lunedì 8 luglio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA VIA MAESTRA

La fidanzata del fantasma
, Malika Ferdjoukh, Édith (trad. Maria Bastanzetti) 
Babalibri 2024 



NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Papà Reginald infilò una chiave enorme in una serratura altrettanto enorme. 
Proprio in quel momento esplose un tuono, e un lampo spense le stelle. 
Dall’interno della casa, una luce filtrò attraverso i vetri a losanghe e la porta chiodata si aprì rivelando una signora grassottella, imbacuccata in uno scialle di tartan. 
«Per san Giorgio e sant’Uberto!» mormorò. 'Entrate, entrate!' La famiglia March, Miss Noah e Jim si riversarono nel salone di Forest Lodge." 

La famiglia March (ma guarda il caso di questo cognome...) si compone di Horace, nove anni, sua padre Reginald, il nonno March, la cugina Olivia, una giovane fanciulla dalla voce di seta e dai modi garbati. Con loro viaggia l'istitutrice Miss Noah e temporaneamente Jim, un ragazzetto locale che li sta scortando, suo malgrado, per l'ultimo tratto di strada verso Forest Lodge, in quella notte di tempesta. 
Sbattuti dal vento, arrivano finalmente nella avita dimora scozzese, dove ad attenderli - nonostante l'ora tarda - c'è la servitù. In testa miss Cook, la cuoca che, con fare bonario, li accoglie con una tazza di tè ancora caldo. Jim, che non vede l'ora di svignarsela da quel lugubre maniero nella brughiera, riprende la sua carrozza e torna indietro con il suo kilt svolazzante, non prima però di aver incrociato lo sguardo di Olivia che, nonostante la dolcezza, a lui ghiaccia ancora di più il sangue... 
Cosa tiene a distanza il giovane Jim da Forest Lodge? Quello che tra un po' anche i nuovi inquilini apprenderanno. La dimora, come spiega a mezze parole miss Cook, è abitata dal fantasma di Lord Aloysius Mac Bligh. Oggi più irrequieto del solito. Perché? 
Questa è proprio una vera e propria storia di fantasmi! 

Le storie di fantasmi di norma prevedono alcune costanti. 
La prima: il fantasma di solito è fantasma, ossia spirito vagante e inquieto, perché qualcosa nella vita terrena gli è andato storto e quindi, da morto, non potendo trovare consolazione e pace, le cerca a ogni costo. Tra la vendetta e il risarcimento danni... 


La seconda: i fantasmi sono immateriali e di solito invisibili, o per meglio dire, sono in grado di dare segni precisi della loro presenza: rumori di vario genere, dallo scricchiolio in su, oggetti che si spostano senza apparente ragione, venticelli, sussurri.. Olivia o Oh, Livia? Talvolta voci cupe e lugubri fuori campo. Cose così. 
La terza: la notte è il loro momento preferito per presentarsi. 


La quarta: è difficile trovare fantasmi al settimo piano di un condominio affollato di una grande metropoli. Amano piuttosto i luoghi isolati e un po' lugubri (ammesso che anche il condominio non lo sia, lugubre). Di sicuro i luoghi che per loro hanno un preciso significato e legame con la vita passata. Dato che molti dei migliori autori di storie di fantasmi sono anglosassoni (esiste una significativa tradizione che arriva dall'Estremo Oriente, ma...) i castelli o le dimore avite nella brughiera sono i loro contesti preferiti. Ma non disdegnano anche i cimiteri (a km zero). 


La quinta: stando alle costanti 1, 2, 3 e 4 le storie di fantasmi sono spesso nate per far paura. Ma non sempre. Diciamo meglio, esiste fior di letteratura in cui il fantasma inquieta e perturba, visto il suo arrivo da un passato irrisolto, ma esistono anche esempi nati per far ridere, da Wilde a Jerome K Jerome. 
Tuttavia il perturbante resta la via maestra. 


Ecco. Anche in questa storia 'canonica' le prime quattro costanti ci sono tutte. 
Il suo bello però sta nell'aver rispettato anche la quinta, che in un libro per bambini che stanno imparando a leggere lo stampato minuscolo - quindi tra i sei e gli otto anni - non è poi così scontato. 
La cosa che colpisce qui è il buon lavoro che Malika Ferdjoukh  ha fatto sulle cinque costanti di appartenenza a un genere: contesto, lessico, l'iconografia, Shakespeare che è fonte di ispirazione dall'Amleto a Romeo e Giulietta. E molto altro, volendo spigolare. E poi quel bel nero anche in copertina di Édith. 
E il finale. Quel finale senza aggiustamenti inutili o peggio pacificatori.


Ormai moltissimi anni fa quando lessi per la prima volta Le streghe di Dahl fui colpita dalla storia, ma soprattutto dal finale. E da quella lealtà enorme dimostrata da Dahl nei confronti dei propri lettori nel dichiarare che le cose alle volte prendono una strada imprevista da cui non si può fare ritorno. 
Questo è solo per dire che Malika Ferdjoukh, un po' come Dahl, quando scrive storie, le scrive bene.

Carla

sabato 6 luglio 2024

ECCEZION FATTA!

A RIVEDERCI


Dopo tredici anni finisce la mia collaborazione con Lettura Candita, blog condiviso con Carla Ghisalberti. In realtà la nostra collaborazione è iniziata molto prima e ha dato vita, almeno nella mia carriera professionale, a momenti memorabili. Non è quindi a cuor leggero che ho deciso di interrompere la collaborazione con il blog, che è stato impegno, fatica, ma anche molteplici stimoli ad approfondire le tematiche di cui mi sono occupata.
Raggiunti limiti di età, certamente, che non mi consentono più di avere la stessa efficacia in tanti ambiti, che richiedono tutti tempo ed energia; ma anche e soprattutto l’esigenza di centrare l’attenzione su alcuni focus per me importantissimi: l’evoluzione del tema ‘lettura’ nelle giovani generazioni, che sta indicando un profondo cambiamento rispetto agli anni precedenti, con la conseguente necessità di esplorare nuove metodologie e nuove bibliografie nella educazione alla lettura; e, naturalmente, l’esigenza di fare il punto su quanto letto e studiato, in più di vent’anni, sul tema della divulgazione rivolta ai più giovani.
Su questi fronti mi attendono sfide difficili e su queste mi concentrerò nei prossimi mesi.
Nel lasciare il pubblico di Lettura Candita non posso che esprimere tutta la mia gratitudine per chi mi ha pazientemente seguito in questi anni; gratitudine che estendo alle autrici e autori, editori, editor, anche ai promotori editoriali che mi hanno spesso affiancato nella ricerca delle belle novità; alle insegnanti e agli insegnanti con cui ho condiviso moltissimo, ai genitori e ai ragazzi e alle ragazze con cui ho costruito infiniti percorsi di lettura, nel mio lavoro di libraia militante e attraverso il blog.
Un grande grazie a Carla Ghisalberti che i questi tredici anni è riuscita a sopportarmi, con la certezza che le nostre strade si incontreranno di nuovo.
E un abbraccio al nuovo team di Lettura Candita!

Eleonora

venerdì 5 luglio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA VOCE FUORICAMPO

Come me, come te, Carolina Zanier 
Camelozampa 2024 


 ILLUSTRATI PER PICCOLI 

"Ti svelo una cosa... 
ti osservo sempre 
sin dall'inizio 
sei unico..." 

Una voce fuoricampo si rivolge presumibilmente a un bambino e, in una sorta di forma poetica, una pagina un verso, gli racconta le cose così come si snocciolano nella sua vita: custodire sogni che aspettano di diventare realtà, il cammino si svolge in equilibrio, anche se talvolta si può cadere, ma ci sarà qualcuno da cui andare in cerca di conforto. Poi si cambia e si riparte anche se adesso è più chiaro che la caduta potrebbe essere dietro ogni angolo e ci si potrebbe far male ancora una volta... ma tu sei come me. E così il cerchio si chiude. O quasi. 

Questo è un libro fotografico che, con la regolarità di un metronomo, mette accanto a uno scatto della natura - che fosse sua la voce fuoricampo? - una foto di bambini o umani diversi, immortalati in contesti ogni volta molto differenti. 
Il gioco, tutto visivo, è il seguente: la somiglianza, il richiamo di una forma con l'altra. Come a dire, appunto, io e te siamo uguali.


Si comincia con una bignonia sbocciata accanto alla bocca socchiusa di una bambina. Così per incanto i suoi denti bianchi trovano un corrispettivo nello stame giallino del fiore in cui rosso richiama quello delle labbra. Così come un germoglio di lenticchia è accanto a un fotogramma di una ecografia e i cerchi di un tronco segato sono vicini ai cerchi non esattamente concentrici di un polpastrello. E via andare. 


In alcuni casi il confronto fra la fotografia di sinistra - animale o vegetale che sia - fa più fatica a trovare un suo corrispettivo perfetto dal punto di vista puramente formale, e per questo il loro senso di essere affiancate sta piuttosto nelle poche parole di accompagno. 
Ecco. Le parole. Sono loro quelle che creano la grande perplessità di un libro del genere. 
Sebbene i libri di fotografia, forse anche per il fatto che in Italia sono sempre troppo pochi, accendano il mio immediato interesse, qui c'è qualcosa di troppo e qualcosa di mancante. 
Cerco di spiegarmi. 
Il troppo sono le parole che, come spesso accade, sono ben al di sopra di ogni testa, e quindi orecchio, di bambino possibile. Sono rivolte all'infanzia tutta, ma la voce che le dice parla una lingua tutta adulta per adulti. E anche un po' retorica. 
L'altro inceppamento che creano, loro malgrado, è che sembrano a tutti costi voler rubare la scena alle fotografie. In qualche modo si avverte che sono loro la spina dorsale. Costituiscono un testo che ha una sua precisa tesi da dimostrare e quindi tutto sembra piegarsi, sottomettersi a questo. 


E qui arriva la cosa che mi pare mancante: lo stupore che richiederebbe intorno a sé una fotografia. Ancora di più lo richiederebbe se l'immagine vuole essere allusiva. 
Io credo che il merito del fotografo, di quello che ha la capacità di vedere cose diverse da quelle che sono, di vedere oltre, il fotografo che segue il magnifico istinto dato dalla pereidolia, lo debba assecondare questo istinto, senza chiedere nulla in cambio, senza voler dimostrare qualcosa. 


Solo così sarà efficace il suo scatto e solo così il lettore, come il fotografo nel momento della scoperta, si stupirà di vedere qualcosa che va al di là del soggetto fotografato in sé. 
Credo che il gioco sia questo: guardare un pavimento e vederci un mare, guardare una narice e vederci un igloo, guardare un picciolo di banana e vederci un delfino o nelle dita di un guanto vederci le orecchie di un lupo. E ancora saper cogliere l'attimo in cui la luna è dentro una lanterna o quella screpolatura sul muro che è anche un bel picchio. E lasciare lì il tutto a decantare negli sguardi che verranno dopo: quelli dei lettori. 
Ecco, cose così.  
Accanto ai libri di Tappari, appunto, dove l'occhio passa da uno stupore a una meraviglia a ogni giro di pagina, penso a libri in cui alla fotografia si aggiunge il guizzo del segno o la costruzione a tre dimensioni: da Miramuri ai libri di Voltz fino ai più recenti di Balducci. 
Di tutti questi ne conservo un ricordo indelebile perché mi hanno stupito, fatto ridere ed emozionato. 
In nessuno di questi si coglie il desiderio da parte degli autori di prendere per mano il lettore: dirgli come funziona, spiegargli. 
Ci si sente liberi di entrare nel loro gioco un po' folle.


E credo che, nei suoi laboratori con i bambini, anche Carolina Zanier abbia lo stesso intento: mostrare loro una foto di una zolla arida e chiedere cosa d'altro fa loro venire in mente, oppure il tracciato di un battito cardiaco a cosa potrebbe assimilarsi? E poi fare silenzio e lasciarli liberi di meravigliarsi e di giocare con le proprie immaginazioni. 
Qui in Come me, come te, a partire dalla copertina e dal titolo scritto confidenzialmente a mano, fino all'ultima pagina si avverte invece una presenza che non vede l'ora di dire cose e di mettere tutti al corrente di tutto. 
Ogni cosa è spiegata, fin nel minimo dettaglio: dall'agave blu alla guttazione 
E io così però non riesco proprio a stupirmi, tranne in un pugnetto di occasioni, e men che meno a giocare e divertirmi. 

Carla

mercoledì 3 luglio 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

ALIENI O PIRATI? 

Penseremo mai abbastanza all’attività esplorativa a cui deve essere disposto il cervello bambino? Quanta la fiducia necessaria per avere a che fare con il mistero? Ci siamo passati tutti, eppure è sempre bene ricordare l’ebrezza che accompagna la rilevazione della quotidiana meraviglia, specie perché crescendo, poi, è proprio quest’ultima quella che si tende a dimenticare. 
Infanzia non è solo, (come etimologia vuole), quel lasso di tempo che si contraddistingue per l’incapacità di produrre favella, ma anche, in dimensione più ampia e metaforica, la condizione di chi non conosce i termini e la nominazione del contesto: tutti quelli che arrivano sono nuovi e ignari, di sé, degli altri, del mondo, e devono procedere con una attività di misurazione che a pensarci ha dell’inverosimile. 
I bambini ce la fanno sempre. Ma come? 


In Niente è impossibile per noi, Eva Lindström decide di porre l’attenzione sul concetto di estraneità e di spaesamento, tenendosi ben stretto quello limitrofo di assenza. Del resto quando si arriva in un posto nuovo è naturale avere nostalgia di quello che si è lasciato…


Il fatto esplicito è un trasloco. Opportunamente dotati di uno stretto cappuccio, i due bambini che atterrano nel nuovo quartiere non paiono affatto turbati da tutta la novità che si dispiega davanti ai loro passi. La attraversano ben sapendo di non appartenere del tutto a questo (nuovo) mondo e anzi, ricavano proprio da questa consapevolezza la baldanza necessaria per mantenersi imperturbabili. 
Accompagnati dal fedelissimo cane King, i due fratelli attraversano stanze disadorne, cortili desolati, accumuli di pacchi semiaperti, nella convinzione di essere comunque perfetti. Tuttavia, mentre si ambientano, mantengono l’occhio vigile per individuare in mezzo agli altri la figura del papà. Questo rapporto con l’assenza, nel giro di poche tavole, assume la dimensione del sentore istintivo che i bambini possono avere del sacro: l’appartenenza a qualcosa di più grande e trascendentale.


Interessantissimo in questo senso è il registro linguistico scelto, capace di restituire quel sottile nonsense, non privo di effetti comici e stranianti, a cui si può assistere ascoltando un bambino impegnato nella propria personale attività di catalogazione del mondo. Queste pagine sono capaci di restituire il turbamento che si prova al cospetto del mistero che riverbera, talvolta, negli spazi sconosciuti e imperscrutabili del pensiero bambino. Luoghi in cui è l’adulto a essere estraneo pur non capacitandosene mai… 


 In direzione opposta ma non contraria si muove l’albo di ATAK.
 

Il fatto: una banda di pirati si intrufola nel giardino di casa e fa accidentalmente esplodere un palloncino. L’esplosione mette tutto a soqquadro. Il piccolo protagonista si mette alla ricerca della causa del botto: noi lo inseguiamo. Le immagini la fanno da padrone: chiassose, particolareggiate e pullulanti; i colori sono sgargianti, il tratto energico e tumultuoso, senza imbarazzi. 


Nonostante le grandi dimensioni dell’albo (o forse proprio per questo?), fin dalla copertina si ha la sensazione di venire risucchiati in un vortice, di dover avvicinare il naso alla illustrazione per vedere meglio, più da vicino, sempre di più. È come se l’autore volesse paragonare l’attività conoscitiva a un indiscriminato atto predatorio: tutte le informazioni, i concetti sperimentati, nominati e acquisiti sono tesori inestimabili; la molteplicità degli elementi, il dinamico alternarsi delle e la generale sovrabbondanza suggeriscono che il tesoro stia proprio dappertutto!
 

La narrazione verbale è ridotta all’osso, affidata alle abbinate cardine che si ritrovano negli albi per la primissima infanzia: dentro/fuori, sopra/sotto, tutto/niente, qui/li. Concetti basilari, spesso attinenti alle primissime esplorazioni delle forze fisiche e naturali che governano il mondo e l’universo, ma resi via via più complessi, nell’albo come nella vita, dallo stratificarsi delle umane, normali e straordinarie esperienze quotidiane. Ma la storia è tutta nell’esperienza visiva e sperimentale. 
Se il mistero c’è, esso viene colto procedendo in direzione diametralmente opposta all’albo precedente, entrando, approfondendo, guardando meglio, quasi a sentire riecheggiare il Richard Feynman: non nuoce al mistero, saperne di più. 
E siccome per qualche attività di sintesi noi grandi ci siamo dimenticati di vedere, il triplice inseguimento pirati-bambino-lettore prosegue in un crescendo di tavole: la ricerca si fa esperienziale, è necessario cercare per trovare, riordinare gli elementi, svolgere moltiplicazioni, controllare l’esattezza di quanto dichiarato in precedenza. L’autore non solo rimanda alle pagine precedenti (e quanto è sovversivo, in un dispositivo sequenziale tutto volto a procedere dall’inizio alla fine?) ma anche spinge lo sguardo oltre il confine dell’albo, con innumerevoli citazioni legate alla letteratura per l’infanzia, alle favole della tradizione, ai supereroi, cartoni animati, arte, giocattoli; una vertigine di riconoscimento che, ben lungi da voler essere consolatoria, ha il potere di coinvolgere i lettori grandi e bambini in quella indefessa, salvifica attività di esplorazione capace di condurre alla meraviglia.  


Se ricordassimo bene come era, all’inizio, capiremmo quanto è ingenerosa l’idea che il dialogo con il mistero sia appannaggio degli adulti. Esso è un cascame dell’attività conoscitiva dell’essere umano, e in ognuno può prendere essenzialmente due strade. La prima sta adiacente al sentimento della nostalgia e ha l’urgenza di mantenere il contatto con l’alterità che ci precede e la sua assenza; l’altra, diametralmente opposta, scava nel minuscolo e scende nella profondità per condurre alla conoscenza. Ma com’è, come non è può capitare, e spesso succede, che le due strade opposte conducano entrambe nel medesimo posto.


Giorgia

“Niente è impossibile per noi”, Eva Lindström, (trad. Laura Cangemi), Camelozampa 2024 
“Pirati in giardino”, ATAK – Georg Barber, Orecchio Acerbo 2022 
“Il piacere di scoprire”, R.P. Feynman, (trad. Grazia Gilberti), Adelphi 2020 


lunedì 1 luglio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TIPI DA SPIAGGIA

Storie da spiaggia
, Edward Marshall, James Marshall (trad. Sergio Ruzzier) 
Lupoguido 2024 


NARRATIVA  ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 5 anni) 
 
“'Volete sentire una storia?' chiese Lolly. 
'Ho portato il mio libro di lettura.' 
'Ottima idea' risposero i suoi amici. 
Il ratto vide il gatto e il cane. 'Io li vedo' disse il ratto. 
'Io vedo il gatto e il cane.' 
Il cane e il gatto videro il ratto. 'Noi vediamo il ratto' dissero. 
E questo è tutto. 
'E questa sarebbe una storia?' chiese Sam. 'Tutto qua?' chiese Spider.  'Tutto qua' rispose Lolly. 
'Non mi è piaciuta per niente' disse Sam. 
'Banale' disse Spider. 
'Io potrei inventare una storia molto più bella!' affermò Sam. 
'Figurati!' disse Lolly." 

Parte la sfida! In tre sulla spiaggia dove hanno appena fatto un lauto picnic a base di hot dog e limonata, non possono ancora fare il bagno. L'alternativa potrebbe essere quella di fare un pisolino, ma è verosimile che tre ragazzini, Lolly, Sam e Spider, apparentemente soli sulla spiaggia possano diligentemente riposare all'ombra aspettando l'ora canonica? L'idea di far correre il tempo, leggendo una storia viene a Lolly che in spiaggia si è portata il suo libro di lettura. 
Peccato che la storia sia quella storia! 


Così Sam lancia la sfida e racconta la sua di storia, a patto che essa contenga esattamente gli stessi personaggi di quella di Lolly: ratto, gatto e cane. Facile. 
La storia è più lunga, più avvincente, piena di suspense, mentre quella di Spider, il terzo sfidante, è un vero e proprio horror. 
Come è naturale che sia, corte o lunghe, banali o piene di sorprese, tutte e tre vengono presto dimenticate, sorpassate dal gioco successivo. 
E questo è tutto. 

Che cosa fa di una storia, una buona storia? Le teorie sono moltissime e ruotano intorno a ingredienti tra loro molto differenti. 
Niente pistolotti, qui. Dico solo che per me la storia, perché io la consideri buona, deve essere soda a tal punto che mi diventi impossibile non sbatterci contro e, dopo l'impatto, farmi deviare, magari anche di un nientino, rispetto a quella che era la mia traiettoria originaria, ossia quella lungo la quale navigavo, prima di incontrarla, leggerla, ascoltarla. 
Insomma, in estrema sintesi, una buona storia mi dovrebbe portare dove non sapevo di voler (poter, saper ecc.ecc) andare. Come arrivarci e cosa farmi vedere durante il cammino lo faccio scegliere a chi scrive. Mi fido. 
In questo librino che negli Usa consigliano come 'palestra di allenamento' per primi lettori, Marshall - da Edward e da James -si toglie il gusto di raccontare - un po' come se fossero suoi 'esercizi di stile' tre diverse versioni di come un gatto,  un topo,  un cane si trovino a passare una porzione del loro tempo insieme. 
Curiosamente, sullo sfondo fa esattamente la medesima cosa: racconta, in una sorta di storia cornice, con la sua consueta andatura scanzonata, tre tipi da spiaggia, in balìa di se stessi che si trovano a passare, anche loro, una porzione del loro tempo insieme. Chi con gli occhiali da sole, chi con la paglietta, chi con un improbabile palloncino... E gli sguardi di Marshall fanno il resto.


Ora come ora, mi parrebbe davvero difficile scegliere quale delle tre piccole storie sia la migliore. La prima, quella di Lolly, è un meraviglioso nonsense. E, nonostante Spider la bolli come banale, non lo è affatto. E meno male che è scritta nel suo libro di lettura, perché a inventarla dal nulla e poi recitarla agli altri ce ne sarebbe voluto. E senza incepparsi. Provare per credere. 
Allora il nonsense ci porta in una direzione molto amata dai più piccoli che tanto più le cose sono strambe, tanto meglio è. I ragazzini maneggiano la follia e l'assurdo molto meglio di qualsiasi adulto e soprattutto non si spaventano, anzi prediligono, la stringatezza dei fatti, che mi consta essere peculiarità del ragionamento 'naturale' dell'infanzia. Almeno di quella dei tempi di Marshall. Seconda storia, quella di Sam. Una perfetta costruzione per accendere la curiosità di un lettore: la suspense. Mille volte ho scritto di come alcuni - per esempio Klassen in Questo non è il mio cappello - lavori come Hitchcock. 


Qui accade lo stesso: tutti sanno - tutti tranne il ratto - che il cibo preferito di un gatto è appunto un ratto. Per tutto il racconto di Sam fremiamo all'idea che quel gatto prima o poi lo inghiotta. Ma... il colpo di scena finale spariglia tutto e tutti - tranne Spider che avrebbe preferito un finale sanguinario - ridono rilassati. 
Il lieto fine, ci insegna Marshall nella sua lezione sulle buone storie, può andare bene per alcuni, ma va detto che se tutto invece finisse in tragedia sarebbe ancora meglio... 
Che tipo sia Spider è intuibile e quindi la storia che esce dal suo immaginario e dalla sua bocca è perfettamente in linea con il personaggio: un crescendo per gente dura dai nervi saldi... 


E questo è tutto. 


 Carla

venerdì 28 giugno 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

GHIAIA IN MOVIMENTO

Una parola molto larga, Giusi Quarenghi Giovanni Colaneri 
Franco Cosimo Panini 2024 


POESIA 

"Fratelli e sorelle  petali e spine 
bacche di boschi conchiglie col mare 
raccolte di perle e sassolini 
quello che conta è che ci sono 
che gusto litigare 
le mani per sberle e pizzicotti 
carezze, solletico, dispetti e spintoni 
stare insieme nella tana non tremare 
sapere nostri i luoghi segreti." 


Famiglie che sono in partenza: madri, padri sorelle, fratelli, nonni, nonne zie e zii, cugini, persino i vicini. Famiglie che approdano diverse in chiusura, legate alle prime da un sottile filo di senso. Tra loro, ordinatamente disposti, i parenti sembrano esserci tutti, tutti in elenco. E noi. Noi che siamo noi. L'intelaiatura di questo libro si chiarifica cammin leggendo e, occhio, che nulla è casuale: dalle maiuscole ai doppi spazi. 
In questo largo contenitore, che dapprincipio mostra qualcosa di grande e composito e poi si focalizza su qualcosa di molto più singolare per poi riallargarsi alla fine per tirare le fila, si agitano sassolini in movimento continuo, parole che Giusi Quarenghi canticchia e ripete sottovoce, come fosse una lettura veloce di pagina di appunti, un elenco di suggestioni. 
E magicamente succede questo: ogni parola si lega all'altra grazie a un legame di senso e di suono che ciascuno può cogliere per sé - fanno così le buone storie. E tale sequenza, nonostante la sua curiosissima forma, ha la sicurezza di diventare narrazione, o meglio narrazioni. Ognuno, la propria. I nessi di Giusi Quarenghi non è affatto detto che siano quelli del lettore, ma evviva così. 
A lei di certo va il merito di aver saputo cogliere e restituire in estrema sintesi - fa così la poesia - una sorta di mappa interiore dell'anima che ci tiene tutti insieme. 
Il modo che ha escogitato, più ci penso, più mi pare geniale. Ha pulito ogni riga dalle impurità e ha lasciato in fila solo parole chiave, conferendo loro suono rime e ritmo: non sono casuali i doppi spazi che sono piccolissimi silenzi che dividono, per esempio, i fratelli e le sorelle dai petali e dalle spine. Nulla è lì per caso anche se fa di tutto per sembrarlo. Neanche la rima che non sembra mai cercata. E non è casuale questa capacità e volontà che dimostrano le parole che prima sono singole, saltellano da sole, e poi rallentano e diventano frasi, usano aggettivi rassicuranti, come a voler restituire il senso profondo dell'essere madri, dell'essere fratelli. 
E ancora, questo modo sembra elettivo per poter lanciare le parole, ma soprattutto i significati che gli diamo, in mille direzioni anche lontane. D'altronde se la parola è molto larga, non potrebbe che essere così. 


E allora succede che dei nonni le cose che passano, almeno che hanno bucato la mia di testa, sono l'essere quelli che ci sono, quelli che mancano (applauso sul doppio significato) e quelli che non si ricordano di chi sono, sono il loro essere infaticabili, un po' duri d'orecchio e in mezzo a tutto questo che suona come una descrizione - seppure sincopata - si insinua il lessico dei nonni : non gridare, cos'hai detto, non così, andiamo, facciamo, vi aspettavo, non mi ricordo... 
E degli zii, figure eterne o solo di passaggio, la piacevolezza quasi mitica da un lato, di solito con gli zii giovani o coetanei dei nostri genitori, e certa pudica ritrosia, di solito con quelli che hanno l'età di un nonno: con questi "pochi baci per favore veri finti" "spuntati da dove e come e quando". E i cugini che spesso con gli zii arrivano al seguito. Il loro arrivo e passaggio è "grandi fuochi d'artificio" "più che amici più che fratelli" e in ultimo come succede in ogni buon spettacolo pirotecnico c'è la strenta dove Quarenghi spara una quindicina di animali parenti, fino ai tarli, che sono "il colpo oscuro finale". dopo il quale c'è il silenzio. Almeno un po'. 


Volutamente zitta sono stata su padri e madri e sul finale, ovvio, e su quel sottile filo che lo lega al suo principio. 
Non so se sia andata davvero così - sono arrivata ai saluti di commiato quando Giusi Quarenghi in fiera da una poltroncina ne ha parlato - ma ho come la sensazione che a Colaneri abbiano tremato i polsi nel dover afferrare un punto di partenza da questa ghiaia in movimento.


Con i suoi pennarelli - anche lui è nel gruppo degli illustratori poco più che trentenni che nei pennarelli e in quel tipo di disegno hanno la loro cifra - ha, credo fatto la cosa giusta: si è divertito, ha raccolto e restituito cose che tornassero utili, ha possibilmente anche aggiunto qui e là, pescando dal proprio immaginario di famiglie e ha prodotto una serie di tavole a doppia pagina (chiedo scusa formalmente a tutti qui ma ho il libro e non un pdf, quindi lo scanner nelle mie mani inette ha fatto quel che ha potuto) che hanno una loro grazia complessiva. E tanto movimento, figurine, nuvole e colore. 

 Carla

mercoledì 26 giugno 2024

FAMMI UNA DOMANDA!


CHI E’ IL MISTERIOSO PROF. TATSU NAGATA?

Devo confessare che ci sono cascata subito, complici le schede editoriali dei fornitori, mi sono messa a cercare TATSU NAGATA, autore: niente. Poi sui motori di ricerca, TATSU NAGATA, autore: niente, o molto poco. 
Eppure eccolo lì, tondo quasi quanto il globo su cui pare rimbalzare, ritratto sul frontespizio. 
Il mistero dell’autore lo sveleremo tra pochissimo.


Per ora cominciamo a girare le pagine de La giraffa e de La farfalla usciti contemporaneamente per Nomos Edizioni. 


Scopriamo subito che il nostro professore è un simpaticone, forse anche un po' imbranato, che si inventa espedienti più o meno riusciti per avvicinare gli animali da studiare.

Ma poi, intelligentemente, scompare per lasciare tutto lo spazio all’osservazione: le caratteristiche degli animali osservati, cosa e come mangiano, la loro forma, i loro colori, come e quando dormono, come nascono, come si trasformano, di chi sono (eventualmente) preda, di chi (eventualmente) predatori. 


Le descrizioni sintetiche ed essenziali di massimo due righe lasciano lo spazio dell’intera doppia pagina ai disegni, spesso ironici, con gli sfondi di colori vivaci e piatti (quasi mai un’ombra) che lasciano in evidenza i soggetti e le azioni. 
Se necessario, la grafica ci inoltra nei dettagli.


I testi sono in stampato maiuscolo e, se pur brevissimi, mantengono precisione di linguaggio introducendo qua e là termini specifici che amplieranno felicemente il lessico dei giovanissimi lettori stimolando domande sui significati: ci si potrà soffermare sul termine ungulato (per le giraffe) o diurno/notturno (per le farfalle). 


Per la qualità di informazioni, per la precisione di linguaggio, per la chiarezza delle illustrazioni, possiamo certamente ascrivere La Biblioteca degli animali di Tatsu Nagata alla categoria degli albi illustrati di divulgazione scientifica di buona qualità. 
Ed ora avviciniamoci al mistero dell’autore. La prima cosa che dobbiamo riconoscere è che ama nascondersi dietro fantomatici amici che appaiono come i “veri” autori: il prof. Nagata, ma anche Martie-Louise Delpantano o Edmond il Coniglio (di questi ultimi due si dirà brevemente più avanti). 
Il suo nome spesso non lo troviamo nel colofon ma in quarta di copertina dove dichiara di conoscere questo o quell’altro personaggio che avrebbe scritto il libro che abbiamo tra le mani. 
 

Thierry Dedieu è dunque un giocherellone 68enne francese di cui in Italia sono stati pubblicati alcuni titoli: da L’Ippocampo (Il grande libro della paura, Il grande libro del solletico, Sotto cerca sopra trova, quelli oggi disponibili in catalogo ) e da Franco Cosimo Panini (La canzone degli insetti, Piccole poesie d’inverno, e gli originalissimi Diario di un’esplorazione attorno al mio stagno, appunti e scoperte di Marie-Louise Delpantano e Diario di un'esplorazione fuori dalla tana, appunti e scoperte di Edmond il Coniglio, quest’ultimo titolo premiato dalla giuria del Premio Andersen nel 2023 con la seguente la motivazione: "Per la capacità di intrecciare diversi linguaggi in un libro-laboratorio che assume la forma di ciò che racconta, che sorprende gli occhi e nutre la meraviglia, invitandoci a cercarla nei prati ad altezza di coniglio e di bambino. Per la ricchezza di spunti, per gli interrogativi senza risposta, per le pagine che si aprono sul mondo.". 
Ben detto. 
Già da bambino il nostro Autore era affascinato dalla vita e dai comportamenti degli animali, il suo sogno pare fosse diventare non un pompiere, né un pilota d’aereo ma, udite udite: Henri Fabre, noto entomologo del secolo scorso…sognando anche di indossare il suo cappello (!) 


Così il giovane Dedieu si iscriverà a biologia ma abbandonerà la carriera di scienziato per darsi alla pubblicità e poi all’illustrazione per bambini. Ma anche coltivando la fotografia e la pittura: nei due titoli pubblicati da Panini - Diario di un’osservazione fuori dalla tana e Diario di un’esplorazione attorno al mio stagno - illustrazione, fotografia e pittura concorrono a creare il racconto della natura. La passione per le scienze naturali dunque non ha mai abbandonato Thierry Dedieu. 
Ed eccoci arrivati alla nostra Biblioteca degli animali di Tatsu Nagata. 


In Francia, l’editore Seuil Jeunesse ha già pubblicato più di quaranta titoli de Les sciences naturelles de Tatsu Nagata. Per nostra fortuna, l’editore italiano pare intenzionato a seguirne l’esempio dandone alle stampe due per volta. I prossimi che aspettiamo in libreria a luglio sono: L’ape e La tartaruga. In inverno dovrebbero arrivare altri due titoli e, a seguire, due per stagione. Cominciate dunque a fare spazio sugli scaffali delle camerette! Ma, sempre rimanendo nella produzione francese di Dedieu, scopriamo che è davvero ricchissima sia per il numero di pubblicazioni che per la varietà degli ambiti che affronta e delle storie che ne divengono. 
Si veda, solo a titolo di esempio, la recensione su questo blog a due titoli editi da L’Ippocampo negli anni passati. 
Possiamo solo augurarci di vederne arrivare sempre di più, qui da noi. 

Patrizia

LA BIBIOTECA DEGLI ANIMALI DI TATSU NAGATA

"La giraffa", T. Dedieu, trad. F. G. La Rosa, Nomos Edizioni 2024

"La farfalla", T. Dedieu, trad. F. G. La Rosa, Nomos Edizioni 2024

lunedì 24 giugno 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

HEIDELBACH: UN FATTO PER I RAGAZZINI 

Marina, Nikolaus Heidelbach (trad. Valentina Vignoli) 
#Logosedizioni 2024 


ILLUSTRATI 

"L'abbiamo trovata in spiaggia mio fratello e io. 
L'abbiamo portata a casa. 
La mamma ha detto che poteva restare a vivere con noi. 
Le ho dato la mia camera e mi sono trasferito da mio fratello. 
L'abbiamo chiamata Marina." 

Marina è una ragazzina che per il momento non fa altro che annuire e scuotere il capo per dire sì o no. Non per questo resta esclusa dalle conversazioni casalinghe, anzi ascolta con attenzione e mangia di buon appetito, sopratutto il pesce. Piano piano comincia a parlare anche lei, poche parole isolate, ma fa rapidi progressi e quando un giorno, con il fratello minore, va al parco e un signore la prende in giro per il colore scuro della sua pelle lei gli addenta una coscia. Tocca scappare alla svelta. Marina fa il bagno con la porta chiusa, tutti i giorni. Un giorno ha cominciato a parlare come un fiume e non ha più smesso. Racconta cose magnifiche della sua vita nel mare: si chiama davvero Marina e suo padre è il re e sua madre la regina dei mari. Con le sue numerose sorelle viveva in castello magnifico con mille attrazioni. Ma poi un litigio con una delle sue sorelle principesse l'ha spinta a fuggire. Il fratello più grande alza gli occhi al cielo, la provoca e non le crede e, quando lei racconta quella che lui crede essere l'ennesima panzana, la offende dicendole che lei in mare non ci è mai stata... 

I libri di Heidelbach non sono mai facili (per i grandi, almeno). E neanche questo fa eccezione. Come sempre accade con le sue storie, la stratificazione di significati si presenta sempre molto impegnativa, a patto che la si voglia vedere e si desideri andare a vedere cosa c'è al di là di quel diffuso senso di inquietudine che gli adulti colgono e che caratterizza il poco testo e le immagini. Spesso, purtroppo, molti di loro, colti da questa vaga sensazione di disagio, si fanno spaventare e mettono giù il libro, dicendosi: naaa, non fa per me... figuriamoci per mio figlio... 
Questo è per dire che il sogno che Heidelbach in Italia sia un autore per tutti resta un sogno: una chimera. E chimera resta il fatto che capiti nelle mani giuste, quelle dei ragazzini. 

© Nikolaus Heidelbach

Tuttavia potrebbe capitare che qui passi qualche adulto più coraggioso e più illuminato. Qualcuno che i rari libri di Heidelbach che valicano le Alpi li aspetta fremente. 
E allora a quel qualcuno si può parlare di Marina
Andiamo a vedere la superficie e la profondità di questa storia. 
In superficie c'è una storia con un 'gancio' più facile, e molto evidente: la bambina emigrata da accogliere. Sempre in superficie ci sono tutti gli elementi consueti delle molte altre storie analoghe: è sola, ha difficoltà a comunicare, ha tratti somatici inconfondibili, su di lei lo stigma di essere diversa. Poi, di fronte alla domanda regina, che è spesso dietro a storie così : è arrivata qui, cosa ci facciamo, adesso (L'isola di Armin Greder docet)? Heidelbach si tuffa e va giù giù. 
Lui, che è lontano mille miglia da ogni retorica, sceglie di raccontare qualcosa di diverso, qualcosa che conosce molto bene: la mette letteralmente nelle mani di due ragazzini, fratelli, che la maneggiano fin dal principio ed è così che noi la conosciamo. Attraverso la loro relazione reciproca tutto assume spessore e senso. Con tutto quello che ne consegue. 
Si contano sulle dita di una mano quegli autori che se ne impipano della spiegazione, dell'insegnamento, della morale, in nome di una lealtà nei confronti dell'infanzia: Heidelbach dimostra ancora una volta di saper raccontare la potenza dell'infanzia con una onestà sconcertante. Sconcertante per i grandi, ovviamente. 
Ecco, questa è la sanissima inquietudine che attraversa le sue storie. 
Così Marina diventa un fatto di ragazzini. E come tale va letto. 
I due bambini, come spesso fanno i bambini, vanno dritti al punto e non si curano più di tanto delle farraginosità in cui potrebbero incappare: la trovano e la portano a casa. La mamma dice che può restare. Arriva una poliziotta e la madre gli inventa qualche scusa e quella se ne va. 

© Nikolaus Heidelbach

E anche in questo Heidelbach si allinea a quel modo di leggere il mondo ed evita tutto quello che potrebbe solo appesantire il percorso verso il nocciolo della questione. 
Il più piccolo, il più bambino dei due, le fa spazio e soprattutto le crede (anche la madre dà a vedere di farlo, ma è tutt'altra cosa). 
Il fratello più grande, che purtroppo ha perso quella capacità di viaggiare sul crinale tra la realtà e l'immaginazione, tra il vero e il possibile, è l'ostacolo, il granello che inceppa il meccanismo... 
E Marina? Heidelbach come le dà vita? Con la stessa sensibilità profonda con cui ci ha raccontato i due fratelli tra loro e i due fratelli con lei. Non c'è una sola parola, o un solo gesto dei due fratelli, che un bambino vero non pronuncerebbe o non farebbe e quindi non riconoscerebbe come suo. L'ho detto fino allo sfinimento: Heidelbach è uno dei migliori narratori di infanzia (e di umanità tutta) che mi sia capitato di incrociare. E anche qui accade lo stesso.
 
© Nikolaus Heidelbach

Il bambino piccolo è tutto fede, il fratello maggiore è tutto disincanto. La madre è tutta cura. Il passante al parco è a suo modo un'icona, di una fetta di popolazione... 
E Marina, dunque? Qui Heidelbach va ancora più in profondità: ne dà un'immagine che tiene conto di un sacco di cose non dette. Cosa l'abbia spiaggiata il giorno in cui i due fratelli la incontrano, possiamo intuirlo - Heidelbach non lo dice di certo ma disegna una copertina e un frontespizio piuttosto eloquenti - di sicuro lei sta scappando da una realtà traumatica e sta cercando di costruirsi una nuova realtà, una nuova identità. E le uniche cose che ha per le mani sono le cose che la circondano. 

© Nikolaus Heidelbach

Forse il poster con la sirena che è sul suo letto rappresenta per lei un punto di partenza... Si tratta dell'unica via di scampo che è in grado di darsi per andare avanti. Ragion per cui i suoi racconti sembrano inverosimili, in quel loro essere specchio "sottomarino" del mondo terrestre che lei ora ha davanti: il regalo per il compleanno, i saldi nel centro commerciale Sirena, le litigate fra fratelli, i parchi, le piscine e gli ottovolanti compresi. Sembrano inverosimili, illogici e impossibili, nelle sue parole, ma sono invece quanto di più autentico e possibile ci possa essere. Rappresentano il desiderio di una ragazzina di inventarsi una verità alternativa, per rimuovere la verità fatta di dolore da cui è appena fuggita. 
Il finale: il finale è ancora più heidelbachiano di tutto il resto. Pieno di mistero, di cose non dette perché i lettori ci possano entrare per farci i conti. Un unico indizio lo dà nelle risposte dei due fratelli, fino all'ultimo quei due son diversi. 

Carla

venerdì 21 giugno 2024

ECCEZION FATTA!

UN SEMINO NELLA SCARPA 

Papiro, Sante Bandirali 
Marcos y Marcos 2024 


Sta qui dentro, in Lettura candita per tre soli punti di tangenza. 
Il primo punto di tangenza dipende dal fatto che racconta la storia di un piccolo, davvero piccolo e dei suoi primi anni di crescita in famiglia. 
Il secondo punto di tangenza sono i molti libri di cui si parla, in modo velato o anche in maniera esplicita che riempiono gli scaffali della casa e ai quali il bimbetto non si mostra indifferente. 
La terza tangenza sta nella testa dello scrittore, che è la stessa testa dell'editore Uovonero, i cui libri spesso qui fanno la loro comparsa. 
Tre tangenze e chiudiamo il cerchio. 
Non lo definirei un libro per bambini o ragazzi anche se non ne vieterei loro la lettura, perché comunque la storia guarda con un certo disincanto e una buona dose di ironia il complicato rapporto tra genitori e figli. 
La storia è presto detta: due improbabili personaggi, Sofia Savi e Brando Cerberoni, sono marito e moglie ed entrambi sono sapientissimi studiosi (di ogni cosa). Tutto questo sapere, frutto di anni e anni di studi matti e disperatissimi, potrebbe perdersi con la loro fine terrena, quindi decidono di mettere al mondo un figlio. Pianificato tutto fin nei minimi dettagli, il bambino arriva: è Papiro. Perfetto come loro, amatissimo e sorridente con una unica ombra, diciamo piuttosto una peculiarità, che con il passare dei mesi incrina le loro sicurezze... 
Da questo punto in poi, parte una grande sarabanda di riflessioni e pensamenti, ricerche e ragionamenti, nonché un buon numero di batoste che spaziano dall'ambito della medicina convenzionale a quello della filosofia, dalla logopedia (sto rivelando troppo?) alla paleografia, fino alla chiromanzia... per far sì che Papiro ottenga agli occhi del mondo un posto luminoso e preminente. 
Peccato che in tutto questo turbinio si stia perdendo di vista cosa Papiro sia prima di ogni altra cosa: un bambino. 
Cuore di mamma e cuore di papà, lascia fare a noi che siamo grandi, tu sei nostro figlio e quindi dovrai essere il migliore! 
Papiro, almeno al principio, è un racconto che cresce piano, tra un'ironia e l'altra: nella nomenclatura (dove ci sono una serie di apici interessanti), nel contesto, nelle singole situazioni descritte - una su tutte l'atto di procreazione che dura tre secondi esatti, ma garantisce una perfetta riuscita del progetto, magari a scapito della soddisfazione personale e del ricordo... 
Brando e Sofia sono due intellettuali 'spinti' e Bandirali nel raccontarli si prende gioco di loro, del loro habitat e della loro inaffondabile sicumera. Ma Brando e Sofia sono al contempo anche due genitori e Bandirali anche su questo aspetto non perdona. Li guarda perplesso, li ridicolizza, li rende goffi, sorride della loro mancanza assoluta di senso delle cose. Ironico spesso e volentieri, al limite del sarcasmo, li compiange e nello stesso tempo li guarda con l'affetto del creatore, ma così facendo si toglie dalla scarpa un bel semino... e sotto sotto si mette lì a ragionare - per contrasto - su cosa significhi essere buoni e onesti genitori e bambini nuovi alla vita. 
Accanto a questo che rappresenta il nocciolo della storia, Bandirali mette intorno molta altra polpa che colpisce per originalità di visione. Sto pensando alla breve ma esilarante divagazione sul frammento autografo del Vangelo di Marco che per chi ha fatto, come la sottoscritta, ben due annualità di Paleografia e diplomatica con il mai dimenticato e compiantissimo professor Petrucci, assume un valore ancora più emblematico ed esilarante. 
E ancora. Ci devono colpire, a poche pagine dalla fine, le soluzioni che mette in campo e una su tutte, il repentino cambio di registro, di prospettiva, di narratore in un inaspettato quanto felicissimo meta racconto che è un piccolo gioiello per uscire indenne da una storia che poteva diventare una strada senza uscita. 
Va da sé che il finale, di cui non posso dire nulla, mi apre il cuore perché è affidato a un abbecedario che contiene Van Gogh, Leonardo, Caravaggio & co. 

Carla