lunedì 24 luglio 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA SOTTILE LINEA ROSSA

 
La grande storia di un piccolo tratto, Serge Bloch 
(trad. Tommaso Gurrieri)
Edizioni Clichy, 2017

ILLUSTRATI

"Stavo camminando quando l'ho visto.
Era un pezzettino lungo il sentiero.
L'ho raccolto. L'ho guardato.
Nell'incavo della mia mano
era veramente una cosina.
Un pezzettino di un niente.
Me lo sono messo in tasca, al calduccio,
e l'ho portato a casa."



Riposto con cura nella scatola dei tesori di questo bambino, quel pezzettino di niente è restato lì più o meno dimenticato. Il pensiero però ogni tanto ci tornava e alla fine da quella scatola è uscito ed è finito sul foglio bianco. Si è mosso, è cresciuto e poi, stanco, si è acciambellato. Ma da quel giorno tra quei due è nata un'amicizia che è cresciuta con il fare cose assieme: prima piccole, poi sempre più grandi. Condivise erano anche le emozioni e non sempre era facile essere vicini. Alle volte spariva il tratto, ma poi tornava sempre e la preoccupazione cessava. Insieme potevano fare belle cose, come divertire i bambini o far ridere o far piangere la gente. Insieme hanno girato il mondo, e hanno fatto scorrere il tempo e poi, di comune accordo, hanno preso una decisione importante...

La storia di una relazione: quella tra un disegnatore, Serge Bloch, e il suo tratto, un segno rosso in un mondo quasi tutto in bianco e nero; unica eccezione, un po' di blu che spunta qua e là.

Raccontata con quelli che sono i tratti consueti della poetica di questo autore: la capacità di sintesi, il disegno 'disimparato', il dialogo tra oggetto e segno, la padronanza del bianco, ironia e poesia in perenne dialogo, lo sguardo, la profondità, la capacità di dare un'anima, un senso all'esistenza.
Non credo che siano solo questi i punti fermi, sorta di punti cardinali, cui ancorare la mappa Serge Bloch per poterla leggere e interpretare. Tuttavia essi possono costituire un buon punto di partenza.

Se mi è permesso, partirei dalla forma per poi arrivare alla sostanza.
"Neanche un giorno senza una linea" (quando Paul Klee riprendeva Plinio il Vecchio). La linea è la sua lingua. E' una linea talvolta veloce, talaltra accurata, per definizione sempre sintetica.
Essa è esito di un processo di 'allontanamento' dalla forma perfetta e sapiente del bravo disegnatore che privilegia in sua vece certa verginità e ingenuità del tratto infantile. Va da sé, come diceva Calvino a proposito della scrittura, ovvero che la leggerezza è la risultante di un sapiente lavoro di sottrazione, che anche la linea di Bloch si genera per eliminazione. Il suo segno 'infantile' nasce da una grande capacità disegnativa che però, in nome della sintesi, si libera di tutto il suo bagaglio acquisito per tornare a una forma primigenia. Ripeto ciò che ho notato altrove, "Mi ci è voluta una vita per imparare a disegnare come un bambino" (Pablo Picasso), il disegno è il linguaggio espressivo naturale dei bambini. Non dobbiamo dimenticarlo.
Il secondo elemento formale che è cifra costante in Bloch è la commistione, o per meglio dire il dialogo, che lui cerca tra elementi compositivi differenti: di solito oggetti fotografati che, usciti di contesto, dialogano in modo non convenzionale con la linea. In questo libro accade nel momento di massima tensione: il finale.
Altre volte l'intero libro si costruisce sull'oggetto (Io aspetto, Kite 2015): il filo rosso. Oppure è il frutto di una felice alternanza (Il nemico, Terre di mezzo, 2014). Ed è sempre una gioia per lo sguardo e un cambio di registro che accende l'attenzione, spostando di fatto il punto di vista dell'osservatore per metterlo, parole di Bloch, nella condizione di fargli credere che ciò che vede sia autentico.

Ulteriore elemento formale è l'uso del bianco, o per converso il disuso del colore da parte di Bloch. Ancora sue le parole che privilegiano il tratto, il disegno rispetto al colore. "A me interessa il segno, non il colore". Unica deroga in questo libro, alcune pagine in cui il colore è dato a pennellate liquide e veloci con il fine di creare volumetrie: il mare, la città. Altrimenti anch'esso soggiace al segno, nella linea rossa assoluta protagonista, o in quelle, più rare, blu.
Il registro dell'ironia è di nuovo un elemento costante nei suoi libri. L'ironia genera sorriso e non risata e anche qui sono molti i momenti in cui il sorriso nasce nel lettore. Per motivi diversi: i lettori piccoli sorrideranno per il grande scarabocchio che è connesso con "quando io urlavo, lui impazziva", mentre i grandi sorrideranno per il tremolio di "non era sempre semplice vivere con lui. Me ne faceva vedere di tutti i colori". Sottile, lieve, la vena ironica è per definizione timida e non per tutti. Talvolta amara, ma sempre molto connessa con la poesia con cui Bloch legge il mondo e l'umanità.

E a proposito di poesia entriamo nella sostanza dei libri di Bloch, compreso questo che sembra essere, oltre a un omaggio al disegno, un bel modo per raccontare una vita, la sua. Diventa lirico nella suggestione creata da "A volte ci sedevamo uno accanto all'altro. Lui si allungava, disegnava l'orizzonte. Guardando bene, si poteva vedere una nave in lontananza" e un personaggino chiuso nelle sue ginocchia con l'occhio, punto nero, puntato lontano, su una sottile linea rossa e su un segnetto in fondo, la nave.
Ed ecco lo sguardo, elemento compositivo e sostanziale per raccontare il mondo e l'umanità che lo abita. Non è forse lo sguardo specchio dell'anima?Ragionavo su questo a proposito di un altro suo bel libro (Ti sfido a non sbadigliare, Edizioni Clichy 2016), quando a uno sguardo nel buio è dedicata una intera doppia pagina. Scrive Bloch che lo sguardo tanto più è evidente e prende spazio nel disegno, tanto più genera vita nel personaggio.
E così, senza quasi accorgersene, arriviamo all'ultimo punto cardinale della nostra mappa: la profondità dei suoi libri che deriva dalla sua capacità di dare anima e quindi un senso alle storie che disegna. Ancora una volta mi aggancio alle parole dello stesso Bloch: "il disegno è una sorta di finestra aperta davanti a un mondo di personaggi. Un teatro in miniatura che io ho la possibilità di animare" o ancora "io disegno cose, persone e circostanze che chiamo dentro attraverso il disegno".
E così, in soli 4 giri di pagina, e sole 8 parole è in grado di raccontare vent'anni di una esistenza. Valicando spesso i testi non suoi attraverso una sempre personale lettura, oppure in questo dialogo con il disegno, La grande storia di un piccolo tratto, riesce a mettere a fuoco questioni nodali: il rapporto con l'altro, l'autodeterminazione, la relazione genitori/figli.
Se non è un genio questo...

Carla

venerdì 21 luglio 2017

FAMMI UNA DOMANDA!


PARLIAMO ANCORA DI INTELLIGENZE

Due libri usciti da poco, Animali Architetti e Animali dottori, pubblicati da Ideeali, trattano in modo inconsueto il consumato argomento delle curiosità sul mondo animale.


Il progetto editoriale che sottende entrambi è evidentemente quello di coniugare rigore scientifico e semplicità dell'esposizione, accompagnata dalle immagini efficaci di Julio Antonio Blasco; entrambi i libri vedono una sequenza di schede in cui viene descritta l'attività oggetto di indagine, la costruzione di un nido oppure un metodo di auto cura, affiancate ai dati essenziali relativi all'animale in questione.
Animali architetti vede all'opera un giovane architetto, Daniel Nassar, appassionato di architetture animali; il libro ci racconta in modo dettagliato come alcuni animali abbiano capacità costruttive sorprendenti; e, se le caratteristiche di un formicaio possono essere più o meno note a tutti, sono meno conosciuti i dettagli, le modalità di costruzione, le incredibili capacità tecniche.


Nello stesso modo in Animali dottori, nato dalla collaborazione fra Angie Trius, veterinaria, e Mark Doran, neurologo, si descrive una serie di 'rimedi' naturali che le diverse specie adottano per eliminare i parassiti, curare le ferite, digerire meglio, provocare il parto.
Vi sembra poco? Ancora una volta, qui in modo esplicito, giovani lettrici e lettori sono messi di fronte a comportamenti animali che evidenziano capacità che fanno pensare a forme diverse di 'intelligenza'.


Solitamente, le abilità mostrate dagli animali sono state attribuite all'istinto, cioè competenze previste dal codice genetico delle diverse specie. Ma sono ormai decenni che questa interpretazione del comportamento animale è stato messa in discussione. Come dice il primatologo Frans de Waal nel suo ultimo libro (Siamo così intelligenti da capire l'intelligenza degli animali?, Cortina Raffaello 2016), ci sono più 'intelligenze', capacità diverse di interagire positivamente con l'ambiente e noi umani siamo ben lontani dal comprenderle veramente.
Molti comportamenti sono in realtà tramandati di generazione in generazione, esistono usi e costumi, linguaggi locali, che riguardano, ad esempio, mammiferi marini, primati, uccelli.
Cosa possono trarre bambine e bambini, dagli otto anni in poi, da libri come questi? Certo non insondabili questioni filosofiche, quanto la consapevolezza di quanto poco sappiamo, quanto ci sia ancora da comprendere, quanto labili siano i confini che appaiono superficialmente evidenti.
Talvolta basta spostare il punto di vista, l'approccio, per raccontare il mondo in modo originale, per stimolare domande interessanti, nuove, tra l'altro proponendo dei libri ben fatti, corretti nel contenuto, chiari nell'esposizione e con un'impaginazione e una grafica ben equilibrate. Non guasta nemmeno l'abilità dell'illustratore, che ci regala dei bei ritratti animali.


Eleonora

“Animali architetti. Scoprite come gli animali progettano e costruiscono case formidabili”, D. Nassar, J.A. Blasco, Ideeali 2017
“Animali dottori. Scoprite i modi strabilianti con cui gli animali curano se stessi”, A. Trius, M. Doran, J.A. Blasco, Ideeali 2017


mercoledì 19 luglio 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


EL DUENDE, O DELL'INQUIETUDINE

Il catalogo dei giorni, Luca Tortolini, Daniela Tieni
Kite Edizioni 2017


ILLUSTRATI DA GRANDI (dai 12 anni)

"Ci sono i giorni in cui aspetti.
Una risposta, un risultato medico,
che l'autobus arrivi.
Non fai caso a molto altro.
Vai veloce e vuoi che un altro giorno inizi.

Ci sono i giorni felici e i giorni tristi."

Come si può immaginare, in questi giorni le decisioni vengono su da sole. Poi ci sono i giorni che non ti aspetti, quelli che vengono fuori dai ricordi, quelli che ti vedono in solitudine e con un gran freddo addosso, mentre il resto del mondo smania dal caldo. Giorni in cui ci si sente colpiti, feriti e si vorrebbe ferire per vendetta, ma poi passa e si rimane lì a chiedersi, ne sarebbe valsa la pena?
E poi ci sono le giornate stupide oppure confuse in cui si dà inizio a mille cose e neanche una se ne porta a termine.
E poi ci sono quei giorni fatali in cui prendi una decisione che sembra un taglio, un confine da non valicare più. E così deve essere e così è.
Niente paura, ci sono anche i giorni in cui si ama e in questi non fai altro che viverli. E osi, finalmente, vivere.


Ci sono autori che della forma catalogo hanno fatto, più o meno consapevolmente, la loro sigla espressiva ideale.
Luca Tortolini mi pare uno di loro. L'altra è la geniale Susanna Mattiangeli.
Nei libri di Tortolini che conosco meglio - Le case degli altri bambini (con le tavole di Claudia Palmarucci, Orecchio Acerbo 2015), che ha vinto come Opera Prima a Bologna lo scorso anno e L'inconnu (con le tavole di Daniela Iride Murgia, Notari, 2016)- la costruzione avviene per giustapposizione di scabri elementi singoli che poi, assemblati, danno un quadro d'insieme su un tema voluto: abitare, essere un bambino.
Il catalogo dei giorni questa cifra la dichiara già dal titolo. E altrettanto presto ci si rende conto che si è in un libro 'da grandi'. Quello speciale gruppo di 'grandi' che è lì a macerarsi in mille dubbi esistenziali, che vive tutto attraverso grandi emozioni, che vive l'imperfezione come una macchia visibile e indelebile, che ama isolarsi ma anche essere cercato...insomma, gli adolescenti.


Io non so dire se Luca Tortolini lo abbia scritto, guardando loro o più probabilmente la propria adolescenza, ma tanta inquieta catena di situazioni io la ascrivo a chi sta cercando un proprio posto nel mondo. 
E l'adolescenza è il momento per cominciare a farlo.
La forma quasi poetica che Luca imprime a questa intima e spesso malinconica riflessione sull'avvicendarsi dei giorni e delle emozioni mi pare distante anni luce dal catalogo ideale delle giornate di un bambinetto o di una bambinetta di 6 o 7 anni. Per contrasto è perfetta, nella scelta di poche frasi dal tono universale nella loro indeterminatezza, per accendere la riflessione di uomini e donne in erba.


Se è lontana dall'infanzia è invece puntuale nel descrivere una giovane donna che aspetta l'esito, forse, di un test di gravidanza, o una figlia che ricorda, forse, la propria madre nell'infanzia, o un giovane uomo, forse, ferito nell'orgoglio e anche un po' nell'apparenza, o ancora adulti che con tragica consapevolezza indossano una maschera pur non volendolo. Senza forse.


Il dialogo silenzioso e intenso che le illustrazioni creano con il testo è l'altro elemento che mi conferma una complessità di riflessione piuttosto adulta. E il registro che esse hanno -più spesso 'lunare' e talvolta 'solare' con una sorta di duende che le attraversa- si adegua al tono intimo delle riflessioni di Tortolini.
Kite, peraltro, non mi sembra nuova a questo 'utilizzo' della forma e del linguaggio dell'albo anche per un pubblico ben più cresciuto.
E allora ben vengano le interpretazioni simboliche e anche molto terrene di Daniela Tieni, che in più di un caso sa raccontare uno stato d'animo collocandolo in un contesto riconoscibile, dandogli però allo stesso tempo quel carattere di simbolo universale. I soli su una coperta che deve togliere un freddo di solitudine ne sono il paradigma.
La tavola conclusiva vale tutto il resto del libro. 
E brava Daniela Tieni, così tanto cresciuta nella consapevolezza del colore e dello spazio in generale, e del bianco della pagina in particolare, rispetto a Confesso che ho desiderato.
Detto che un catalogo lavora per accumulazione, giustapposizione di immagini e/o parole per fornire in fondo una visione unica, d'insieme, resta da chiedersi quale sia l'oggetto di detta visione. Io credo di saperlo, dall'alto dei miei 57 anni: è la vita.



Carla

Noterella al margine. Un dettaglio mi ha colpito, l'uso alternato -nell'incipit pressoché sempre identico a se stesso- dell'articolo determinativo che arriva felicemente e poi tristemente scompare...chissà. Continuo a pensarci.

lunedì 17 luglio 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


CATTIVI E PIU' CATTIVI



E' indiscutibile che un Carcharodon carcharias, ovvero grande squalo bianco, appartenga alla categoria dei cattivi. Talmente tanto da incarnare, nel nostro immaginario, il super predatore alla cui vista un essere umano non può che impietrire dalla paura. Ma Bertrand Santini, geniale autore de Lo Yark, nel suo nuovo libro, Giona. Lo squalo meccanico, ci suggerisce una diversa riflessione.
Il protagonista è, appunto, Giona, uno squalo meccanico ed ex stella del cinema, protagonista di una serie di film horror, e qui ogni riferimento è assolutamente voluto. Insieme ad altri protagonisti, di metallo e plastica, di numerosi film, passa il suo tempo terrorizzando gli annoiati spettatori di un parco di divertimento a tema, MonsterLand.
Ma i suoi ingranaggi sono ormai deteriorati e il cinico proprietario del parco lo vuole impietosamente rottamare. A salvarlo ci pensa l'amico Grogzilla che, incurante del pericolo lo porta fino al mare. La nuova vita di Giona, mosso dal desiderio del tutto irrazionale di trovare la sua mamma, è piena di insidie. Convinto di fare la cosa giusta, si presenta di fronte a una spiaggia turistica, terrorizzando tutti i presenti. 


In questa occasione incontra quello che sarà un nuovo decisivo amico, Loopy, un pinguino saltarocce, ma soprattutto scatena una spietata caccia allo squalo, cui partecipa un losco, ributtante individuo, di nome Grisby, ex lupo di mare con una scimmia male impagliata sulla spalla.
Tutto sembra volgere al peggio, quando una balena dalla memoria lunga consiglia ai due malconci fuggitivi di cercare in Antartide una certa fata dai capelli turchini, che potrà realizzare al meglio, forse, il desiderio di quel cuore puro, assolutamente metaforico, di un pescecane finto.
Come lo Yark, anche Giona, nel suo incarnare la 'cattiveria' di un predatore, risulta molto più onesto di tutti i benpensanti che gli danno la caccia, la cui vita è infarcita di molteplici crudeltà. Ma qui il discorso dell'autore, affiancato dai disegni di Paul Mager, si fa più complicato: non si tratta solo di provare simpatia per un personaggio teoricamente 'cattivo', come per altro spesso accade. Si tratta di ribaltare il punto di vista, guardando al genere umano per quello che sta dimostrando di essere. Un crudele sistematico distruttore di natura e di vite. Ma Santini si guarda bene dal farci una predica: il suo linguaggio è comico, grottesco, eccessivo, ti strappa una risata anche quando racconta qualcosa di orribile. C'è amarezza e disincanto nel suo sguardo sul mondo, ma c'è anche la risata liberatoria che accompagna la rivincita dei reietti, dei 'mostri' cui la civiltà dà la caccia pur considerandoli eticamente indispensabili.


Giona è sicuramente una storia più complessa rispetto a Lo Yark, densa di riferimenti cinematografici e di riflessioni pungenti su ciò che siamo; ma non è mai pedante, anzi, l'autore irride con una vena quasi goliardica all'ipocrisia del perbenismo dominante.
E' una lettura a più livelli, che risulta divertente a partire dai dieci anni, ma che può suscitare interessanti questioni in quei ragazzi e quelle ragazze che cominciano a farsi domande più serie su chi è davvero cattivo, anzi direi sulla natura stessa della cattiveria.
Bene ha fatto l'editore Officina Libraria che con il suo marchio LO ha portato in Italia due storie, che presto, a quanto pare, diventeranno anche film e che, credo, rimarranno ben impresse nella memoria di lettori e lettrici.



Eleonora

“Giona. Lo squalo meccanico”, B. Santini, Officina Libraria 2017



domenica 16 luglio 2017


LA TORTA DI PANE VECCHIO

Sono cresciuta con alcune certezze: una, che il pane ancorché vecchio e duro non vada mai buttato. Tanto mi deve aver colpito questo diktat impartitomi nell'infanzia che io, a tutt'oggi, del pane non butto nulla. Delle fette avanzate faccio pan grattato, conservo tutti i cupizzi delle mie pagnotte, distribuisco equamente le briciole tra piccioni sul davanzale di sinistra e merli e passeri nella vaschetta del terrazzo a destra. Dei cupizzi in particolare, per durezza, faccio elargizione alla scrofa Elena (di troia), che appartiene a Clara, la signora che vende le verdure al mercato.
Adesso però ad Elena arriva più poco, perché ho scoperto questa torta qua.
E la ricetta arriva da un altro pezzo della mia infanzia, Il cucchiaio d'argento, libro che non poteva mancare nelle case delle signore. Il mio, o meglio quello di mia madre, Mallalla, data 1962, con dedica che segna un'epoca.



Ingredienti
200 gr di pane raffermo
2 bicchieri di latte
1 cucchiaio di farina
5 gr di lievito
100 gr di zucchero
2 tuorli
un pizzico di sale
la buccia grattugiata di un limone e/o di una arancia
uvetta
burro e pan grattato


Fate a pezzetti il pane quindi mettelo in una ciotola capiente e versatevi sopra il latte. Lasciatelo riposare fino a che tutti i pezzi non si siano ammorbiditi. Se c'è molto latte avanzato, scolatelo altrimenti versate il tutto in un frullatore e frullate fino a che non otterrete un composto morbido e vellutato. Riversate il tutto nel ciotolone di prima e aggiungete la farina setacciata con il lievito, lo zucchero e le uova. A questo punto aggiungete le uvette e la buccia grattugiata di limone e/o arancia. Abbondate di quest'ultima.
Avrete ottenuto un impasto ben liquido che verserete in una teglia rigorosamente angolare che avrete prima imburrato e cosparso di pan grattato. Lo spessore dell'impasto deve essere alto al massimo un dito.
Infornate a 160° e fate cuocere per 50 minuti, cioè fino a che non comincia a colorirsi.
Una volta freddata, cospargetela di zucchero semolato (non a velo).





sabato 15 luglio 2017

ECCEZION FATTA!


IN VIAGGIO CON PINOCCHIO



Questa è davvero un'eccezione che vien fatta in un blog che per statuto si è dato quello di ragionare di libri, quelli di carta, sulle loro figure, sui loro contenuti.
Solo di rado, una ricetta, per il 'gusto' di non prendersi troppo sul serio.
Dopo aver fatto un paio di viaggi lunghi in macchina e aver ascoltato attenta attenta Il posto di Annie Ernaux e poi Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e aver sbuffato un po' a un giallo ambientato a Foggia, di cui non ricordo il titolo e men che meno l'autore, non posso far finta di niente e continuare a ignorare gli audiolibri.
Vivo con un lettore compulsivo che ha gioito quando ha capito che la sua biblioteca poteva diventare smisurata e potenzialmente infinita e nello stesso tempo essere tenuta in tasca, stipata in un rettangolino sottile di plastica rigida con svariati pixel su un lato. Quando poi questo stesso lettore ha scoperto che durante i suoi lunghi viaggi in macchina come compagni di solitudine poteva contare sul principe di Salina o sulla professoressa francese ha ri gioito.
In macchina con lui però sono saliti anche Toni Servillo e Sonia Bergamasco.  
Loro hanno dato voce ai libri citati.
E resta da chiedersi se siano stati capaci di mettersi comunque a sedere 'dietro' al libro letto ad alta voce per il docente pendolare? Io, una mia idea la ho.
In tutta onestà, testati sul campo, gli audiolibri sono utili, piacevoli, risolutivi per un pubblico avvezzo. Riempiono di senso momenti della giornata che di senso non ne hanno e hanno il pregio, rispetto a programmi di culto come Ad Alta Voce dentro Fahrenheit, di essere sempre pronti all'uso (evitando il podcast a cui peraltro va dato merito di essere lì sempre a disposizione).
E sul pubblico non avvezzo che effetto hanno? Non ho casistica sufficiente per dire qualcosa. Malgrado ciò, devo tenere presente che io per mestiere mi rivolgo a una precisa fetta di pubblico non avvezzo (con la non recondita speranza che lo diventi, prima o poi, avvezzo): i bambini e le bambine.
E allora è normale che io mi interroghi su qual è l'uso sano che loro possono fare di un audiolibro? E quale quello che possono farne soprattutto i loro adulti di riferimento?
Provo a elencare un paio di riflessioni in merito.
Gli audiolibri sono libri, che del libro hanno perso alcuni importanti elementi, e che per questo motivo vanno usati diversamente. D'altro canto ne hanno acquistato degli altri che li rendono oggetto interessante da studiare.
Devo necessariamente schematizzare ma direi che gli audio li hanno perduto 1) la consistenza materica del libro, il suo formato (la cura grafica è un valore riconosciuto e perseguito in particolare dalle piccole case editrici di qualità) 2) hanno perso il codice iconico. Niente più figure a suggerire ulteriori dettagli non presenti nel testo, a creare suggestioni, a solleticare il nostro imaginario e la nostra educazione al visivo e al bello. Ne consegue che essi 3) hanno perso la relazione dell'immagine con il testo che tanto importante è per lo sviluppo del pensiero, 4) hanno perso la condivisione che si esplica nell'atto del leggere assieme. Forse sarebbe più corretto dire che gli audiolibri hanno messo in disordine i ruoli canonici tra lettore e autore, ma soprattutto in ambito strettamente emotivo tra lettore e ascoltatore. Per questa ragione mi piacerebbe pensare a un adulto che con un piccolo ascoltano insieme la medesima lettura e non piuttosto un adulto che si defila, delegando all'audiolibro l'intrattenimento e l'occupazione del bambino 5) hanno azzerato il tempo personale del lettore. Con un audiolibro mi riesce difficile immaginare un ruolo così tanto attivo da parte dell'ascoltatore che lo porti a tornare indietro o andare avanti a proprio gusto. In questo senso l'audiolibro rischia di impigrire il lettore non particolarmente appassionato.
Per converso gli audiolibri 1) hanno conquistato tempi altrimenti dedicati alla noia. Bene, anche se io personalmente lo considero un peccato, parlando di infanzia, 2) si stanno conquistando il ruolo di 'fratelli maggiori' che affiancano e sostengono il lettore in erba o il lettore con difficoltà che fatica nella decodifica della pagina scritta 3) hanno dalla loro una coloritura, a volte interpretativa ma sempre abbastanza onesta, data dalla voce che nella pagina scritta e silenziosa si perde, 4) hanno ampliato il raggio di 'esplorazione' letteraria, alleggerendo di fatto l'esercizio del leggere (e del cosa leggere), 5) hanno il merito di sottolineare il valore 'sonoro' della lingua. Ma questo è merito che viene loro riconosciuto da lettori già forti, in cerca di raffinatezze letterarie.
In tal modo i due piatti della bilancia sembrano essere in equibrio, tuttavia mi pare evidente che i due oggetti, il libro di carta e l'audio libro, siano piante molto diverse tra loro che condividono il terreno che le nutre ma che, appena sopra la sua superficie, si differenzino parecchio.
La stessa differenza che esiste tra il leggere e il narrare. Non è poca.
Basta saperlo e prenderne atto.
A quel che capisco la casa editrice 'storica' per gli audiolibri è Emons, cui fa seguito Salani. Più piccola ma ben diffusa è la collana degli audiolibri di classici, curata da Biancoenero Edizioni. Tuttavia, mi piacebbe sottolineare che ci sono anche esperienze piccole, minuscole ma curate, come quelle di Locomoctavia di Daniele Fior (con la chitarra di Francesco Catalucci) di cui ho sentito, capitolo dopo capitolo (non più di 5 minuti ciascuno) i 36 che raccontano in tre magnifiche ore che volano il Pinocchio di Collodi.
Un dubbio resta, ma non è ancora tempo per scioglierlo. Contribuiscono gli audiolibri alla costruzione di un lettore o di una lettrice? La risposta potrebbe arrivare fra qualche anno.
Intanto, continuiamo a leggere e ad ascoltar leggere.



Carla

venerdì 14 luglio 2017

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)


Sai Formica,
Ti ho appena scritto, ma son qui inquieto che mi giro e rigiro e non riesco a prendere sonno…
Se è vero che per prendere coscienza della propria natura, bisogna partire…cosa succede a chi non lo fa? Cosa succede a chi non ha il coraggio per muoversi verso un se stesso più vero, o a chi magari non riesce a immaginarsi in nessun posto al di fuori di quello che conosce da sempre?
Penso ad esempio all’albo L’undicesimo passo1, a quel piccolo leoncino che, abituato come è alle misure ristrette della sua gabbia che misura giusto giusto dieci passi, non riesce a compiere l’undicesimo (e il dodicesimo, e il tredicesimo) nemmeno quando il guardiano dimentica la gabbia aperta e lui potrebbe scappare via, lontano, verso la libertà.
Davvero il condizionamento può essere così forte da annullare ogni iniziativa? E’ proprio come nelle illustrazioni, dove tra sbarre, alberi e paletti l’elemento orizzontale è talmente frammentato da non concedere più un briciolo di prospettiva, un pezzettino di orizzonte?


Evidentemente sì, perché il leoncino non solo non scappa, ma si mette addirittura a dormire e verso sera, quando sente l’odore del cibo, torna nella gabbia per mangiare. 
Ah! quanto avrebbe avuto bisogno il leoncino di una voce altra che gli indicasse la possibilità del sentiero. 
Ecco, nuovamente gli altri, le persone…anche i libri! Anche se mi hanno confuso a proposito dei coccodrilli, so che sono strumento di libertà.
Ecco, Formica, è così che mi succede…quando faccio questi ragionamenti mi chiedo…ma si può scegliere davvero? E mi viene in mente il libro dove veniva raccontata la storia di quei due vecchietti che volevano un gatto.2
Erano anziani, loro, e si suppone che conoscessero la propria natura. Eppure, quando si tratta di scegliere un gatto, ecco che il vecchietto si lascia abbagliare da mille, ma che dico! da milioni milioni di gatti tutti diversi e bellissimi che si affollano sulla collina. Lo hanno scelto il gatto?
O forse non sono stati il caso e la circostanza e le decisioni dei gatti a scremare fra i mille?


Forse se avessero saputo esattamente quello che volevano, lo avrebbero trovato… ma se così stanno le cose, torniamo punto a capo alla ghianda che contiene la quercia, al 'divieni ciò che sei'.
Guarda, Formica già che ci sono preferisco vuotare il sacco e parlarti di un altro libro che occupa un posto speciale nel mio cuore, indeciso come sono nell’interpretarlo. 
Lo conosci sicuramente: si tratta di Cip e Croc, di Alexis Deacon3… anche qui due uova campeggiano in primissimo piano affacciate sull’universo infinito. Dalle due uova escono due cucciolini: un pappagallino implume e un tenero coccodrillo.


A differenza di Guji Guji, però non ci sono mamme né altre figure di cura. A differenza dell’Orso che non c’era, poi, non ci sono bigliettini.
Niente insegnamenti, niente esempi, niente istruzioni o definizioni. 
I due non conoscono altro che se stessi e solo l’uno nell’altro possono specchiarsi e riconoscersi. Esistono, e nemmeno di questo (forse) sono consapevoli. Sperimentano (tanto) mutuano reciproci istinti, e crescono insieme. E solo allora, dopo essere incappati nei rispettivi branchi a cui verosimilmente appartengono, capiscono di non essere fratelli e, addirittura, si accorgono di essere diversi l’uno dall’altro.



Animati da zelo coscienzioso, si separano per ricongiungersi agli altri pappagalli e agli altri coccodrilli, ma si accorgono presto che la loro esperienza li ha irrimediabilmente allontanati dalle loro famiglie di origine biologica. Così entrambi se ne vanno, rinunciano al branco per tornare alla loro specialissima unione.
E, sebbene a una primissima lettura tutto si volga al meglio, io non riesco a tacermi delle inquiete domande…essere cresciuti assieme li ha arricchiti o impoveriti? Tornare al branco non sarebbe stata per loro l’occasione di conoscere e condividere le proprie pulsioni originarie di pappagallo e coccodrillo, lontani dagli atteggiamenti ibridi che non hanno scelto, ma semplicemente vissuto?
Così, mi soffermo sull’immagine con cui si chiude il libro e mi domando…è una scelta consapevole, o un richiudersi nel caldo confortevole del proprio guscio? Una vittoria di consapevolezza o una occasione mancata, l’abbraccio che sto guardando?


Ti saluto con questo rovello amletico, Formica, sicuro che saprai tirare le fila per concludere queste lunghe riflessioni e confido nella tua sapienza, con cui mi indicherai nuove strade…

Scoiattolo




Accidenti Scoiattolo!
Bruscolini! diciamo noi nel formicaio dove vivo.
Mi chiedi un impegno non indifferente, anche per una formica che di grandi pesi sulle spalle ne porta spesso.
Tirare le fila di quanto ci siamo scritti...
Abbiamo fatto insieme così tanta strada che il punto di partenza mi appare sfuocato ormai. Tu non dovresti averlo dimenticato, però, visto che era la tua coda a essere in pericolo.
Tutto è partito da un'ignoranza e da un'ipocrisia. 
Ignorare che i coccodrilli sono pericolosi e non sono vegetariani è cosa grave. Ma più grave ancora è far finta che non sia così. E se ti ricordi abbiamo lasciato da parte i libri ipocriti (e sono molti) per prendere in considerazione quelli che danno al coccodrillo, al lupo e, forse anche un po' al cane, quello che gli compete per natura.
Il passo è stato breve e siamo subito finiti a parlare di educazione. 
Non spetta forse all'educazione il merito di farci essere il meno bestiali possibile?
Sia a me sia a te però è subito salita l'insofferenza verso chi decide di imbrigliare troppo quella che è la natura di ognuno. Abbiamo rivendicato l'autonomia di scelta di coccodrilli e di leoni.
Io, poiché sono formica e di briglie ne so molto, mi sono permessa di farti conoscere una serie di storie in cui la ribellione a convenzioni e stereotipi è perno della narrazione.
E poi siamo arrivati insieme sullo stesso libro, che è sembrato a entrambi essere il più adatto per trovare un senso a tutti i nostri ragionamenti. Tuttavia, essendo un vero capolavoro, lui, il libro, con abile mossa di scarto, ha evitato di dare risposte e ha generato ipotesi interpretative ancora ulteriori. 
Giustamente lo hai notato: eravamo in mezzo al guado.
Non mi sono arresa io e neanche tu. Abbiamo cercato storie di riscossa, di riscatti, di scelte in avanti e di grandi ritorni e abbiamo attraversato libri magnifici. 
E ci è piaciuto pensare e sperare che ciascuna creatura abbia il dovere, prima ancora che il diritto, di essere ciò che vuole essere.
Che ciò avvenga seguendo la propria natura o attraverso la cultura, non sembra più così importante.Sappiamo anche che per farlo, attraverso la cruna di un ago deve passare, ovvero ognuno di noi deve imparare a conoscersi e ad accettarsi. 
E il passaggio è obiettivamente angusto. 
Siamo entrambi consapevoli che a questo punto inizia il viaggio e che le direzioni da prendere possono essere infinite, possono (o forse è più giusto dire devono) tenere conto dei contesti che attraversano, delle persone che incontrano, ma anche dare voce all'istinto. Tuttavia, come che sia, la scelta verso quale parte dirigersi è inevitabile e la si deve fare in solitario, auspicabilmente. 
Tu che sei, è noto, più buono di me e anche molto più dubbioso sei lì che ti prendi cura di chi non sa partire. E ragioni e rifletti e, più di ogni altra cosa, ti maceri nell'incertezza di alcune interpretazioni. Mi porti come esempio Cip e Croc e intorno alla loro scelta di andare contro la biologia che li ha determinati (o che ci ha provato?) ti domandi e mi domandi se sia la scelta giusta.
Non ho la risposta, perché onestamente credo non ci sia una sola risposta. O forse addirittura nessuna risposta sia la risposta.
Posso però dirti che Cip e Croc mi hanno sempre molto fatto venire in mente una storia indiana che sullo scegliere da che parte del fiume stare trova il suo senso più profondo.4 
Elefanti su una riva e bufali sull'altra. In mezzo al guado, un elefante che, con DNA da elefante ma cultura da bufalo, deve decidere.
Non ti dico da che parte andrà. E' importante ma non fondamentale.


La chiave sta nel sentirsi consapevole, libero e felice nel farlo.
Ti voglio bene perché io e te ci siamo scelti con consapevolezza, libertà e felicità.

Formica



[fine]








1S. Taghdis, A.R. Goldouzian, L'undicesimo passo, Valentina Edizioni 2016
2W. Gag, Milioni di gatti (trad. C. Rocchi), Elliot 2016
3A. Deacon, Cip e Croc, Settenove 2015
4A. Ravishankar, C. Piper, L'elefante non dimentica (trad. Laura Cangemi), Corraini