venerdì 6 dicembre 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL RAGAZZO E I PIRANHA


David Almond ci ha abituati, il più delle volte, a romanzi dall’intenso contenuto drammatico, che hanno lasciato un segno inconfondibile nella letteratura per ragazzi: penso a ‘Skellig’ o a ‘Il Grande gioco’.
In ‘Il ragazzo che nuotava con i piranha’, pubblicato ora da Salani, ci mostra un registro narrativo del tutto diverso: la storia tragicomica del piccolo Stan, romanzo per una fascia d’età ben diversa da quella dei romanzi sopra citati, si muove velocemente utilizzando un registro umoristico, grottesco, che mi ha fatto pensare a David Walliams, l’autore di ‘Nonna gangster’ per intenderci, altro scrittore britannico di grande successo.
In breve, la trama: il protagonista è Stanley, detto Stan, un ragazzino non proprio fortunato, orfano dei genitori e adottato dagli zii. Potrebbe andar bene se allo zio non venisse in mente, dopo la chiusura del cantiere navale in cui lavorava, di trasformare la propria casa in un’efficiente fabbrica di sardine. Al posto dei mobili di casa una serie di macchine, del tutto adattate alla fabbricazione di pesce in scatola.
I soldi fioccano, ma tutto il tempo è dedicato al lavoro, tanto che solo per il compleanno è concesso un giorno di riposo; in questa occasione Stan va alle giostre e questo segna il suo destino: fondamentale è l’incontro con il signor Dostoyevsky, che gestisce un banco con la pesca di papere di plastica, gioco il cui premio consiste in una bustina piena d’acqua più o meno pulita, in cui nuota un pesciolino rosso. Il ragazzino sente di avere una grande affinità con i pesciolini rossi e se li porta tutti a casa.
Qui viene accolto dallo zio, preoccupato per le incursioni di uno strampalato gruppetto di ispettori; per cavarsi dai guai, lo zio pensa bene di cucinarsi i pesciolini in padella, pensando di creare una grande, innovativa ricetta di pesce in scatola. E’ la goccia che fa traboccare il mare delle delusioni di Stan, che, quindi, scappa insieme agli artisti del Luna Park.
In particolare è proprio il signor Dostoyevsky a prenderlo sotto l’ala anche quando, per l’incontro fortuito con Pancho Pirelli, la sua vita cambia radicalmente e il piccolo Stan diventa una nuova attrazione del Luna Park. Pancho Pirelli, infatti, è l’artista che nuota con i piranha e che ha individuato in Stan un suo erede.
Inutile dire che c’è una prova da affrontare, che ricompaiono sia gli zii sia la banda di lestofanti che li perseguitano, così come una selva di personaggi minori.
La storia di Almond, come accennavo prima, ha un piglio tragicomico, un linguaggio fiorito, che indugia sugli accenti di ciascun personaggio, sugli errori di grammatica, creando, credo, non poche difficoltà a Giuseppe Iacobaci, che l’ha tradotto. Nell’essere così divertente, però, non perde occasione per delineare immagini poetiche e riflessioni su quella grande paura che tutti noi abbiamo nell’affrontare le nostre paure.
E’ dunque, un libro scorrevole, scoppiettante, pieno di invenzioni linguistiche, arricchito dalle illustrazioni, anch’esse ironiche, di Oliver Jeffers, pensato per lettrici e lettori intorno ai dieci anni.

Eleonora

“Il ragazzo che nuotava con i piranha”, D. Almond, con le illustrazioni di O. Jeffers, Salani 2019





mercoledì 4 dicembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


DELLA SOGNANZA

La bambina di ghiaccio e altre fiabe,
Mila Pavićević, Daniela Iride Murgia (trad. Elisa Copetti)
Camelozampa, 2019



NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)

"Un tempo, quando la gente credeva ancora alle fiabe ed elfi e fate percorrevano la terra, si narrava la storia di una maschera di legno. La leggenda viveva assai comodamente nelle chiacchiere di nani, maghe e draghi, perché era molto semplice. Infatti diceva così..."

Un re possedeva una maschera di legno, a dire il vero piuttosto brutta, che tuttavia lo rendeva ogni giorno più ricco. Come spesso accade, la ricchezza si sposa molto volentieri con l'avidità e così quel re, oltre essere diventato disgustosamente ricco, era anche diventato a tal punto avido che la sorellanza delle fate decise di punirlo, sottraendogli ricchezze e maschera. Quest'ultima, viste le sue doti, fu cercata da tutti ma a trovarla fu uno che dei suoi poteri magici nulla sapeva: il principe Giorno la vide che galleggiava lungo un fiume verde. Il giovane principe, incuriosito dalla forma di quell'oggetto, lo prese e lo conservò nel suo castello. Quando suo padre si ammalò gravemente, il principe in sogno seppe che proprio quella testa di legno era l'unico rimedio utile per guarirlo. Niente di più facile, andarla a prendere nella sua stanza, a patto che il fato non abbia deciso una sorte diversa per quella brutta testa di legno.

Questa è una delle tredici fiabe, forse la più 'fiaba' di tutte, che compongono questo piccolo libro Camelozampa che dimostra fin da subito di contenere più di una manciata di elementi inconsueti.
E dove c'è rarità e particolarità è buona norma dimostrarsi interessati.


Tra i molteplici elementi di originalità due spiccano più degli altri e, a ben vedere, sono anche in buona armonia e dialogo fra loro: sembrerebbe che la lingua parlata e quella disegnata condividano lo stesso timbro di voce.
Esso si caratterizza per un'ampiezza 'vocale' che al suo interno è in grado, è capace, di contenere l'antico e il contemporaneo senza alcuna contraddizione, senza alcuna stonatura. 
Sempre con più di una sfumatura di ironia.


Mila Pavićević è poco più che trentenne e questo ha un'eco forte nella costruzione delle sue fiabe, con le quali ha vinto già nel 2009 un prestigioso premio. Sia che si occupi di danza e coreografia a Berlino, sia che insegni, o abbia semplicemente studiato, letteratura comparata a Zagabria poco cambia riguardo alla suo modo di trattare il canone classico. Il primo dato di fatto è che lo conosce profondamente. A tal punto da potersi permettere ogni poche righe digressioni continue per poi rientrarvi in modalità di assoluto rispetto.
In tal modo ai sovrani e all'aristocrazia si sostituiscono gli statisti e le fate sono femministe o dark. Nello stesso modo gioca con una nomenclatura allusiva, Giorno, Oscura, Bianco, Nocti, Veglia e attinge a un immaginario che valica i confini già ampi di quello delle fiabe: senza tema inserisce cavallette e cerberi e clown. Per ogni fiaba costruisce, forse sulla scia delle città calviniane, universi a sé stanti, toponomastiche e usanze tutte nuove.


Tutti questi continui riverberi letterari e queste invenzioni/incursioni nel contemporaneo non possono che giovare a chi le legge, queste fiabe. Sono frequenti campanellini che tintinnano nelle teste degli adulti lettori un po' accorti e in quelle di bambini e bambine che hanno voglia di farsi sorprendere e di sorridere per la delicata ironia.
Fiabe così funzionano da antidoto nei confronti di quelle altre pericolose derive che invece si dirigono verso stereotipi da film di cassetta.
Mettere a fianco di racconti del genere il repertorio figurativo di Daniela Iride Murgia, e ancor di più l'immaginario che lo alimenta, è stata proprio una bella idea (bel salto di qualità, se si guarda la prima edizione della casa editrice croata datata 2006). Perché anche lei, come si accennava all'inizio, nelle sue 'incisioni' stabilisce lo stesso rapporto con il canone e la contemporaneità e quindi anche lei si diverte ad attraversare il tempo, come se nulla fosse.
Come accade quasi sempre nel soffermarsi a guardare le sue complesse 'architetture' visive, o le sue intricate botaniche, ci si perde, ovvero lo sguardo è soggetto a un continuo canto di sirene che ti porta altrove, che ti solletica la memoria di cose già viste, che da un lato ti confonde, ma dall'altro ti rassicura nel suo essere 'classico', ovvero conosciuto e condiviso (magari anche solo inconsapevolmente). 


E tutto questo esercizio di sguardo che senso ha per gli occhi di bambini? Che ne sanno loro dell'equilibrio tra le parti di un corpo umano, o della facciata a vela con il suo campanile romanico o della dama da café chantant? La risposta è molto semplice: tutto questo contribuisce a educarli (o per i 'più ideologici' ad abituarli) al bello.
Non è poco.

Carla

lunedì 2 dicembre 2019

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

DOMANDE FILOSOFICHE


E’ una strana fioritura, quella di questo finale d’anno: fra i libri di divulgazione escono proposte davvero notevoli, oppure estensioni infinite di generi rivelatisi di successo. E’ questo il caso del format generato da ‘Storie della buonanotte per bambine ribelli’, che, piaccia o no, hanno inaugurato non solo un filone che appare inesauribile, quello delle biografie di donne celebri, scienziate, uomini importanti, ma anche cani e gatti che hanno fatto la storia. Hanno anche influenzato uno schema narrativo che affianca biografie sintetiche a ritratti realizzati da artisti e illustratrici. A questo filone appartiene anche, ma con una grande differenza, ‘Perché? 100 storie di filosofi per ragazzi curiosi’. La grande differenza sta nel peso dell’introduzione firmata da Umberto Galimberti, che affronta il tema generale, la motivazione di fondo che giustifica l’esistenza di questo libro, scritto a quattro mani da Irene Merlini e Maria Luisa Petruccelli, mentre le illustrazioni sono anche qui di diversi illustratori e illustratrici. L’editore, Feltrinelli, punta decisamente sulla fama di Galimberti per promuovere il libro, in realtà piuttosto difficile. E’ infatti un susseguirsi di biografie ragionate di grandi filosofi, occidentali e non, seguite da una domanda che dovrebbe riassumere e semplificare il pensiero del filosofo, rendendo il giovane lettore e lettrice partecipi del suo pensiero. Quindi, in sostanza, una sequenza di schede che affrontano tematiche estremamente complesse, seguendo un ordine cronologico. Come possa un ragazzo o una ragazza, che si immagina siano digiuni degli argomenti trattati, orientarsi nel mare magnum del pensiero filosofico è un mistero. Tuttavia, l’introduzione di Galimberti andrebbe letta perché, con la profondità di argomenti di cui l’autore è capace, ci ricorda l’importanza delle domande dei bambini: è nella natura umana voler sapere, come ci dice Aristotele, e nei bambini la domanda è un importante mezzo di esplorazione, cui dovrebbe corrispondere l’attenzione degli adulti. Nello stesso tempo, è importante l’attitudine, squisitamente filosofica, di esaminare quello che si sa con spirito critico, aprendosi al confronto con opinioni diverse. L’esercizio della filosofia è dunque propedeutico alla costruzione di individui capaci di formarsi opinioni proprie e di confrontarle positivamente con quelle altrui.


Una risposta diversa a questa esigenza di trasmettere in forma semplice concetti complessi è rappresentata da ‘Le avventure della filosofia. Racconti e domande per menti audaci’, di Brendan O’Donoghue, con un’introduzione di Leonardo Caffo, mentre le illustrazioni sono di Paula McGloin.
L’impostazione qui è originale: intanto l’esposizione è raggruppata per temi e questo mi sembra consentire una maggiore chiarezza, piuttosto che in un’esposizione strettamente  cronologica. Ciascun capitolo è introdotto da un racconto, cui segue un’esposizione della tematica che si può desumere dalla parte narrativa; infine ci sono i riferimenti ai filosofi che quell’argomento hanno trattato. Al termine del volume, le brevi biografie dei filosofi trattati.
Ne deriva un percorso affascinante, che prova ad imitare la maieutica socratica, il far sorgere domande nel lettore e nella lettrice.
Se si parte affrontando il tema della meraviglia, e mi sembra un buon inizio, si affrontano poi tematiche di grande attualità: il mito di Pandora, per esempio,  è utilizzato per spiegare la problematicità dell’intelligenza artificiale.
Mentre nel libro pubblicato da Feltrinelli c’è una presenza consistente di donne filosofe, che acquistato una visibilità meritata, nel libro pubblicato da Sonda c’è una visione, molto interessante, meno incentrata sul pensiero occidentale.
In entrambi i casi è necessaria la mediazione adulta: nel primo caso, scegliendo gli autori che possono aiutare ad affrontare un argomento, nel secondo per aiutare a cogliere gli aspetti teorici nascosti dentro l’avventura di una rana o di un topolino generoso. E i giovani lettori e lettrici, oltre ad avere una forte motivazione, devono avere almeno undici anni o aver comunque sviluppato una certa propensione al pensiero speculativo.

Eleonora

“Perché 100 storie di filosofi per ragazzi curiosi”, I. Merlini e M.L. Petruccelli con l’introduzione di U. Galimberti, Feltrinelli 2019
“Avventure della filosofia”, B. O’Donoghue, illustrazioni di P. McGloin, introduzione di L. Caffo, Sonda 2019




venerdì 29 novembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


MONDO DI FACCE DI FORME E COLORI
 
Ninna No, Chiara Carminati, Massimiliano Tappari
Lapis 2019


POESIA ILLUSTRATA PER PICCOLISSIMI (dai 2 anni)

"Negli oggetti che abbiamo intorno spesso si nascondono molte facce, e per il bambino ognuna è un personaggio, con il suo carattere, e la sua storia da raccontare [...] Bastano due occhi per fare una faccia."

Per il sonno gli occhi belli
si son fatti piccolini.
Per il sonno son due spilli
due sospiri, due puntini.
Luna tonda sul tuo viso
spunta l'ombra di un sorriso...


Un limone in primissimo piano, a tal punto da essere fuori fuoco. Il picciolo al centro, che è il suo naso. A fare da bocca una imperfezione della buccia, dovuta forse alla sua storia precedente. Due puntini, davvero, non più grandi di due capocchie di spillo, sulla buccia gialla sono gli occhi assonnati di cui parla la Ninna nanna, luna tonda.
Un bricco del latte in acciaio per darsi la buonanotte con il sapore del burro e del miele. Una foglia gialla macchiata, che sembra di tiglio, caduta a terra e rotta a dovere, è il profilo di qualcuno che patisce il vento in faccia, tanto da fargli assottigliare il naso e gli occhi per sfidarlo. Due ricchi di castagna, che diventano occhi di chi non vuole cedere. Uno spremi agrumi che canta la sua vittoria sul sonno. Patate rosse novelle, che sono fratelli, sorelle e cugini con i quali condividere il sonno. Altre foglie, sassi e una banana delfino che salta nel suo pigiamino.
Una galleria di ritratti che è difficile smettere di guardare o dimenticare.

Nasce come secondogenito di una piccola e felice famiglia editoriale.
Con il fratello (o la sorella), A fior di pelle, condivide la genetica: infatti tra loro hanno caratteri somatici condivisi, ovvero la rima, la fotografia, il formato.
E in più tutti e due son rari esempi di bei libri per piccolissimi.


Come capita a tutti quelli che vengono al mondo, anche questi due titoli sono il frutto di un incontro. In questo caso, Carminati e Tappari, rispettivamente la loro mamma e il loro papà, li hanno 'concepiti' come capitoli di una storia, anche molto personale, che cresce.
Ma tutti e due pur essendo fratelli (o sorelle) sono tra loro anche diversi.
Se con a A fior di pelle (Lapis 2018) si percepiva la carezza delle parole e dell'obiettivo della macchina fotografica su quella bambina, arrivata da poco sulla scena, sempre un po' sfumata e sempre in bianco e nero, al contrario qui la bambina è fuori quadro, ma è parte del grande gioco. Perché probabilmente i primi occhi che si sono meravigliati con queste figure, le prime orecchie che hanno ascoltato queste parole per cercare di addormentarsi sono sempre di quella bambina, sfiorata (in) A fior di pelle. Qui però a lei si chiede di essere un po' più grande di prima, per giocare.


Quando un libro è così ben congegnato, quando l'intesa è a tal punto potente, è difficile scindere e valutare l'apporto di chi scrive e di chi illustra. Si assiste a un continuo e serrato dialogo tra un codice espressivo e l'altro.
Tuttavia, se in A fior di pelle i testi dimostravano di avere quella 'sicurezza' tutta materna, che guidava anche l'obiettivo in mano a Massimiliano Tappari, qui invece è l'immagine a dimostrare tutta la sua forza trainante nei confronti del testo. Affettuosamente le parole si fanno 'accendere' dalla inconsueta prospettiva dell'immagine.
E' un po' come se Chiara Carminati le usasse come appoggio elastico per spiccare il suo salto poetico.
In sostanza, la meraviglia con cui Tappari riesce a raccontare il mondo, qui è in tutta la sua immaginifica espressione. Chiara Carminati, come tutti quelli che hanno amato e amano lo sguardo di Tappari, ne accetta la sfida, si fa incantare da lui, e poi però rilancia una sua personale (o condivisa), ulteriore lettura di quegli elementi che sono il nostro mondo delle cose, visto da inconsueti punti di vista.
Nelle patate Massimiliano Tappari ha colto facce che guardano un po' di qui un po' di là con Chiara Carminati diventano una ninna nanna che evoca amici, fratelli e cugini con cui condividere, magari in vacanza o a casa dei nonni, il sonno. 




Ed ecco che, altrettanto magicamente, si crea una immagine sull'immagine. I semini di un kiwi diventano dentini in caduta. I ricci di castagna sono occhi che non vogliono cedere, occhi a pampinedda.
Come ogni grande atleta/poeta, Chiara Carminati è difficile lasciarla indietro e quindi sulle belle foto di Massimiliano è capace di scrivere cose così:
Quando di pappa son piene le pance
E di sbadigli son piene le guance
Prima di arrendermi e andare a dormire
La ninna nanna io voglio sentire
Sempre a stessa, ancora una volta
L'occhio è socchiuso, l'orecchio ascolta.

E allora non si può che rimanere in silenzio per sentire l'eco del suono. 
E poi, a bocca aperta, dire: chapeau!


Carla

mercoledì 27 novembre 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


LA TRILOGIA DEI FIUMI



E siamo al numero tre: dopo ‘Il rinomato catalogo Walker & Dawn’ e ‘La sfolgorante luce di due stelle rosse’, baciati dal successo di pubblico e di critica, il terzo romanzo, appena arrivato in libreria, rappresenta davvero una sfida a mantenere le promesse fatte ai giovani lettori e lettrici, riuscire a imbastire una nuova convincente storia d’avventura.

‘Il Fiore Perduto dello Sciamano di K.’, firmato dall’ormai affermato Davide Morosinotto, è dunque il terzo capitolo della trilogia dei fiumi, ambientato questa volta in Sud America, lungo le sponde di diversi fiumi, ma fra tutti del Rio delle Amazzoni.

La storia è ambientata nel 1986 e la scelta della data ha un suo perché: per il particolare momento politico attraversato dal Perù, paese in cui si svolge l’azione, e per la necessità di armare i ragazzi protagonisti della vicenda di pochi, ma significativi, strumenti tecnologici.

In breve, la trama: i personaggi principali sono due, Laila, ragazzina finlandese affetta da una rara malattia degenerativa, e El Rato, ‘il Momento’, un quasi coetaneo che vive nell’ospedale di Lima in cui lei è ricoverata. La diagnosi è impietosa e vede un progressivo deterioramento prima della vista, poi di diverse facoltà mentali. El Rato è un ragazzino con un Grande Segreto e un Grande Sogno, che si interseca con la disperazione di Laila. Basandosi su un quaderno di appunti di un medico passato di lì e mai più tornato da una spedizione nella foresta amazzonica, i due decidono di partire alla ricerca del mitico Fiore Perduto dello sciamano di K., un fiore capace di guarire le malattie più difficili.

I due partono con pochi soldi e una buona dose di incoscienza, senza sapere esattamente cosa li aspetta.

Il percorso è lungo e tortuoso e tocca prima Cuzco e da lì il fiume Urubamba, poi il cuore della foresta amazzonica. Ovviamente, ogni passaggio è ricco di incontri, di amicizie, di colpi di scena; ritroviamo Viktor, qui diventato un riottoso guerrigliero, protagonista del romanzo precedente; fino a quando non si arriva al cuore magico di questa narrazione: l’universo del pensiero sciamanico e il fragile equilibrio fra la vita e la morte.

Non dico di più sulla trama, che merita la dovuta ignoranza per essere apprezzata nei suoi meccanismi narrativi e nelle sue continue sorprese.

A questo punto vorrei, invece, fare alcune osservazioni: ad un livello più superficiale, di questo romanzo si apprezza l’accurata ricerca bibliografica, ed è cosa rara; la cura grafica dell’impaginazione con alcune trovate interessanti che esplicitano il contenuto del testo. Ancora una volta è un romanzo corale, con i singoli capitoli narrati in prima persona da un personaggio di volta in volta diverso. Niente è casuale ed è necessario porre la dovuta attenzione ai dettagli: ciascun personaggio è contrassegnato da un animale e solo alla fine si capisce perché ed è questo che fa scorrere un sottotesto, una storia parallela, scritta sulle pagine nere, che parla di un’altra realtà. La dovuta attenzione va rivolta al senso della suddivisione in tre parti e ai personaggi che ivi compaiono.

A un livello diverso si pone, dunque, il rapporto fra magia e realtà; Morosinotto riesce a rendere credibile questa scissione in livelli di realtà paralleli, di cui uno popolato di spiriti, che nel romanzo sono presenti fin dall’inizio. Ho apprezzato la sospensione di giudizio come unica condizione per rendere credibile una storia per il resto di un realismo impressionante, piena com’è di dettagli di una precisione quasi maniacale. E ho apprezzato ancor di più la delicatezza con cui si affronta un tema di per sé così ‘pesante’ come quello delle malattie incurabili. Una scelta coraggiosa, che porta a un finale che non è inutilmente salvifico.

Se, dunque, ‘Il Fiore Perduto dello Sciamano di K.’ è indiscutibilmente un romanzo di avventura meticolosamente costruito, è anche a tutti gli effetti un romanzo di formazione che non concede nulla alle facili emozioni, al contrario è un interessante terreno di confronto con i più giovani su temi di grande spessore.

Se volete sapere se mi è piaciuto, sì, senza dubbio; direi quasi di più del ‘Rinomato catalogo’, ed è già tanto.

Lettura consigliata a lettrici e lettori molto attenti, a partire dai dodici anni.


Eleonora



“Il fiore perduto dello sciamano di K.”, D. Morosinotto, Mondadori 2019




lunedì 25 novembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LETTERATURA SENZA AGGETTIVI

Clara e l'uomo alla finestra, María Teresa Andruetto, Martina Trach
(trad. Lorenza Pozzi)
Uovonero 2019


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"'Porta questi panni al signore della casa grande.'
Non ti distrarre.
Stai attenta.
Che non si sporchino.
Il signore lascia i soldi sulla porta, sotto lo zerbino."

Villaggio di poche case sparse nella pianura argentina. Un po' più lontana, la casa grande dove lasciare la biancheria pulita. Fuori dalla porta, sullo stesso zerbino che nasconde i soldi che spettano alla madre di Clara, la lavandaia.


Clara l'aiuta e come una piccola Cappuccetto Rosso argentina, parte con il cesto; nella testa riecheggiano le parole dette, le raccomandazioni.
Lasciato il cesto, raccoglie le poche monete. La tenda si scosta e la bambina incrocia lo sguardo di quel signore. Nulla di più.
Clara, sulla strada del ritorno, si ripete nella testa ciò che ha sentito di quella persona: non esce di casa, non può vedere la luce....
Fino alla volta successiva, quando la tenda della casa grande si scosta ancora di più e il signore dagli occhi tristi batte sul vetro per chiamarla.
Uno scambio di poche parole, due sole domande. Alle parole di Clara, perché vivi rinchiuso?, lui risponde con un'altra domanda, sai leggere?
Un libro rosso, come le sue scarpe, l'aspetta sotto lo zerbino la volta successiva. A ogni nuova consegna di panni ci sono nuove storie che l'aspettano.
Fino al giorno in cui la porta si apre e Clara entra.
Quando un bambino entra in una casa, entra in una vita altrui, qualcosa di quel luogo, di quell'esistenza cambia.
E così quelle stanze, piene di ricordi, piene di solitudine, piene di libri ascoltano, dopo tanto silenzio, il dialogo tra due voci. Poche parole per spiegare e per capire.
Bastano semplici gesti per far nascere tra loro un'intesa, per riaccendere un desiderio, per trovare il coraggio e la voglia di tenere aperta una porta, addirittura di varcarne la soglia.
I bambini, in questo, sono passpartout pressoché infallibili.

Per una letteratura senza aggettivi. Si può partire da qui per fare due ragionamenti su Clara e l'uomo alla finestra. Una storia che racconta di come la madre di María Teresa conobbe i libri e di come il suo amico Juan uscì alla luce del sole.
Un albo illustrato che, per come è concepito, attesta una volta di più che la missione della letteratura è quella di raccontare belle storie: María Teresa Andruetto, premio Andersen 2012, lo sostiene da sempre (Per una letteratura senza aggettivi, Equilibri 2014).
E le belle storie sono per tutti, ovvero sono lì a testimoniare che scrivere per l'infanzia non sia mestiere diverso, o addirittura più semplice, dello scrivere per grandi. Quindi, letteratura e basta.
Ed è da questa sana prospettiva che Andruetto riesce a raccontare nel contempo una storia singola e una storia universale, ovvero quella che riguarda il piacere di quella bambina verso i libri e la lettura e il diritto dell'infanzia di avere buona qualità nelle storie, sufficienti luoghi e occasioni di incontro con esse, buona quantità di titoli sugli scaffali.
La casa di Juan, per tornare alla storia singola, sembra essere il luogo ideale perché tutto questo accada.


Ma anche la storia personale di quel signore, Juan, a ben vedere, nel racconto della Tere Andruetto, da storia singola si fa storia universale e il passaggio dall'una all'altra è così naturale, che riempie il cuore di speranza.
Poche e calibrate parole, studiate in forma di dialogo o di monologo interiore, sono l'ordito solido e sapientemente 'traforato', su cui Martina Trach intreccia la sua trama figurativa.


La leggerezza del testo si specchia nei grandi spazi liberi, nel disegno volutamente non finito, nello zoom cinematografico, nell'aria aperta che Clara attraversa. La precisione delle parole si riverbera nei dettagli a matita, negli inserti a collage, nelle trasparenze di pattern a stampa per copertine di libri o tessuti, nella cura degli interni raccontati con precisione da carta millimetrata. Lo scorrere del tempo e dello spazio lo si coglie nel movimento che si moltiplica per seguire linee di direzione sempre differenti e nella stratificazione dei piani, sottolineati da tecniche anch'esse sempre diverse.


Il colore stesso è voce narrante, al pari della parola.
Martina Trach, poco più di trent'anni, ha cose da dire.

Carla

venerdì 22 novembre 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


LUCILLA DEL FARO


‘Lucilla’, romanzo d’esordio della nederlandese Annet Schaap, finora conosciuta come illustratrice, è un interessante mix di elementi realistici e fantastici.
Al centro della narrazione una bambina, Lucilla, ‘esiliata’ per punizione nella misteriosa casa dell’Ammiraglio, ed Edward, il bambino-pesce.
Lucilla, che si chiama in realtà Emilia, come la mamma deceduta tempo prima, vive con il padre in un faro; è lei ad accenderlo tutte le sere, perché il padre, privo di una gamba, non riesce a salire le ripide scale. Lo fa tutte le sere, tranne una: si dimentica fatalmente di andare a comprare gli zolfanelli in una cupa sera di tempesta. Il risultato è il naufragio di un vascello: il padre viene rinchiuso nel faro, condannato a svolgere le sue funzioni senza potersi mai allontanare, la bambina viene mandata ‘a servizio’ nella lugubre casa dell’Ammiraglio.
Vi arriva mentre è in corso un funerale e tutto appare spaventoso; si parla di un mostro pericoloso, rinchiuso in una stanza del piano superiore della villa.
Lucilla è una bambina testarda, che riesce comunque a conquistarsi la fiducia della burbera Martha e del figlio di lei, Lenny, un ragazzone non proprio brillante. La bambina si introduce nella stanza proibita, in realtà per cercare di vedere dalla finestra il faro in cui è rinchiuso il padre; lì incontra Edward, un ragazzino con una strana e fiabesca malformazione: un semi pesce, dai capelli verde alga e una coda che gli impedisce, ovviamente, di camminare. E’ il figlio del borioso Ammiraglio, tenuto nascosto e cresciuto da un fedele maggiordomo, il cui funerale è nei primi capitoli. Ora nessuno vuole avere a che fare con il giovane Edward, impaurito e rabbioso.
Il rapporto fra i due bambini, prima segnato dalla reciproca diffidenza, poi dall’amicizia e l’affetto, occupa tutta la terza parte del libro: la vicinanza di Lucille consente a Edward di riconquistare la sua vita, una sua libertà, fino a uscire dai limiti della proprietà paterna per incontrare quella che forse è la sua vera natura.
Qui il romanzo vira decisamente verso il fiabesco e innesta il processo che porta nel finale, al ritorno dell’odioso Ammiraglio, alla fuga e alla scoperta di una nuova vita per entrambi i protagonisti.
Le ultime parti del romanzo abbandonano la chiave realistica, se pur avvolta nel mistero, e il romanzo si popola di personaggi al limite: dai fenomeni da circo, ai pirati che aiutano il padre di Lucille a fuggire, alla stessa metamorfosi di Edward, tutto converge per creare quella atmosfera incantata, che può dare una svolta positiva alla narrazione.
Se nella prima parte la componente fantastica si insinua fra i dettagli, con gli elementi naturali che prendono voce, il dialogo mentale fra madre e figlia, tutti elementi che hanno molto a che fare con l’infanzia e la sua percezione della realtà, nella seconda parte entriamo proprio in un’altra dimensione, che abbandona i solidi ancoraggi alla realtà e diventa una fiaba attualizzata di ribellione e di libertà.
Mi sembra che questo dualismo, fra narrazione fantastica e realistica, non sia del tutto risolto e che in qualche modo penalizzi il romanzo, per altri versi scorrevole e avvincente, con accurate ricostruzioni d’ambiente.
Al di là dei personaggi, di sicuro il più riuscito quello della tenace Lucille, protagonista assoluto è il mare, con la sua potenza e le sue leggende e ancor di più come simbolo della libertà di andare oltre i confini, così come fanno i corsari.
Nonostante le trecentocinquanta pagine e più, consiglierei la lettura a giovani avventurosi/e a partire dai dodici anni.

Eleonora

“Lucilla”, A. Schaap, La Nuova Frontiera junior 2019


mercoledì 20 novembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


SOTTO A CHI TOCCA!
 
Hugo. Cattivo, sanguinario e pericolosissimo, Mia Nilsson,
(trad. Susanna Di Cosimo, Tor Anders Grönlund)
Il Barbagianni 2019



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Da qualche parte al Nord, in una casa piccola piccola, in un bosco grande grande, vive Hugo. Hugo è la creatura più cattiva, più pericolosa e più sanguinaria che si sia mai vista nel bosco.
O almeno così dicono tutti..."

D'altronde Hugo è un coccodrillo e i coccodrilli non hanno fama di essere animaletti mansueti. Eppure fino a poco tempo fa, Hugo non galleggiava a pelo d'acqua in qualche fiume africano, ma piuttosto faceva l'equilibrista in un circo, a vari metri d'altezza. E siccome era molto acclamato dal pubblico, il dromedario invidioso una notte lo spinse giù dal carrozzone.
Così Hugo si trovò solo.
Perso il circo, si mise in cammino e strada facendo, arrivò nel grande ed estremo Nord e vi si stabilì. 



Nessun animale di quelle parti aveva mai visto un coccodrillo e sulla sua persona cominciano a circolare storie piuttosto inquietanti: sulle sue dimensioni, sulle sue abitudini alimentari. In verità il coccodrillo è quello che è e non lo si può definire una creaturina. Tuttavia gli hobby che coltiva sembrano smentire la sua proverbiale ferocia: cucina, lavora a maglia e lustra al meglio i pavimenti della sua casetta. Vorrebbe tanto fare amicizia, ma nessuno si fida di lui. Fino al giorno in cui, pieno di tristezza, decide di emigrare in Australia, agli antipodi. Mentre è lì che cammina a testa china lungo la strada con la sua valigetta, mette in salvo, davanti agli occhi atterriti della madre, due piccoli di cinghiale che stavano per finire sotto le ruote di una macchina. La riconoscenza porta l'intera famiglia di ungulati alla casetta di Hugo che è felicissimo di aver ospiti (e di non dover più partire).
Finalmente qualcuno si dimostra affettuoso nei suoi confronti e comincia a fidarsi di lui. Tutto sembra andare a meraviglia, fino a quando Hugo non si presenta davanti ai suoi numerosi convitati con un coltellaccio in mano...

Costruito su uno dei più classici e fertili meccanismi narrativi, il binomio fantastico, così tanto chiaramente spiegato da Rodari nella sua Grammatica.
La storia nasce - e questa non fa eccezione - dal rapporto contraddittorio tra due termini che sono insolitamente contigui. In questo caso abbiamo una foresta, abitata, come è normale che sia, da conigli selvatici, volpi, caprioli e qualche incauto cinghiale. Un habitat piuttosto insolito per un coccodrillo africano. Primo binomio fantastico. Poi, ed è il secondo binomio, abbiamo un animale feroce che lavora a maglia e fa le torte.
Entrambe le circostanze danno corpo alla storia che si alimenta da questo binomio inaspettato e 'fantastico'.
Alexis Deacon, che di belle storie ne ha scritte diverse, racconta che il suo metodo di invenzione parte sempre da questo tipo di accostamenti improbabili. Mettere un coniglio a pilotare un aeroplano è l'esempio che lui fa, oppure, come accade nel libro della Nilsson, mettere un coccodrillo dove non ci si aspetterebbe mai di vederlo. 



Il binomio genera sorriso o risata e soprattutto tiene alto il livello di attenzione e di curiosità di chi legge.
In tal modo la trepidazione degli abitanti del bosco, all'oscuro di chi sia affettivamente Hugo, fa sorridere il lettore che è perfettamente consapevole che quello è un coccodrillo un po' sui generis. Ma mai abbassare la guardia: perché tutto ora concorre al colpo di teatro finale che, con un sapiente giro di pagina, scioglie il fiato sospeso e lo trasforma in un bel sospiro di sollievo.
Credo che in Hugo si possa tranquillamente lasciare in secondo piano quel po' di retorica sul tema del 'diverso' che arriva e che il gruppo tiene ai margini e sotto osservazione, a debita distanza.


A ben vedere non è la cosa più interessante del libro.
Certo sarebbe stato bello se il coccodrillo alla fine fine fine avesse fatto il suo mestiere e avesse assaggiato un coniglio o un giovane cinghiale... O quanto meno fosse stato lasciato uno spiraglio aperto sull'incertezza. Viene in mente il vecchio lupo della Zuppa di sasso che risparmia la gallina e gli altri, ma nell'ultima pagina silenziosa si dirige con il suo sacco e il suo coltellaccio verso la casa del tacchino...In una meravigliosa quanto autentica logica del 'sotto a chi tocca!'


Carla


Noterella al margine. La Nilsson colpisce per la versatilità del suo fraseggio, tra fumetto, testo scritto e testo illustrato, e per un disegno insolito pieno di soluzioni originali, dettagli divertenti, come il bosco ordinato e il tramonto psichedelico, e garbatamente movimentato e con ritmi ben calibrati tanto nello spazio scenico quanto nelle proporzioni.