver messo a dormire pesci, formiche ed ermellini, torna a casa per trovare anche lei il suo sonno, ovvero la sua stella che la porterà fino a domani. Non prima di un altro colpo di gong e di un gioco con se stessa.
Il racconto di Mamma Orsa prosegue con la storia della ragazzina con la spada che si è perduta: la piccola Zhora in cerca di mora. Tra tramestii e pipistrelli anche la sua avventura si conclude con un buon sonno, per poi lasciare posto alla terza storia in programma: quella di Bo, un omino con cappello e cappotto che ogni notte va in cerca del sonno perduto. Nonostante le piume di civetta lunatica che gli rendono morbido il letto, Bo si gira e rigira insonne e parte verso il mare con l'idea di trovare il suo amico Otto, lontra poeta sui sassi. Un buon consiglio, un regalo, una poesia e un caro amico sono gli ingredienti necessari perché anche Bo abbia un sonno sereno.
E quello di Orsetto, di sonno? Con la stella giusta e le tre promesse fatte da Mamma Orso che sono ponti verso domani, può chiudere gli occhi e addormentarsi tranquillo tra bambine, custodi e omini.

Piccolo, quasi quadrato, rosa, meravigliosamente e fermamente rosa (di un rosa che non ha uguali; un rosa quasi fosforescente che fa da sfondo, che si sfuma con l'acqua e che colora di sé persino il firmamento ed è ideale contrappunto con i diversi neri che lo circondano) il nuovo libro di Kitty Crowther riconferma il valore di questa autrice.
Uno a uno si ritrovano i motivi che caratterizzano il suo stile, il suo registro, il suo tono e i temi a lei cari.
All'interno della storia cornice che ne contiene altre tre, ancora una volta la Crowther costruisce una calda, accogliente e rassicurante relazione piccolo-grande. Nonostante gli orsi protagonisti, lontana anni luce da ogni mielosa cadenza, sulla scia di Minarik e Milne.


Una Mamma Orsa affettuosa e nello stesso tempo ferma nel tenere la barra del timone di una barca che sta per intraprendere il viaggio notturno del suo piccolino. Condiscendente nel raccontare tre storie al posto di una e partecipativa nel saper creare aspettativa verso nuovi progetti per il domani: raccogliere more o scrivere sassi, Mamma Orso è solida nel suo ruolo. Disegnata nel suo grigiore peloso ha sempre un lieve sorriso e gli occhi attenti e pieni di cura, rivolti a Orsetto, unico vezzo concessole: un gonnellone a righe che le copre le zampe, evidente omaggio alla mamma di un altro Orsetto, quello di Minarik e Sendak, appunto.
Accanto ai due protagonisti della storia cornice, una sfilata di personaggi unici, belli nella loro imperfezione, aggraziati nelle loro sproporzioni: dalla custode dalle lunghissime e ordinate chiome (che richiama la capelluta mamma di Medusenkind), alla bambina con la zucchetta a pois e le trecce (che rende omaggio a Elsa Beskov e nella postura alle bambine di Astrid Lindgren), fino al goffo e tenero Bo con Otto, la lontra poeta.

L'altra confortante conferma risiede nei contesti che la Crowther crea. Da un lato gli interni: una tana calda quella degli orsi, una grotta accogliente quella della custode della notte, con materasso di foglie, scendiletto, panorama stellato dalla finestra e brocca dell'acqua per sete notturna. Altrettanto accoglienti la tana di Jacko Mollo con teiera e stufa economica, e quella di Bo, un nido dismesso pieno di morbide e calde piume. Pochi segni, apparentemente incerti, creano l'atmosfera calda di quattro piacevoli ripari dal buio e dal freddo notturni che però trovano sempre modo di comunicare con l'esterno.

Dall'altro, per l'appunto, gli esterni: con la botanica diffusa, animata e in qualche misura parallela a quella nota. Funghi, fiori, erbe, cespugli, fusti, tronchi e rami espressionisti, ottenuti con linee parallele di molti colori. E con la notte, essa stessa da considerare personaggio accanto agli orsi, a Bo, alla custode e a Zhora.
Appare declinata talvolta con ombre scure di boschi e cespugli, ma più spesso con un orizzonte rosa acceso (che ricorda più l'aurora, se non fosse che è stellato) che ne connota e conferma la quasi univoca scelta cromatica e la sua originalità rispetto alla consuetudine di colorarla di scuro.


Accanto a tutto questo ruota l'indefinitezza, data da certa incertezza e velocità del tratto a matita, che ha il compito implicito di sfumare i contorni (si potrebbe dire confondere lo sguardo verso l'inessenziale) per creare una sorta di alone foschioso (come quello che si crea talvolta intorno alla luna), di sogno impalpabile, di tempo sospeso in cui tutto accade.


Ecco, si potrebbe ancora parlare del tempo sospeso che è un ulteriore carattere comune in diversi suoi libri, oppure concentrarsi sull'aspetto un po' magico, quasi mitico, che permea personaggi e situazioni. Purtroppo però sento in lontananza, ormai da ore, un gong che suona anche per me...
Sarà per un'altra volta.

Carla

Noterella al margine: che bellezza che nel titolo non c'è traccia dell'aggettivo che da sempre perseguita la parola notte. E' finalmente una notte e basta. Come è giusto e saggio che sia.

lunedì 11 dicembre 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


WARREN E LA STREGA


Un curioso mix per un libro originale, creato da due esperti creatori di fumetti, Will Staehle per l'idea originale e per i disegni, e Tania Del Rio per i testi: Warren 13° e l'Occhio che Tutto Vede, pubblicato recentemente da Rizzoli.
Un curioso, divertente ibrido che mescola linguaggi, il fumetto, il romanzo, l'illustrato e che mescola generi, dall'avventura, al racconto magico, a un pizzico di horror, con streghe perfide e mostri buoni.
La prima cosa che si nota di questo libro è l'aspetto, copertina rigida di un rosso squillante, formato inusuale, 20x22, una grande cura nell'impaginazione e nelle illustrazioni.


La seconda è l'essere chiaramente rivolto a un pubblico di lettori e lettrici intorno ai nove, dieci anni, con una trama avvincente ma anche abbastanza 'ingenua' da essere apprezzata da lettori non troppo smaliziati.
Ma veniamo, appunto, alla storia: Warren 13° è l'erede di una dinastia di Warren, proprietari di un grande albergo, ora in decadenza; a gestirlo ci pensa lo zio Rupert, dopo la morte del padre del giovane protagonista. Ma lo zio, oltre ad essere incorreggibilmente pigro, ha anche perso la testa per l'odiosa Annaconda (occhio al nome), in realtà una strega alla ricerca dell'Occhio che tutto vede. Cosa sia esattamente questo oggetto, nessuno lo sa; c'è un diario, lasciato da un antenato, pieno di enigmi e di indizi, che in molti vorrebbero possedere, pensando di diventare così molto potenti.


In questa ridda di personaggi 'da fumetto', che sono tratteggiati in chiave chiaramente grottesca, si aggirano streghe sotto falso nome, affaristi, pirati, nonché streghe buone, mostri fischianti, un cuoco sopraffino ed un precettore che veglia sul destino della casata.
Si susseguono i colpi di scena, i tradimenti e i finti tradimenti, con scontri feroci di arti magiche e non, per arrivare alla sorpresa finale, che ovviamente non svelerò.


Una proposta originale, quindi, diversa dai consueti canoni della narrativa per questa fascia d'età, presentata con grande cura a un pubblico poco abituato a frequentare romanzi illustrati, in cui l'immagine è l'ossatura portante di tutto il libro. Una lettura divertente, che, come ho già detto, attraversa i generi in modo inconsueto, consentendo una lettura scorrevole per tutte le duecento pagine.
Aspettiamo l'annunciato seguito per vedere se si confermeranno queste scelte originali.

Eleonora

“Warren 13° e l'Occhio che tutto Vede”, T. Del Rio, W. Staehle, Rizzoli 2017


venerdì 8 dicembre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


ESSERE GENTILI

Ma cos'è una... mitzvà? Liz Suneby, Diane Heiman, Larel Molk
(trad. Rosanella Volponi)
La Giuntina 2017


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Una mitzvà non la si può toccare.
Non ha un odore (a meno che
non si tratti di una minestrina
di pollo fatta in casa).
E non la si può comprare."

Queste sono un paio di cose che una mitzvà non è.
Facendo un passo indietro, anzi per la precisione una dozzina, si arriva alla domanda chiave che tre topetti pongono a una mangusta in vena di spiegazioni: che cos'è una mitzvà? 


Il suricato non perde tempo e, appendendosi a liane, appoggiandosi su piedistalli o dondolandosi su una amaca, punto per punto, spiega ai tre topi attenti cosa sia una mitzvà. A voler essere ancora più precisi, la mangusta declina in dodici differenti esempi un unico modo di vivere la vita. Lo spunto glielo offrono scimmie, leoni, struzzi, foche, castori e zebre con il loro fare. 


Ci sono orsi polari che si spartiscono un pan brioche, ci sono canguri che fanno la raccolta differenziata, ci sono struzzi che fanno progressi nel nuoto, ci sono pecore che lavorano a maglia, e ci sono zebre pacifiste e anche procioni che fanno minestrine di pollo...per la leonessa.
Per spiegare il senso della mitzvà la mangusta non fa altro che fermarsi a osservare scene di vita animale quotidiana e a commentarle per i topi in ascolto con poche ma significative parole.
E così si scopre che la mitzvà è condividere un pasto con chi non lo ha, mitzvà è avere a cuore le sorti del pianeta, è incitare chi si sforza di raggiungere un obiettivo, è dare qualcosa a chi non possiede nulla, è prendersi cura di chi è malato, è aiutare a fare pace.



Ecco, per esempio, aiutare a fare pace: in sostanza agire in modo che tra due litiganti, la pace possa essere raggiunta senza passare per la forza. Spunto di riflessione quanto mai attuale, considerato anche il contesto in cui il libro nasce. Oppure ancora: perdonare qualcuno che ha fatto un errore, o essere d'aiuto per chi è vecchio, o condividere un pasto con chi non ha altro, o ancora incoraggiare chi non ce la sta facendo, non sono forse tutte cose che hanno a che fare con la gentilezza?
Topi e manguste a parte, la dozzina di declinazioni che in questo libro la mitzvà racchiude in sé porta immediatamente a creare un nesso con un'altra dozzina di 'suggerimenti' dal piglio piuttosto imperativo, visto che 'comandamenti' li hanno chiamati.
In un piccolo blog che si occupa di libri, la delicata questione confessionale - ebraica o cristiana che sia - sarebbe decisamente troppo sacrificata, quindi forse è meglio sospenderla e sollevare il ragionamento per renderlo libero, libero il più possibile.


E in questa lettura più libera del mitzvà che mi permetto di suggerire, è possibile apprezzarne il valore universale, primigenio, e in qualche modo il suo portato controcorrente rispetto ai tempi che si vivono.
In questo senso mitzvà (che anche graficamente sembra volersi un po' smarcare dal mitzvah/ comandamento) può permettersi di perdere la sua connotazione di 'dodecalogo' e diventare terreno più morbido e accessibile su cui poter ragionare con dei bambini e delle bambine.
Pur non potendo non notare che nel suo significato ultimo lo stile di vita cui si allude nel libro ha un qualcosa di 'originario' nella sua purezza e semplicità, è il suo carattere rivoluzionario ad avermelo reso così tanto apprezzabile.
D'altronde, cosa ci può essere di più rivoluzionario che dire a un bambino che essere una brava persona, ovvero essere gentile con gli altri, lo farà sentire meglio?



Carla

Noterella al margine. Cercando di fare esercizio di mitzvà sono qui a perdonare certe ineleganze grafiche.

mercoledì 6 dicembre 2017

FAMMI UNA DOMANDA!


LA VITA A COLORI DI SONIA DELAUNAY


Sonia Delaunay è un personaggio fra i più interessanti, nel movimentato inizio Novecento. Insieme al marito Robert, dà vita ad una corrente del post impressionismo detta orfismo, per il suo richiamo ai ritmi musicali.
La sua originalità sta nel concepire la pittura come un insieme di esperienze sensoriali che coinvolgono totalmente chi guarda. Ma non parliamo solo di pittura; Sonia, infatti, fino quasi agli ultimi anni della sua vita, ha prodotto tessuti, arazzi, vestiti, tutti ispirati alla sua visione del colore, basata dai contrasti simultanei, dalla vivacità irrefrenabile di una giostra sempre più astratta di forme e colori.


Complicato spiegare tutto questo ai bambini, senza dover entrare nella storia delle correnti artistiche o nei riferimenti colti. La coppia Cara Manes, per i testi, e Fatinha Ramos, per le illustrazioni, ci riesce efficacemente con un albo, prodotto dal MoMA e tradotto da Fatatrac.
Sonia Delaunay. Una vita a colori ci descrive l'universo estetico dell'artista di origine ucraina, immaginando le domande rivolte alla mamma dal figlio Charles, che trova in un cassetto una strana coperta, di tutti i colori. Da qui prende il via un viaggio nella vita e nell'arte di Sonia, fermandosi prima a Le Bal Bullier, un locale parigino dove si balla il tango, per poi volare in Portogallo, in un mercato multicolore. Infine Amsterdam, in un negozio che vende i tessuti di Sonia, per poi tornare a Parigi. Ovviamente, le tappe si riferiscono alle opere dell'artista, riviste dalla brava illustratrice, che riesce a dare un ritmo vorticoso alle immagini, così come sarebbe piaciuto alla Delaunay.


Questo illustrato appartiene a una collana, che talvolta vi ho segnalato, realizzato in collaborazione con il MoMa, uno dei più importanti musei per l'arte moderna. Ed è anche uno dei volumi più riusciti, con un testo che dà molto spazio alle immagini, le lascia parlare, rendendo chiaro intuitivamente il senso dell'originalità di queste opere d'arte. Aprire questo libro è farsi accogliere da un vortice di colori vivaci, in continuo movimento, e non è difficile immaginare un sottofondo musicale a ritmo di fox-trot.


Strumento didattico o viaggio nell'immaginario novecentesco, mi sembra un bel regalo di natale per bambine e bambini curiosi a partire dagli otto anni.

Eleonora

“Sonia Delaunay. Una vita a colori”, C. Manes e F. Ramos, Fatatrac 2017