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mercoledì 6 giugno 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


UN ALBO DI FORMAZIONE

Un po' più lontano, Anaïs Vaugelade (trad. Tanguy Babled)
Babalibri 2018



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Il giorno dopo Lorenzo andò dritto al fiume. Sotto gli alberi era fresco e ombreggiato. La sua casa non si vedeva più. Allora Lorenzo decise: attraversò il fiume e partì. Voleva fare un viaggio."

Ogni giorno che passa, Lorenzo, un coniglio grigio dalle lunghe orecchie, si spinge un po' più in là. Prima lo steccato, poi il castagno. E ogni volta che la sera torna a casa, racconta alla sua mamma fin dove si è spinto. Lei sospira, mo ogni volta è la prima a suggerirgli di spingersi ancora oltre. Oggi è la volta del fiume. Sulle sue rive Lorenzo prende la decisione di proseguire il suo cammino, per fare un viaggio. Stasera non si torna a casa. Al calare del buio, arriva un po' di paura e di incertezza. Ma si va avanti. Quando la strada sotto le zampe è tanta arriva un po' di fatica. Ma si va avanti. Quando si profila il tramonto arriva un po' di solitudine. Ma si va avanti. 


Con il nuovo giorno arriva l'idea di fare una bella festa con tante lanterne e tanti amici. E mamma. Rivederla è bello, anche se un po' di struggimento chiude la gola. A festa finita, Lorenzo è di nuovo solo: ma all'orizzonte qualcuno sta dicendo, buonasera...

Il coniglio Lorenzo è lì che cresce. Le grandi orecchie e le grandi zampe che Anaïs Vaugelade gli disegna, invece di farlo sembrare più grande di quello che è, sono lì a dimostrare il suo essere acerbo e tenero. Un'allusione magari inconsapevole a tutte quelle crescite imprevedibili che hanno i cuccioli.
Chi non ha sorriso con tenerezza almeno una volta nella vita nel vedere le lunghe gambe da zanzarone di ragazzine undicenni, o i piedoni da plantigrado dei loro coetanei maschi?
E anche quella è gente che è lì che cresce.
Ancora una volta, dunque, le questioni che Vaugelade mette in scena tra animali, in questa occasione conigli, hanno carattere e valore ben più universali, radici antiche quanto il mondo e l'umanità.


Un vademecum di conclamato stampo nordeuropeo (infatti tutte le mamme italiane sono lì che si arrovellano nel voler vedere il dolore vero in mamma coniglio all'idea di lasciarlo andare) datato a più di vent'anni fa, per insegnare a mamme e figli come si fa a separarsi, senza per questo macerarsi nel dolore. Suggerisce idee, il vademecum, su come tagliare insieme alla corda, anche il cordone (quello ombelicale). E su quando lo si fa. E su perché lo si fa. 
Il dubbio che sorge è il seguente: a che serve raccontarlo a dei bambinetti di pochi anni? Piccoli e piccole che non si sognano neanche di attraversare fiumi e men che meno di non tornare a casa la sera.
Eppure, una storia così serve eccome. Anche con quel suo finale così ambiguamente amoroso.
La consapevolezza di sé, la sicurezza e quindi l'autonomia mettono radici fin da tempi non sospetti. A tre mesi un bambino sa già di essere qualcosa di diverso da sua madre e a tre anni ha già ben chiaro il proprio io. E spesso e volentieri lo impone con forza per misurare i propri confini e quelli del mondo che lo circonda. Bene fanno quei genitori che in quel momento ne prendono atto con serenità e soprattutto fermezza. Un po' come fa mamma coniglio per tutto il libro. 


Avere una mamma salda non può che essere un modello. È una bella mamma che offre sempre maggiore libertà di scelta al proprio piccolino. Sa esserci quando è il momento per lui di tornare e non esserci quando per lui è il momento di andare. Ha saputo dargli insegnamenti e strumenti atti a sapersela cavare in autonomia: quel bastoncino per lavarsi i denti parla chiaro. Sa di dover mantenere la giusta distanza anche quando sarebbe così facile riportarselo a casa...e invece agisce, nel rispetto, per valorizzare e consolidare le scelte fatte da Lorenzo in autonomia. Andarsene giù da quella collina e voltargli le spalle avvolte nello scialle, è l'unica cosa giusta da fare...
Anaïs Vaugelade, felicissima anche qui come in molti suoi altri bei libri, declina bene il linguaggio dell'albo e lo modula in modo trasversale parlando contemporaneamente a piccoli e grandi, dicendo loro cose diverse ma che hanno senso nell'essere insieme sulla stessa pagina.


Su un testo così forte, le immagini non potevano essere meglio concepite: potenti e sempre un po' sopra le righe. Colori fauve da Espressionismo tedesco per dare alla Natura la vitalità e la forza richieste e necessarie. Notti buissime, tramonti e albe mozzafiato con la linea dell'orizzonte sempre lì a portata di mano che separa le campiture di colore: gialli, verdi, rosa, rossi potenti in una alternanza ritmica di dentro-fuori scuro-chiaro che stanno a dimostrare una sequenza di emozioni con cui il piccolo Lorenzo sta facendo i conti. Quasi nessuna connotazione, ma solo infinite colline erbose. Da attraversare.



Carla

Noterella al margine. Quasi un fastidio fisico allo sguardo per cui non mi do pace: perché su tanta bellezza, quelle 'pezze a colori' su cui appoggia il testo? Accettabile solo quella della copertina. Sono giorni che vado cercando una risposta che mi pacifichi l'anima. Se qualcuno la sa, me la comunichi. E' urgente.

lunedì 13 novembre 2017

LA BORSETTA A SIRENA (libri per incantare)


EDUCARE ALLA COMPLESSITÀ 

Tutti insieme, Élisa Géhin
Il Castoro 2017


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)


"Albero Foresta
Goccia Nuvola Cielo
Zanzara Nube Esercito
Macchia Mucca
Persona Famiglia Folla"

Tutti insieme funziona così: una figura grande e solitaria, sulla pagina di sinistra, sulla pagina di destra - la pagina dove, nei libri, succede sempre qualcosa - la figura si mischia a qualcos'altro. 

 
La goccia si perde tra le sue colleghe a formare una nuvola e, girando l'aletta, la nuvola si perde tra le sue colleghe a formare un cielo. 


Il meccanismo potrebbe ripetersi con la regolarità di un pendolo e allora avremmo un libro noioso e un po' prevedibile, magari istruttivo, ma piuttosto lontano dal piacere di stupirsi a ogni nuova pagina.
Siccome il libro è di Élisa Géhin, il rischio non si corre.
Sono sostanzialmente tre le possibilità di 'scarto' che l'autrice si lascia aperte.
La prima è l'alternanza delle alette: alcune pagine la prevedono, altre no. Senza una cadenza precisa e prevedibile.
La seconda possibilità di variare sta proprio nella relazione tra i tre (o due) soggetti che compongono la sequenza. Con alcuni divertenti soluzioni che anche dal punto di vista sonoro hanno una loro armonia: macchia e mucca che in francese suona ancora meglio: tache e vache.
La terza ha a che fare con le definizioni stesse. Quasi impercettibile per i cervelli adulti abituati a metafore, allusioni, sineddochi e metonimie, gli accostamenti tra disegno e parola per i più piccoli si rivelano ugualmente spiazzanti, ma nello stesso tempo utili a imparare la complessità della realtà. Per intenderci l'ora è figurata con un orologio; un animale con un elefante; un ortaggio con una carota.


Torniamo alle sequenze: goccia, nuvola, cielo anche se non è la più scontata è pur sempre un'associazione nell'orbita del prevedibile. Lo stesso potrebbe dirsi per persona, famiglia, folla. 


Che cosa succede invece nella sequenza con la zanzara e la nube e l'esercito? Il legame non è più così scontato, anzi non lo è per nulla.
Le connessioni, che tanto hanno in comune con il termine sinapsi, sono materia di tutti i giorni per il nostro cervello. Tanto più è in formazione, il cervello, tanto più necessarie gli sono le connessioni. E tanto più le connessioni, i nessi, sono imprevedibili, tanto più lo si educa alla complessità.


E tanto più è in grado di affrontare la stratificazione di nessi anche lontani, tanto più sarà capace di elaborare soluzioni intelligenti. Soluzioni che sanno guardare anche un po' più in là.
Maestro insuperato di questo modo di concepire il libro, come un imagier potenziato, è Blexbolex. Nessuno come lui è stato in grado di assegnargli, al libro, il compito di essere nel contempo gioco e strumento di ragionamento e apprendimento.
Penso a Immaginario e a Stagioni (Orecchio acerbo, 2008; 2010; 2016) che sono capolavori nel loro genere.
Mi pare probabile che Élisa Géhin abbia conosciuto e declinato a suo modo quella stessa concezione. Semplificandone e assottigliando le stratificate connessioni che Blexbolex suggerisce ai suoi lettori, ma riprendendone per molti versi il canone.
Come costruttrice di imagier anche lei ha sempre ben presente le singole parti e il tutto, come testimonia la pagina finale e il titolo stesso.
Ogni singolo elemento, dalla goccia alla macchia, nelle sue moltiplicazioni e connessioni va comunque sempre a ricomporsi in una visione generale del mondo. E anche un po' più in là.


Carla 



venerdì 18 dicembre 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

E ALLORA, NON RESTA CHE ANDARE

Avanti tutta! Guia Risari, Daniela Iride Murgia
Edizioni Corsare 2020



ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"Questa storia comincia in una giornata un po' inutile, in cui non sta accadendo niente di speciale e nessuno ha ancora sorriso. In giardino, contro l'albero, trovo due pali lunghissimi, così lunghi che non se ne vede la fine.

Ci penso un po' su e mi arrampico." 
 
Non sono due pali qualsiasi: hanno dei legnetti messi di traverso. Sono due trampoli. 
 
Ecco, metti due trampoli davanti a un bambino e lui cercherà di salirci. E tanto più in alto salirà, tanto più penserà di aver fatto la cosa giusta, ovvero vedere lontano, vedere dall'alto, vedere quello che fino a un minuto prima aveva solo potuto immaginare. La seconda cosa che farà quel bambino sarà di non essere solo in questa magnifica esperienza. Così, uno dopo l'altro, secondo un rigoroso ordine di affetto, farà salire con lui il suo cane, papà e mamma, gli amici, anche i più ingombranti, e poi un po' di persone che lui reputerà bisognose di quella visuale: un marinaio che cerca il mare, una ragazzina cieca e un pittore. Tutti, ma proprio tutti, saranno felicissimi di essersi arrampicati, anche papà e mamma che erano i più riottosi. E allora non resta altro che andare! 
 
Una trama scritta tutta al futuro, non credo sia un caso. Alzarsi e prendere la giusta distanza da questa pastoia, guardare altrove, guardare lontano e andare verso un futuro, che sia nuovo necessariamente, pieno di aria diversa, mai respirata finora. E magari fare tutto questo con una squadra ben scelta di compagni di avventura.
 

Se si tasta il polso dell'editoria, pare che il battito sia accelerato perché ha intensificato il passo, sta corricchiando più pimpante di prima. Se si tasta il polso di quella dedicata ai più piccoli la situazione è anche migliore. Non sono io quella che può fare analisi di mercato o sociologiche, ma più semplicemente posso immaginare che le circostanze in cui siamo tutti impastoiati abbiano suggerito a chi finora non aveva cercato nei libri una mappa per andare avanti, di provare un nuovo modo per farlo. Le librerie hanno lavorato sodo perché questo accadesse, il governo ha fatto molto per sostenere la circolazione dei libri, nelle case con porte e finestre chiuse o socchiuse le vie di fuga sono state delegate alle storie scritte. Questo immagino e non vorrei che qualcuno mi convincesse del contrario. E se così stanno le cose, è conseguenza quasi inevitabile che un certo numero di persone abbia capito che nei libri, nei buoni libri, quelli che contengono le buone storie, ci sono i trampoli necessari, per alzarsi e andare avanti. I buoni libri, e di questo nessuno mi farà recedere, sono strumenti utili per orientarsi, e quindi per imparare a camminare, anche stando fermi. Ci hanno detto di stare fermi e così il libro, in molti casi, si è reso necessario per continuare ad andare. In questa ottica Avanti tutta! ha un doppio merito: quello di essere una buona storia con solidi trampoli già incorporati e di indicare, sotto metafora, un'aria nuova da cercare. Un trampolino per fare un salto verso domani. Un domani pieno di cose nuove. Non so dire se sia una mia deformazione di interpretazione, ma mi pare che - con consapevolezze diverse forse - gli autori e gli editori stiano cercando di mettere nelle condizioni i bambini di progettare il domani, e quindi a tendere verso qualcosa di meglio di oggi. Non un generico Andrà tutto bene, ma un più consapevole : dont'hope, cope! (Ungerer rules.)
Non so se un bambino o una bambina coglieranno questa questione fino in fondo, ma mi auguro che la colgano gli adulti che sono quelli che, fino a prova contraria, i libri li scelgono e li comprano per i più piccoli senza portafoglio.
I bambini e le bambine percepiranno invece, molto di più di quanto potrà capitare agli adulti, la bellezza della scoperta, dell'avventura, ovvero dell'ignoto da esplorare che questa storia porta con sé. Troveranno affinità con il protagonista che fa salire un equipaggio di tutto rispetto: i motivi delle scelte sono di una logica inoppugnabile, come di norma è quella dell'infanzia. 
Proveranno il piacere di essere finalmente in alto, godranno di insolite prospettive visive, a loro negate finora.
Spalancheranno gli occhi di fronte a una esperienza che tutti vorrebbero vivere e li terranno spalancati guardando l'immaginario che propone loro Daniela Iride Murgia, sempre così diversa dagli altri, così bella, così colta, così ironica (i trampoli di un illustratore sono le sue matite...). Nel colore, nella forma, nell'iconografia. In ogni più piccolo dettaglio, nelle citazioni, nella meccaniche. Così necessaria per educare lo sguardo alla bellezza. Così esatta nei riferimenti. Davvero è capace di costruire una mappa visiva che sembra uscita dalle tasche di una biblioteca di un esploratore di un tempo passato, cosa che la rende sempre interessante. Piena di dettagli e dialoghi silenziosi tra le figure, uno per tutti il vestito della bambina cieca... con il pittore. 
 

Un panorama che è contemporaneamente esotico, e quotidiano che sa attingere da molti repertori diversi: palme da dattero e soldatini di piombo in divisa danese...ah, la Murgia.
 
 
Lunga vita ai libri che progettano un futuro migliore, Avanti tutta! tra i migliori.

Carla



venerdì 1 maggio 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN UOMO INFELICE

Quanta terra serve a un uomo? Annelise Heurtier, Raphaël Urwiller da una novella di Lev Tolstoj (trad. Paolo Cesari)
Orecchio acerbo 2015


ILLUSTRATI PER MEDI (dagli 8 anni)

"Ogni mattina, nelle ore bianche e ghiacciate, Pachòm si infila i suoi larghi stivali e se ne va a lavorare.
Non è ricco, ma alla sua famiglia non manca nulla. Il fuoco crepita spesso nel camino e, all'ora di pranzo, il profumo della zuppa si spande per l'isba.
Tuttavia, nel suo piccolo campo spazzato dai venti, Pachòm ci sta stretto."

Il suo sospiro è sempre lo stesso: ah, se solo avessi più terra, sarei davvero un uomo felice.


Così facendo Pachòm, con tutti i suoi risparmi compra altra terra dal vicino. Ma ancora è ben lontano dalla soddisfazione. Il giorno che dà ospitalità a uno straniero scopre che nella regione del Volga la terra è più fertile. Vende ogni cosa e parte con la sua famiglia con il sogno di arrivare a possedere ancora più terra. 


In poco tempo Pachòm ha triplicato gli ettari da coltivare, ma ha ancora il cruccio di lavorare una terra che non è sua. In questo senso è risolutiva l'informazione che riceve da un altro mercante di passaggio: la terra dei baškiri è terra ottima e loro la cedono per un tozzo di pane. Ancora una volta Pachòm si mette in marcia. Dopo sette giorni, arrivato alla tenda del capo, fa la sua richiesta e il signore di questa allegra tribù nomade gli propone un affare: "tutta la terra che riuscirai a circoscrivere in una giornata di camino sarà tua solo per mille rubli. Ma a una condizione: al tramontar del sole dovrai essere di nuovo al punto di partenza, altrimenti perderai tutto."


Perde il sonno al pensiero che per soli mille rubli egli è a un passo da tutta la terra che vuole. Ma il passo sarà ben più d'uno. All'alba Pachòm guarda davanti a sé lo sconfinato territorio e con un pane e una borraccia d'acqua comincia a camminare. Fa un gran caldo, ma il contadino non vuole cedere e fermarsi. Continua a camminare per segnare il perimetro più ampio possibile, ma le gambe cedono sotto il caldo, l'acqua è finita ma lui non molla. Inciampa, cade, si rialza eppure va ancora avanti. Solo al tramonto riesce a intravedere da lontano le tende baškire...ma i suoi occhi sono annebbiati come davanti a un miraggio.
In ginocchio, stremato, raggiunge il capo baškiro e solo lì si ferma. Le ultime parole che le sue orecchie odono sono 'Bravo! Ora sei proprietario di un'immensa tenuta...'

Mi sembra il racconto adatto per santificare la festa dei lavoratori.
Pachòm l'incontentabile contadino russo, non si preoccupava della fatica. A lui premeva possedere il più possibile. Ne parlo al passato, perché Pachòm è appena morto di cupidigia. Malattia questa, piuttosto diffusa, quanto meno nella Russia dell'Ottocento, se pensiamo alla fiaba del Pescatore e del pesciolino che Puskin scrisse solo una cinquantina di anni prima.
Scritto nel 1885, il racconto di Tolstoj, che ha per titolo una domanda, trova la sua risposta alla fine del racconto quando si capisce che l'unica terra di cui un uomo necessita è quella poca che si scava per dargli sepoltura.
Amaro, emblematico, simbolico, questo racconto contiene in sé un po' tutte le declinazioni tolstojane, ovvero è un po' pedagogico, un po' 'politico', un po' filosofico.
Joyce lo ha definito il più bel racconto mai scritto.
E sulla bellezza soffermiamoci.
Bella infatti è la riduzione che ne fa Annelise Heurtier alla quale va il merito di aver saputo 'asciugare' il lungo e dettagliato racconto di Tolstoj senza tradirne mai il ritmo, importantissimo in questo racconto in crescendo, e il senso.
Bella altrettanto è la traduzione di Paolo Cesari che ha saputo rendere in un linguaggio quasi sincopato, da racconto orale, una vicenda che ha i toni della fiaba classica.


Bella ancora è la traduzione in immagini di Urwiller che nelle tavole con gambe sempre in movimento, nel formato orizzontale allungato sottolinea il continuo camminare di Pachòm. Nei rari momenti di pausa del contadino russo, momenti durante i quali il suo pensiero si concentra sulla bramosia di possesso, Urwiller si ferma anche lui ed elenca. In altre parole ne 'espone' quantitativamente l'entità. E allora sulla copertina ci sono tre buoi, tre fattori, un cavallo, un maiale, dodici anatrini e quattro fagiani, quattro pollastre. Per non parlare del sogno nella iurta...


Il rosso, il giallo, l'arancio e quel blu mai visto prima, sono il frutto della continua ricerca cromatica di questo artista e danno corpo al grande calore soffocante che centuplica le fatiche di Pachòm. Il fresco notturno è reso dal blu profondissimo che immagino sia quello dei cieli sconfinati di Russia.
Per il resto è l'Urwiller che conosciamo, il raffinatissimo e immaginifico serigrafo di sempre.

Carla

lunedì 3 novembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UIUIUI 

La strega Paturnia, Hanna Kraan, Anne Marie Haeringen (trad. Paola Romagnoli) 
Lupoguido 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Arrivò una raffica di vento così violenta che il riccio non riuscì a tenersi in piedi. Venne scaraventato a terra e rotolò fin quando un cespuglio fermò la sua corsa. Stordito, si guardò intorno e poco più in là vide la lepre e il gufo che si tenevano forti a un albero e guardavano in aria con occhi sbarrati. Guardò in su anche lui, ma non c'era più niente. 
E la strega Paturnia dov'era finita? 
Il riccio fece spallucce. 'Sarà di sicuro andata a casa a mangiare.' Si rimise in piedi a fatica.
'Avete visto che capitombolo ho fatto.' 
'La strega è stata spazzata via', esclamò la lepre turbata. 
'Io sono stato scaraventato a terra di botto' disse il riccio.
'Dove sarà finita? si preoccupò anche il gufo."

Il fatto è che quel giorno nel bosco e dintorni soffia un vento pazzesco. Una vera bufera e gli animali per restare in piedi facevano una fatica bestiale (!). In particolare ci sono la lepre, il riccio e il gufo che, piegati a 45 gradi, stanno cercando di raggiungere una collinetta, al riparo della quale potranno tirare il fiato. Negli ululati del vento però si sente il tipico urlo di battaglia della strega Paturnia: Uiuiui. 


A lei tutto questo vento non fa che creare gioia ed eccitazione: gli sfreccia a un pelo di distanza e nella sua mente dispettosa pensa di trasformare quei tre in mosche per farli volare davvero. I tre terrorizzati, come di solito, tentano di sottrarsi all'incantesimo, ma solo a uno di loro viene in mente di alzare un pugno verso di lei e inveire così: Che il vento ti porti via il più lontano possibile! E' il riccio! Ha schivato l'anatema e anche la strega, ma viene scaraventato nel cespuglio dall'ennesima raffica irresistibile. 


Ma se questo colpo di vento ha steso il riccio, ha fatto anche sparire la strega. 
Ora resta da capire se siano state le male parole del riccio, urlate contro di lei o se davvero sia stato il vento a farla sparire. 
Sta di fatto che mentre il riccio elemosina la compassione dei suoi due amici, questi lo ignorano perché entrambi preoccupati per le sorti della strega. E così va avanti per tutto il resto del tempo: a strega ritrovata, a strega rimessa in piedi, a strega aiutata tornare a casa, a strega finalmente tranquilla tra loro davanti a una cioccolata calda... 
Fidarsi di una che si chiama Paturnia? 

Ottava, in ordine di apparizione, delle diciotto piccole storie che ruotano intorno a un bosco dove vivono una strega bizzosa e quindi di umore mutevole nei confronti di una piccola comunità di animali, di cui alcuni - un riccio, una lepre e un gufo - davvero amici inseparabili, anche se diversissimi per indole. Infuria la bufera!, così si intitola, è forse l'episodio che meglio racconta i caratteri dei protagonisti e le loro relazioni interpersonali, che poi costituiscono il sale di questo gustosissimo quanto minuto libro di 150 pagine. 
Per essere chiara il più possibile metto di seguito i suoi pregi. 
La strega Paturnia è contemporaneamente una storia lunga e tante storie brevi. 
Ciascun episodio è autoportante, ma nello stesso tempo è anche un tassello per creare una visione d'insieme. Siamo di fronte a un'operazione editoriale che, a posteriori, ha rimesso assieme tanti piccoli raccontini che negli anni Settanta in Olanda uscirono a puntate su una rivista che si occupava di agricoltura. Quando la collaborazione si concluse, nel 1978, Hanna Kraan non se li dimenticò e ci rimise mano cosicché nel 1990 i racconti scritti fino a quel momento vennero ripubblicati in un unico libro. Ma lei non smise di scrivere le loro storie fino al 2005. 
I bambini olandesi non ne potevano fare a meno! 
L'edizione completa compare in Olanda per Lemniscaat nel 2023, quando lei è già morta da una dozzina d'anni. E questa, pubblicata in Italia da Lupoguido, costituisce solo una parte di quel librone unico. Il che ci fa sperare che da qui all'eternità escano anche in Italia altri titoli dedicati alle paturnie di Paturnia. 
Il secondo pregio, che un po' dipende dal primo, sta nel piacere di leggerlo. 
Un morsetto al giorno, o una scorpacciata in una domenica piena di tempo libero. Di sicuro, in entrambi i casi, va letto ad alta voce perché ha un passo bellissimo, merito del quale sarà la lingua originale, ma anche la sua traduzione. 
Un ritmo battente si coglie nei dialoghi che sono frequenti, serrati e pieni di arguzie e ironia. 
Il terzo pregio, che un po' dipende dal secondo, sta nella caratterizzazione dei personaggi che si profila sostanzialmente solo attraverso il loro reciproco parlarsi e nel loro porsi di fronte alle situazioni che accadono. 


Lentamente capiamo chi sia Paturnia, quanto bizzosa si riveli, ma anche capace di grandi slanci e di alcune défaillances, chi sia il riccio, sempre un po' sopra le righe, e chi ancora siano la lepre e il gufo, tra loro molto solidali e concordi nella loro lettura dei fatti. 
Il quarto pregio, che un po' dipende dal terzo, è il continuo tira e molla di situazioni e atteggiamenti. 
Mi spiego: in questi racconti il lettore non può mai essere sicuro di nulla. Non si può affermare con certezza che il cattivo sia cattivo fino in fondo e per sempre o che il buono lo sia coerentemente per tutta l'esistenza. 
L'imprevedibilità, lo scarto improvviso abitano in quel bosco! 


Il quinto pregio, che un po' dipende dal quarto, sta nella cura di tenersi lontano da ogni stereotipo e da ogni moralismo, giocando tutto il tempo, un po' come ha fatto la Van Haeringen, con le sfumature e il mescolio. 
Bel libro! 

Carla

lunedì 13 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NOMEN OMEN: LA SOLITUDINE DEI NUMERI ULTIMI 

Adelmo che voleva essere Settimo, Daniele Mencarelli 
Mondadori 2025 


NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni) 

"Adelmo vorrebbe correre coi fratelli, ma il fiatone gli spezza il respiro, ha le gambe troppo corte per andare allo stesso passo degli altri, è uno scricciolo di bambino, perso dentro pantaloni tanto più grandi della sua taglia. Quei pantaloni hanno camminato assieme alle gambe di tutti e sette i fratelli, da Primo a lui. Consumati e rattoppati, allungati e poi riaccorciati, ne avrebbero di corse e di avventure da raccontare! 
Col mento che trema per il pianto trattenuto a fatica, con passo da soldatino arrabbiato, Adelmo rientra in casa. 
'Sempre la stessa storia'." 

La storia è questa: Settimo figlio di Evelina ed Ernesto, il piccolo Adelmo viene sempre lasciato indietro dai suoi fratelli: Primo, Secondo, Terzo, Quarto, Quinto e Sesto. Ogni due anni un figlio e solo all'ultimo Evelina decide di dare un nome che è un nome più che un numero al neonato. Forse è questo che lo rende diverso agli occhi dei suoi fratelli che come possono lo prendono in giro, lo lasciano solo e lo accusano di essere il cocco di mamma, perché è quello che ha bisogno di più cure degli altri. 
Nella casa di Ernesto, valente muratore, e di Evelina, valente madre e massaia, non si naviga certo nell'oro, ma anche di fronte a qualche digiuno i due genitori sono bravi a non far mai perdere il buon umore a quella masnada di ragazzini. E anche quando la crisi si diffonde nel Regno della Pianura Piccola dove loro abitano, Ernesto riesce a stare a galla onorevolmente con il suo mestiere. A tal punto da potersi permettere qualche anno di scuola per il piccolo Adelmo. 
La morte improvvisa di Ernesto, però, cambia tutto. Una morte sul lavoro. 
I sei figli partono per cercare, ognuno, il proprio posto nel mondo e a casa restano solo Evelina, consumata dal dolore e dagli anni, e il giovane Adelmo che, oltre a prendersi cura della madre, lavora in campagna dal sor Fiorenzo, si prende cura dei suoi animali. 
Questa è la sua storia, la storia del suo viaggio alla ricerca dei sei fratelli da riportare a casa, perché la vecchia Evelina non vorrebbe proprio dover morire senza riabbracciarli tutti almeno un'ultima volta... 
Ma è anche la storia di Adelmo che parte ragazzo e torna uomo. 
Ma è anche e ancora la storia di uno che combatte contro la solitudine e la sconfigge! 

Tutti, ma proprio tutti, parlano di questo libro di Daniele Mencarelli come del suo esordio nel panorama dell'editoria per ragazzi. 
Le cose non stanno esattamente così. 
Più o meno un anno fa, a Natale, usciva il primo testo di Daniele Mencarelli per ragazzi: C'era questa donna. Un testo breve, illustrato magnificamente da Beatrice Bandiera, che quindi è diventato un albo illustrato. 
In quell'occasione Daniele Mencarelli, su suggerimento di Goffredo Fofi se non erro, aveva scritto e proposto un testo a orecchio acerbo. In quel caso, una natività di una donna africana in un bagno di un'area di servizio, sola e spaventata. Una santissima nascita annunciata - come quella ben più nota - non da angeli, ma da un uomo, anche lui di pelle scura che tutti considerano un matto, ma che non si è risparmiato di correre ai quattro angoli del mondo ad annunciare la lieta novella: è nato un bambino... Decisamente nelle corde di Mencarelli, se si conoscono i suoi magnifici romanzi con storie di persone che vivono, per ragioni diverse, sempre ai margini. Altri due 'invisibili' di Mencarelli. 
Se è pur vero che non si tratta di un esordio in piena regola, è pur vero che Adelmo che voleva essere Settimo è il primo romanzo di Mencarelli e quindi Mondadori che lo pubblica, lo annuncia come un grande evento. 
A parte queste spigolature, qui Mencarelli si cimenta effettivamente in un ambito che non è il suo: ossia decide di scrivere una storia che ha il passo della fiaba. 
Non esordisce con il consueto "C'era una volta", ma decide di cancellare ogni punto di riferimento cronologico, ambientando le vicende in un passato indefinibile con certezza, dove ci sono regni rivali, dove arrivano le carestie, dove si va a dorso di mulo, dove a raccontare è una giovane cantastorie. 
Come nel canone della fiaba anche qui c'è l'eroe (o l'antieroe, visto che a scrivere è Mencarelli) che ha una precisa missione da compiere, e per questo deve attraversare territori e superare prove per poi tornare al punto di partenza vittorioso e, naturalmente, cambiato! 
Quasi del tutto assente è l'aspetto magico: non ci sono fate o streghe, non ci sono oggetti fatati, c'è solo un fiume che si personifica per aiutarlo. Il magico, come sostiene la piccola Evelina, è proprio lui, Adelmo. 
Robusto è l'impianto: con uno schema che si ripete per quattro volte, sostanzialmente senza grandi variazioni: ricerca del fratello, incontro con il fratello, partenza con il fratello in cerca dell'altro fratello, prova diversa da superare, prova superata senza troppa fatica. 
E chiusura perfettamente rotonda tra inizio e finale. 
A onor del vero, va detto che tutto decolla e diventa meno routinario proprio a un terzo dalla fine, quando smettono i fratelli e arriva una prova di coraggio che ad Adelmo lo stende per bene. 
Forte è soprattutto il lato 'umano' della vicenda. Il protagonista, il piccolo Adelmo, che fin dalla nascita è segnato da un gesto di affetto materno, quel nome diverso dagli altri gli si ritorce contro come uno stigma. Lo rende, suo malgrado, un estraneo, tenuto lontano dai suoi fratelli maggiori, cui lui invece tende sempre le braccia. 
Io l'ho visto accadere e d'istinto ho preso le parti del più fragile: i più piccoli di un gruppo, gli ultimi in ordine di età e di altezza, sono sempre lasciati indietro dai più grandi. Devono sgomitare per farsi accettare. E qui il canone è perfettamente rispettato: snobbato dai fratelli, protetto dalla madre. 
Adelmo combatte la solitudine. Questo è il punto di partenza. Ma ha bisogno di armi per arrivare in fondo e vincerla. Così Mencarelli lo dota, per contraltare la sua apparente debolezza, di una serie di qualità, veri 'attrezzi' del mestiere, che lui - talvolta inconsapevolmente - usa per andare avanti nel mondo. 
In primo luogo è parecchio intelligente ed è più istruito degli altri. Ha in dotazione una forte dose di empatia, in particolare con gli animali (altri subalterni come lui), di cui capisce al volo i pensieri e che riempie di attenzioni, ricambiato nel momento del bisogno. E possiede un senso del dovere più alto di lui: più e più volte capita di vederlo farsi carico del peso del mondo o, quanto meno, del rischio in cui lui ha messo i suoi fratelli che decidono di seguirlo. 
Il senso del dovere e l'intelligenza gli offrono su un piatto d'argento la terza sua dote: il coraggio. Non è esattamente vero che lui parta fifone e torni coraggioso, perché già il solo fatto di decidere di incamminarsi verso l'ignoto a dorso d'asino in cerca di ben sei fratelli di cui non sa più nulla da tempo, lo si può considerare già una bella prova di coraggio.
Allora se da una parte sono la struttura e la costruzione psicologica del personaggio a convincermi, dall'altra ci sono invece un pugno di cose che mi hanno lasciata perplessa. 
E tutte hanno in qualche modo a che fare con la prudenza. 
Troppo a freno è tenuta la possibilità di 'sterzare' da un sentiero sicuro e benevolo. 
Sulla ragione per cui questo accada, provo dopo a fare un'ipotesi. Ma alla fine. 
Torno al colpo di sterzo: credo che lo scrivere debba muoversi in molte direzioni diverse e lo debba fare per costruire spessore, complessità e quindi senso. Una trama robusta che si riempie di eventi inaspettati, di prospettive differenti, di molteplicità di letture dei fatti sono elementi che tengono alta l'aspettativa e l'attesa, la curiosità e lo stupore, l'emozione e quindi l'attenzione nel lettore. 
Nel momento in cui Mencarelli decide di farlo accadere, uscendo dal sentiero, creando problemi seri all'eroe, oppure facendo entrare in scena qualcuno che un fratello non è, puntualmente il racconto lievita e si gonfia. 
Prudenza nei confronti dei personaggi: in particolare i fratelli che, a parte i diversi mestieri che svolgono, a parte la loro storia personale, sono agli occhi di chi legge quasi interscambiabili. E tutti molto - troppo - condiscendenti. È vero che loro - nell'economia della morale della storia - sono un blocco unico, ossia il tesoro da riportare a casa, tuttavia Mencarelli è uno che sa scrivere, sa osare e sa raccontare molto bene la complessità umana, quindi perché negarselo in questa occasione? Sarebbe stato bello vederli interagire tra loro nella diversità: giocare, litigare, prendersi in giro, volersi bene, discutere. Insomma, vedere un pugno di fratelli un po' più autentici e un po' meno ingessati nel loro ruolo di stazioni di passaggio lungo il percorso di maturazione del piccolo Adelmo. 
E adesso l'ipotesi sul possibile perché questo sia successo. 
Non è che per caso, tutto è dipeso dall'aver pensato troppo al lettore finale? 
Come se qualcuno, più avvezzo di Mencarelli a conquistare il pubblico dei più piccoli, gli avesse suggerito di non perderlo mai di vista il suo lettore bambino. Suggerendogli che forse i bambini è meglio tenerli lontani, un po' all'oscuro, dalla complessità del mondo e dalla difficoltà dei rapporti interpersonali, dalle troppe cattiverie, dalle troppe ingiustizie, da troppi inciampi, cercando invece di fargli solo vedere, come in una fiaba (!), dove sia il Bene, per farlo trionfare, per pacificare gli animi in cerca della tanto anelata morale della storia?
Forse.

Carla

mercoledì 22 maggio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


NONOSTANTE TUTTO

La ballata del naso rotto, Arne Svingen (trad. Lucia Barni)
La Nuova Frontiera Junior, 2019


NARRATIVA per GRANDI (dagli 11 anni)

"Il bello della vita è che non sai mai cosa succederà, un po' come se ogni giorno fosse un regalo: scartalo e vedi cosa c'è dentro. Mi serve solo un po' più di ossigeno prima di entrare nel cortile della scuola. Non si può mica essere sempre allegri per tutto, nella vita."

Nella vita di Bart (in onore di quel Bart che tutti conoscono: Bart Simpson) le cose per cui non essere allegri sono un certo numero, ma lui è un ragazzino che dalla vita sa sempre cogliere anche quel poco di buono che pare offrirgli.
Nelle sue ore di scuola, Bart galleggia in una apparente calma piatta: di norma i prepotenti lo ignorano. Studia il giusto per non essere preso di mira dai professori.
Quando non è a scuola, è a casa - minuscola, disordinata e in un palazzo piuttosto degradato. Lì condivide l'unica stanza con sua madre, della quale si prende cura con amore e dedizione.
Quando non è né a scuola, né a casa, vuol dire che è in palestra. Sta imparando a boxare, ma senza grande esito. Troppi pochi muscoli e troppa poca cattiveria nel tirare pugni. Ha una discreta guardia e un'infinita ammirazione per Muhammad Ali e non vuole deludere sua madre che lo ha iscritto lì perché il suo bambino deve imparare a difendersi.
Quando cammina da solo (quasi sempre), quando è a casa da solo (molto spesso) Bart dà spazio alla sua grande passione: il canto. Ma non quello che ogni adolescente ascolta, ma il bel canto, la lirica. Per strada si sfonda le orecchie con i tenori, a casa si esercita, chiuso nel bagno davanti allo specchio. Impensabile esibirsi davanti a chiunque.
Queste sono le sue routine che vengono interrotte rispettivamente da: Ada, la sua amica di scuola che non sa mantenere i segreti e che lo caccia in diversi guai; dalla sua amatissima mamma che non riesce a darsi una regolata e che lo caccia in diversi guai; dal suo vicino di casa tossico, Geir, che nei diversi guai ci si caccia da solo. Unico punto di riferimento, la nonna. E un forse padre all'orizzonte.

In linea con un progetto editoriale coerente, che ha come zona di scandaglio la narrativa nordeuropea, si inserisce questo ultimo titolo di provenienza norvegese. Non il più felice tra tutti, irraggiungibili sono Hotel Grande A e Come ho scritto un libro per caso, ciò nonostante La ballata del naso rotto è capace di non scivolare, se non di rado, nel convenzionale, nel prevedibile, nello stereotipo o nell'inverosimile.
A parte l'originale paradosso nel mettere insieme la boxe e la lirica, che genera un bel po' di scintille narrative, il tono generale invece si stabilizza su una certa moderazione, la mediocritas di cui parla Orazio. Lontano dagli eccessi, Svingen è capace con il suo tono pacato e sottilmente speranzoso, di rendere il contesto, spesso e volentieri duro, tutto sommato percorribile senza troppi danni anche da un ragazzino di dodici anni. Lontano dagli accessi, Bart quindi non è il classico 'sfigato', lasciato ai margini della classe, anche se non gli vengono risparmiate una serie di angherie dall'arrogante di turno. Non è completamente solo, anzi ha addirittura una compagna di banco, amica affettuosa, sebbene un po' troppo chiacchierona. Può contare su una nonna un po' ruvida ma assidua, molto meno può fare affidamento su sua madre, alcolizzata e obesa, sebbene lei, nelle sue tante fragilità, lo ami sopra ogni cosa. Non è un ragazzino senza speranze, da recuperare a fine romanzo; al contrario fin dal principio lui è capace di coltivare delle passioni e un un sogno, quello di cantare e quello di ritrovare suo padre.
Bart, nonostante tutto, cerca il più possibile di andare dritto per la sua strada e, sebbene all'apparenza possa apparire un codardo, in verità ha coraggio da vendere. Questo lo rende immediatamente simpatico ai suoi lettori che non possono non dimostrarsi empatici nei suoi riguardi e fare il tifo per lui.
Sempre, fino all'ultima riga.

Carla