lunedì 17 aprile 2017





Blog in pausa

Al di là della foresta, Nadine Robert, Gerard DuBois, Orecchio acerbo 2017


venerdì 14 aprile 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FANTASMI CLANDESTINI


Ritornano i tre amici, coraggiosi protagonisti de I bambini di cristallo: Aladdin, Billie e Simona sono nuovamente alle prese con una vicenda inquietante, i furti nel ristorante dei genitori di Aladdin e le ambigue apparizioni nella neve di un bambino in pantaloncini corti. In Il bambino argento, la nuova prova della svedese Kristina Ohlsson, ritroviamo dunque gli stessi personaggi e le ambientazioni inquietanti che già avevano caratterizzato il romanzo precedente. In questo caso il protagonista della vicenda è Aladdin, di origini turche ma ben ambientato nella cittadina di Ahus; le cose non vanno molto bene per la sua famiglia, proprietaria di un noto ristorante, da cui spariscono nottetempo cibi e bevande. I genitori dunque cominciano a pensare di non essere più tanto benvoluti in quella tranquilla cittadina nordica, soprattutto da quando nel porto è ormeggiata una nave carica di profughi siriani, sospesi nel limbo che precede l'accoglimento della richiesta di asilo politico.
In questo clima di incertezza, Aladdin comincia ad avvistare uno strano ragazzino, che gira con vestiti antiquati. Un ragazzino talmente strano da non lasciare impronte nella neve. Nello stesso tempo a scuola viene assegnato come compito una ricerca su eventi e personaggi della cittadina. Il nostro coraggioso protagonista decide di occuparsi di un furto di argento avvenuto un secolo prima, furto che aveva gettato nello scompiglio tutta la comunità. All'origine di questo furto, una rivalità in amore fra due uomini, uno provetto gioielliere, l'altro antenato dell'uomo tuttofare che lavora nel ristorante.
Come si vede, c'è un bell'intreccio, in cui è possibile districarsi solo ai tre giovani protagonisti, amici per la pelle e solidali fra loro nelle indagini come nella vita. Come è giusto nella logica di un buon romanzo giallo, tutti i tasselli trovano il loro giusto posto solo nel finale, che per ovvi motivi non svelo. L'autrice è davvero brava a mescolare la vita quotidiana di una cittadina qualsiasi con quella vena un po' mistery, quel pizzico di sovrannaturale che dà un segno diverso ai tanti spunti presenti nella narrazione. Presente e passato si contendono la scena: il presente incarnato dal barcone dei migranti, con tutti i contrasti, fra diffidenza e solidarietà, che questa presenza comporta. E il passato, che, come in molti romanzi dei giallisti nordici, ritorna a presentare il conto: ingiustizie patite, crimini irrisolti, discendenti ancora turbati dalle pesanti eredità di congiunti dai discutibili comportamenti.
In questa atmosfera di mistero si muovono i tre ragazzini, legati da un'amicizia così forte da fargli condividere preoccupazioni e pensieri, ma anche indagini clandestine.
Come dicevo, tutto nel finale trova la giusta collocazione, ma con un discreto margine di dubbio. Dubbio sul futuro, che appare più incerto di quanto si vorrebbe, dubbi sul destino dei profughi, sopportati forse, ma non accettati; dubbi anche sul fatto che la nostra percezione della realtà non sia almeno in parte illusoria.
Significativa e realistica questa sottolineatura dell'incertezza del nostro presente, che ci ricorda quanto sia cambiata la percezione del vivere comune.
Bel romanzo, si legge tutto d'un fiato e lascia nella giovane lettrice e nel giovane lettore, a partire dai dodici anni, una dose salutare di dubbi.

Eleonora

“Il bambino argento”, K. Ohlsson, Salani 2017


mercoledì 12 aprile 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


QUANDO I COCCODRILLI RUGLIANO

Il fiume dei coccodrilli, Gustavo Roldán (trad. Marta Corsi)


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"'Senza alcun dubbio, questo è il miglior posto per un coccodrillo.' Disse il coccodrillo capo, lasciandosi cullare dall'acqua.
All'improvviso, nella macchia, si udirono passi pesanti.
Un uomo vestito di rosso si fece largo in direzione dei coccodrilli.
'Buonasera, coccodrillo' disse l'uomo vestito di rosso.
'Buonasera a lei' rispose il coccodrillo capo.
'cosa la porta qui?'"

Ecco appunto. Che cosa lo ha portato lì? La domanda è lecita, considerato che che i fiumi infestati di coccodrilli non sono luoghi ameni per l'uomo.


Tuttavia qualcosa di veramente importante ha condotto l'uomo vestito di rosso a recarsi sulla rive di questo pericoloso corso d'acqua: ne è appena diventato il proprietario. Con sicurezza lo comunica al coccodrillo, sventolandogli davanti al naso la carta che lo prova. Il coccodrillo, imperturbabile, dalla sua ha il fatto di non saper leggere. L'omino rosso con voce stentorea glielo recita: l'ha acquistato con denaro contante e sonante e quindi il fiume è suo. A riprova di ciò mostra una fialetta di acqua consegnatagli quel giorno stesso dall'agenzia. Il coccodrillo l'annusa e stabilisce che essa è simile, ma non la stessa, forte del fatto che l'acqua scorre di continuo... 


La pedanteria dell'uomo che rivendica la sua proprietà però irrita il coccodrillo, a tal punto che tra i cespugli, lontano dell'occhio indiscreto del lettore, si compie il triste destino di quell'uomo che a tutti costi voleva il fiume dei coccodrilli per sé.

Piccolo, poteva sfuggire tra i molti libri esposti negli stand della fiera. Ma quel nero che satura la copertina e quel verde coccodrillo che punta i suoi occhi verso il lettore sono un richiamo irresistibile. Almeno per me.
Che un coccodrillo sia cattivo è nell'ordine delle cose, ma che sia contemporaneamente cattivo e affettato nei modi, a mio parere, fa già la differenza tra gli altri milioni di coccodrilli che abitano nei libri per l'infanzia.
Un secondo discrimine sta nell'idea di fondo: ovvero il punto di avvio dato dall'acquisto di qualcosa che si muove in continuazione, che non è mai uguale a se stessa: l'acqua, l'acqua di un fiume che, per definizione, è acqua che passa. Lentamente ma inesorabilmente mi affeziono alla storia.


Da qui, a grappolo, si snocciolano una serie di esilaranti siparietti tra il coccodrillo e l'uomo vestito di rosso. Il primo riguarda la non remota possibilità che l'uomo sia stato truffato, il secondo si centra sull'ampolla con l'acqua di fiume che diventa la prova regina del fatto che il fiume venduto non è più quello attuale, il terzo è una succinta lezione di fisica dei solidi e anche dei liquidi, il quarto ha il merito di essere un piacevole divertissement linguistico e il quinto assume un vago sentore di sermone ambientalista ed ecologico.
E poi arriva lui, quel 'rugliare' che non ti aspetti e che ti incolla definitivamente al libro e alla storia che contiene: "E poi i coccodrilli rugliarono e diedero un colpo di coda sull'acqua..." Rugliare è il verbo perfetto.
Arrivo, contenta, fino in fondo alla storia e spero che il libro non mi deluda con un finale buonista in cui tutto si risistema.
Non mi delude, anzi, mi pare dia lui un bel colpo di coda nell'ultima pagina.
Lasciamo i fiumi ai coccodrilli che li abitano! E non facciamo prigionieri...
Secondo libro italiano per Roldán, già apprezzatissimo nella storia del Signor G, il quale, al contrario dell'uomo vestito di rosso, nonostante la vaga somiglianza, ha una coscienza e un rispetto della natura circostante ben diversa. Il Signor G vive in armonia con il mondo.
Al contrario, in questo secondo e felice piccolo racconto di Roldán c'è un graffio, generato però da un ottimo motivo: non tutto al mondo può essere comprato o venduto.
E mi permetto di aggiungere: spesso essere fermi, al limite della brutalità, su alcuni principi fondamentali, dà sempre i suoi frutti. 


Soprattutto se i frutti sono la Bellezza

Carla

lunedì 10 aprile 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

DELLA LEALTA' E DEL TRADIMENTO


Pax, romanzo dell'americana Sara Pennypacker, arricchito dalle poche, essenziali illustrazioni, a partire dalla bella copertina, di Jon Klassen, consente diverse letture. E' in primo luogo il racconto del legame indissolubile fra un ragazzino e la sua volpe addomesticata; volpe, dal nome Pax, che viene abbandonata lontano da casa per ordine del padre, poiché sta partendo per la guerra, e il figlio, il giovane protagonista Peter, deve andare a vivere dal nonno. Basta una notte per decidere di abbandonare di nascosto la casa del nonno e affrontare i molti pericoli del viaggio di ritorno, per cercare la volpe così ingiustamente abbandonata.
Il racconto di questo viaggio avventuroso si avvicenda con le peripezie vissute dalla volpe, un giovane maschio del tutto inesperto, incapace, almeno all'inizio, anche di cacciare. Il viaggio di entrambi è fatto di incontri, di quelli che cambiano il corso di una vita. Peter, che si è fratturato un piede, viene accolto da Vola, una ex soldatessa che non riesce a far pace con il proprio passato. Pax, nel frattempo, incontra due giovani volpi, Pelodritto, una femmina di gran carattere, e Scricciolo, il suo fratellino.
Le avventure sono molte, con molte pause che interrompono il cammino e i due protagonisti, che, pur non smettendo mai di cercarsi, man mano maturano, lasciandosi alle spalle definitivamente l'infanzia.
L'altro tema, sotterraneo e fortissimo, è quello del rapporto fra generazioni, la domanda, cruciale, se talvolta disobbedire sia necessario e intimamente etico. Qui è il discorso più complesso, che nasce dal confronto fra l'opportunismo e le menzogne che spesso abitano il mondo adulto, qui rappresentato dal taciturno e rabbioso padre, e il bisogno di verità e di coerenza, proprio dell'adolescenza. Che si possa attraversare l'età adulta senza compromessi e mezze verità, non riesco a crederlo, ma c'è un patto di lealtà che non dovrebbe mai rompersi fra un adulto e un bambino. E' il patto che viene infranto quando il padre lascia la volpe nel luogo più pericoloso, quello in cui si svolgeranno i combattimenti; è il patto che involontariamente rompe Peter, quando inganna Pax, abbandonandola. I due si ritroveranno e ritroveranno anche il senso della reciproca libertà. Qui il figlio disconosce le scelte del padre e disconosce la sua adesione alla guerra. Questo è l'altro tema che l'autrice inserisce, una riflessione sul senso della guerra e sull'impossibilità di coniugarla con qualsiasi forma di giustizia.
E', dunque, un romanzo denso di tematiche importanti, ambientato in un qui e ora non identificato. C'è un grande bisogno di assoluto in queste pagine, bisogno di trasmettere ai ragazzi un'idea di giustizia e di lealtà senza ombre. Ma può essere letto anche solamente come un bel romanzo di avventura, il viaggio di riconciliazione fra un ragazzo a il suo cucciolo, ormai cresciuto. Anche qui spicca la riprovazione per tutti quegli adulti che vogliono ignorare il legame speciale che esiste fra i bambini e i loro animali, un legame che non dovrebbe essere mai spezzato e che meriterebbe un discorso a sé.
E' una storia che può piacere a diversi tipi di lettori e lettrici: chi ama l'avventura e chi preferisce storie coinvolgenti, che costringono a qualche seria riflessione. Lettura comunque indicata a partire dai dieci anni.

Eleonora

“Pax”, S. Pennypacker, con le illustrazioni di Jon Klassen, Rizzoli 2017


domenica 9 aprile 2017


TORTA BAROZZI TRA PROUST E TOLSTOJ

Io a Vignola non sono mai stata. Se ci dovessi passare tra maggio e giugno mangerei solo ciliegie. Se invece ci dovessi capitare in altri periodi dell'anno, mi fermerei alla pasticceria Gollini per un pezzo di torta Barozzi.
Vignola non è mai stata nei miei percorsi abituali, ma lo è stata invece nell'infanzia di Eleonora. Lei racconta, come Proust, di un ricordo ben preciso legato al sapore che aveva la Barozzi, mangiata da bambina.
E allora questa ricetta la dedico a lei che della sua infanzia padana ha talvolta una grande nostalgia...

Ingredienti
    80 g di burro
    150 g di zucchero
    4 uova
    250 g di cioccolato fondente
    100 g di mandorle dolci spellate
    1 fondo di caffè
    un bicchierino di rum (una fialetta di aroma al rum)

Fate fondere a bagnomaria burro e cioccolato. Nel frattempo, tostate per qualche minuto al forno le mandorle pelate e poi tritatele molto finemente. In una grande ciotola montate i tuorli con lo zucchero finché non diventano una spuma cremosa, quindi aggiungete le mandorle, il fondo di caffè di una caffettiera da uno, il rum (o l'aroma) e il cioccolato sciolto con il burro.
Otterrete un composto piuttosto consistente a cui aggiungerete con molta cautela le chiare montate a neve soda che lo rendereranno più cremoso, ma non liquido.
Rivestite di carta argentata uno stampo dai bordi un po' alti e versatevi la miscela ottenuta fino a raggiungere grossomodo i 3 cm. di spessore. Quindi infornate a 180° per mezz'ora almeno.
La torta, a cottura ultimata, dovrebbe rimanere molto morbida e umida all'interno e per tagliarla, una volta fredda del tutto, gli stessi pasticceri suggeriscono di avvolgerla per intero nella carta stagnola. In tal modo, poiché è molto friabile, si evita di sbriciolarla troppo e di perderne anche minuscole particole.

Il che sarebbe un vero peccato.

Carla

Della torta Michele Serra scrive:
‹‹…per descrivere la Torta Barozzi bisognerebbe essere per lo meno Tolstoj, mi scuso con la Torta se non son degno. Si presenta come una piccola zolla di terra, e come una zolla si sbriciola. È un incantevole mistero fatto di mille aromi che confondono il palato in una sinfonia di dolcezze…››



venerdì 7 aprile 2017

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)

Cara, carissima Formica,
Sai, hai ragione: guardare la terra è troppo doloroso. Dove c’era il mio amico stanno spuntando i primi fili d’erba. Tutto intorno a me brulica e si muove. E’ primavera. Ormai Tasso sta diventando un ricordo. Forse, dopotutto, i morti non vanno da nessuna parte. E’ strano da pensare. Stanno nella terra –fermi, finiti- e dentro di noi – vitali ed infiniti - ma non esistono più. Siamo noi, i vivi, che ci muoviamo. È nostro il viaggio. Proprio come i protagonisti dell’ultimo libro di cui mi sento di parlarti prima di alzarmi da qui a cercar qualcosa da mettere sotto i denti.
Lo hanno scritto ed illustrato due italiane, Beatrice Masini e Arianna Papini. Si intitola Si può1, e racconta di Quello Grande, Bambino Medio e Bambina Piccola che partono lasciandosi alle spalle una casa distrutta. Camminano e camminano. Camminano davvero tanto. Anche loro come il bambino ed il papà del libro che mi hai raccontato si aggrappano alle cose più piccole del quotidiano per andare avanti: pensano al sonno, alle cose strettamente necessarie, a trovare la strada.È un inizio davvero straordinario, perché parla a tutti, trasformando il lutto in una metafora del cambiamento.


Vedi, lo spirito mediterraneo? Nemmeno una parola per nominare la morte. Anche le immagini la evocano solo attraverso l’assenza di colore e sono in generale allusive e mute, forse perché non ci sono immagini per rappresentare un futuro che ancora non c’è.
Camminano e camminano, Quello Grande, Bambino Medio e Bambina Piccola. Sono assieme, ma non si parlano. Hanno delle valigie, ma non le aprono. Ci si siedono sopra piuttosto, e ognuno di loro si tiene stretto il segreto del loro contenuto. Sono assieme ma sono anche molto soli. Finché un bel giorno decidono di fermarsi nei pressi di un buco. Il vuoto su cui si affacciano è estremamente pericoloso, così decidono di riempirlo. E siccome lì attorno non c’è niente, aprono le loro valige. E sai cosa tirano fuori? I ricordi, amica mia. Quello che avevano, quello che non hanno più. Gettano tutto dentro al buco, anche il libro delle storie che tanto sanno a memoria, anche la chiave della casa distrutta. Con molta fatica il buco si riempie. Sassi e conchiglie, giocattoli vecchi e foglietti. Tutto il passato finisce lì dentro, finché non rimane che una bella superficie piatta. Ora è possibile costruire una casa e ricominciare a vivere. 


Costruire una casa su un buco…
Sembra incredibile, vero Formica? Eppure si può. Si può. Non solo guardare per terra, non solo scrutare il cielo, ma anche partire e ricominciare. 


Loro lo hanno fatto, ora vedo di farlo anche io!
Scrivimi presto!

Scoiattolo

P.S. Sai, avevo letto un libro in cui anche la Morte ricominciava a sorridere dopo aver perso la sua piccola ed unica amica…2



Ah, caro Scoiattolo,
siam qui che continuiamo a inanellare metafore, come fossero perle, nella nostra collana di pensieri. Quest'ultimo libro di cui mi parli per tutta la lettera mi sembra che più di altri suggerisca una possibile risposta alla questione. Fin dal titolo: si può. Mi sbaglio?
Io, d'istinto, preferisco trovarle da me le risposte e mi piace anche poco dare consigli in giro...
E men che meno li vorrei leggere in un libro.
Ma, ciò nonostante di Si può, accetto la costruzione - è proprio il caso di dirlo - metaforica. A me piacciono tanto le metafore, mi sono congeniali per comunicare con gli altri (se piccoli, ancora meglio): li offro in giro perché sono succosi e irresistibili piccoli frutti da raccogliere sulla pianta dell'immaginazione.
Ops, vedi, ci sono caduta di nuovo.
Tra i libri di cui ti ho parlato, alcuni sono treni che attraversano diretti la questione che ci interessa, ma più d'uno invece è stato costruito su una metafora: penso al libro di Ringtveg, con il matrimonio tra Sconforto e Dolore e Gioia e Letizia oppure a quello di Jeffers, con il cuore stretto in una bottiglia.
Però, vedi, qui in The heart in the bottle3, è così tanto potente la metafora che quasi puoi dimenticare per un momento la ragione che ha spinto quella bambina a chiudere il proprio cuore in bottiglia, ovvero il suo bisogno di metterlo al sicuro dal dolore. Quando ormai grande, un giorno, girando sulla spiaggia dove andava da piccola, incontra una bambina che, come lei, fa domande, succede qualcosa. In quell'istante a lei si riannoda nella testa il ricordo della propria infanzia felice e appagante con il nonno. Per questo vorrebbe non doversi limitare a dare risposte a quella bimbetta, ma volerle anche un po' di bene, essere affettuosa attenta e premurosa, come allora lo fu suo nonno con lei.
Serve il cuore, per farlo. Ma il suo è imprigionato al collo in un vetro che sembra non cedere. Jeffers gioca, gioca sereno con questa situazione d'impasse. 


Non percepisce nessun peso sulle spalle, che gli impedisca di far partire una risata, in chi legge. Scuotere la bottiglia, prendere delle tenaglie per estrarlo, un martello per romperla, una sega o un trapano, un candelotto di dinamite (ah, i meravigliosi crescendo di Jeffers. Tu che sei scoiattolo musicista sai a cosa alludo, vero?)...
Niente da fare: il cuore è sempre lì in bottiglia. Non serve neanche salire su un altissimo muro e buttar la bottiglia così dall'alto, a meno che essa non rotoli fino in spiaggia, ai piedi di quella bimbetta curiosa che, molto seplicemente, lo estrae con il suo ditino felice.
Si stappa un mondo, ovviamente.


E a coloro che sono in cerca di risposte pacificatorie, lieti fini, o morali di facile apprendimento e scontate, Jeffers nega la soddisfazione di vedere - davanti alla donna, seduta finalmente sulla poltrona del nonno, lmentre legge curiosa miliardi di nuove storie - la bambina in rapito ascolto.
Lei non c'è. Non c'è ora? È appena andata via? Forse arriverà, o forse no. Semplicemente no.
Ecco, Scoiattolo mio bello, questo è ciò che vado cercando nei libri. Gli e forse, i ma chissà...
La metafora che però mi ha fulminato per tutto questo tempo di lettere con te è nel libro più solare che abbia mai letto su un tema così ctonio.
Ti ricordi il cane e il topo ad arrovellarsi sulla panchina per trovare un posto alla coniglia appiattita? 4


Ecco, loro, dopo tanto pensare, tanto guardarsi attorno, hanno finalmente la soluzione per lei. Costruiscono una croce, o meglio un telaio a croce, per un grande aquilone grigio. Con delicatezza, la prendono e con chiodi e martello (!), forbici e nastro adesivo le fissano mani e piedi, orecchie, naso e fianchi alla croce. Impiegano un bel po' a farla decollare, dopo 42 tentativi il cane finalmente riesce e la coniglia comincia a salire, salire e salire. 'Pensi che si stia divertendo lassù?' chiede l'uno all'altro, provando a immaginare come possa apparire il mondo da lassù.
La risposta, caro Scoiattolo, il poeta direbbe che è nel vento, ma quel cane che poeta non è (sic?) dice più umanamente 'non so...non so'. Poi, passa il filo al topo, 'vuoi provare?' e il topo fa... la cosa giusta. 


E io sono con loro.

Abbimi cara

Formica

[fine]

1B. Masini, A. Papini, Si può, Carthusia 2014
2K. Crowther, La visite de Petit Mort, L'ecole des Loisirs 2005
3O. Jeffers, The Heart and the Bottle, HarperCollins 2010
4B. Oskarsson, The Flat Rabbit, Owlkids Books 2014

giovedì 6 aprile 2017

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)


Cara Formica,
Mi devo scusare con te per aver bruscamente interrotto la lettera senza nemmeno salutarti.
Nella mia mente una domanda pulsava come una ferita: “Dove? Dove? Dove è Tasso adesso? “
Hai notato che più definiamo il posto della morte nella vita, più diventa quasi impossibile capire dove vanno i morti. Non ti fa girare la testa, questa domanda?
E io che pensavo di saper rispondere a tutte le domande sulla morte! Ora non faccio che leggere e ragionare alla ricerca di spiegazioni convincenti. Ma un libro in particolare mi ha fatto capire che forse posso provare a rispondere da solo.
Si intitola Il paradiso di Anna1 del norvegese Stian Hole, che ha un approccio molto diverso da tutti gli altri scrittori ed illustratori del Nord che abbiamo conosciuto.
La piccola Anna ha appena perso la mamma, e lei ed il papà devono affrettarsi ad andare in chiesa per il funerale. Ma prima di partecipare al rito, Anna chiede del tempo per elaborare la sua personale visione del Luogo in cui secondo la sua cultura vanno i morti e provare a consolare il dolore del suo papà.


Lo sguardo puro ed innocente che tanto somiglia a quello di Bruno è puntato proprio lì, nell’aldilà.
Non credo sia un caso che questo libro esista anche per noi lettori mediterranei: la morte non viene nominata direttamente. Piuttosto è la premessa per una indagine che avviene tutta oltre la sottile linea che separa i morti dai vivi. Un confine netto che si trasforma in un asse attorno a cui tutto può essere ribaltato. 

 
È difficile cambiare, Formica, e che cambiamento di prospettiva sconvolgente deve comportare la morte di una madre. Ogni ordine viene sovvertito, e in questo libro la vertigine di questa dolorosa trasformazione è evidente. Per Anna però la possibilità di trasformazione delle cose diventa una risorsa, un gioco. Anna utilizza gli strumenti che la mamma le ha dato per trasformare, ribaltare, interpretare e lenire: i chiodi che cadono dal cielo potrebbero trasformarsi in fragole con il miele, Dio potrebbe non essere smemorato come la nonna. In fin dei conti ogni cosa ha due lati, come il suo nome.
Anna e il papà si tuffano oltre la sottile linea di cui ti parlavo, rappresentata dalla superficie di uno specchio d’acqua, alla ricerca della mamma. Anche qui c’è una barca, ma i nostri amici non ci pensano nemmeno ad usarla. Loro non vogliono allontanarsi dal dolore scivolando sulla superficie, vogliono andare in profondità, talmente in profondità da raggiungere il cielo. 



Nuotano assieme ai pesci volanti, ascoltano un canto che sembra provenire dal cielo, vedono il nonno, e tanti altri morti famosi e sconosciuti, ma la mamma non la trovano. Quando si arrendono a questa evidenza, tornano a casa con una capriola, la stessa che gli permetterà di dare nuovi nomi alla nuova vita che li attende. Finalmente il papà sorride, e possono andare celebrare il rito funebre. 

 
Cara Formica, ho capito che le cose non sono solo quelle che sembrano: tutte celano la possibilità di una metamorfosi. Ed esiste un luogo preciso e sottilissimo in cui con molto coraggio e fantasia, si può facilitare il cambiamento.
Forse anche la morte può essere un inizio?

Scoiattolo

Ps. Cara amica...ti avevo detto che i due protagonisti del libro non riuscivano a trovare la mamma nel cielo, eppure... prova a guardare meglio le illustrazioni...




Caro Scoiattolo,
Tu parli di cielo, io parlo di stelle...insomma sembra proprio che lo sguardo delle persone debba alzarsi da terra, chissà, forse perché la terra è, nell'immaginario di tutti, il posto che da sempre è stato capace di accogliere le spoglie di chi è morto. La terra è impenetrabile, è anche scura, è certamente fredda e nasconde a perfezione ciò che contiene. Mentre il cielo, non importa se nero della notte, o chiaro, o corrusco di nuvole, il cielo non nasconde, lo sguardo lo attraversa, ma è una zona che non ci appartiene: noi siamo terreni, terrestri, eppure nonostante non ci competa come spazio naturale, non facciamo altro che desiderare di muoverci nella sua trasparenza. Diamo alla terra ciò che non vogliamo vedere e al cielo ciò che possiamo solo immaginare.
Non credo che sia un caso che in molte religioni è il cielo il luogo ideale per ciò che l'umanità sogna ci sia dopo la morte. E allora pare quasi naturale che il nostro sguardo si sollevi dal luogo che accoglie i corpi di chi non c'è più, che il nostro sguardo non regga la visuale della morte, e cerchi un nuovo respiro nel cielo, con il naso puntato in su, per aria.


Penso a quel papà, che al suo bambino che ha appena perduto la mamma e non riesce a dormire senza, propone una passeggiata notturna per lasciar da mangiare ai pettirossi, alla volpe e guardare in su. Neve nei piedi, silenzio intorno, nessun colore nemmeno sulla pagina, e disegni così affilati da essere ritagliati nella carta stessa...
Il libro norvegese di cui ti sto parlando è Eg kan ikkje sove no2, Non posso dormire senza..., di Stein Erik Lunde e Oyvind Torseter.
Gli adulti perdono spesso la parola, sopraffatti dal dolore. Questo papà con il filo di fiato rimasto riesce a dire le cose giuste e laddove non sa dire, usa il corpo: accoglie, abbraccia, contiene. Tra le sue ginocchia il bambino si accoccola. Le guance si toccano, la barba un po' lunga che sfiora la fronte...
Nella loro casa, seppure così insolitamente silenziosa, c'è un fuoco che brucia nel camino. Rimane punto di riferimento, luogo conosciuto dove i due si muovono nelle loro consuetudini, anche se ora tante consuetudini non ci sono più. In casa c'è la capacità di progettare semplici cose per domani: il taglio dell'albero. Piccoli passi, obiettivi di corta gittata. E per curare l'insonnia, e la malinconia ci sono i pettirossi da nutrire. I pettirossi, che come dice la nonna, sono i morti che tornano a trovarci.
Fuori c'è il mondo notturno che aspetta papà e bambino e che li racchiude, come loro si avvolgono reciprocamente: quel bambino in braccio al suo papà, che con il suo corpo si incunea negli spazi liberi di quello paterno: la testa nel collo, le gambe che penzolano dalle braccia. Il nero della notte li rende ancora più piccoli e inermi, ma li unisce in un unico profilo che è più robusto.


Fuori li attende la volpe, una macchia rossa in tanto bianco, che ha fame anche lei. In un susseguirsi di percezioni tattili raccontate a parole, arriva la domanda, secca, diretta, che non lascia dubbi o false interpretazioni nel lettore e, ancora meno, scappatoie nella risposta: la mamma sta dormendo e non si sveglierà più?
La risposta è onesta: dove si trova ora, no.
Tanta onestà richiede, tuttavia, il ricorso a qualcosa di più grande, di più alto verso cui guardare per poter essere sopportata: il cielo stellato, ancora una volta. Le connessioni tra la risposta e la proposta di andare a vedere le stelle le può creare il lettore, se vuole. Oppure può lasciare il cielo e le stelle dove stanno e rimanere giù a terra, vicino a quel bambino in braccio al suo papà, che lui immagina come una barca - al pari della luna - che naviga e attraversa la notte..
Ancora abbracciati, l'uno dentro l'altro, dopo aver condiviso, forse, lo stesso desiderio davanti a una stella cadente, tornano a casa. Sul divano davanti al fuoco, nonostante il sonno, il bambino ripete 'non posso dormire senza...'
'Tutto andrà bene' 'Ne sei certo?' 'Ne sono certissimo'.


A entrambi resta, dunque, il compito di progettare un nuovo domani. Insieme.
Ecco, domani.

Ti aspetto

Formica (in cerca di un proprio divano)





1S. Hole, Il paradiso di Anna, (trad. B. Berni), Donzelli 2013
2S. E. Lunde, O. Torseter, Eg kan ikkje sove no, Samlaget 2008

mercoledì 5 aprile 2017

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)


Sai cosa penso, Scoiattolo che oggi festeggi perché invecchi...?
...che quando prendo carta e penna per scriverti e fuori c'è il sole, vedo tutto con un umore diverso.
Nel libro di cui ti parlavo ieri, sai quel capolavoro di purezza intellettuale scritto da un Michael Rosen messosi coraggiosamente a nudo, la parola sad compare più di venti volte. Sad per lui è un luogo, una condizione dell'anima, un posto che può essere scuro e angusto, come il buio che c'è sotto il letto oppure può essere alto e luminoso come il cielo sulla sua testa...ecco luminoso come il cielo. Complice questo bel sole, non posso resistere e non pensare a uno dei libri più luminosi che conosco sulla morte...The Flat Rabbit.1
Te lo regalo per il compleanno, ti farà bene averlo.
Lontano dalla rabbia di Rosen e dalla solitudine di Jeffers, The Flat Rabbit, pur non sottraendo nulla alla profondità della questione, la guarda con lo stupore che mi raccontavi del piccolo Bruno. Ed è questo il merito che gli riconosce chiunque lo abbia letto.


Tutto comincia con un cane che passeggia per la via, in un giorno terso. Girato l'angolo, si accorge che, spiattellato come una frittata, sull'asfalto c'è un coniglio. Anzi, la coniglia che abita al 34, dove c'è quel cancello su cui lui ha pisciato un paio di volte. A guardare stupefatti la coniglia ordinatamente stesa in modo simmetrico rispetto al suo asse mediano, ci sono il cane e il suo amico topo che in quel preciso momento arriva sul marciapiede in senso opposto. Silenziosi, la guardano e riflettono su che cosa stia facendo lì in quel momento. Una certa malinconia si percepisce nell'aria, anche perché non deve essere particolarmente divertente stare lì sdraiati... Con un pragmatismo che sconcerta pensano che sia meglio rimuoverla da lì. Ed ecco che arriva la grande domanda...dove la portiamo? Non sarebbe carino se ci vedessero con una coniglia appiattita mentre la portiamo in giro... Seduti su una panchina, i due riflettono mentre dietro di loro qualcuno sta facendo volare un aquilone. 


Fermiamoci anche noi a riflettere. A considerare come questi due lascino nel dubbio e nell'ambiguità il lettore, nel loro ignorare - o forse dovrei dire meglio far finta di ignorare - che la coniglia è morta. Probabilmente investita da qualcosa di molto più grande di lei. Consideriamo il loro modo di leggere il mondo: sono semplici, forse ingenui, di certo puri, che si limitano a constatare le conseguenze degli spiacevoli fatti accaduti, valutando di trovarvi una soluzione che si possa considerare congrua e dignitosa per tutti.
Non hanno, o non vogliono farvi ricorso, particolari strumenti di elaborazione.
Eppure, non si sa come, la loro attenzione e cura nei confronti della coniglia appiattita, è partecipata. Non lo si può negare.
Ora il fatto è che quella coniglia è morta, mortissima. E quindi si sta discutendo in modo partecipato, ma calmo e lievemente distaccato, di concederle degno viatico verso un altrove. Entrambi hanno molto ben chiaro che lì non è bene che lei rimanga...
Concedimi di fare un paragone molto azzardato: ma questo loro ragionare sulla panchina assomiglia un po' ai tentativi fatti dai ragazzini davanti al letto con la nonna morta, o a quelli della bambina silenziosa davanti alla poltrona vuota, o ancora a quelli di Michael Rosen davanti a quel mozzicone di candela...tutti, con modalità diversissime, sono lì a cercare di capire cosa si può fare davanti alla morte.
Mi rendo conto: è la domanda del secolo e come tale forse merita di avere tante risposte quante sono le stelle in cielo...
A te l'onore, mio caro, di dire la tua...

Formica


Carissima Formica,
Sai, ho notato che stiamo parlando molto di come si sta di fronte alla morte, come se effettivamente la mente potesse avere la capacità di affrontare un evento che, di fatto, non conosce. Bene faceva Bruno a indagare, bene facevano gli animali a chiedersi cosa fare della coniglia appiattita sulla strada, ma andando in questa direzione si rischia di non riuscire a rispondere alla domanda che aleggia, gettando inquiete ombre che se i bambini non possono vedere, io, da scoiattolo un po’ invecchiato quale sono, vedo benissimo.
La domanda è: ma dove va quella parte impalpabile che ci rendeva care le persone? Alcuni la chiamano anima, e io non so se questo è il nome giusto, però giusta, e a questo punto urgente, è la domanda. E per rispondervi, temo che l’indagine sui fatti non sia lo strumento adatto. Qui più che capire, si tratta di interpretare.
Mi parlavi di stelle, e mi è immediatamente venuto in mente un libro che si intitola Una splendida notte stellata.2
E sai cosa? Viene da Taiwan. Non parla esplicitamente di morte, ma della vita di una ragazzina. E siccome, questo lo abbiamo stabilito, la morte è parte della vita, in questo libro c’è anche lei. Infatti alla piccola protagonista muore il nonno con cui aveva vissuto per tutta l’infanzia, prima di trasferirsi (come spesso accade da quelle parti) in città per studiare. La ragazzina non vede il nonno morire come Bruno, non va nemmeno al funerale. Non piange, non tocca con mano, non misura. Non ha occasione di dare un nome alla morte, e di fatto si ritrova immersa in un immobile silenzio. Per lei il dolore diventa qualcosa di inesprimibile, qualcosa di profondamente interno, insondabile, misterioso e, soprattutto, prezioso! La prova provata della sua relazione con il nonno. L’impossibilità della verbalizzazione si traduce in immagini straordinariamente ricche e dai colori sgargianti che dialogano silenziosamente e fittamente tra loro. Sono illustrazioni simboliche ed allusive, difficili da afferrare razionalmente, quasi come se parlassero una lingua segreta con una parte nascosta di noi.
In questo libro ad assenza si aggiunge assenza. La distanza fisica del nonno in campagna si estende quando il nonno muore. I genitori, presenti fisicamente, sono concentrati sul lavoro e sui loro problemi, e di fatto sono assenti mentalmente e nella relazione. 

 
Un bel giorno nella vita della ragazzina entra in punta di piedi un coetaneo: è in città per studiare, e abita in una stanza presso una vecchietta, perché suo padre lavora su una barca (quante barche in questi libri!)
Anche lui è solo, e così i due diventano amici. Non parlano molto, ma condividono le loro giornate fatte anche di piccole difficoltà. Un bel giorno, quando il mondo intorno diventa troppo nemico, i due scappano. E sai dove vanno? Indovina indovinello, cara Formica. Lo so che lo hai pensato, ed hai ragione: vanno in montagna, a casa del nonno, la casa dove la protagonista ha passato la sua infanzia. E non appena mette piede nella casa, la bambina trova le parole ed esce dal suo silenzio: comincia a ricordare. È un momento molto doloroso, ma anche pieno di calore, perché ristabilisce la relazione, evidenziando come il nonno non sia altrove, ma dentro di lei e tutto attorno, nel mondo.
Il ricordo, Formica, fa diminuire la distanza tra noi e i morti. Addirittura la annulla, e loro sono presenti, con noi, vicino a noi, presenti al nostro fianco. 

 
Adesso i due amici possono tornare indietro.
Finalmente la bambina riesce a piangere e, dopo, si ammala gravemente. Quando guarisce va a trovare il suo amico, che è partito per stare con suo padre sulla barca dove lui lavora. Ecco un’altra assenza che si aggiunge a tutte le precedenti e che approfondisce ulteriormente la solitudine in cui è immersa la ragazzina ma soprattutto la sua competenza sui vari gradi di distanza. Ma ormai lei ha capito come fare, sa come ritrovare gli assenti, morti o distanti che siano. 

 
Sai, ogni volta che leggo questo libro ho sempre il sospetto che il ragazzino non sia davvero vivo, ma lo spirito del nonno. E se così fosse, Formica, dove, dove se ne sarà andato, una volta salito su quella barca che sembra fatta apposta per traghettare i morti da qualche parte?
Domande, domande e ancora domande, cara Formica.

Scoiattolo


Ps. Sai, ho conosciuto un orso tempo fa. Lui sapeva esattamente dove vanno i morti. In Paradiso, diceva...3




































1B. Oskarsson, The Flat Rabbit, Owlkids Books 2014
2J. Liao, Una splendida notte stellata (trad. S. Torchio), Edizioni Gruppo Abele 2013
3D. Verroen, W. Erlbruch, Un paradiso per il piccolo orso (trad. K. Wessel), E/O 2005